i racconti di Milu
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E’ stata veramente incantevole, meravigliosa, stupenda e di spicco, quella bella stagione del lontano anno 1999. Saranno stati i diciannove anni? Sarà stato per il fatto che era la prima volta che andavo via di casa? Chissà, che cosa sarà stato veramente, perché verso la meta del mese di giugno partii confortato, entusiasta e speranzoso per svolgere il mio primo lavoro in qualità di cameriere stagionale in una gelateria-snack bar al mare. Da solo, senz’intralci, fra il mio primo lavoro e attorno a me la totale libertà, l’incondizionata indipendenza, giacché mi sentivo esuberante ed euforico, mi presagivo già grande, mi sentivo veramente qualcuno, captavo d’essere diventato maturo.

Io lavoravo in quell’occasione assieme al titolare e a quattro ragazzi suppergiù d’una decina d’anni più grandi di me, talvolta servivo conformemente ai tavoli quando capitava per necessità. Addetta in maniera fissa al banco del gelato invece c’era lei, Concetta, attraente, desiderabile e gradevole, stupenda mora dai lineamenti mediterranei, i trent’anni compiuti da poco con i capelli sempre legati in stile coda di cavallo, costantemente cordiale e gentile, però al tempo stesso molto riservata e taciturna. Lei non concedeva né permetteva confidenza e familiarità a nessuno, a dispetto delle continue attenzioni, che pur impacciato e ingenuo oltre misura qual ero m’accorgevo che le rivolgevano quasi tutti gli avventori. Per quell’insolita forma di timidezza il suo viso s’avvampava istantaneamente per ogni minimo complimento e per ogni velato tentativo d’approccio, infine se la corte si faceva insistente e invadente, allora lei si rifugiava sul retro in attesa di chi l’assillava s’allontanasse.

In quella circostanza, essendo io il più piccolo, ero un po’ il bersaglio preferito e un po’ il portafortuna preposto degli scherzi e delle battute benevoli, talvolta però irritanti e provocatorie dei miei compagni di lavoro, in ogni caso queste ultime non m’infastidivano né m’urtavano più di tanto, tranne quando s’aggregava pure lui, il marito di Concetta per la precisione. Lui arrivava il sabato, non ricordo da dove e rimaneva fino al tardo pomeriggio inoltrato della domenica. Nel frattempo aveva fatto amicizia con gli altri ragazzi del bar e forse per questo si sentiva autorizzato, giustificato e motivato nel trattarmi come loro, io però non lo sopportavo proprio. Non c’era una ragione precisa, non so che cosa fosse, non c’era un motivo apparente, forse non lo reputavo né lo ritenevo un compagno di lavoro, giacché i suoi scherzi quindi mi contrariavano indisponendomi e rendendomi furioso. Concetta di quest’atteggiamento se n’era accorta e quando poteva m’affiancava difendendomi timidamente, io le ero molto grato per questo.

Noi tutti del personale, alloggiavamo sia il titolare che i dipendenti in varie camerette collocate sul retro del fabbricato, in quanto tutti i vani s’affacciavano su d’un ballatoio esterno ed erano anche comunicanti fra di loro con le porte che normalmente erano chiuse a chiave. Io condividevo quel nuovissimo vano con uno dei ragazzi, in quanto con lui alternavo intercalando perfino i turni di lavoro: quando io lavoravo al mattino, lui lavorava al pomeriggio e così via. Quel giorno, in realtà, avendo lavorato al mattino mi ritirai per il consueto riposo pomeridiano, entrai in camera e mi spogliai. Stavo per stendermi sul letto, quando m’accorsi che la porta interna era rimasta accostata. Quasi certamente una dimenticanza della signora, che tutte le mattine veniva a fare le pulizie e sapendo che era la sua camera io m’avvicinai in modo furtivo e nello spiraglio vidi chiaramente il letto, l’armadio con lo specchio e di fronte all’armadio c’era lei.

