i racconti di Milu
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“Buonasera signor Renato, mi ascolti un istante, la prego. Può spifferarmi per letizia un episodio a lei noto che m’infervori esaltandomi in maniera netta? Lei ha tanti eccitanti e straordinari ricordi, del resto è ancora adesso un uomo affascinante, amabile e garbato, perché m’immagino lei da giovane così bello, gradevole, benestante e pieno di donne”.

L’ormai anziano ed elegante cordiale signore, frattanto accomodato davanti a me sul balcone sorride allietato, mi guarda in modo piuttosto divertito, giacché in seguito benevolmente m’annuncia:

“Tempi sfortunatamente passati, peccato, la sua è una richiesta direi più che appropriata e giusta, perché sono venuto per portare conforto e incoraggiamento alla mia più cara e giovane amica ammalata, dato che devo allietarla rallegrandola in qualche modo. Non credo, infatti, d’averti mai argomentato qualcosa del genere”.

Lui, attualmente più che ottantenne, è stato un impresario di chiara fama e di rinomata notorietà, al presente è divorziato, si può definire un uomo di signorile creanza con una solida e raffinata cultura, perché m’onora magnificandomi sovente di rivelazioni con dei piccanti risvolti e con delle stuzzicanti storie, risalenti alla sua vita di festaiolo nella libertina Savona degli anni settanta dove questa famiglia possedeva una villa, dal momento che incominciò a raccontarmi la vicenda sorseggiandosi il suo prediletto whiskey scozzese AnCnoc invecchiato.

Erano gli anni ‘70, tenuto conto che in quel lasso di tempo andava di moda la femmina magra in stile grissino, la figura del periodo insomma. Io cercavo una coppia per curare il grande giardino della nostra casa al mare e per l’aiuto domestico, in aggiunta a ciò offrivo l’alloggio nell’edificio minore, collocato sul retro di quello principale e tra le tante risposte che mi giunsero presi in seria considerazione quella di Costantino, un signore molisano cinquantenne sposato con una tale Roberta, quarantenne però romana d’origine. Io li convocai e ambedue si presentarono: lui robusto, di poche parole, scuro di pelle e di capelli, lei con un bel volto luminoso e sorridente, sprizzante di salute, piuttosto bassa e grassottella. Quello che notai subito fu un seno sovrabbondante per quella statura su d’un ventre piatto, che contrastava non solamente con le rigogliose tette, ma anche con le similmente esuberanti natiche ben delineate sotto quel vestito sottile. Io la squadrai con bizzarria e con altrettanta curiosità, abituato e impratichito com’ero all’elegante gracilità di mia moglie e delle donne che allora frequentavo. Assunsi così la coppia che mi era subito entrata in simpatia, poiché entrambi avevano inoltre ottime referenze.

Dopo alcuni giorni si trasferirono da noi nell’edificio minore, in quanto in giardino c’era molto da fare, viceversa in casa quasi nulla, perché la mia nuova moglie a Savona si sentiva confinata e isolata, dal momento che non l’amava, in quanto preferiva in modo indiscusso la montagna. Pertanto, un giorno decisi d’andare verso la casa al mare per controllare come andavano le faccende. Era una giornata di fine d’agosto abbastanza calda, entrai, parcheggiai l’automobile sotto la tettoia senza posteggiarla nella rimessa, perché contavo di girovagare, passeggiare per il grande giardino che era il mio orgoglio, raccontare alcuni pettegolezzi con Costantino per poi recarmi per fare colazione da Oreste, la trattoria dove si poteva gustare la migliore cucina di tutta la città. In giardino e nella serra non c’era nessuno, dunque mi diressi verso la villa entrando dall’uscio posteriore, in quanto era solamente accostato. M’avviai verso il salone, lì accanto alla veranda c’era Roberta concentrata nello spolverare i quadri, mi vide, mi guardò e sorrise. Un sorriso aperto, cordiale e festoso il suo, come se m’aspettasse, dato che indossava un abito da casa bianco, largo e sbracciato. Con la sua personale movenza e con la sua statura sembrava proprio una meringa, anzi no, un insieme di belle e appetitose meringhe mammarie con dei prosperosi glutei. Notai anche, che le sue ascelle non avevano mai conosciuto applicazioni né attenzioni depilatorie, poiché stranamente quello spettacolo così naturale m’attirava infervorandomi, mi eccitava stimolandomi e fomentandomi oltremodo. Immediatamente pensai come doveva essere laggiù tra le gambe: proprio una bella e rigogliosa pelosissima selva nera, una foresta molto villosa, in quanto all’epoca la maggior parte delle donne non si depilavano il pube, io in quella circostanza mi eccitai notevolmente come raramente mi era capitato prima avendo una poderosa erezione, alla fine Roberta mi chiese se volessi che andasse via:

“No, anzi, resti pure, s’immagini, prosegua nel compiere il suo lavoro. Io mi metto qui sulla poltrona per leggere il giornale. M’auguro pertanto di non importunarla”.

“Le pare, mi farà perfino compagnia”.

Io non la perdevo di vista, non riuscivo a smettere di pensare come potesse essere sotto il vestito quella carne che intuivo soda, tanta, tutta da divorare e da gustare e da esplorare. A un certo punto, sospettando e temendo nel contempo che la mia voglia avesse saturato l’aria, di getto in modo spontaneo le esternai:

“Sei da sola?” - chiesi con un’insolita voce che non riconobbi come mia.

