i racconti di Milu
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Marina non avrebbe fatto una piega dal momento che non si sarebbe neppure spostata, se le porte dell’autobus non si fossero aperte proprio in quel momento, facendo sì che quel manifesto attrito del passeggero dietro di lei si convertisse in un poderoso appoggio della cavità pelvica, giacché quell’azione la scaraventò fuori dalla vettura catapultandola in conclusione carponi per terra sull’asfalto. Il vigile quando l’autobus ripartì, prima ancora che lei potesse alzarsi, la trovò con le chiappe per aria sentendo distintamente il cazzo agitarsi freneticamente nelle mutande alla vista dei bei glutei che Marina metteva in mostra, abbondante e per di più sferico come un’anguria matura in piena estate:

“Ehi Marina, adesso vengo a prendermelo quel magnifico sedere, visto che me lo offri così impudentemente” - fu il deprecabile commento da inurbano e screanzato individuo qual era che gli fuoriuscì dalla bocca.

“Garantito, sì, coraggio, nessuna sciagura, perché io il culo te lo concedo, soltanto però che tu con la palese miseria che possiedi e con quell’irrilevante pochezza che hai nelle mutande non sai nemmeno che cosa potrai farci”.

Marina infuriata si sollevò da terra e perdendo le staffe allungò il dito medio della mano a pugno verso il vigile spedendolo rudemente al diavolo, che tra l’altro con moglie e figli al seguito doveva ancora meticolosamente apprendere come tenere adeguatamente a bada la lingua in bocca, per il fatto che si esprimeva in modo deplorevole e inqualificabile in presenza dei suoi congiunti. Al piccolo supermercato dove lavorava da cassiera quante ne aveva sentite su quel vigile e la sua amante, la giornalaia per la precisione, visto che non aveva neanche la decenza né la discrezione di tenere le cose segrete sbandierandole qua e là. Nella caduta si era sfilata la calza, in quanto si sarebbe cambiata nello stanzino del supermercato, malgrado ciò non poté fare a meno d’ingiuriare e di maledire:

“Buongiorno Marina, che cosa ti è capitato? Sei caduta?” - le domandò Gino del Bar dell’Angolo sporgendosi speditamente sulla porta:

“Buongiorno Gino, quegli stronzi mi hanno spinto”.

La faccenda non si era svolta propriamente in tal modo, perché era stata solamente una svista del passeggero dietro di lei, che ci aveva preso gusto a premerle contro l’erezione avendo beccato proprio il momento giusto per darle la mazzata finale. Marina non ci faceva più caso, in quanto era un avvenimento quotidiano sull’autobus numero sedici che lei stessa utilizzava per andare al lavoro, dal momento che sapeva già come facevano, poiché spintonavano un po’ alla prima curva utile sostenendo oh, mi scusi signora, collocandosi in ultimo a un filo dalle sue chiappe e isolato dopo isolato, dopo una frenata e un’accelerata, si facevano vivi sul più bello accanto al suo sedere annunciando i loro abituali, laconici e stringati commenti. Marina sennonché non diceva nulla, tanto di più non potevano ottenere, perché l’unica cosa che realmente l’infastidiva urtandola oltremodo, era quando estraevano il cazzo dai pantaloni e le insozzavano la gonna di sperma, quei luridi e scostumati individui. Gino aveva capito tutto e rideva sotto i baffi, ogni volta che scendeva dall’autobus aggiustandosi la gonna, mentre il garzone del bar le passò accanto canticchiando:

“Oh mia bella mora, no, non mi lasciare, non mi devi rovinare” - più puntuale d’un orologio di contrabbando, deridendola e intonando la celebre canzone di Rocco Granata, Marina per l’appunto.

“Marina mia bella, quand’è che vieni assieme a me per una pizza?”.

“Franco, tu sei tanto caro, uno di questi giorni ci andremo insieme per mangiarcela. Ti chiamerò io, adesso devo andare, perché sono già in ritardo”.

Lei sgusciò via con tutta la buona grazia dei suoi dieci chili di troppo, ben posizionati sul busto e sulle terga, intanto che Gino rispedì Franco nel bar con una pacca sulla spalla sbottando e sfogandosi in modo disciplinato e rassegnato:

“Lasciala in pace, perché il prezioso e l’unico tipo d’uccello che l’incanta veramente è solamente la fica” - aveva espresso in maniera accomodante e rinunciataria.

