i racconti di Milu
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Una delle pratiche più costose fra quelle offerte alla mia clientela è quella che io chiamo “incontri a tre”. Si tratta, in pratica, di particolari sessioni in cui a colui che paga si aggiunge un’altra persona, solitamente una donna, che interpreta il ruolo di schiava o di aiutante della mistress. Il signor Giorgio Baldecchi, ad esempio, amava recitare la parte del compagno della padrona, ed esigeva che agli incontri partecipassero giovani ragazze consapevoli del proprio ruolo di sottomesse. Una vera fortuna che fra i miei numerosi contatti nell’ambiente sadomaso della città figurasse anche una bella ventenne disposta a piegarsi ai sadici desideri di quel viscido omuncolo dai capelli radi. Lei si chiamava Silvia, e abitava in un piccolo appartamento di periferia assieme alla sua famiglia. Il padre aveva perduto il lavoro due anni prima, e trascorreva il tempo barcamenandosi come poteva fra mansioni precarie e giornate di deprimente far niente. La madre faceva la sarta in un negozietto fuori città, e quando le andava bene riusciva a riportare a casa non più di qualche centinaio di euro al mese.
Considerate le premesse non c’era da sorprendersi se Silvia, pur di racimolare qualche soldo, fosse disposta a lavorare per me come schiava a pagamento. In fin dei conti, cinquanta euro per un’ora di sessione erano tutt’altro che una piccola somma. Per farla calare ancor più nella sua parte ero solita farle indossare una vecchia tunica sgualcita che le lasciava scoperte le gambe e le spalle, dopodiché la segregavo nello scantinato del palazzo in cui esercito la professione di mistress, in attesa dell’ora dell’appuntamento. All’arrivo del signor Baldecchi, approfittavo del tempo che l’uomo avrebbe impiegato a cambiarsi d’abito, per andare a recuperare la schiava.
Una volta, al mio arrivo nello scantinato, trovai Silvia inginocchiata al centro del sudicio pavimento della stanza.
“Buongiorno, mia piccola leccapiedi” dissi. “Sei pronta a lucidare un po’ di suole?”
Lei chinò lo sguardo al mio cospetto e annuì con un cenno della testa.
“Sì, padrona.”
Mi avvicinai a lei e le mostrai il guinzaglio che pendeva dalla mia mano. “Chinati” ordinai.
Lei obbedì prontamente, come suo solito. Senza troppe cerimonie, scostai i suoi capelli e afferrai l’anellino di metallo che sporgeva dal collare.
“Credo che oggi ti sia toccato un piccolo colpo di fortuna, lo sai? Il padrone ha detto di non avere molto tempo da dedicarti.”
“Capisco, lady Vanessa.”
C’era del sollievo nella sua voce. Era evidente che i modi di fare e i desideri del porco la disgustassero. Sono sicura che se le avessi chiesto di divenire mia schiava a tempo pieno non avrebbe esitato un solo istante. Al cospetto di quell’uomo, al contrario, il suo intero essere veniva sopraffatto da un incontenibile senso di ripugnanza. C’era da capirla, poverina. Il Baldecchi era una vera merda umana. Benestante di famiglia, imprenditore nel settore vitivinicolo da oltre vent’anni, una famiglia sfasciata alle spalle e una moglie che lo detestava dal profondo del cuore. Un essere viscido che, se al mondo vi fosse un minimo di giustizia, non avrebbe avuto altre aspettative di vita che soffrire sotto ai tacchi di persone superiori come me. Tuttavia si trattava di un buon cliente; uno che non si faceva troppi problemi a tirar fuori due o trecento euro per una sola sessione. E questo era ciò che contava.
Dopo aver apposto il guinzaglio alla schiava, ruotai sui miei tacchi e mi diressi con passo fermo vero le scale. Silvia mi seguì a quattro zampe, così come l’avevo istruita a fare fin dalla prima volta in cui si era offerta di farmi da schiava.
“Più veloce, cagna” ordinai.
“Sì, padrona.”
“E non temere. Come sai, a quest’ora non c’è mai nessuno, in giro per il palazzo.”
“S…sì…”
“Ti vergogneresti a essere vista da altri?”
Silvia annuì con un cenno del capo.
“Si risponde alla padrona.”
“Sì, lady Vanessa.”
“Così va meglio. Ricorda che per me sei solamente una schiava. A te non è permesso provare pudore o disgusto. Ti permetto, però, di godere del dolore. Di quello, anzi, è bene che tu ne sperimenti il più possibile. Dalla tua sofferenza, come sai, nasce il mio piacere. E’ necessario che una bestia come te languisca sotto ai miei piedi, per sentire la mia anima che cresce.”
“Qualsiasi cosa, per lei, mia divina.”
La strattonai violentemente con il guinzaglio, tanto che per un attimo Silvia rischiò di rovinare sul pavimento con la faccia in avanti.
“Allora, vuoi muoverti o no?”
“S…sì, lady Van…”
“Sbrigati, cagna. Non ho mica tutto il giorno, sai?”
“Mi perdoni, padrona” gemette lei. Ma la sua posizione prona non le permetteva di procedere più spedita. Così, senza chiedere il mio permesso, Silvia provò ad alzarsi in piedi. Non appena le sue mani si staccarono dal pavimento, la mia mano l’artigliò per i capelli.
“Chi ti ha detto di alzarti in piedi? Resta a terra!” esclamai contrariata.
“Ah, sì…”
“Devi camminare a quattro zampe come la bestia che sei. Non ti è permetto di assumere la posizione eretta in mia presenza. E’ già tanto se non ti faccio strisciare sulle scale come il verme che sei.”
“Mi perdoni, padrona.”
“Ricorda che è solamente grazie a me se quest’oggi potrai riportare a casa un po’ di soldi” le dissi.
