i racconti di Milu
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Io ero appena tornato a casa e mi rifugiai rapidamente nella mia stanza, per il fatto che non avevo nessuna voglia d’incontrare né d’ottenere approvazioni da parte dei servi. In quel preciso istante, infatti, ne fui persino entusiasta che nessuno di loro s’intrattenesse davanti al percorso che dall’atrio conduceva alle altre stanze. In quell’esatto momento io li avrei cacciati in malo modo, se soltanto li avessi incontrati o loro m’avessero richiesto la più incolore e insignificante delle domande.

Per prima cosa mi lavai il viso, ero sufficientemente sudato, in quanto avevo camminato velocemente e in modo nervoso in quella calura dell’estate che s’avvicinava in maniera accanita e caparbia, donando ai marmi dei palazzi quella luce di ghiaccio. A quel punto gettai la veste per terra e versai dell’acqua nella bacinella di rame che adopero per i lavaggi, anche se di solito era Lea a prendersi cura e riguardo di quest’incombenza. La vecchia serva usava tessuti morbidi e spugne dei mari per detergere la stanchezza e allontanare il sudore dal mio corpo e dal mio viso, eppure in quel momento non avevo voglia di vedere nemmeno lei, la più affezionata, devota e fidata, lei che da sempre era ospite nella mia casa e costantemente al mio servizio, in quel modo mi presi cura da solo della faccenda, in quanto non ero più avvezzo da qualche tempo, vale a dire di me stesso.

Mi versai da solo l’acqua con un mestolo lungo la schiena e sul petto ed ebbi un istantaneo refrigerio dell’acqua fresca spillata dall’orcio di terracotta, che ne conservava la temperatura sempre costante e gradevole anche nelle giornate più afose dell’estate, successivamente m’asciugai il sudore da quella persistente canicola con un asciugamano e portai addosso una vecchia veste, una di quelle che più di tutte mi era gradita e che preferivo in special modo, carica e impregnata di ricordi, di memorie, di contese e di giornate interminabili, ormai purtroppo deteriorata per essere adeguatamente indossata senz’essere catalogato né marcato come un miserabile e squattrinato individuo nella vita pubblica, però che io l’amavo per la sua vita e per le sue ferite ben impresse inflitte da un’esistenza costante, lunga e peraltro assai vissuta.

Io al momento non ero più accaldato dopo il beneficio dell’acqua sulle carni, ma dentro di me ancora bollivo e fremevo di continuo. Lei lo aveva fatto nel modo più arrogante e vigliacco mandando un servo che gli era stato lasciato per le incombenze della casa, insieme alla casa stessa nel suo soggiorno abituale. Io conoscevo bene il servo e vedendolo arrivare rimasi in attesa che mi portasse una lettera con le condizioni e il prezzo del riscatto, o almeno che a voce mi portasse la risposta che attendevo, magari rinviando a un successivo incontro per la definizione finale della transazione, invece no. L’esclusiva informazione che bisognava svelarmi sarebbe stata una notizia d’una futura adunata a casa di entrambi, senza peraltro citare nessun accenno a ciò che io attendevo e cercavo di sapere con comprensibile e incontrastabile angustia.

Per questo motivo, infatti, arrivai a casa di Ernesto abbastanza agitato, camminai velocemente e teso con i pensieri che frullavano di continuo, dato che all’entrata mi resi ben presto conto che le mie vesti erano incollate alla pelle e zuppe di sudore, sulla schiena, ai fianchi e sotto le braccia. Io avevo i muscoli delle braccia così tesi, seppure inconsciamente da provarne dolore. Il messaggero dell’adunata m’aveva scortato in realtà con enorme difficoltà, giacché era un veterano dal passo indeciso e insicuro, su quelle vie di quell’agglomerato ogni volta meno rifinite e ormai sconnesse, rovinate irrimediabilmente dal transito dei carretti a causa di quel peggioramento finanziario dell’epoca. Lui mi sorpassò soltanto accanto alla soglia con un certo stento, per annunciarmi dell’arrivo con un conclusivo sussulto di rispetto per il mio essere e per il mio incarico che ricoprivo, dopo s’avviò per cercare i suoi temporanei padroni, visto che mi fecero attendere per un tempo indefinibile. In seguito entrarono loro due, però senza Mouna. A dire il vero, quell’assenza della schiava, oggetto della transazione m’inquietò all’istante, giacché mi fece raggrinzire e spiegazzare in aggiunta a ciò i muscoli delle braccia. Loro m’accolsero con una studiata letizia, sennonché a me la loro esibizione considerata quella circostanza, sia per circospezione sia per il mio innato presagio, mi parve in un attimo nitidamente sottile e strampalata, successivamente mi fecero accomodare nella stanza in cui il giorno prima avevamo avuto la nostra animata e briosa discussione:

“Mio caro amico” - esordì Renato, dopo una pausa che a me apparve eterna e interminabile.

