i racconti di Milu
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Nulla, nulla di nulla. Né quel giorno né quelli successivi. Ero così disperata e desiderosa di rivederlo da riuscire a trovare il coraggio di tornare in quella classe. Non chiedevo altro che di essere il suo giocattolo o qualsiasi altra cosa avesse voluto lui.

Nei lunghissimi giorni in cui avevo cercato di riagganciarlo quel ragazzo era diventato la mia ossessione. Mi eccitavo sognando ad occhi aperti di essere sovrastata da lui, schiacciata dal peso del suo corpo atletico e spaccata in due dalla durezza del suo grosso cazzo. Mi bagnavo oscenamente quando lo vedevo a lezione o nell'androne della scuola, bastava quello per partire con l'immaginazione e rappresentare nella mia mente la visione dei miei piedini che lavoravano il suo arnese o la mia bocca che accoglieva i fiotti del suo sperma.

Facevo l'amore con il mio ragazzo, certo sorpreso e compiaciuto dalla mia passione, immaginando di farlo con lui. Placavo in questo modo la mia inesorabile voglia di essere montata, di avere della carne dentro di me. Ma questo mi soddisfaceva solo in parte. Federico non è certo il tipo da appagare il mio desiderio di essere dominata da un maschio, soggiogata dal suo cazzo e dalla sua volontà, usata come una troia penetrata nel cervello prima che in ogni altro buco.

Una notte avevo persino concesso il mio sedere (cosa rarissima) al mio sempre più stupefatto fidanzato, chiedendogli con falsa pudicizia "Fede, ti va di prendermi dietro?", serrando i muscoli rettali per offrire alle sue spinte più integrità di quanto il mio orifizio sfondato dai tanti, troppi cazzi presi lì dentro dai miei amanti potesse mostrare. Esagerando i miei guati di dolore, deridendolo tra me e me quando avevo sentito la sua voce preoccupata domandarmi "tesoro, ti faccio male? vuoi che smetta?", e godendo di un orgasmo terribile provocato non dalla sensazione del caldo succo dei suoi coglioni che si svuotavano nel mio intestino ma del pensiero di Luca che mi inculava davanti alla finestra dell'aula costringendomi a guardare quel povero cornuto giù in strada che mi aspettava gonfio d'amore.

Mi ero sentita in colpa in quel momento, mentre il mio Federico mi accarezzava ansimando "amore, amore mio", mi ero sentita sprofondare nell'abisso della mia degradazione, della mia disonestà verso di lui, mi ero sentita la più maiala delle maiale, puttana.

Mentre si prendeva il mio culetto non avevo potuto fare a meno di pensare alle volte in cui altri uomini avevano finito per godere del mio accesso più stretto. Non tutti certo, ma almeno quelli che potevo relazionare a Federico, alla mia sottomissione verso di loro e all'umiliazione alla quale sottoponevo, oltre a me stessa, anche il mio povero fidanzato.

Non potevo non pensare, insomma, a quelli che mi avevano sodomizzata sapendo di farlo cornuto, e godendone pure.

Il primo era stato Flavio, un ragazzo con il quale avevo condiviso l'ultimo anno di liceo insieme proprio a Federico. Anzi, i due stavano proprio in classe insieme. Avevo ceduto alla corte del mio attuale fidanzato proprio alla fine delle superiori, lasciandomi conquistare dalla sua gentilezza, dai suoi modi pieni di affetto e rispetto nei miei confronti. Anche se la mia vera attrazione era per Flavio. Ora so che di lui mi colpiva la sfrontatezza, l'audacia. Che subivo senza saperlo la sua personalità dominante. Allora non ne ero consapevole.

- Francy, com'è che me stai sempre a guardà? - mi aveva chiesto improvvisamente un giorno.

- Io? Che dici? - avevo risposto in modo incerto. Ero stata scoperta. Da pochi giorni mi ero messa con Federico ma la mia attrazione verso Flavio non era scemata, non poteva scemare.

- Guarda Flavio che ti sbagliando - avevo risposto sempre più turbata. La sola idea che avesse potuto avere nei miei confronti un pensiero che avesse a che fare con il sesso mi stava facendo bagnare le mutandine.

- Da come sei diventata viola non mi sembra proprio - aveva replicato lui inchiodandomi con lo sguardo - non è che ti sei pentita di esserti messa con Federico e vuoi metterti con me?

- No... no che dici? Io voglio bene a Federico...

- Certo, certo... però vorresti metterti con me. Tu mi piaci, sei simpatica. Solo che per e stare con una ragazza significa avere un'intesa perfetta su tutto, e prima devo metterla un po' alla prova.

- Ma guarda che ti sbagli - avevo risposto sempre più agitata - no, Flavio davvero, io sto con Fede e ci sto benissimo... Cosa intendi con metterla alla prova?

Flavio aveva riso di fronte alla mia curiosità. Era già sicuro di avere vinto, così come io ero consapevole di avergli aperto la porta.