“Sì, perché Costantino è andato con l’automobile al mercato giù a Savona per vedere se c’è d’acquistare qualche nuovo attrezzo per il giardino” - avvicinandosi adagio alla mia poltrona sempre spolverando.

In quell’istante ci guardammo, io allungai un braccio e le circondai delicatamente la vita, lei allora senza parlare venne a disporsi di fronte a me, aprii le sue gambe in maniera tale da trovarmi con la testa proprio nel bel mezzo di quei maestosi seni, chiusi gli occhi e le afferrai le natiche, dato che lei non accennava a scostarsi. Guardandola attentamente le sbottonai l’abito, rapidamente m’accorsi che là di sotto non indossava niente, così mi gettai come un affamato sui capezzoli già rigonfi mordendo e succhiando, mentre le mani cercavano in basso tra le cosce una via d’accesso. Successivamente la rovesciai sul tappeto, giacché la tensione tra le gambe era insostenibile, m’inginocchiai di colpo, le alzai il vestito, quasi strappandole le sottili mutandine e m’apparve quella foltissima selva rigogliosa e nerissima come avevo rimuginato. Quei riccioli lucidi e nerissimi parevano avere una loro vita propria, dal momento che quel cespuglio sembrava muoversi in ondate che si susseguivano. La mia testa s’intrufolò nel bosco, sentii schiudersi la valle delle rose, circondata dalle grandi labbra calde, gonfie e sode, dal momento che un vibrante clitoride chiedeva d’essere baciato e leccato al più presto.

Roberta profumava di donna, di femmina e questo m’inebriava oltremisura, perché sentivo il fremito della vagina, il salmastro della sua linfa, la golosità delle sue contrazioni. Io l’artigliavo tormentandole le natiche, dato che il suo respiro cominciò a diventare più affannoso, poi prese l’orlo del vestito sul grembo, lo alzò e lo sfilò. Giunsi poi alle sue indescrivibili tette, adesso era completamente nuda, bellissima ed eccitante. Non ci volle molto tempo prima che mi sfilassi i pantaloni assieme ai boxer per collocarmi fra le sue cosce, che lei aveva appena dischiuso. Roberta s’apriva a me, man mano che la penetravo si stringeva intorno al mio cazzo impaziente d’entrare in quel sugoso anfratto, poiché lo carezzava con lunghe e incredibili contrazioni del ventre. Era tutto nuovo, morbido sia quelle gambe che quel seno. Lei gemeva, pronunciava parole che non capivo, avvertivo crescere il suo piacere, però anche il mio, perché in verità erano incredibili quei movimenti in un corpo non certo esile, in quanto erano impensabili e irrealistiche le sensazioni che sapeva trasmettere. Quando Roberta gridò, poco dopo la seguii riempiendola con il mio denso e lattiginoso seme. Ero su d’un accogliente, incredibile, morbido e tiepido giaciglio di carne, talmente palpitante e stimolante, dato che avrei voluto restarci in eterno, alla fine lei mi sorrise dolcemente e teneramente mi svelò:

“Non ci crederai, eppure lo avevo in un certo senso appreso, perché l’ho nettamente afferrato e intuito fin dall’iniziale istante che ci siamo visti”. Il suo caratteristico accento era anche adesso affannoso, concitato e roco:

“Verosimilmente lo captavo, lo avevo previsto che stamattina saresti venuto qui, perché ero pronta per te. E’ stato bellissimo, spettacolare e in special modo unico”. Io la guardai e accarezzandola le riferii:

“Sei per caso pentita?”.

“Tutt’altro, io sono in paradiso, perché vorrei che non te ne andassi, che rimanessimo così per sempre. Tu però, con le bellissime donne che frequenti, che cosa te ne fai d’una grassona come me”.

Io le morsicai istintivamente in maniera delicata le labbra e poi mi persi nuovamente su quei seni caldi, generosi e morbidi, autentiche meringhe golose tutte da degustare, ma non solo, perché anche la sua villosissima fica aveva bisogno d’approfondite attenzioni e di solleciti riguardi.

Durante quell’estate, trovammo spesso il modo di divertirci e di godercela reciprocamente, perché le nostre prestazioni successive furono veramente entusiasmanti ed esaltanti. In quel periodo non conoscevo ancora l’artista Botero né il suo modo di dipingere né il suo personale stile, slegato dalla realtà con tutte le sue forme e le immagini ingrossate, anche perché la caratteristica peculiare della sua pittura è l’insolita dilatazione che subiscono i suoi soggetti, che acquistano forme anomale quasi irreali, inserite peraltro in numerosi contesti familiari. Ti dirò che lo avrei però scoperto ben presto a Vienna l’anno seguente, andando ad assistere a una sua mostra.

Adesso sai il perché, appena ho potuto ho acquistato quella scultura che ti piace così tanto? Perché nella sua abbondanza, nel suo eccesso e nella prosperità riscopro Roberta, ritrovandola con il suo corpo avvolgente e morbido pronto ad abbandonarsi svisceratamente al puro piacere, insieme al calore e all’impeto d’una lontana e memorabile estate italiana”.

{Idraulico anno 1999}