i racconti di Milu
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La calura è al momento quella che t’invoglia sospingendoti per cercare refrigerio nell’acqua della piscina, in questo canicolare e torrido pomeriggio soleggiato del mese d’agosto. Qui, quest’oggi, al villaggio dell’hotel c’è poca gente, dal momento che nemmeno le lucertole hanno la lusinga né la tentazione né la voglia di farsi scaldare. Ogni cosa oscilla e trema, si nota chiaramente nell’aria in controluce lo sfarfallio tipico di quei trentanove gradi di questo primo assolato e infuocato pomeriggio. In tal caso, che cosa ci faccio io qui? Non lo so di preciso, però io ne avevo voglia, punto e basta. Cupidigia, libidine, smania di sentirmi sudata, impazienza, nervosismo e voglia di quella gocciolina impertinente e presuntuosa che si forma sopra l’elastico dello slip del mio costume. Chissà.

La fibra di tessuto acrilico mi fa grondare, è preferibile il filato, stante che rifletto mi giro a pancia in giù, appoggio la guancia sull’asciugamano con l’ombra sottile del palmo della mano e osservo il movimento del bar. Non vedo bene, perché c’è troppa luce di riflesso per i miei occhi, però ti trovo ugualmente nel mezzo d’un gruppo di signore che ancheggiano e che sculettano smisuratamente per i miei gusti. Sono costumi e perfino atteggiamenti evidenti e smaccati, tuttavia tu giochi a farti sedurre, perché ti lasci accarezzare dai loro sguardi e le lasci fare, finché loro cercano un contatto che vorrebbe sembrare casuale, un innocente pretesto, eppure non lo è per niente. Io mi volto dall’altra parte, visto che la piscina è un vedere migliore, perlomeno mi regala una sensazione di freschezza.

Ho deciso, adesso faccio un tuffo, m’alzo come una dea stanca, però mi gira sempre un po’ la testa e ho anche una gran sete, mi dirigo là in maniera indolente e sciolta, dondolo concependo con la fantasia i tuoi occhi appoggiati a me che scandiscono il ritmo del mio passo. Impossibile non notare il mio costume rosso nel contrasto di quel colore azzurro della vasca. Io sono già abbronzata, sfioro l’acqua con un piede, indubbiamente l’ingresso sarà difficoltoso per chi come me predilige l’acqua calda dei mari del sud, sennonché poco per volta mi lascio andare al fresco e al brivido, divento più lucida e più concentrata, poi sparisco prima che la sensazione di contrasto tra la pelle e l’acqua mi faccia cambiare idea. Ormai sono dentro, adesso il più è fatto, nuoto lenta, inspiro, compio alcune bracciate, espiro e arrivo in fondo e m’aggrappo al bordo della piscina.

Le voci al momento si sono attenuate, o forse mi danno solamente meno fastidio, adesso le goccioline mi cadono dai capelli alle spalle. Sto bene, sto davvero bene, il mio cocktail è già sul bancone del bar. Goccioline di frescura ornano il bicchiere, eppure resisto a stento alla tentazione di lasciare l’ombra confortevole del porticato che costeggia la piscina. Io qui sto bene, non m’importa nulla dell’aria climatizzata che rinfresca gli ambienti lussuosi di questo villaggio, perché ho voglia di stare all’aria aperta, di lasciarmi dondolare dalla calura che annebbia perfino i contorni, dando a qualsiasi cosa un aspetto irreale è di gran lunga migliore, dato che persino il tempo sembra indebolirsi e rallentare. I sensi, anche quelli sopiti nella calura, visto che si può addirittura spegnere il cervello e rilassarsi, parlare di nulla in buona compagnia soprattutto femminile: sorrisi larghissimi e costumi ridotti che lasciano ben poco margine all’immaginazione. Già, l’immaginazione, vederti sdraiata languidamente al sole e accarezzarti con lo sguardo sulla tua pelle abbronzata, indugiando oziosamente fra le pieghe allusive e provocanti del tuo slip bagnato probabilmente di sudore.

Noto che in seguito ti rialzi, bruna statuaria e incurante dei miei occhi che ti strapperebbero quel nulla color del fuoco che indossi, il tuo passo adesso è un ondeggiare depravato e lascivo o almeno così mi sembra, mentre t’avvicini accidiosa e svogliata alla vasca, assaggi con la punta del piede la frescura dell’acqua, mentre io all’improvviso sento il bisogno di rinfrescare almeno la mia gola. Afferro celermente il mio bicchiere ghiacciato e t’osservo mentre ti concedi la delizia del fresco, t’immergi lentamente, poi emergi espirando dalla bocca. Guardo la tua bocca e le tue labbra, adesso non ho più sete, il mio bicchiere è in mano, intatto. Ho fame di te, delle tue labbra floride e polpose che vorrei mordere con le mie, leccando golosamente tutte le goccioline d’acqua e di sudore salata che le adornano come una primitiva corona. A dire il vero sei tu che io vorrei bere ingordamente con le mie labbra sulle tue labbra, fino a farti tremare di piacere, mugolare un desidero e infine gridare un orgasmo. Dopo scendo dallo sgabello e prima ancora di rendermene conto, le mie gambe hanno preso la direzione della vasca, io cammino deciso verso la meta e intanto mi delizio ancora a osservarti mentre nuoti, lenta e sicura come una divinità. Arriviamo quasi insieme al bordo opposto e qui mentre t’immergi per poi riaffiorare sistemandoti i capelli, io m’avvicino alla vasca, giacché tu sorpresa mi guardi materializzarmi nel caldo, a quel punto io ti sorrido con la mia espressione un po’ fanfarona e t’allungo il calice:

“Sei veramente un’autentica e genuina incantatrice, trovo che il cocktail ti piace ghiacciato”.