E la porta, quella di casa mia, gliela aprii davvero un pomeriggio di un giorno in cui sapevo che i miei sarebbero rientrati molto tardi. Mi aveva promesso che ci saremmo messi insieme se mi fossi lasciata scopare tutto il pomeriggio. Gli avevo detto di sì all'uscita della scuola mentre Federico si attardava a parlare con un professore. Gli avevo detto di sì ed ero tornata a casa di corsa, eludendo le attenzioni del mio fidanzato, trovando una scusa. Ero corsa in bagno a masturbarmi di fronte al pensiero del mio incontro carnale con Flavio. Non ero certo più vergine e sapevo cosa fosse il sesso e cosa sognassero i ragazzi. Ma non potevo sapere che Flavio mi avrebbe investita con tutta la sua irruenza sessuale.

Mi fece capire cosa volesse davvero dire farsi scopare la testa. Pompini ne avevo fatti, anche se ancora non avevo mai assaggiato il sapore dello sperma se non dalle mie dita. Flavio me lo mise in bocca e mi tirò la testa contro il suo pube, costringendomi ad allargare le fauci e piantandomelo in gola.

- Dio che bocchinara, che bocchinara - lo sentivo commentare mentre io stessa mi eccitavo al rumore dei miei risucchi e del mio fiato strozzato. Ero orgogliosa di sentirmi soffocare in quel modo da lui e per lui, volevo essere la sua bocchinara, lo volevo proprio.

- Ingoia, ingoia...! - rantolò mentre mi inondava la bocca del suo latte vischioso e le contrazioni della mia fica mi tormentavano di piacere.

Come promesso mi scopò a lungo e in tutte le posizioni, poi alla fine mi girò e senza tanti indugi provò a forzarmi l'ano.

- Che fai? - gli urlai con terrore.

- Ti inculo! - mi gridò sdraiandosi sopra di me e bloccandomi con il suo corpo - non sarà mica la prima volta, no?

E invece lo era! La prima volta tanto temuta ma anche fantasticata del mio buchetto.

Flavio mi violò armato solo della sua inesperienza, della sua pazza voglia e della sua foga di maschio giovane.

- Non l'ho mai.... AAAAAAAHHHHHH! - gridai.

Il suo cazzo era come se fosse un bastone rovente che mi gonfiava come non ero mai stata gonfiata, strappava e dilatava la mia carne. Avvertii distintamente la sensazione di lacerazione e rottura del mio sfintere, la perdita della mia seconda verginità. E da quel momento in poi diventai solo una diciottenne urlante che cercava di soffocare i suoi strilli mordendo il cuscino. Ma mi ero fatta un punto d'onore nell'impedirmi di supplicare basta e pietà. Mi ero illusa che quel supplizio potesse convincere Flavio a fare di me la sua ragazza.

Ma alla fine non andò così. Dopo essersi svuotato nelle mie viscere il ragazzo si riposò per qualche secondo sulla mia schiena, schiacciandomi sotto il suo peso. Eravamo entrambi distrutti e ansimanti, e io mi sentivo felice e al tempo stesso una stronza per il mio tradimento, per quello che avevo fatto e che mi ero lasciata fare.

- Non voglio stare con Federico, voglio essere la tua ragazza - gli avevo detto con un gemito ancora pieno di eccitazione e dolore.

- Tu sei scema, Francy - mi gelò dopo alcuni secondi di silenzio che aveva impiegato per rivestirsi - figurati se mi metto con una troia che si fa sverginare il culo così facilmente, giusto con quel coglione di Federico puoi stare.

Flavio uscì dalla mia stanza non prima di avermi assestato un violentissimo sculaccione. Una cosa che non provavo da quando ero bambina, anche se mai così forte.

Mi lasciò così così, annichilita e disperata, e tuttavia incapace di capire cosa fosse quel sottile piacere che sentivo farsi strada tra i dolori fiammeggianti del mio retto e delle mie natiche. Piansi lacrime amarissime per più di qualche giorno. Mi sentivo non solo una traditrice ma anche una irrimediabile puttana. Ma in fin dei conti devo ammettere che se sono quel che sono oggi, un po' - e forse più di un po' - lo devo anche a lui e all'eccitazione che quell'avermi fatto sentire traditrice e puttana mi aveva regalato. Anche se a causa della giovane età aveva probabilmente solo percepito più che compreso la mia natura di troia.

Il secondo uomo era stato frutto di un incontro che non posso fare altro che addebitare all'azienda di trasporti della capitale. Io e Federico stavamo insieme già da qualche anno e eravamo ormai prossimi alla laurea, entrambi. Non vivevamo ancora insieme, anche se lui aveva già cominciato a guadagnare qualcosa svolgendo dei lavoretti per degli studi legali. E' sempre stato molto bravo nel suo lavoro, e lo è ancora.

Eravamo su un autobus, oppressi e immobilizzati tra decine di corpi sudati, dentro un caldo devastante. Ero schiacciata contro di lui, ci scambiavamo caste effusioni. Carezze, qualche bacetto, nulla di più. Non è certo il tipo da lasciarsi andare a manifestazioni di passione improvvisa in pubblico. Per questo rimasi assolutamente senza fiato quando sentii delle dita abbrancarmi pesantemente un gluteo e poi rilasciarlo per passare a palmo aperto sul mio sederino.

