i racconti di Milu
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La prima volta che la vidi rimasi istantaneamente colpito, sì, certo, come inizio sembrerà insulso e scontato, eppure di fatto è la verità. Io mi trovo a Cagliari in via Manno situata tra la piazza Yenne e la piazza Martiri, dove la stessa strada offre una vasta scelta di punti vendita, dalle boutique ai negozi più economici, dai caffè letterari fino ai numerosi ristoranti presenti nel vicino quartiere della Marina. E’ uno scenario perfetto in un momento eccezionale, una giornata d’inizio di maggio con il cielo sereno senza una nuvola, con una costante e leggera brezza che non faceva maledire il caldo. I tavolini del bar erano quasi tutti vuoti, una coppia di turisti giapponesi, una famiglia dall’aspetto nordico e niente di più.

Io sorseggiavo con distensione un aperitivo e guardavo le belle signore in passeggiata davanti a me, perché a essere sincero anche le belle signore mi guardavano. Forse non possiedo la bellezza né la piacevolezza nel senso classico, però di certo attiro l’attenzione e vesto sempre in modo elegante. Ho avuto fin da piccolo la fortuna di piacere alle donne e questo emerge da ogni mio gesto attirandone altre. Il concetto è chiaro, sono io e soltanto io che detto imponendo le regole del gioco sul lavoro come tra le lenzuola, quel tipo di gioco che in ogni modo non avevo la minima intenzione d’iniziare, almeno fino al momento che non arrivò lei, a dire il vero semplicemente stupenda. Era abbronzata con dei lunghi e lucenti capelli castani, un seno magnifico e un fisico da atleta, giacché quel vestitino a fiori ne esaltava l’abbronzatura e quelle labbra curate attiravano l’attenzione sulla bocca carnosa, il viso struccato era perfetto e quei piedi imprigionati nei sandali infradito ne rivelavano una certa sensualità. Lei si trovava per l’occasione assieme a un gruppetto di sei ragazze tutte giovani e dalle maniere graziose, tutte si sedettero abbastanza vicino, perché potessi distinguere le parole in mezzo al brusio allegro e gioviale.

La materia e l’oggetto delle mie attenzioni si chiamava Valentina e le sue amiche si erano riunite per festeggiare la sua laurea conseguita soltanto il giorno prima. Oltre che bella anche intelligente, pensai. A quel punto il cacciatore dentro di me si era destato e la mia mente elaborava tecniche di conquista. Scelsi perciò un approccio classico, la bottiglia di champagne al tavolino accompagnata da un mio biglietto da visita, perché se conquistavo le amiche ero già sulla buona strada. L’arrivo del cameriere con il mio omaggio provocò come avevo previsto uno scoppio di risatine sommesse, in quanto le ragazze curiose si contendevano il mio biglietto ancora prima che Valentina potesse leggerlo. Le loro graziose testoline esaminandolo avevano già collocato il mio indirizzo di casa in una delle vie più note del centro, la ditta era famosa di per sé e avendomi squadrato da capo a piedi avevano deciso che ero il più bel direttore generale che avessero mai conosciuto. La mia prescelta s’avvicinò per ringraziarmi, rivelando così l’ottima educazione, io ne osservai in tal modo l’incedere grazioso, poiché da vicino era ancora più attraente:

“La ringrazio molto, però credo di non poter accettare” - esclamò lei, concedendomi un caldo sorriso per addolcire ammorbidendo il rifiuto.

“Temo che sia tardi per rifiutare” - le risposi io, indicandole le amiche dietro di lei che ingorde e smodate avevano già stappato la bottiglia.

“Sono spiacente” - si scusò con quell’aria da brava e leale ragazza.

“Io per nulla” - risposi, concedendole uno dei miei più smaglianti sorrisi.

“Se crede però, potremo scusarci a vicenda domani, qui alla stessa ora”. Io colsi al volo quell’attimo d’indecisione che lessi nel suo sguardo.

“L’aspetterò tutti i giorni se sarà necessario, finché lei non arriverà. La prego non mi deluda, altrimenti finirò i miei giorni abbandonato in questo bar”.