Io t’osservo controluce alla soglia di quei trentanove gradi. Il contrasto è netto, perché polverizza annichilendo gli attimi che uso per respirare adagio intanto che sono appoggiata al bordo blu della vasca. Guardo il tuo bicchiere, le goccioline al di fuori di esso sono intatte, in quanto non hai bevuto neppure un sorso. Forse lo hai portato proprio per me, io ti sorrido, giro la testa e osservo il bar. Le signore ben equipaggiate d’accessori attualmente ci guardano, forse aspettano che tu possa fare una brutta figura per poterti insultare, visto che lo hai appena fatto con loro abbandonandole al bar da sole, branco di femmine innaturali e sofisticate in cambio d’una sola maliarda con quel minuscolo costume dal colore rosso. No, io preferisco nettamente il gioco, assieme al più insinuante e al più lusinghiero dei sorrisi, perché in quel frangente ti costringo ad abbassarti, visto che di noi due vedranno solamente il profilo e sarà abbastanza chiaro e logico da non lasciare dubbi né equivoci:

“Quel cocktail non lo bevo, io sono allergica al rum, però vorrei del ghiaccio. Il tuo cubetto mi sembra troppo grande, tienilo in bocca un istante per me, perché con la fame che ti leggo negli occhi tu lo scioglierai in un attimo”.

Tu capisci il gioco e di questo andare decidi di starci. Bevi un sorso e fai scendere in bocca il ghiaccio, lo accarezzi un attimo con la lingua, poi con i gomiti appoggiati al bordo io mi sollevo verso di te con le goccioline che scendono lungo i tricipiti. Dopo m’avvicino quel tanto che basta per rubarti il cubetto dalla bocca con le mie labbra. Io indugio con il ghiaccio tra i denti, ti gironzolo attorno mentre respiri il profumo del mio abbronzante sul viso. Tu m’assecondi e m’incoraggi, stai per riprendermi dalla bocca ciò che resta del ghiaccio, ma nel calore della nostra astuta e sottile eccitazione, dato che si scioglie lasciandoci appesi a un bacio che non sappiamo se darci oppure no. Tu non te lo fai ripetere, m’agguanti il viso tra le mani, senti la guancia fresca, io scaldo i tuoi palmi. Tu mi guardi un attimo, dato che cerchi la conferma, però i miei occhi già te lo sussurrano prima della mia voce lieve:

“Sì, fallo, baciami”.

In quell’occasione tu m’assapori con quell’aroma sulle labbra, le tue calde, le mie freschissime, poiché è uno scambio di temperature sotto il sole arroventato e fumante d’agosto. Tu gironzoli appena, studi la mia bocca, perdi un po’ di tempo e mentre la lingua indugia sugli angoli, io ti mangio senza darti scampo. Bocca sulla bocca, adesso aperta per ingoiarti meglio, per arrivare nei punti meno accessibili e agibili. Questo non te lo aspettavi, ciononostante non ti trovo impreparato, perché tu affondi mordendo adagio, mi lasci il profumo della fragola sulla lingua e mentre proseguiamo il nostro gioco, attualmente lo sbalordimento e lo stupore hanno riempito i bicchieri giù al bar:

“Secondo me stiamo diffondendo e provocando un bella e inusuale esibizione” - ti manifesto io, nel momento in cui continuo a infilarmi e a liberarmi dalle tue labbra.

“Una rappresentazione però niente male direi, non trovi?” - esordisci tu nel mentre.

Nel tempo in cui lo sussurri piano, tu m’afferri e con un gesto rapido mi estrai dalla vasca, mi prendi in braccio, io sono scalza e il contorno della piscina è ustionante, così tra le tue braccia mi porti fino all’asciugamano, m’adagi di sopra e con la salvietta rossa come il costume asciughi le goccioline che giocano a rincorrersi lungo il mio corpo, dopo le assorbi lievemente ritardando quel tanto che basta lungo i posti meno leciti e accessibili. Successivamente ti sistemi sotto l’ombrellone lasciandomi al sole come una lucertola bisognevole di calore:

“Ci stanno ancora guardando? Dai un’occhiata”.

Tu cerchi distrattamente il bar e osservi trattenendo a stento una risatina maligna e perfida, con le facce sbalordite e sbigottite di quelli che sono rimasti a guardare la scena:

“Direi proprio di sì” - è la tua risposta maliziosa e scaltra, visto che in questo modo furbizia risponde a provocazione:

“Facciamoli impazzire, dai. Adesso spalmami tutta con l’olio. Su, falle diventare matte, così stasera avrai la fila davanti alla porta”.

“Belinda, ma tu sei veramente tremenda” - ti spiffero io in modo incuriosito.

“Hai cominciato tu, non ricordi?” - ribatti tu fermamente.

Io ti sorrido, mentre le tue mani raccolgono l’olio di cocco. Le mani lucide nel bagliore del sole scivolano sulla pelle con modo di fare furbesco e marpione, dato che aprono, distendono e squarciano le fantasie di quelle signore accalorate, curiose e indiscrete all’ombra del bar.

Un sorriso appena accennato accarezza le palpebre, calate sull’immagine di te che mi profumi la pelle con quell’olio, per il fatto che ha la fragranza inconfondibile e unica di quelle terre lontane e nel tempo stesso ricercate terre tropicali.

{Idraulico anno 1999}