Mi ci volle qualche istante per riprendermi e rendermi conto che quella mano non poteva essere di Federico. Non potevo voltarmi, incastrata com'ero. Intuivo alle mie spalle una figura imponente ma non potevo esserne certa, né tantomeno scorgerne il volto, ipotizzarne l'età. Il pensiero di uno sconosciuto che si fosse preso quella libertà mentre ero lì praticamente nelle braccia del mio fidanzato mi eccitò all'istante. La mano alle mie spalle prese coraggio e si intrufolò sotto la corta gonna che indossavo, indugiando sulle mutandine e scostandole infine di lato. Mi appoggiai a Federico ancora di più, più che altro per sorreggermi, le forze mi erano improvvisamente venute a mancare.

- Oddio, Fede... - sospirai quando sentii due dita cercare l'ingresso della mia vagina. Scivolavano facilmente, dovevo essere bagnata all'inverosimile.

- Hai caldo tesoro? - chiese Federico.

- Oddio...

Sì, avevo caldo. Più all'interno del mio corpo che all'esterno, ormai. Ma mi sentii raggelare quando, con le dita dello sconosciuto praticamente tutte dentro, sentii una voce sussurrarmi all'orecchio opposto a quello appoggiato sul petto di Federico:

- Toccami il cazzo...

La mia mano fu afferrata e condotta all'indietro dove, sotto la stoffa di un paio di pantaloni leggeri e di buona fattura, avvertii la presenza inequivocabile di un cazzo in piena erezione. Una scossa mi fulminò attraversandomi la spina dorsale. Brividi e contrazioni presero a squassarmi, quasi svenni quando sentii un altro dito, probabilmente un pollice, forzare la mia apertura anale. La mano di quell'uomo mi stava imponendo una doppia penetrazione e io ero incapace di reagire. Non volevo reagire! Tra i mille odori di un autobus mi parve di percepire con chiarezza quello del mio sesso gocciolante. Le gambe mi cedettero del tutto e tutto il mio peso si appoggiò a Federico, appoggiai la bocca al bavero della sua giacca sbavandoglielo.

- Oh santo cielo... - esalai.

- Coraggio siamo arrivati - mi rincuorò il mio fidanzato.

- Già... quasi arri...

Venni così, nello scossone rumoroso della frenata dell'autobus alla fermata, che almeno coprì il singhiozzo dentro il quale ero riuscita a reprimere il mio orgasmo. La mia mano che impugnava il cazzo dell'uomo fu riempita da un pezzo di carta, il mio orecchio da un altro sussurro:

- E' il mio numero, chiamami.

Scesi dall'autobus trascinata da una varia umanità e sorretta da Federico. Barcollante, feci scivolare il biglietto nella borsa cercando di controllare se le mie mutandine scomposte fossero sistemate in una maniera ancora abbastanza decente.

Quando ne ebbi l'occasione, recuperai il biglietto da visita dalla borsa per sapere almeno il nome dell'individuo che mi aveva fatto godere su un autobus affollato, mentre ero stretta a Federico. Ero decisa a buttarlo via subito dopo, naturalmente. Ma, come spesso capita, fu il caso a decidere per me. Scoprii che l'uomo era un commercialista e coincidenza volle che proprio in quei giorni il mio povero Federico fosse alla ricerca di un fiscalista per una complicata pratica di successione.

Lo contattai all'insaputa del mio fidanzato e lui mi fissò un appuntamento per il giorno successivo nel suo studio, a tarda ora. Prima non era possibile, mi disse.

Varcai la sua porta alle otto e mezza di sera. Era uno studio grande, di certo affollato da segretarie e collaboratori durante il giorno. Ma a quell'ora era deserto.

L'uomo era diverso da come me l'ero immaginato. Fisicamente non mi piaceva. Era grande e grosso, sovrappeso, con una calvizie incipiente. Non certo il mio tipo. Del resto, ero lì per Federico, per la sua eredità. Sapevo che quell'uomo aveva abusato di me sull'autobus, ammettevo a me stessa che la cosa mi era anche piaciuta e che il fatto di non avere opposto la benché minima resistenza non doveva farmi apparire ai suoi occhi proprio una verginella. Tuttavia speravo che anche lui si sentisse in dovere di risarcirmi in qualche modo per l'affronto che mi aveva costretto a subire. Inoltre non ero per nulla vestita in modo trasgressivo: un vestitino con dei motivi stampati e tendenti al blu piuttosto civettuolo ma senza essere volgare, nonostante la gonna un po' corta, che amo abbinare a delle calze autoreggenti azzurre, le adoro.

- Sì, penso che si possa fare qualcosa, anzi ne sono sicuro - mi disse dopo avere esaminato le carte.

- Sarà costoso? - chiesi preoccupata. Né io né Federico navigavamo nell'oro.

- Queste cose costano un po', sì - rispose prima di alzare gli occhi verso di me - ma penserò io a tutto, gratis. E questo sarà il secondo piacere che ti farò...

Rimasi un attimo senza capire, poi chiesi:

- Il secondo? Non mi dirà mica che il primo è stato quello sull'autobus...

Mi stavo arrabbiando, non potevo credere che quel commercialista potesse essere così cafone.

- Ma no, certo - disse lui sorridendo e alzandosi dalla scrivania - il primo è quello per cui sei venuta qui stasera.