Concetta era quasi di fronte, frattanto aveva sciolto i capelli che le ricadevano morbidi sulle spalle, nel tempo in cui stava per togliersi il grembiule di lavoro aprendo i bottoni uno a uno, in quell’istante mi si strinse la gola. Io ero alquanto preoccupato e parecchio timoroso, stavo quasi per allontanarmi quando lei si sfilò il grembiule e il mio cuore quasi si fermò, perché sotto indossava solamente le mutandine e il reggiseno, che stava tra l’altro disfacendo con dei movimenti aggraziati e flessuosi, mentre io ero incapace di muovermi. I miei occhi erano aggrappati, puntati su quel corpo nudo che s’elevava sconosciuto, nuovo e prepotente nella penombra della stanza. Sulla pelle ambrata quei triangoli candidi sui seni e sul pube sembravano mettere ancora più in risalto il foltissimo e arrappante cespuglio di quei peli neri e ricci con i capezzoli scuri. Lei si rigirò un poco davanti allo specchio osservandosi il corpo alla ricerca di non so che cosa, poi indossò una vestaglia leggerissima sparendo dietro la del bagno. Io rimasi lì con la bocca aperta, indeciso se aspettare o se andarmene, perché la mia affabile e benevola coscienza di bambino m’abbrancava attanagliandomi: sapevo che lei non avrebbe voluto, sapevo che altri nella mia situazione avrebbero chiuso la porta, forse, sapevo che era peccato, sapevo tutto, credevo, in quella circostanza non mi mossi.

Lei s’allontanò dal bagno, si collocò rimanendo accanto al letto, cominciò a slacciare la cinta della vestaglia, però lasciò il gesto incompiuto fermandosi e rimanendo là ancorata, io alzai un po’ gli occhi e m’accorsi che stava guardando verso di me. Ero sicuro che non potesse vedermi da quel piccolo spiraglio, però stava scrutando in linea retta nella mia direzione, come se mi vedesse, poi si mosse, per il fatto che si stava dirigendo inconfondibilmente verso di me. Il mondo in quel frangente mi franò addosso, io con due rapidi balzi ero già nel mio letto, tirai su rapidamente le lenzuola per coprirmi e aspettai terrorizzato, dato che in quei pochi attimi mi venne in mente di tutto: “Adesso lo dirà al padrone, mi caccerà, lo riferirà senz’altro ai miei genitori, mi puniranno, adesso che scenate, mi sono giocato la stagione estiva” - e via di seguito. Mi sembrava d’aver fatto qualcosa di terribile e di smisurato, sennonché in pochi attimi approfondii tutte le ragionevoli e supponibili soluzioni assieme alle convincenti teorie difensive d’adottare: “Sì, scusa, avevo sentito strani rumori, volevo soltanto chiudere la porta, sembrava che qualcheduno mi chiamasse, non era vero niente, ero sempre stato nel mio letto e stavo dormendo, si sarà sbagliata lei”. Quest’ultimo pensiero m’apparì il più elementare, direi quello maggiormente ragionevole d’adoperare, considerato che mi predisposi per farmi trovare vivamente assopito. In quella condizione e con il cuore in tumulto udii il cigolio lievissimo della porta che s’apriva, con gli occhi appena socchiusi in una fessura talmente stretta che le immagini si confondevano fra le ciglia mentre la vidi avvicinarsi, fermarsi ai piedi del letto e con i pugni sui fianchi fissarmi con un atteggiamento maldisposto, minaccioso e ostile. Io cercavo tentando inevitabilmente d’adeguare il fiato, eppure l’emozione, la piccola corsa e il terrore, tutto faceva sì che respirassi in modo convulso con degli scatti cercando di trattenere quello sforzo. Sapevo di non essere credibile, però continuai nella scena non sapendo che cos’altro fare.

“Dorme, il poverino dorme” - io la sento nel frattempo sibilare con un tono di voce che non le riconosco: sarcastico, sferzante e tagliente.

Lei è sempre lì, in fondo al letto, però s’è spostata sul lato con una mano lasciata penzoloni che mi sfiora leggermente il collo del piede, quasi a voler esaminare la mia reazione. Rimane così per qualche attimo con la testa piegata, dal momento che sembra riflettere. Io sono sicuro: lei sta studiando una punizione degna ed esemplare, poi sembra scuotersi, gira la testa per guardarmi in viso e mentre lentamente si muove lungo il letto, parimenti le sue dita leggere risalgono la mia gamba, adagio su per il polpaccio, poi sul ginocchio e in ultimo per la coscia. Quel contatto lieve, attraverso il tessuto leggero del lenzuolo mi procura come una scarica elettrica e non capisco lo scopo. Concetta si ferma a metà del letto, mentre la vestaglia appena trattenuta in vita dalla cinta allentata, offre ampie fenditure del suo corpo nudo. Io sono combattutissimo fra il guardare e il continuare nella mia sceneggiata, lei con le dita continua a sfiorarmi la gamba, l’interno delle cosce, il pube e l’inguine. Io sono impietrito, le braccia lungo i fianchi, i pugni serrati, il cuore in tumulto e una tremenda erezione, anche perché lei non sfiora più con le dita, ma con la tutta la mano m’accarezza affettuosamente fra le gambe e sull’inguine. Adesso anche il suo respiro è leggermente affannato mentre afferra il lenzuolo e lo tira giù lentamente, lasciandomi scoperto, immobile, impaurito e inquieto in attesa di non so che cosa.