Franco non era però del tutto persuaso, dato che l’avrebbe portata fuori una sera e se “palo” doveva prendere, “palo” avrebbe di certo acciuffato. Quando Marina entrò nello sgabuzzino del supermercato Cecilia si stava cambiando davanti allo specchio:

“Buongiorno Cecilia”.

“Buongiorno Marina, hai visto che genere di tette che mi sono venute?” - sembro una vacca”.

Marina guardò le tette di Cecilia, giacché ormai le conosceva a memoria, perché tante volte le aveva esaminate e pesate con lo sguardo, palpate con la fantasia e gli sembrò che non ci fosse niente di nuovo né di strano.

“Cecilia, non sei neanche al quarto mese di gravidanza, ma è ovvio che ti sono cresciute. Non puoi fare tutte queste mosse già adesso, che cosa dice Franco?”.

“E che cosa deve dire? Niente, non mi guarda né mi considera più, ogni tanto mi dà qualche colpo giusto per il contentino, un paio di su e giù, fa il suo schizzo e dopo s’addormenta”.

Marina era segretamente contenta, chiaramente soddisfatta che Franco non la toccasse più di tanto, perché era gelosa e tormentata della sua Cecilia, dato che il marito la trascurava infischiandosene, giacché fino alla fine non avrebbe avuto problemi nel farle capire che non esisteva soltanto il cazzo. Era vero, Marina adorava le femmine e pure da tanto tempo, perché esultava e godeva negli spogliatoi della palestra, quando giocava a ribadire “io le ho più grosse” con le amichette di scuola e sbagliava di proposito, quando doveva dare un bacio sulla guancia per darlo sulla bocca. In quel periodo qualcheduno nel quartiere aveva già acutamente indovinato e intelligentemente previsto le sue intrinseche inclinazioni sessuali, per gli altri individui invece era la solita bella Marina, emblema, femmina e personificazione da scopare con l’aspetto da seducente donna mediterranea, con le sue tette da quinta misura, le cosce piene e il sedere tondo che dava soltanto se le garbava, a ogni buon conto non si sapeva con esattezza a chi. Marina faceva finta di nulla, rispondeva a tono per chi ci provava, eppure non gl’importava degli altri, come quello dell’autobus, dato che gli faceva fare quelle cose di continuo per confondere un po’ le acque. Quelle persone che già lo sapevano se volevano la chiamavano a casa invitandola per prendere un caffè e gliel’offrivano con tanti complimenti nella stanza da letto, sulla piazza del cornuto assente. Cecilia, invero, non l’aveva ancora toccata, perché voleva entrare in confidenza e con un pizzico d’orgoglio anelava che fosse anche l’altra ad avvicinarsi:

“Cecilia, c’è una cosa che m’assilla, toglimi una curiosità? Ogni tanto glielo fai un pompino a tuo marito?”.

A ben vedere, sembrava che volesse autopunirsi facendosi disinteressatamente e gratuitamente del male. Doveva pur sapere che tipo di femmina era Cecilia a letto, se era disinibita o no, frigida oppure zoccola.

“Ma sì, certo, solamente che ho la bocca piccola e non è che mi viene così bene. Ho paura di soffocarmi, da quella volta che m’andò di traverso la gomma, da allora sto sempre attenta su che cosa devo ingoiare”.

“Madonna mia, cosa mi dici? Franco ce l’ha così grosso?”.

“Il suo cazzo è normale, non è esagerato, che cosa pensi? Io preferisco leccare, sono brava con la lingua, anche con la bocca piccola che mi ritrovo”.

Marina se l’immaginava la bocca di Cecilia sulla sua fica bagnata a far vedere quanto era brava, per il fatto che attualmente dentro le mutande era diventata un lago sentendo quelle frasi pregustandosi quello scenario.

“Sai una cosa? Tu hai una bocca da fica più che da cazzo”. Cecilia la guardò con gli occhi sbarrati in modo sbigottito. Aveva capito bene? Stava forse uscendo di senno? Era già tutto predisposto?

“Non farci caso, parlavo tra me e me. Dai, andiamo a lavorare adesso, perché se arriva Piero ci rompe assillandoci senza sosta” - obiettò celermente Marina, rimanendo vaga su quell’opinione appena espressa.

Cecilia uscì dallo sgabuzzino ancheggiando con il sedere davanti allo sguardo di Marina, un ultimo sguardo nello specchio per legarsi i capelli ricci sulla nuca sotto il berrettino, per vedere se erano aumentate le lentiggini, seguendola in ultimo fino alle casse. Neanche aveva deposto i tutti i suoi cuscinetti sulla sedia che già Sandra le stava dietro le costole:

“Marina gradisci un caffè? Te lo prendo io al bar”.