Capii al volo e mi sentii avvampare, contrarre, bagnare. Quell'uomo non mi piaceva, ma il pensiero di quello che era stato capace di fare con il mio fidanzato a meno di mezzo metro da lui ebbe all'improvviso il sopravvento. Restai senza parole. Lui mi agguantò un braccio e mi tirò in piedi, piegandomi immediatamente dopo a novanta gradi sulla scrivania. Mi venne dietro e sentii il rumore di una zip che si abbassava.

- Te lo ricordi questo? - disse prendendomi la mano e portandola all'indietro come aveva fatto sull'autobus.

Tastai il suo cazzo già duro e subito dopo lo strinsi. Era caldo e grosso. La voglia mi bagnò le mutandine che lui immediatamente mi calò alle caviglie sollevandomi il vestitino.

Ero a sedere scoperto davanti a lui. Ero impaurita e rassegnata alla sua foia, ma anche incredibilmente eccitata dai suoi modi. La sua carne a contatto con la mia mi fece rabbrividire di desiderio. Lo sentii puntarla direttamente nel solco delle natiche e spingerla dentro senza indugio alcuno.

- Unf... Oh! Aaaaahhh.... Così mi inculi! Oddio! OOOOOOOH! - strillai sotto le sue botte dilanianti.

- Lo senti, eh? - chiese lui con la voce deformata dallo sforzo.

Cosa potevo dire, di no? Certo che lo sentivo. Tuttavia mi era impossibile rispondere in quel momento. Non ero preparata a farmi scopare in quel modo, non lo avevo nemmeno preso in considerazione. Passarono una decina di secondi durante i quali non capii più nulla, nemmeno se mi piacesse o meno quello che mi stava facendo. Il retto mi bruciava in modo assurdo, ma era tutto il mio corpo a essere avvolto da un calore assurdo. Ero sicuramente avvampata, sudavo e non facevo altro che strillare. Lui tuttavia continuava con le sue domande. E voleva le sue risposte.

- Lo senti, puttanella? Eh? Lo senti? Ti piace? - continuava a ripetere mentre mi scassava dietro con spinte ormai sempre più bestiali.

- Oooooh... sì... siiiiiiì! - gridai.

- Sì cosa, troia? COSA?

- Sì lo sentoooo... ooooooh... Mi fai maleeee!

- E ti piace? Eh troia, ti piace? DILLO! - mi ordinò.

- Siiiiiì.... Siiiiiiiiiiiiì... sì mi piace... mi sfondi... Oddiooooooo...

- Cosa ti piace? COSA? - ringhiò sfilando completamente la sua durezza dalle mie viscere e risbattendola immediatamente dentro con un colpo secco e violento.

- AAAAAAH! MI FAI MALEEEE!

- COSA TI PIACE PUTTANA? - insistette schioccandomi uno sculaccione fortissimo sulla natica che mi fece squagliare di piacere oltre che gridare per il nuovo dolore.

- Cosiiiiì.... Sì ti prego così! Mi piace... mi piace il tuo cazzo... mi piace farmi inculare!

- Scommetto che al tuo ragazzo non glielo dai il culo, eh? - domandò riprendendo a trivellarmi velocemente. Ero ormai aperta, lui faceva avanti e indietro a suo piacimento. E a mio piacimento. Mi sentivo come se avvolgessi interamente il suo uccello che sembrava volesse inchiodarmi alla scrivania.

- Noooo.... Al mio ragazzo noooo...

In quel momento avvertii una serie di ondate e di brividi che mi percorsero tutto il corpo, smisi di strillare e iniziai a rantolare sotto i suoi colpi che mi riempivano di sempre maggiore piacere.

A portarmi sull'orlo dell'orgasmo non fu solo il suo cazzo ma soprattutto la consapevolezza che quello che gli stavo dicendo era vero. Dopo la prima, acerba, esperienza con Flavio avevo continuato a tradire Federico con qualsiasi uomo mi piacesse e sapesse trattarmi in un certo modo. Mi eccitava incredibilmente mostrarmi disponibile e poi ritrarmi facendo la santarellina per poi essere travolta, umiliata, usata. Avevo scoperto che essere punita a suon di schiaffi sul sedere per quelle mie finte ritrosie mi faceva godere e che era quello il sottile piacere che avevo provato quando Flavio mi aveva sculacciata per poi abbandonarmi lì, nuda e con il culo appena rotto, a piangere sul mio letto. Avevo imparato a sprofondare nel delirio erotico che mi procurava il dominio del maschio attraverso la sodomia, riservando il mio culo a chi sapeva meritarselo soggiogandomi. E questi non poteva certo essere Federico.

- Non dai il culo al tuo fidanzato? - mi chiese ancora.

- Ah! Oddio.... Cazzo, mi rompi... no, a lui no... OOAH! ... lui non lo sa che sono una troia...

- Allora paghi con il culo i suoi debiti? - insistette con voce sempre più roca e concitata.

- Noooo... non... non lo faccio per lui...

- ALLORA PERCHE' LO FAI?

- Perché sono... ooooh... siiiiiì... perché.... sono... sono una puttana... mmm... mamma mia che cazzo... aaaah... AHIA! SONO SOLO UNA TROIAAAA!

- E lui è solo un cornuto... - commentò iniziando a spingere sempre più forte. Capii che anche lui era allo stremo.