Lei sorrise alla mia battuta, si voltò e se ne andò lasciandomi nel dubbio. Ci vollero quattro giorni prima che lei mi degnasse della sua presenza e altri due per ottenere un secondo appuntamento. Altri sei per guadagnarmi un aperitivo prima di cena, poiché la signorina stava abbassando e declassando impietosamente tutti i miei primati. Io che bruciavo e consumavo relazioni nel giro d’una settimana, attualmente non riuscivo a infrangere né a violare la corazza di Valentina, che mi teneva a distanza non per aumentare la posta in gioco, ma semplicemente per candore e innocenza. La severa famiglia l’aveva tenuta lontano dagli amori giovanili, consegnandomela priva della minima esperienza e perciò neanche in grado di cautelarsi né di salvaguardarsi, beata innocenza. In ogni caso, voluto o meno, il gioco al rialzo funzionò, così io iniziai a provare un genuino e spontaneo interesse nei suoi confronti. Dopo un mese la mia pazienza era allo strenuo, dato che non ero neanche riuscito a sfiorarla e il mio orgoglio tuonava e urlava vendetta, interessato sì, ma pur sempre un uomo. Dopo trenta giorni di corteggiamento, la mia amata mi concesse di portarla a cena spalancandomi le porte dell’oscurità, in quanto uscire la sera è per me come giocare in casa, a condizione che passassi da lei per conoscere i suoi genitori.

L’ambiente in cui avevo inquadrato Valentina calzava perfettamente alla scena che mi presentò quella sera, una famiglia borghese, l’educazione impettita e rigida, giacché avendo previsto l’atmosfera da primo esame, lasciai a casa la divisa da lupo cattivo e indossai la veste d’agnello migliore che avessi. Portai una rosa per la mia bella, una per la madre e aggirai l’esame del padre con un mio biglietto da visita e una stretta di mano vigorosa. Ormai il gioco m’intrigava, le cene si susseguivano numerose, il corteggiamento era serrato, i genitori m’adoravano e dopo tre mesi ebbi il mio premio, perché mai quel premio fu così atteso, visto che il mio orgoglio era di nuovo alle stelle, un intero fine settimana con Valentina che avevo iniziato alle gioie del sesso, ma senza che si lasciasse pienamente andare. Io mi ero preparato accuratamente per quel momento, dribblando una serie infinita di no, però alla fine non aveva saputo resistermi e quella fine settimana m’avrebbe concesso la sua verginità. Valentina era il mio monte Everest, io sarei arrivato alla vetta nonostante le sue resistenze. Detto, fatto. Come avevo previsto, dopo quella notte, Valentina fu in mio potere, scoprendo il sesso mentre lasciava dietro di sé l’educazione austera, distaccata e inflessibile, apprezzando ed elogiando il piacere che le davo e che le insegnavo a darmi, così avevo scoperto il suo punto debole.

La mia amata, invero, essendo abituata a regole irremovibili si lasciava conquistare da tutto ciò che era superfluo. Per esempio, regalarle una rosa la rendeva felice, ma se dopo poco ripetevo il gesto Valentina andava in estasi, così come a letto se m’attardavo più del dovuto con dei preliminari lunghissimi, perdeva del tutto la testa diventando la più ardente e focosa delle amanti. La sua passione sopperì ben presto all’inesperienza e la mia Valentina divenne un’amante eccezionale, perché infrangere i suoi no era più piacevole d’insegnarle nuovi giochi. E quando mi domandava come mai io volessi sempre spingermi oltre, io le rispondevo con la semplice verità. Io volevo conquistarla completamente e per dimostrare quanto vera fosse quella mia affermazione le chiesi una prova d’amore e lei rispose con il suo immediato secco e solito no. La discussione però già prevista, iniziò che eravamo già fra le lenzuola e il suo rifiuto fu polverizzato in pochi minuti. Il giorno dopo ricevetti il mio premio. Un tatuaggio, poiché era questa la mia richiesta. Volevo le mie iniziali sulla sua pelle, volevo marchiarla fuori come la stavo marchiando dentro e lei seppur titubante ubbidì. L’uomo che ci fece accomodare nel suo studio somigliava più a un motociclista che a un professionista dei tatuaggi, pensai, mentre lo stesso pomeriggio l’osservavo sdraiata sul quel lettino che ben poco aveva di asettico. Quando vidi le rozze manacce del bestione abbassare anche se di poco i jeans e gli slip di pizzo color nero di Valentina, fui assalito da un impulso omicida, però ben presto sostituito da un altro impulso ancor meno nobile.