“Mio caro amico” - ripeté lui con la voce nuovamente più slanciata e sottile.

“Mouna ha ponderatamente riflettuto pensando a lungo, a dire il vero pure io sensatamente l’ho fatto”.

Un altro inatteso intervallo, perché in quello stacco io avvertivo continuamente lo spasimo negli arti superiori, in quanto m’avvolgeva imprigionandomi saldamente pure i fianchi.

“Alla fine abbiamo convenuto e tranquillamente riconosciuto che non esiste un prezzo per le cortesie né per i favori, per il semplice fatto che Mouna frutta e restituisce sia a Veronica tanto a me” - e dicendolo si trattenne a stento dal ridere.

Quella bislacca e sconclusionata pronuncia aveva un tono così indegno, infame e viscido, giacché io mi dovetti forzare a fatica per non levarmi dalla panca, dove mi ero seduto per camuffare la tensione che avevo dentro, per non saltare al collo dell’uomo che giocava con me, cercando di gareggiare e sfidandomi tra aspettative, desideri contorti e speranze tortuose.

“Abbiamo inoltre pensato se fosse il caso di chiederti correttamente informazioni sulla tua recente schiava. Lei si chiama Adriana se ricordo bene, tutto questo però è d’aggiungere giudiziosamente al prezzo dello svincolo, naturalmente. In seguito abbiamo deciso però, che in questo commercio non è in alcun modo pensabile né possibile da realizzare” - finse di ricordare lui a malapena.

“Tu che hai conosciuto bene la deliziosa Mouna, scegliendo di farne una regalia a Veronica proprio per le sue grazie e il suo piacere, ammetterai e converrai con noi che disunircene consisterebbe in una dannosissima, deplorevole e intollerabile lacuna, visto che non si trova un prezzo idoneo per le sue arti amorose, le sue carni fresche e la sua dedizione” - ridendo a sua volta stentatamente.

Fu precisamente in quel momento che io compresi intuendo tutto, che la fuga di Mouna lungo la strada il giorno prima, avvenuta in modo sin troppo agevole ed elementare, era stata in realtà da loro architettata, facilitata e favorita, per prendersi coerentemente e maggiormente gioco, ritorsione e vendetta nei miei confronti. Fu allorché in quell’istante che decisi rapidamente, dato che né padre né figlia sarebbero tornati a destinazione e che avrei avuto Mouna in qualsiasi modo, anche abusando e approfittando del mio impiego onorifico e della mia supremazia. In fin dei conti, io non sarei stato certo il primo nobile né senatore a vedere ignorati e passati sotto silenzio per rispetto del titolo, per paura dell’influenza e della vendetta i suoi crimini o reati, giacché non sarebbe stato né il primo né probabilmente l’ultimo, poiché avrei escogitato, inventato e realizzato il modo per metterli in pratica.

Io ero uscito da quella casa senza replicare, con lo stomaco irrigidito e notevolmente teso dalla rabbia, dallo sdegno e dall’umiliazione, sotto i loro sguardi che sapevo senza vedere essere visibilmente compiaciuti, soddisfatti e maligni del risultato del loro agire. Io avevo corso verso la mia casa, sudando e rendendo gocciolante la mia veste migliore, mentre adesso ero seduto con i piedi nell’acqua, dal momento che avevo versato lavandomi al suolo, mentre proprio in quel preciso istante mi sentii inerme, annichilito e smarrito di fronte all’ira, alla sconfitta e a quel tracollo sofferto e incassato.