- Sì è solo un cornuto... - grugnii - spingi, spingi dài, forte... sfondami, inculami, sbattimi dài... siiiiiiiì.... Siiiiiiiì... AAAAAAAAAH!

Venni un secondo dopo essermi sentita inondare l'intestino dal suo sperma. Il suo latte caldo lubrificava il suo trapano mentre il dolore delle sue dita strette sulle mie natiche amplificava il piacere. Quando uscii dallo studio pensai che la mia troiaggine aveva fatto un altro piccolo salto di qualità: presa e inculata senza indugi, usata e umiliata insieme al mio fidanzato, da un uomo che non mi piaceva e che si ripagava in questo modo una sua prestazione professionale. "Sono proprio una maiala lurida, povero Federico", pensai mentre camminando sul marciapiede il mio sedere appena trapanato continuava a inviarmi fitte inconfondibili di dolore e piacere.

Avevo continuato a vedere il commercialista per un paio di volte. Sempre nel suo studio, sempre con la scusa della pratica di successione, sempre a tarda sera e quando gli altri se ne erano andati. L'ultima fu la sera prima che lo arrestassero per frode fiscale. Fui sua ancora una volta, piegata a novanta con il suo cazzo piantato nel sedere, gridando e osservando le mie nocche diventare bianche nello sforzo di reggermi ai bordi della sua scrivania.

Un'altra scrivania alla quale mi ritrovai aggrappata, quasi un anno dopo, era stata quella del titolare dello studio in cui Federico aveva trovato lavoro.

Ero passata a trovarlo, era la prima volta che ci andavo. Lui mi presentò un po' esitante ai suoi colleghi più giovani che subito presero a farmi dei complimenti. Nulla di volgare, eppure la cosa mi metteva in imbarazzo.

Il nostro gruppetto si sciolse quando nella stanza delle riunioni in cui ci trovavamo apparve colui che indubbiamente doveva essere il capo. Un uomo alto, brizzolato, di una certa età, sulla sessantina, ben vestito. Emanava carisma e autorevolezza, ma anche severità.

- Vi ricordo che avete degli impegni di lavoro, signori - disse con un tono calmo ma che non ammetteva repliche - sapete tutti cosa mi aspetto da voi entro stasera. Non c'è tempo da perdere con le donnine.

Federico probabilmente avrebbe voluto vincere la sua timidezza e presentarmi, ma bastò un cenno del suo boss per indurlo a ritornare al lavoro dopo avermi rivolto un cenno di saluto fugace e imbarazzato.

Rimanemmo nel salone io e il titolare dello studio, l'avvocato Visconti, uno dei più famosi della capitale. Ricordai in quel momento di averlo visto più volte in televisione, anche ospite di programmi importanti. La sua espressione si era fatta se possibile ancora più severa, se possibile. Dopo essermi sentita definire una "donnina" da lui morivo di vergogna.

Quando fummo in corridoio immaginai che volesse accompagnarmi all'uscita, ma naturalmente sbagliavo. La sua voce mi colpì ancora una volta come una stilettata.

- Entri nella mia stanza per favore.

Lo seguii, lui richiuse la porta e si andò ad accomodare sulla poltrona dietro la sua scrivania. Io rimasi in piedi, piena di vergogna e senza sapere cosa fare.

- Senti, puttanella - esordì, e fu uno schiaffo - questo non è solo un luogo di lavoro, ma è uno studio legale serio e rispettato. Non è il posto per ragazze come te, soprattutto se si presentano vestite da troie.

Arrossii violentemente. Forse la gonna a metà coscia, forse la scollatura un po' accentuata, forse il rosso troppo acceso del vestito, forse le mie autoreggenti bianche... Tuttavia non mi sembrava proprio di essere vestita in modo indecente. Anche le mie tettine e i miei capezzoli, entrambi liberi quel giorno dalla costrizione del reggiseno, erano comunque ben celati sotto la stoffa.

Tuttavia andai completamente in confusione di fronte agli insulti di quell'uomo, non riuscivo ad articolare una risposta, temendo tra le altre cose di danneggiare Federico. Una confusione resa ancora maggiore dalle contrazioni che la mia vagina mi aveva regalato al suono delle parole "puttanella" e "troia".

- Io... mi dispiace... non sapevo, non è come crede... sono la ragazza di Federico... sono una brava ragazza... - provai a ribattere.

- Le brave ragazze non vengono qui vestite da puttane a farsi chiavare - rispose alzandosi dalla poltrona e parandosi davanti a me.

Sentii le gambe cedermi, non riuscivo a reagire a quegli insulti e al tempo stesso subivo la personalità di quell'uomo, il suo fare autoritario.

- Inginocchiati e tirami fuori il cazzo, succhialo - mi intimò.

- No, no la prego... io... può entrare qualcuno... - dissi. Come se il problema fosse davvero che potesse sorprenderci qualcuno e non la sua richiesta oscena.

- Qui dentro non entra nessuno se non voglio io - rispose con la sua voce profonda e ferma, poggiandomi la mano sopra la testa e spingendomi giù con una leggera pressione. Non aveva bisogno di usare la forza.

- No, davvero, la prego... - piagnucolai inginocchiandomi e tirandogli giù la zip dei pantaloni.