In quel preciso istante mi sentii raggiante, non tanto perché ancora una volta avevo vinto, ma perché la mia prossima sfida e la mia prossima tappa della mia scalata al monte Everest era decisa. I glutei sodi di Valentina si contraevano di poco, ma in maniera costante, anche se lei giurava di non sentire dolore io fui colto da un desiderio alienato e incosciente. Se soltanto l’animale ci avesse lasciato da soli, avrei approfittato di lei immediatamente, perché sognavo con gli occhi aperti di sfilarle i vestiti per godere di quella sessualità che di certo non aveva pensato d’offrire a nessuno, ma che io avevo raccolto da quasi tutte le mie compagne. Perso com’ero nelle mie fantasie erotiche non m’accorsi che il bestione aveva finito prima del previsto non lasciandomi perciò il tempo d’elaborare un piano d’attacco. La fatalità tuttavia mi offrì l’arma vincente, in quanto uscendo mi consegnò un tubetto di vaselina raccomandandomi d’ungere bene la zona per le prime ventiquattro ore. Afferrai l’unguento con il sorriso trionfante di chi ha appena ricevuto il premio Nobel e trascinai Valentina a casa mia dove avrebbe trascorso la notte, promettendole tante coccole per ricompensarla del coraggio dimostrato, però ben presto i bacini e le tenerezze lasciarono il posto a carezze meno idilliache e romantiche.

Meno di un’ora dopo Valentina era creta tra le mie mani. La sua stupenda nudità spiccava sulle lenzuola, sdraiata a pancia in giù per offrire alla mia vista la sua prova d’amore. Il tatuaggio era una piccola opera arte, iniziai a massaggiarlo con la vaselina seguendo i contorni di quelle cifre vergate in una grafia elegante, ben presto il suo corpo assecondò i movimenti della mia mano alzando e abbassando il bacino, mentre con l’altra le solleticavo un capezzolo molto sensibile. Il suo movimento divenne sempre più convulso e non s’oppose quando il mio dito scivolò tra i glutei in una scia lucida di crema fino ad arrivare al confine di quella verginità, che lei non aveva mai pensato di perdere. Confine che io oltrepassai con il pollice premendo lievemente e soffocando le immediate proteste di Valentina con un bacio profondo. Se le avessi concesso la possibilità di parlare, sarebbe stata una battaglia molto lunga, mentre io eccitato com’ero volevo possederla subito. Lei non parlò, ma ingaggiammo una muta battaglia con i nostri corpi, le mie dita dentro di lei non le davano possibilità di sfuggirmi, io non accettavo rifiuti, mentre lei cercava senza troppa convinzione di sottrarsi.

In quella circostanza dimenticai la democrazia, le scivolai sopra imprigionandola sotto il mio peso, conducendola in ultimo con le parole oltre quel limite che diceva di non essere pronta a oltrepassare. Con frasi suadenti le descrissi che cosa le avrei fatto, di come sarei scivolato in lei, le promisi che non avrebbe sentito male e che le sarebbe piaciuto, mentre la mia eccitazione già premeva contro la sua carne, le mie mani che si muovevano dentro e fuori di lei per farla cedere con il piacere. Al limite della sopportazione mi sollevai un poco sopra di lei e la penetrai lentamente, attento a non farle del male prima che cambiasse idea, privandomi del potere crescente che andavo acquistando su di lei. Come pensavo, sotto quell’assalto imprevisto s’irrigidì, io mi fermai già a metà dentro di lei. Iniziai a carezzarle il clitoride per farla godere, appena la sentii perdersi e rilassarsi entrai completamente accolto da un gemito. Dolore o piacere? Io godevo troppo per darmi una risposta, con sapienza infilai due dita nella sua fica bagnata mostrandole quanto era sottile la barriera che divideva i due piaceri, spingendomi sempre di più dentro di lei la portai con me all’orgasmo.

Io rimasi a lungo dentro abbracciandola da sopra, rivivendo il momento in cui ero entrato, sentendo la sua carne aprirsi e adattarsi alla mia virilità, sentirla cedere come una pesca matura, ma soprattutto il mio piacere si era ingigantito conquistando un altro sì. Questa vittoria regalò nuove note piccanti alla nostra storia, eppure ancora non mi bastava. Annoiato da una riunione di scarsa importanza pensavo che cosa avrei potuto inventare per andare oltre, perché l’occasione giusta capitò in un pomeriggio d’autunno in un negozio affollato. Curiosando tra i vestiti colorati incontrammo Karen una mia cara amica, inoltre un’amica molto cara per alcuni clienti, soprattutto se non molto capaci, naturalmente non era il mio caso e il caloroso scambio di baci che ne seguì fu la prova. Io coinvolsi di colpo Valentina nelle presentazioni, qualche frase di rito, lo sguardo goloso con cui la mia amica bionda squadrò prima Valentina poi me, mi fece ribollire il sangue nelle vene. Karen da attrice consumata qual era s’intrufolò nel nostro pomeriggio di acquisti.