Sandra era esile e piccolina, premurosa e servizievole come un cagnetto, questo atteggiamento la fece arrabbiare perché invece di lavorare stava sempre a servirla e riverirla. Lei era un bocconcino fresco, appena vent’anni d’età sia d’energia quanto di spensieratezza contro i suoi trentacinque d’età, però non capiva quando era il momento di finirla:

“E’ meglio che tu vada al banco della frutta, perché se Piero ci scopre s’arrabbia di certo. Adesso va’, poi ti chiamerò io”.

Sandra con un’espressione abbattuta e avvilita, finalmente s’allontanò, Cecilia in quella circostanza si sentì un po’ in pena per lei:

“Come la tratti male, quella figliola vuole solamente essere gentile. Ti vuole un bene, poi sei brava con i ragazzi”. Molto di più con le ragazze, questo pensò Marina, malgrado ciò non disse niente, perché stavano già arrivando i primi clienti.

Quella che ne seguì fu una mattinata tranquilla, poiché non c’era tanta gente e neanche il pomeriggio avevano faticato tanto, contando e selezionando quelle noiose e numerosissime monetine alle casse. Era quasi l’ora di chiusura e Cecilia nel camice azzurro che portava sull’intimo era più attraente del solito, perché dal commento che ne scaturì quella mattina Marina non poté fare a meno di guardarle le tette, che fuoriuscivano in maniera vistosa dalla scollatura come le montagne del McDonald, facendole venire voglia d’analizzarle e d’esaminarle con le mani. Un ricciolo di capelli neri le era caduto dal berretto fino a scivolarle sul collo, lei era così desiderabile che bisognava fare qualcosa. Intanto Sandra era al bancone della frutta, Germano dei salumi era andato in farmacia e Piero il proprietario non usciva mai dal suo ufficio, dal momento che quando non c’era non se ne accorgeva nessuno:

“Cecilia, ci hai fatto caso? Che cos’era quel rumore?” - esclamò all’improvviso.

“Quale rumore, io non ho sentito niente”.

“Veniva dallo sgabuzzino, sembrava come se ci fosse qualcuno, come quella volta che Germano perse le chiavi ed entrò dalla finestra, dai andiamo a vedere”.

Cecilia era ancora diffidente e dubbiosa, dato che lei non aveva udito proprio niente.

“Marina, ascolta, non possiamo allontanarci tutte e due dalla cassa”.

“Dai, non fare la fifona, andiamo a vedere, tanto non viene nessuno. Alla cassa ci mando Sandra”. L’afferrò per mano e la condusse verso lo sgabuzzino.

“Pino, va’ alla cassa per un momento, perché io e Cecilia dobbiamo andare nello sgabuzzino”. Sandra non era per niente scema, conosceva Marina, in quanto sapeva che da mesi seguiva Cecilia perché se la voleva scopare.

“Non posso muovermi da qua, va’ tu da sola e manda Cecilia alla cassa”.

Marina che aveva un gran caratterino andò dritta dietro il bancone intimandole tra i denti di non fare la stronza e di recarsi alla cassa. Gli occhi di brace di Marina erano palesemente efficaci ed eloquenti, Sandra andò sbuffando verso le casse sbraitando:

“Va bene, ma fate presto, perché io con gli euro non sono tanto capace”. Finalmente Marina riuscì a portare Cecilia nello sgabuzzino.

“Qua dentro non c’è nessuno” - disse subito Cecilia.

“Che strano, mi era sembrato d’aver sentito qualcosa. Attenta alla sedia Cecilia altrimenti cadi”.

La sedia era lontana più d’un metro, eppure era l’occasione giusta e propizia per abbracciarla fingendo di sostenerla. In tal modo rimasero là ridendo come due sceme per lo spavento, abbracciate e strette come se dovessero ballare un ballo lento:

“Avevi ragione tu Cecilia, adesso le sento eccome, le tue bocce sono cresciute”.

“Dai, che cosa dici”.

Cecilia era imbarazzata, non si scioglieva dall’abbraccio, forse perché Franco da quando si erano sposati aveva perso quest’abitudine e Marina robusta com’era le dava una dolce sensazione di protezione. Avvertiva le sue labbra carnose poggiate leggermente sul collo e si sentiva un po’ scema all’idea di essere così a stretto contatto, da desiderare che diventasse un bacio Già che c’era però poteva approfittare dell’amicizia della sua collega per dolersi e per lagnarsi un po’, ottenendo in tale maniera qualche complimento:

“Sono diventata deforme e inappropriata, mi sento orrenda”.