Continuai a frignare i miei deboli rifiuti fin quando il suo cazzo mi riempì la bocca. Lo spompinai e lo sentii crescere fino alla durezza massima. Occupava tutto lo spazio possibile. Sentii la mia fica aprirsi e reclamarlo. Mi scoprii assurdamente eccitata.

- La prego mi lasci andare non sono una... - lo implorai dopo essermi staccata un momento per riprendere fiato.

- Sì che lo sei - replicò lui - adesso alzati e piegati sulla scrivania.

Obbedii voltandogli le spalle per dirigermi verso la scrivania. Ormai colavo dentro il perizoma.

- Togliti questi stracci da troia.

La sua mano mi abbassò la lampo del vestito, che scivolò in terra. Mi piegai sulla scrivania non desiderando altro che prendere il suo cazzo, ma al tempo stesso desiderando di essere lasciata libera di scappare.

- Via le mutandine, zoccoletta.

Me le tolsi, restando esposta davanti a lui, aperta, pronta a essere montata. Lui mi posò la mano sulla schiena schiacciandomi ancora di più sul ripiano e mi infilzò con un colpo deciso, trovandomi già fradicia dei miei umori lubrificanti.

- Cosa sei? - mi chiese iniziando a spingere.

- Una troia? - piagnucolai ancora, di rimando. Cercando la sua approvazione.

- Brava - accondiscese lui.

- ... mmm - gemetti.

- Non fare rumore, zoccoletta, non dovrebbe essere difficile per una come te, vero?

Abbassai il volume dei miei mugolii e del mio ansimare, anche se avrei voluto urlargli di scoparmi come una mignotta, perché era quello che mi sentivo in quel momento e che, in definitiva, davvero sono. Per lunghi minuti si sentì solo lo sciacquettìo del suo cazzo dentro la mia fregna e lo sbattere delle sue cosce contro le mie chiappe. Ogni sua spinta non era solo una botta di cazzo, era una manifestazione di potere. Io pensavo a Federico ignaro di tutto in una stanza pochi metri più in là e misuravo la differenza tra lui e il suo boss.

- Sì... sì... così! - sussurrai quando sentii i brividi investirmi e l'orgasmo salire con le sue onde inesorabili - sì... ti prego...

Lui sembrò non interessarsi per nulla alle mie implorazioni e al mio piacere, sfilando il cazzo dalla mia intimità proprio mentre iniziavo a godere. Lo indirizzò qualche centimetro più sopra e mi inculò. Ormai concedevo senza problemi il sedere ai miei stalloni, mi piaceva da morire. Ma dovetti lo stesso mordermi le labbra per non urlare e dopo qualche istante mi abbandonai sulla scrivania lasciando che mi sodomizzasse fino al pieno soddisfacimento dei suoi bisogni di maschio dominante. Mi era perfettamente chiaro che non mi stava soltanto fottendo il mio buco più piccolo, quell'uomo stava esprimendo un possesso, mi stava marchiando e io sottostavo volentieri a quel piacere arroventato.

Dopo essersi scaricato dentro di me mi lasciò qualche secondo sfinita e tremante in quella posizione, poi sentii un rumore, quello tipico di una cinta che viene sfilata dai pantaloni. Immediatamente dopo il suono fortissimo di una cinghiata e un bruciore intensissimo e improvviso su una natica. Ancora una volta dovetti reprimere un urlo e mi costrinsi a uggiolare come una cagnetta. Iniziai a piangere silenziosamente.

- Non permetto a una troietta come te di darmi del tu, nemmeno se la sto scopando - mi disse.

Dai miei amanti mi sono sempre lasciata fare di tutto e una volta ho persino acconsentito a che un sadico si sfogasse colpendomi il sedere con cinque cinghiate fortissime. Un'esperienza che però non ho voluto più ripetere per il dolore che mi provocò. Quell'unico colpo tuttavia, nonostante il male insopportabile che mi provocò, ebbe il potere di risvegliare la mia eccitazione.

L'uomo si rimise a posto la cintura e mi afferrò per un braccio:

- Vieni puttanella, raccogli i tuoi stracci e mettiti sotto la scrivania.

Mi accovacciai nuda, con addosso le sole autoreggenti bianche, attendendo che riprendesse posto sulla sua poltrona.

- Chiamatemi Federico - lo udii dire probabilmente a un interfono. Poi la sua mano mi afferrò i capelli e mi costrinse la testa tra le sue gambe aperte.

- Adesso succhia, troietta, pulisci bene.

Lo imboccai e nello stesso tempo sentii Federico bussare alla porta, ci aveva messo meno di cinque secondi a arrivare!

- Mi ha chiamato?

- Senti ragazzo - prese a dire l'uomo usando pressappoco le stesse parole che aveva usato con me - volevo dirti che questo è uno studio serio, prestigioso. Tu hai avuto la fortuna di accedervi, non la buttare via.

- Cosa, avvocato? - lo sentii rispondere con una voce confusa - era chiaro che quell'uomo lo terrorizzava.

- Intendo dire che non è il caso che porti qui le tue zoccolette.

- Ma quella è la... - provò a interromperlo Federico.

- E' una troia, si vede anche da come si veste, ne convieni? - tagliò corto l'avvocato.

- Sì... sì... cioè... mi scusi avvocato, io davvero...