Le ragazze simpatizzarono subito, io fui ben felice d’essere lasciato in disparte per dare sfogo a pensieri assai poco adatti per una boutique. La sera prima di separarci, Karen con una scusa frivola c’invitò per cena regalandomi visioni di fantasie erotiche a tre, sì, perché quella cena ovviamente mi sarebbe costata molto di più del conto del ristorante, però per trascinare Valentina in un triangolo avrei sborsato qualsiasi cifra. La cena era prevista a casa di Karen, un bel vano su due piani poco lontano dalla terrazza di Santa Caterina nel centro di Cagliari, perché da qui sopra si può ammirare una delle tante meravigliose viste panoramiche offerte dal quartiere del Castello. In realtà, la carriera di modella con cui aveva iniziato era durata poco, sostituito dal mestiere più antico del mondo, puttana sì, nondimeno di classe, molti amici influenti e delle tariffe alte la rendeva esclusiva, con me poi aveva un’intesa particolare poiché eravamo della stessa pasta e qualche volta m’aveva concesso l’onore anche se non capitava spesso di scoparla gratuitamente. La serata iniziò e proseguì nel modo giusto, Karen era un’ottima regista, qualche amico estraneo all’ambiente a cena, caffè e musica in salotto per riscaldare l’ambiente, gli ospiti che si dileguavano discretamente e Valentina trascinata al piano di sopra ufficialmente per aiutare la padrona di casa con una macchia sul vestito, in realtà per iniziare il corteggiamento.

Da quando le vidi sparire, Karen che seguiva Valentina ancheggiando sulla scala, non riuscii a trattenermi per più di tre minuti, al quarto mi ero dileguato dai pochi superstiti in salotto e scivolavo per le scale pregustandomi la scena. Entrai nella camera di Karen che da ex cliente conoscevo bene e mi fermai per osservare le due donne nel bagno ferme davanti al lavandino. La camicia di Karen era aperta sino alla vita, un corpo splendido sui cui spiccavano i grandi seni, i capezzoli imprigionati a stento in un etereo reggiseno, puntavano verso la mia donna come per volerla invitare a toccarli. Valentina ignara d’essere al centro della scena, era impegnata a strofinare la macchia mentre Karen la guardava eccitata. La consapevolezza che sarebbe stato il suo primo gioco a tre le faceva brillare gli occhi. Quando mi vide fermo sulla porta iniziò a parlare con Valentina in maniera suadente e iniziò a lisciarle i capelli, un’espressione di stupore si dipinse sul volto della mia amata sostituita da un rossore intenso quando s’accorse della mia presenza. Senza darle tempo di spostarsi io m’avvicinai e iniziai a giocare con i suoi capelli parlandole con lo stesso tono dell’altra donna. Da dietro, iniziai a baciarle il collo, mentre Karen le accarezzava il viso.

Valentina diventò una statua di sale, ferma in mezzo a noi, mentre gli assalti di Karen diventavano più espliciti. Poi all’improvviso si girò verso di me, mi guardò malissimo e uscì. Fu una doccia gelata, io rimasi fermo per non so quanto davanti a Karen sdegnata che si rivestiva. Quel poco che restava della mia eccitazione fu infine spazzato via dalla regina dei ghiacci che mi trovai di fronte:

“La puoi scopare in tutte le posizioni mio caro. Se non riesci però a scoparla qui, non sarà mai tua” - appoggiandomi il dito sulla fronte.