Per quella tremenda erezione il pene mi fa male, poiché è ripiegato dentro lo slip, mentre lei continua a accarezzare e a toccare, poi smette per momento, allunga anche l’altra mano, infila le dita sotto l’elastico, lo solleva e m’abbassa con dovizia completamente lo slip. Il mio piccolo pene scatta immediatamente come una molla liberata e ingannevolmente continuo a fingere di dormire. Adesso ha poca importanza che cosa compio, perché lei non mi guarda in viso neppure, al contrario s’inginocchia di fianco al letto, poi china lentamente la testa, finché le sue labbra si chiudono sul mio pene. Io avverto un principio di vertigine, mi sembra di precipitare, in quanto il contatto della sua bocca è accogliente, delicato e morbido, perché a me sembra una sferzata di fuoco, chiudo i pugni sul letto e m’aggrappo come se altrimenti potessi sparire dentro la sua bocca. Sono immancabilmente squassato dal piacere, mentre sento scorrere le sue labbra umide e poi l’interno caldo della sua bocca. Con una mano lei m’accarezza le gambe, l’interno delle cosce e insinua le dita sotto i testicoli, fra le gambe e nella piega delle gambe, dappertutto. Chiude un po’ le labbra e continua su e giù, a volte soffermandosi e trattenendosi sulla punta del frenulo con la lingua saettante stuzzicandolo, a volte soffermandosi con il pene tutto in bocca, le labbra appoggiate sull’inguine, per poi risalire lentamente e piacevolmente.

Nella stanza, invero, il silenzio è manifestamente sgretolato soltanto dal mio respiro ansimante e dai piccoli incredibili rumori acquosi provocati dalla sua bocca, che succhia, lecca e ingoia. Io continuo a rimanere inerte, un po’ perché l’atteggiamento passivo m’ha sopraffatto, ma anche perché attualmente non saprei assolutamente che cosa praticare. Completamente frastornato e intontito, assaporo golosamente tutte queste sensazioni assolute, nuove e sconvolgenti, quando lei smette e solleva la bocca vorrei gridare di no, lei s’alza in piedi di fianco al letto, non dice né fa nulla, io con gli occhi aperti sono atterrito e intimorito che se ne vada via. Concetta nel mentre si slaccia completamente la vestaglia, se la getta sui fianchi come un mantello, poi solleva una gamba e si mette cavalcioni su di me. Le sue cosce mi stringono i fianchi, intanto che con le mani si guida la punta del pene fra le pieghe del suo sesso, poi trattenendo il respiro s’abbassa sopra lentamente. Io ho sollevato la testa e con gli occhi sbalorditi vedo quelle pieghe rossastre e sconosciute avvolgere e ingoiare il mio pene, nella cornice di quell’arrapante, pelosissima e nera fica. Quando è tutto sparito dentro, lei rimane un attimo bloccata, il respiro è profondo, le braccia sono tese e piantate sulle mia spalle mentre m’inchioda al letto, con la testa chinata in avanti i suoi capelli mi sfiorano il petto, poi comincia a ondeggiare con il bacino con dei movimenti lenti e sinuosi. Il calore avvolgente e umido m’arriva fino alle viscere, è troppo bello, sto sragionando, è una sensazione inenarrabile, unica, ho la testa in fiamme, tutto mi gira attorno, il sangue mi pulsa nelle orecchie, niente più del mio corpo mi obbedisce né adempie né osserva.