Non potevo credere alle mie orecchie. Non solo Federico non mi difendeva, ma accondiscendeva agli insulti del suo capo nei miei confronti nello stesso tempo in cui io, nascosta sotto la scrivania che per fortuna mi nascondeva agli occhi del mio fidanzato, gli stavo ripulendo il cazzo. Allo stesso tempo però proprio la sensazione di quel cazzo caldo e maturo che mi riempiva la bocca era fantastica. Sapori di sperma e di me si mischiavano. Non era per nulla sgradevole, nonostante fosse appena stato utilizzato per allargarmi l'intestino. Dai miei buchi spanati colavano umori e sborra, ma ciò che mi eccitava di più erano le parole di quell'uomo che ci umiliava entrambi.

- Non permetterti mai più di portare quella troietta da quattro soldi qui dentro, intesi?

Il cazzo dell'avvocato era nel frattempo ritornato duro e la mia opera di ripulitura si era in realtà trasformata in un pompino vero e proprio, anche se dovevo necessariamente fare in modo che i miei risucchi non provocassero rumori sospetti.

- Sì, avvocato - rispose Federico - non volevo... io...

- La tua vita privata non mi interessa, ma su certe cose è necessario andare subito in fondo! - esclamò il capo proprio nel momento in cui la sua mano spingeva la mia testa contro il ventre piantandomi il cazzo dritto in gola. Il mio strozzato gorgoglio fu però coperto dal suono dell'altra sua mano che sbatteva contro la scrivania e dal suo tono di voce che si era improvvisamente più alto e, così almeno mi parve per un attimo, più incrinato.

- Mi scusi, avvocato, non capisco... - rispose un sempre più confuso Federico.

- Voglio dire che la moralità dei comportamenti è importante, sia nella sfera sociale che in quella intima. Devi convincere quella troietta a cambiare o finirà per contagiare anche te, farà di te un depravato. E nessun depravato può farsi strada nella vita e trovare un posto nella società. Solo chi ha solide basi morali ci riesce, tu sei un ragazzo valido e sarebbe un peccato che ti perdessi per strada per colpa di una troietta senza talento alcuno. Vai ora, torna al lavoro.

- Sì signore, mi scusi ancora, non accadrà più - si congedò Federico chiudendo la porta alle sue spalle.

- A dire il vero un talento ce l'hai - disse l'avvocato quando fummo da soli.

Mi prese la testa tra le mani e iniziò a scoparmela con foga. Ormai il suo cazzo mi faceva gorgogliare a scena aperta e sbavare copiosamente. Lo sentii vibrare e schizzarmi la sua sborra in bocca, la bevvi con avidità. Mi sentivo completamente domata, piegata da quella personalità.

- Ora ringraziami - mi disse dopo avermi fatto ancora una volta pulire il cazzo e esserselo rimesso nei pantaloni.

- Grazie... - mormorai rimanendo a quattrozampe sulla moquette, ancora nuda eccezion fatta per le calze e con gli occhi abbassati in segno di sottomissione.

- Ringraziami per aver fatto capire a te e a quel cornuto di Federico chi sei veramente.

- Grazie... - ripetei sempre più in soggezione. Sapevo che entro pochi minuti sarei uscita da quella stanza ma non volevo, volevo restare lì. Era come sei quell'uomo mi avesse incatenata.

- Hai davvero capito chi sei?

- Una troia... solo una troia - risposi.

- Esatto.

- La prego, mi lasci essere la sua troia, lo voglio così tanto - implorai improvvisamente e senza pensare, spinta da un impulso irrefrenabile.

- Non essere stupida, zoccoletta, non potrai mai essere la mia troia, sei solo una vacca senza valore. Ma vedrai che qualche volta tornerai utile. Ora rivestiti e va' fuori dai coglioni.

Aveva ragione, non sono mai diventata l'amante dell'avvocato Visconti. E aveva anche ragione sul fatto che comunque, delle occasioni si sarebbero ripresentate.

Nei due anni successivi sono stata invitata alla cena natalizia del suo studio. Nella prima occasione - alla quale Federico mi aveva implorato di presentarmi quasi in abito monacale - bastò un solo cenno dell'avvocato per indurmi a seguirlo alla toilette del ristorante. Mentre mi alzavo, e senza che il mio fidanzato si accorgesse di nulla, intercettai le voci di altri due giovani di studio che avevano notato i miei movimenti.

- E' un'inaugurazione?

- No, credo che l'inaugurazione ci sia già stata, ricordi qualche mese fa?

- Ah, certo, come no...

Fui certa, a pelle, che parlassero di me. Dunque in quello studio tutti sapevano di come ero stata sottomessa quel pomeriggio in studio, di quanto fossi troia e di quanto Federico fosse cornuto.

Mi avviai alla toilette con la fica che pulsava e entrai nella parte riservata agli uomini. L'avvocato mi aspettava lì, con il cazzo già fuori dalla patta. Mi inginocchiai e gli feci un pompino magistrale prima di ritornare al tavolo e mischiare il sapore dello sperma con quello dello Chablis.

La seconda volta fu un po' più articolata. Federico alla fine della cena non si reggeva in piedi. Aveva bevuto troppo, o più probabilmente lo avevano fatto bere troppo. L'avvocato si offrì di riaccompagnarci a casa in macchina e il mio fidanzato si abbandonò sul sedile posteriore, addormentandosi rapidamente.