La voce gelida aveva tradito tutta la sua insoddisfazione, non era il tipo di donna che accettasse rifiuti e in quel preciso istante mi resi conto che quell’errore di valutazione mi sarebbe costato caro sia per riconquistare la fiducia di Valentina che avevo creduto in mio potere quanto per la parcella di Karen, la cui frustrazione si sarebbe trasformata in molti zeri sull’assegno in bianco che le lasciai uscendo. Con quel fallimento ero tornato a essere un cliente, le mie previsioni purtroppo s’avverarono, in quanto la mia sconfitta fu pesante e non soltanto in termini d’orgoglio o di assegni, ma per il fatto di non essere riuscito a coinvolgere Valentina mi costrinse a tornare ai ritmi del corteggiamento. Mentre cercavo d’essere paziente con la mia dolce metà, che s’ostinava a un atteggiamento altezzoso, io meditavo la vendetta, una rivincita che avrebbe chiesto una totale sottomissione di Valentina e una bella riscossa sulla regina dei ghiacci. Dopo aver ristabilito la pace familiare scattò il mio piano. Per prima cosa, rimandai una cena il giorno dopo un appuntamento. La sera dopo, un improvviso mal di testa ci costrinse a tornare subito verso casa dopo il cinema. Qualche sera dopo ancora, nel mio letto, sul più bello ci fu una telefonata, complice un mio amico a interrompere i nostri preliminari esasperando la sua frustrazione, perché da qualche giorno non facevo altro che aumentare la sua voglia senza mai soddisfarla.

Dopo due settimane d’astinenza e di scuse solamente da parte di Valentina, l’invitai a cena per farmi perdonare d’averla trascurata per concederle il piacere tanto rimandato. L’appuntamento era in un elegante hotel del centro con un ristorante raffinato e con le luci soffuse. Valentina arrivò splendida, inguainata in un abito di seta colore bordò che racchiudeva tutta la sua voglia e le sue attese per la serata. La cena si rivelò sublime, il vino scelto con il sommelier aveva acceso lo sguardo di Valentina d’una luce maliziosa, rendendo la sua testa leggera senza però ubriacarla. Poco prima del dolce l’afferrai per la mano, lei mi seguì docile e salimmo ai piani, perché il dessert e non soltanto quello ci aspettava in camera. Nulla era stato lasciato al caso, la suite era splendida, invasa da fiori rossi e accesa dalle candele, il dolce ci aspettava languido su d’un carrello al centro della stanza. Mentre lei ancora sorrideva per la sorpresa, io la guidai di fronte allo specchio a fianco del letto per gustare la sua bellezza mentre la spogliavo. Spostai le spalline del vestito che scivolò a terra con un leggero fruscio e la feci sedere sul letto permettendole di tenere solamente la biancheria, presi un foulard e la bendai delicatamente, iniziando a imboccarla con il dolce.

La vista di quelle labbra piene che succhiavano golose il cucchiaino mi eccitò ancora di più e non volli aspettare oltre, appoggiai il mio glande alle sue labbra permettendole di giocarci soltanto con la lingua che rosea guizzava intorno al mio sesso facendomi impazzire, prima veloce, in seguito lentamente come se lo volesse esplorare tracciando con le sue labbra percorsi fantasiosi, dedicati solo per farmi godere. Delicatamente glielo spinsi fra le labbra fino in fondo, dato che potevo sentire i suoi capelli sfiorarmi il ventre sempre più in crescendo, al massimo della sopportazione mi sfilai improvvisamente dalla sua bocca lucida, chiedendomi quando era diventata così brava. Anche se non potevo vederne lo sguardo, leggevo sul suo viso la trepidazione e la voglia d’essere posseduta:

“Non ancora, è troppo presto” - risposi in modo secco a quella muta domanda.

La sdraiai nel letto, parallela ai cuscini e la guardai nuda in mio potere, nell’attesa del mio tocco mentre si chiedeva che cosa avessi pensato per lei. Leggermente a disagio avvolta in quel foulard che la faceva sentire vulnerabile più che curiosa, mi sfilai la cravatta, le legai i polsi sopra la testa, nessuna resistenza, le braccia morbidamente abbandonate contro la seta delle coperte, anche se il corpo si era leggermente teso a quella nuova imposizione. Mi fermai dietro di lei, in ginocchio, la sciolsi dal reggiseno, liberando i capezzoli che m’accolsero tesi e vogliosi. Mi dedicai a loro molto più del necessario, finché Valentina non iniziò a gemere. Il suo corpo s’inarcava sempre di più, le gambe s’intrecciavano cercando di placare la voglia che le nasceva fra le cosce, io mi sollevai e cambiai lato del letto, di nuovo in ginocchio, le spalancai le gambe e le sfilai le mutandine ormai bagnate. Con due dita iniziai a esplorare il centro del suo piacere sempre ben attento a non farle raggiungere l’orgasmo che ormai implorava:

“Non parlare” - gl’intimai.