Adriana mi raggiunse mentre ero rannicchiato con la testa tenuta tra le mani, intanto che lacrime di disprezzo, di sdegno e di rabbia all’angolo degli occhi, che nemmeno loro rifiutandosi d’uscire si preparavano almeno a darmi un momentaneo sfogo. Io di riflesso trattai ingiustamente male persino Adriana, entrata nel frattempo senza che io nemmeno la chiamassi, giacché la respinsi bruscamente e nervosamente in malo modo. Lei non si dette per vinta e senza una parola slacciò la fibula d’argento scura che teneva chiusa la sua veste, lasciandola cadere al suolo in piedi davanti a me, attualmente nuda era davvero bellissima. Lei aveva i capelli sciolti, perché non si era premurata di legarli come desideravo fossero in mia presenza, sempre con la pelle coperta delle mille macchie piccole, il suo arcipelago di nei, sopra i quali io avevo perso gli occhi e le dita nell’amore, percorrendo rotte invisibili e cercando unendoli con la pressione delle dita, facendo schiarire la sua pelle al loro passaggio, per scrivere come i bambini fanno sulla sabbia il mio nome.

L’anello d’oro alle labbra del suo sesso era lucido e spiccava sul candore della sua pelle così chiara, lì, dove mai dal suo arrivo in città almeno, era stata baciata da alcun sole. Mi scivolò vicina, i piedi nudi nell’acqua che avevo sparso dappertutto e traboccante al suolo, l’anello era vicino alle mie labbra, lei in piedi e io seduto. Avevo liberato il capo dalle mani e rialzato il viso, lei allora sporse il pube, inarcò la schiena ed espose il ricciolo d’oro, l’unico ricciolo d’un pube rasato con grande cura, alla mie labbra e al loro bacio. Io affondai il viso lì, inebriando le narici del suo odore, morsi l’anello e lo tirai tra i denti, cercai di penetrarne l’asola con la punta della lingua, accorgendomi che nel farlo lei si bagnava tra le labbra e un rantolo le usciva dalla gola. In quell’occasione succhiai l’anello cercando di trascinarmelo fino in fondo alla gola, il labbro del suo sesso si tese, seguì la forza della mia suzione, mi scivolò docile tra le labbra e i denti, io lo strinsi e lei spinse il pube.

Io m’ubriacai così della sua fica, del suo anello, del suo sapore e del suo intimo odore, persi la conoscenza di dove finisse il piccolo anello d’oro e dove cominciasse la sua carne, perché labbra, denti e lingua si profusero in mille capriole. Poi allargò le gambe, scostò le cosce e appena si liberò dal giogo della mia bocca, si mise a cavallo delle mie cosce sedendosi su di me, facendomi scomparire con una carezza caldissima, stretta e umida nel suo ventre, fimo a posare le sue cosce fresche e nervose a cavallo delle mie di fronte. Lei salì e scese sui muscoli dei polpacci fino a farmi godere, poi attese che io l’allontanassi da me dopo aver avuto da lei il mio piacere. Lei non dimostrò però stupore né d’altro canto gratitudine alcuna, quando invece di rimandarla alle sue stanze, io ancora dentro di lei perdendo di tensione e raccogliendo sul mio pube il perdersi caldo del mio stesso seme, che cominciava a scendere e a colare, perché a quel punto la strinsi a me.

Lei aderì al mio corpo, ne imitò il ritmo del respiro adeguandosi ad alternarsi al prendere vigore svuotandosi, dopo si lasciò stringere facendo altrettanto, mi leccò gli occhi e come un felino rimosse con la lingua dai miei occhi quelle lacrime di rabbia che non erano riuscite prima a balzare fuori. Esattamente quelle, che lei aveva trasformato in piccole gocce salate e calde di piacere, libere di lavarmi come nessun’acqua di giara o di bacinella mai e poi mai avrebbero potuto fare, finalmente davvero cuore e viso. Dopo si lasciò baciare sulle labbra, cosa che io non ero abituato né impratichito a fare.

Io ero realmente scosso, spronato e tangibilmente stimolato, perfino sensibilmente meravigliato e turbato, probabilmente anche un po’ confuso e smarrito per ciò che stavo vivendo e nel frattempo provando, per quella singolare situazione veramente appassionata, inedita e finanche vivace.

Stavo ancora assaporando, provando e vivendo un profondo piacere per tutto quel balzano, cervellotico e insensato scenario, quando la sveglia sul comodino squillò facendomi sobbalzare, risvegliandomi bruscamente e ricordandomi sgarbatamente all’improvviso che il sole era già alto, dandomi in questo modo il benvenuto e salutandomi per affrontare il nuovo giorno.

Con controvoglia, assieme a un lieve velo d’amarezza e di delusione, assieme ai residui e alle tracce del sogno che svanivano mi preparavo per alzarmi.

{Idraulico anno 1999}