Marina la scostò da sé per guardarla. Cecilia sapeva d’essere una bella donna con quei capelli lunghi e neri, similmente nello stile di Mariagrazia Cucinotta legati sotto il berretto e il suo corpo ben proporzionato, che nulla aveva perso nei primi mesi della gravidanza, perché attirava lusingando ancora alla sua cassa la maggior parte degli uomini del quartiere, anche se lei era sempre stata fedele al marito, da quando appena due anni prima lo aveva sposato. Prima però, qualche cornetto mirato indirizzato verso Franco aveva avuto occasione di metterglielo.

“Non è vero che sei antiestetica e malfatta, viceversa, sei molto attraente” - così dicendo Marina le aprì il camice.

“Sei perfetta” - accarezzandole adagio la pelle che sfuggiva al reggiseno, fino a riempirsene le mani.

Tirò giù il tessuto fino a scoprirle i capezzoli che con grande imbarazzo della loro proprietaria, si ergevano eccitati verso di lei adulandoli poi con i pollici. Non era quello che Cecilia si era aspettata, perché cercava solamente po’ d’attenzione e adesso per quelle carezze non voleva neanche dirle di smettere. Allora le voci che c’erano in giro su Marina erano vere, poiché era lesbica, le piacevano le femmine, in quanto non aveva mai voluto crederci e adesso Marina le stava succhiando il seno scoperto, con grande abilità e competenza. Cecilia era lusingata e sedotta dalle sue attenzioni, in quanto la lasciava fare, ripetendosi che ci stava soltanto un altro pochino, dato che ogni tanto le tornava in mente la circostanza che lei era una donna sposata, che stava per mettere al mondo un figlio, poiché se l’avessero beccata a fare delle porcate con Marina che cosa gli avrebbero raccontato in conclusione al figlio a scuola? Che vergogna, che sconcezza e soprattutto che imbarazzo.

“Dai, Marina no, piantiamola. Se arrivasse Piero?”.

“Credo che se ci vedrà così ci darà l’aumento. Lo sai che se ci vede gli si drizza il cazzo? Che cosa credi, che quando resta da solo nel suo ufficio non s’intrattiene là dentro toccandosi il cazzo e pensando a noi?

Cecilia non poteva proprio controbattere né rimbeccare per questo bizzarro evento.

“Lasciami fare, dai, vedrai che poi ti piacerà. Vedi, hai già le ginocchia deboli. Adesso ti metto una mano nelle mutande così come fa’ Franco con te. Ora sta’ buona che faccio tutto io”.

Così dicendo le infilò una mano tra l’elastico delle mutandine e la peluria già umida, agguantando fra le dita il clitoride gonfio e sfottendola un poco. Sotto le dita la carne di Cecilia era cedevole e molle, piacevolmente diversa dalle fiche delle altre signore con cui Marina era stata e così doveva essere. Delicatamente s’immerse in quell’umidore facendole emettere un grido di meraviglia, dato che una fragranza dolciastra le arrivò alle narici attirandola come una calamita e infervorandola. Emozionata come la prima volta che l’insegnante d’italiano le aveva insegnato come leccare la fica, Marina tirò giù l’elastico delle mutandine di Cecilia che le incorniciavano il ventre come un quadro e chinò il suo volto lentigginoso lambendo i dolci fluidi della sua amica:

“Oh sì, che bello Marina, Franco questo non me l’ha mai fatto”.

“Zitta, lo so, perché pochi uomini sanno come si esegue sul serio, parecchi maschi non si applicano”.

Lei continuava a passarle la lingua tra le labbra aperte infilandola ogni tanto nella fica dilatata mentre le teneva i glutei, in seguito con le mani avvicinava la fica di Cecilia alla bocca come una coppa di vino, poiché di nettare comunque si trattava, per nulla d’altro canto, perché sembrava di trangugiare dai barattoli delle pesche sciroppate il liquido denso in cui galleggiano i frutti lisci come le cosce di Cecilia. Sembrava di mettere la faccia nelle foglie dell’insalata riccia fresca e di leccare via la salsa da là sotto. Di più, per il fatto che sembrava uno di quei prodotti costosi che non si mangiano tutti i giorni, ma di quelle prelibatezze che si possono trovare nei periodi delle feste che ti piacciono un sacco, però non sai come si chiamano. Questo, adesso era il gusto di quella femmina aperta sui pelati, dal momento che se avesse avuto un apriscatole ne avrebbe inserito uno cedevole e succoso nella sua apertura, tenendolo per i denti e poi lo avrebbe mangiato. Che cos’aveva lì a disposizione? Sacchi di patate, qualche vecchio panettone avanzato dal Natale precedente, alcune bottiglie di vino e delle lattine d’olio. L’olio sarebbe servito per la prossima volta, quando avrebbe portato una banana o un qualcosa d’altro per metterglielo dentro, in fica per ora, poiché per il sedere era presto. Sentiva che Franco il didietro non lo aveva ancora violato, in quanto quel pertugio era così chiuso sotto quelle dita che provavano a introdursi all’interno. Cecilia frattanto bagnata e tremante stava godendo senza contenere più i gemiti, in tal modo Marina fu costretta a metterle una mano sulla bocca per farla tacere:

“Zitta, speriamo che non arrivi Piero” - le intimò facendola ridere.

“Spassatela pure, dimmi intanto una cosa? Chi glielo fa il pompino a Piero per non farti licenziare se tu sei sposata? Marina glielo deve fare?”.

La volta scorsa Piero aveva beccato Sandra che si faceva un ditalino lento dietro il bancone e lei aveva cercato d’intercedere, accettando di fargli un gustoso pompino sotto la scrivania a quel cazzo grasso e corto. Cecilia si richiuse il camice diventando rossa come un peperone e si riaggiustò frettolosamente i capelli:

“Marina”.

“Zitta, non dire niente, lo so che sei sposata. Pensaci però, se ti va fammi sapere, altrimenti non succede nulla, perché non me la prendo. Siamo ancora amiche, adesso va’ che ti raggiungo tra un attimo perché devo aggiustarmi il trucco”.

Marina pressappoco la cacciò, poiché aveva paura che si pentisse, che dicesse qualche cosa che la facesse sentire una zoccola, mentre lei era ancora tutta agitata e contenta, in quanto non vedeva l’ora che Cecilia tornasse a chiederle di farlo ancora:

“Cecilia è bella. Ti piace molto, vero?”.

Sandra era entrata nello sgabuzzino in silenzio con gli occhi lucidi e le labbra imbronciate. Sandra non era brutta, solamente un po’ troppo secca, troppo piallata, per il fatto che aveva i seni schiacciati sotto il grembiule azzurrino e il sedere piccolo e sodo. Di contro era abbastanza giovane, era meglio che si fosse trovata un bravo giovane da sposare, piuttosto che intavolare vivendo una doppia vita. Lei però non era così perseverante né resistente d’accumulare e da immagazzinare i pettegolezzi delle malelingue e fregarsene:

“Che cosa dici, invece è bella. Anche tu però non sei malaccio”.

“No, lo so che non sono graziosa né seducente. Mi vuoi almeno bene?”.

Marina era commossa, quella figlia era così bisognosa d’affetto e carente d’attenzioni con quella famiglia che si ritrovava, in quanto non la degnavano d’uno sguardo nemmeno a pagarla, perciò le fece una carezza.

“Sì, ma certo che ti voglio bene mia piccola. Vieni qua che ti do un bacio”.

Le labbra di Sandra erano morbide e avevano la fragranza della susina che si era chiaramente ficcata in bocca di nascosto.

“Marina senti una cosa, io ho pensato a te, perché sarebbe bello essere unite dallo stesso cazzo, come un uomo che ci scopa tutte e due insieme. Sarebbe bello, non trovi?”. Sandra la guardava con speranza, che cosa gli era venuto in mente a quella disgraziata?

“Vedi che cos’ho trovato tra la frutta? Era la più grossa, la più lunga e ho pensato a te, così l’ho nascosta sotto il grembiule”.

Così dicendo tirò fuori una zucchina incredibilmente lunga e grossa, Marina capì dove la ragazza volesse andare a parare, lei sospirò sorridendole in modo rassicurante e risollevante.

“Va bene, lo faremo. Dopo però, appena se ne andranno via tutti, perché adesso dobbiamo tornare a lavorare”.

“Hai promesso Marina, lo sai questo vero?”.

“Promesso”.

Le allacciò la vita sottile conducendola fuori dallo sgabuzzino, si voltò indietro soltanto un attimo per guardare la cassa dei pelati dove si era sdraiata Cecilia. Si portò le dita al naso annusandone l’odore dolce e frattanto sorrise allietata, pensando a quei lunghi pomeriggi d’inverno che non passavano mai.

{Idraulico anno 1999}