I suoi gemiti, soltanto quelli sarebbero stati i testimoni del suo godere, le dita lasciarono il posto alla mia lingua riportando Valentina alle soglie dell’orgasmo, le mie mani ritornarono avide sui capezzoli. Karen in silenzio uscì dall’ombra in cui attendeva, si mise nuda di spalle allo specchio, si piegò in avanti, lasciando che i miei occhi si beassero della vista della sua fica riflessa da dietro, mentre con la lingua continuavo ad assaporare la carne di Valentina. Anche Karen continuando a guardarmi dritto negli occhi s’inginocchiò dietro di lei, dato che era stata spettatrice per troppo tempo di quel bizzarro gioco e rivendicò sostituendo le mie mani con le sue il diritto tanto atteso d’avere la mia donna. Senza fretta, adattandosi al ritmo della mia lingua, giocò con i capezzoli di Valentina stuzzicandoli senza pietà, tanto che mi parvero diventare ancor più grandi e carnosi. Valentina persa nell’intento di raggiungere l’orgasmo, sembrò non accorgersi della differenza del tocco, continuando a inarcarsi spingendo la sua fica contro il mio viso in cerca d’appagamento. Karen s’alzò e invertimmo i ruoli, adesso erano le mie mani e la sua lingua, solamente la punta della lingua però, per non rivelare quel gioco che avrei voluto far durare per sempre, ma quando vidi le unghie laccate di lei sparire dentro la fica di Valentina non riuscii più a trattenermi e mi sdraiai nel letto imprigionando la bocca di Valentina per soffocare le proteste che a quel punto non avrei ascoltato.

Il mio amore ci mise un attimo di troppo, persa com’era nel suo piacere per fare il conto di quante mani aveva addosso. Quell’incertezza mi diede il vantaggio insperato e anche Karen si sdraiò al suo fianco. Le nostre mani contendevano le curve più ambite che quel corpo caldo mentre continuavo a baciare con foga Valentina, perché la sentivo abbandonarsi sempre di più. Le dita mie e di Karen l’invasero in ogni modo per farle raggiungere l’orgasmo che avrebbe cancellato tutti i suoi no. Valentina era riempita da noi, la mia lingua, le nostre dita davanti e dietro che ancora una volta le ricordavano quant’è sottile la barriera fra i due piaceri la portarono all’apice, l’orgasmo vinse sulla sua resistenza e Valentina s’abbandonò totalmente a noi. Incapace di resistere montai di sopra ed entrando in lei quasi svenni dal piacere, talmente era bagnata e calda. Karen intanto, come una gatta maliziosa di fronte a una ciotola di latte, le lappava i seni, all’inizio leccandoli lentamente, infine succhiandoli avidamente, mentre guidava le mie dita dentro di lei, perché le facessi raggiungere un orgasmo solitario. Le mie dita s’inzupparono dei fluidi di Karen che si sfregava contro Valentina, che a sua volta s’inarcava sotto di me, al culmine dell’eccitazione girai su d’un fianco Valentina che non s’oppose, Karen s’incollò addosso e leggendomi nel pensiero le divaricò leggermente le natiche con quei suoi artigli rossi scuri. Io sprofondai dentro Valentina, bagnato dai suoi fluidi e ripresi a muovermi, lasciando quei due corpi al loro gioco e mi concentrai su di me, affondando tra i suoi glutei sempre di più, spingendo come se volessi sverginarla di nuovo. Le dita di Karen dentro il sesso di Valentina segnavano il ritmo dei miei colpi, finché non mi sentii travolgere dal mio piacere.

Come d’abitudine restai dentro di lei, mentre il mio cuore ritornava al normale battito. Karen era scivolata in bagno, Valentina era abbandonata su di me con il viso verso lo specchio, il foulard le era sceso sul collo e un brivido d’eccitazione mi percorse quando capii che s’era goduta tutta la scena anche se ora teneva gli occhi chiusi. Le liberai i polsi e appoggiai la testa sul suo ventre caldo, respirando il profumo di donna che emanava dal suo sesso.

Io ero appagato, non solamente dalla scopata, ma anche dalla mia completa rivincita, perché tra noi due non c’era più nessun no. Lei s’avvicinò da dietro e la mia vittoria fu completa, quando Valentina spostò il viso verso di lei porgendole le labbra per un ultimo complice bacio.

{Idraulico anno 1999}