Concetta adesso solleva il busto, ha il volto avvampato, le labbra strette che spariscono quando le morde dall’interno, socchiude gli occhi e li pianta nei miei, con uno sguardo che mi brucia dentro, tanto è intenso e violento e colmo di libidine. Preme su di me con tutto il bacino con movimenti a volte amorevoli e lenti e sinuosi, a volte secchi e violenti. Il mio sguardo scorre e vola su tutto senza soffermarsi su niente, tanta è la brama e la voglia di guardare, di vedere e di ricordare. Io guardo le sue cosce parzialmente coperte dai lembi di quella vestaglia, scruto lì dove i nostri corpi sembrano fondersi, il suo pube ricoperto da quella foltissima peluria scura e riccia che avvolge il mio inguine ancora acerbo e quasi senza peluria. Per brevi istanti, quando lei è tutta rovesciata all’indietro vedo la radice del mio pene affondato fra le pieghe della sua fica, una vista che mi procura una sensazione di piacere selvaggio e violento.

Io osservo i suoi fianchi e i suoi seni, giacché quei capezzoli sodi e scuri m’attraggono prepotentemente, con un gesto infantile allungo le mani per afferrarle le tette, in quella circostanza sono perciò incoraggiato di ritrarmi credendo d’aver fatto qualcosa d’imperfetto, tuttavia le sue mani congiungono energiche le mie, a sua volta aggrappate a quei seni duri e vellutati. Adesso rovescia la testa all’indietro, ansima e geme, quasi aggrappandosi alle mie mani ondeggia e preme, pigia più forte, così che il mio cazzo la penetra ancora di più. Io ho i sensi allo spasimo, pieni di sensazioni impetuose e intense fino al dolore, nelle orecchie capto il pulsare martellante del mio cuore, il suo respiro affannato, i suoi gemiti strozzati, l’odore inebriante denso e dolciastro del sesso che mi fora le narici impregnandomi la gola, gli occhi sono pieni del suo corpo e ancora eccitati dal suo sguardo e da quella visione del suo pelosissimo inguine che avviluppa, ingarbuglia e ingoia il mio cazzo. Le mani artigliate sui suoi seni e strette dalle sue mani, la pelle dei fianchi che brucia a contatto con le sue cosce, così mentre lei continua a comprimere e a tremolare senz’interruzione, ogni cosa riprende a mulinare attorno a me costantemente più impetuosamente, senza sosta più speditamente, finché sembra che tutto il cosmo transiti da lì.

Quelle poche gocce di sperma che risalgono il mio cazzo per la prima volta mi bruciano dentro, come se io fossi trafitto da un ferro da calza infuocato, perché mi sembra d’impazzire, sono febbricitante con gli occhi spalancati, con il corpo inarcato dallo spasimo, in quanto grido a bocca spalancata, almeno tento di gridare. Al primo accenno lei mi tappa accortamente la bocca con il palmo della mano e preme forte mentre io godo, grido, piango, urlo e muoio. Adesso c’è tutto silenzio, si sentono soltanto i nostri respiri diventati più calmi e regolari, lei è distesa su di me, abbandonata e immobile, con la testa appoggiata sul cuscino, il viso verso di me, sul collo avverto il suo fiato leggero. La completa immobilità m’imbarazza, allora con una mano accenno nel farle qualche carezza sulla schiena, poiché l’altra è incastrata sotto il suo corpo e non oso muoverla. Restiamo così per un po’ mentre rimonta l’angoscia, la tremarella e il panico di non sapere né aver ben chiaro che cosa fare: parlo? Dico qualcosa? Che cosa? Ancora dentro di lei io avverto chiaramente il dolce e umido tepore del suo corpo e in modo del tutto involontario sento il pene che ricomincia a pulsare, inizialmente piano, poi con più energia, in quanto sto per avere una nuova erezione, mentre lei sorridendo mi sussurra amorevolmente all’orecchio:

“Ehi cucciolo, non ti sembra d’esagerare?”.

Concetta s’alza e s’avvia verso la sua camera senza voltarsi, con i capelli sulle spalle, la camminata leggera e silenziosa, il mantello volare qua e là, visto che la vedo sparire dissolvendosi come in un sogno.

La porta in quel momento si sigilla alle sue spalle, nel tempo in cui percepisco nettamente il roteare metallico tipico della chiave inserita dentro la serratura. Da quel giorno però, non l’ho giammai più rinvenuta dischiusa.

{Idraulico anno 1999}