- Il cornuto già dorme? - mi chiese l'avvocato. Poi, senza attendere risposta, deviò il suo tragitto. In pochi minuti fummo sotto il suo studio.

Forte dell'esperienza dell'anno precedente, mi ero preparata. In realtà attendevo febbrilmente l'epilogo di quella serata che fino a quel momento mi aveva delusa. Oltre al cappotto, che comunque in auto non indossavo, portavo un vestito di lana lungo fino alle ginocchia, con delle autoreggenti dello stesso colore. Nere erano anche le mie ballerine. Sotto, però, non indossavo nulla. Da vera troia.

Quando salimmo in studio, dopo avere parcheggiato e lasciato il mio fidanzato a dormire in macchina, non perse tempo a spogliarmi, ma restò sorpreso a vedermi completamente nuda con le sole calze indosso.

- Zoccoletta eri e zoccoletta sei rimasta - commentò con un ghigno - fammi vedere di cosa sei capace, inizia tu.

Mi inginocchiai sul tappeto e gli liberai la nerchia, percorrendo l'asta e la cappella con dei bacetti leggeri e saggiando la consistenza dei suoi coglioni con la lingua prima di dedicarmi allo spompinamento vero e proprio. Non che intendessi rimanere incinta, ma l'idea che quell'uomo mi inseminasse - lui un capobranco, io solo una troia - mi provocava un brivido indescrivibile.

Ma non volevo farlo venire così, volevo farlo impazzire, volevo che si scatenasse su di me sottomettendomi e dominandomi come la prima volta.

Mi sollevai e mi sedetti sul divano modello Chesterfield aprendo oscenamente le cosce, mostrandogli la mia fica bene aperta e invitandolo ad avvicinarsi. Ma quando fu alla giusta distanza iniziai a lavorargli il cazzo con i miei piedini, accarezzandolo e serrandolo, scappucciandolo, sfiorando i coglioni, godendo di quei contatti duri e morbidi e del suo volto che esprimeva piacere.

- Sei davvero una troia coi fiocchi, ma ora basta, non abbiamo molto tempo e voglio scoparti. Girati.

Interruppi la mia opera con dispiacere, anche se il fatto che avesse ripreso così rapidamente il comando delle operazioni mi eccitava. Mi misi a pecora sul divano attendendo la penetrazione che non tardò molto ad arrivare. Mi fece letteralmente guaire di piacere, tanto era desiderata. Nel deserto dello studio potevo finalmente esprimere anche sonoramente quanto godessi a essere troia con lui.

Qualche minuto dopo, mentre l'avvocato mi alternava i suoi affondi di cazzo tra il mio buco davanti e quello di dietro, i miei gemiti furono sovrastati dalla sua voce sghignazzante:

- E pensare che quel cornuto un po' di tempo fa mi ha pure ringraziato per quel cazziatone sulla morale che gli ho fatto.... Ahahahahahah... Chissà se dorme ancora.

Il pensiero di Federico che dormiva in macchina mentre venivo pistonata dall'avvocato Visconti, o che addirittura si fosse svegliato chiedendosi come fosse arrivato fin là e dove fossi io, mi spinse improvvisamente verso l'orgasmo. Forse ancor di più di quel cazzo che mi gonfiava come una zampogna.

- Siiiiiì.... Siiiiiì la prego.... Cosiiiiiì.... Godo, godooooo...

- Lo sai perché godi, vero? - mi chiese iniziando a fottermi solo il culo.

- AAAAAAAHHHH SIIII'.... PERCHE' SONO UNA TROIAAAAAA-AAAAAAHHHH...

Quando tornammo in auto Federico dormiva ancora. Lui mi aveva costretta a uscire indossando solo il cappotto, restando nuda sotto. Il vestito lo usai per sedermici sopra e evitare in questo modo che la sborra che fuoriusciva dal mio retto gli macchiasse il sedile. Sempre dietro suo ordine.

Come vi ho detto, non sono mai diventata la sua amante. Lo so che mi considera una specie di escort, per certe serate particolari, ma questo mi eccita. E anzi a volte mi sorprendo a fantasticare di essere nello spogliatoio del suo circolo esclusivo e essere usata da lui e da altri uomini pieni di carisma come lui come una puttana pronta a soddisfare qualsiasi perversione. Aspetto con ansia che arrivi il prossimo Natale.

Ecco, sono questi i ricordi e le sensazioni che mi erano passati in carovana davanti agli occhi mentre Federico mi inculava, regalandomi una scia di emozioni fatte di rimorsi e eccitazione dovute alla consapevolezza di quanto fossi troia. Fatte di uomini che mi avevano sodomizzata sapendo di umiliare me e il mio ragazzo.

E tutto ciò, inevitabilmente, non aveva fatto che aumentare il mio desiderio per Luca che ormai si era fatto impellente e che ogni mattina dovevo reprimere.

Note finali:

ecco il proseguio della storia.. spero che vi piaccia, come sempre sono graditissimi complimenti, critiche, e suggerimenti al mio indirizzo francylamaiala@virgilio.it

quello che non sono graditi sono quelli che chiedono numeri di telefono foto video incontri ecc. ecc.