“Sì, lady Vanessa. Non me ne dimentico.”
“Se è così, allora, vedi di darti una mossa” dissi. Raggiungemmo la prima rampa di scale e iniziammo a salire i gradini.
“Sbrigati, cagna.”
La strattonai nuovamente con il guinzaglio, costringendola ad accelerare il passo. L’ansimare convulso che scaturiva da quella faccina stravolta, fece fremere i miei sensi. Un dolce tepore iniziò a farsi strada all’altezza del mio basso ventre. Ma che brava, la mia Silvietta dai lunghi capelli castani, pensai. Proprio la leccapiedi di cui avevo bisogno per soddisfare ogni mio più perverso capriccio di sadica dominatrice a pagamento. Raggiungemmo il primo piano. Il pianerottolo era immerso nella penombra, e da dietro l’unica porta che si affacciava sulla testa delle scale non provenivano suoni né rumori. Le luci erano spente. Segno evidente che i proprietari dell’appartamento non erano in casa. Meglio così, mi dissi. Avrei potuto parlare con la mia devota suddita senza essere costretta a moderare il tono di voce.
“Riprendi fiato, cagna. Non mi va di mostrarti al padrone in codesto stato.”
“Sì, lady Vanessa.”
“Si può sapere come fai a ballare in discoteca per tre ore filate con il poco fiato che hai?” le domandai. “Guardati. Sei scoppiata dopo una sola rampa di scale.”
Silvia non rispose. Sollevai un piede e le posi la suola dello stivale sulla nuca.
“Ti ho fatto una domanda” dissi.
“Mi perdoni, padrona.”
“Come vedi non sto esercitando alcuna forza, nella gamba. Tuttavia, se solo lo avessi voluto, avrei potuto schiacciarti la faccia sul pavimento come una mela matura.”
E così dicendo forzai la schiavetta a prostrarsi al mio cospetto. Le sue labbra distavano adesso pochissimi centimetri dalle mattonelle polverose del pianerottolo.
“Sarebbe sufficiente che affondassi il mio tacco a spillo nel tuo collo, per ridurti a uno straccio. E tu non puoi rifiutarti di obbedire. Sai bene che se lo facessi, ti sostituirei seduta stante con un’altra schiava.”
“Oh, no, padrona, la supplico…”
“Capisci, adesso, cos’è il potere?”
“Sì, mia signora.”
“Sei consapevole di essere solamente una leccapiedi al mio servizio?”
“Sì, padrona.”
“Farai tutto ciò che ti ordinerò?”
“Sì, divina Vanessa. Ogni cosa.”
“Così va meglio” giudicai. Tolsi il piede dal suo collo e le permisi di sollevare la testa quel tanto che bastava affinché i suoi occhi giungessero al livello delle mie ginocchia.
“La ringrazio, padrona.”
“Guarda di non farmi fare brutte figure con il signor Baldecchi, animale, o sarà peggio per te.”
“Le assicuro che per lei farò qualsiasi…”
La zittii, rifilandole un ceffone in pieno volto. “Taci, cagna. La tua voce mi dà fastidio. Le uniche parole che voglio sentir uscire dalla tua bocca sono sì, padrona e ai suoi ordini, lady Vanessa.”
Le afferrai i capelli con una mano, sollevandole la testa all’altezza della mia fica. Un attimo dopo le sue labbra delicate avvolsero il mio sesso in un caldo abbraccio di baci e piccoli sfioramenti di lingua.
“Non me ne faccio niente delle tue promesse” le feci notare, prendendo a strofinare il mio sesso profumato da una parte all’altra della sua faccia. Lei continuò a leccarmi come se non avesse mai fatto altro nella vita. Pochi minuti le furono sufficienti per condurmi all’orgasmo. Nonostante i singulti sempre più frequenti che squassavano il suo respiro, la ragazza dimostrò di sapere il fatto suo. Era una vera fortuna, che una simile bellezza fosse nata in una famiglia di disagiati prossima alla miseria. Una fortuna per me, intendo. Potevo ordinarle di fare tutto ciò che volevo e senza farmi troppi scrupoli. Tanto, per come era messa, pur di ottenere i pochi spiccioli che le avrei gettato sarebbe stata disposta a fare qualsiasi cosa. “Non ti accorgi in che condizioni versi? Tu in ginocchio ai miei piedi e io che adopero la tua faccia disfatta per godere. Credi che a un esserino come te sia data la possibilità di argomentare con una dea della dominazione in grado di soggiogare intere schiere di uomini e donne?”
“Humpf…n…pdrn…”
Con uno schiaffo ben assestato, allontanai il suo volto dalla mia fica già bagnata di umori.
“Hai squittito qualcosa, bestia?”
“No, padrona.”
“Guarda in che condizioni sei ridotta. E la sessione non è neppure iniziata” dissi. “Sei una vera cagna. Solamente un animale si presenterebbe dal proprio padrone in codeste condizioni. Fai semplicemente ribrezzo.”
In realtà sapevo molto bene che quel porco del signor Baldecchi godeva nel veder piangere la schiava. Più trasandate erano le condizioni in cui si presentava Silvia, e più in fretta il suo sesso raggiungeva l’orgasmo. La scelta di far camminare la schiava a quattro zampe lungo l’intero percorso che andava dallo scantinato al mio appartamento, perciò, non era stata affatto casuale. Per la stessa ragione avevo deciso di sfruttare la bocca della ragazza come valvola di sfogo sessuale, affinché il suo aspetto apparisse ancor più umile e dimesso. Adesso sì che la leccapiedi era pronta; i suoi capelli completamente scarmigliati, quell’accenno di trucco completamente colato sulle guance e sotto gli occhi, le lacrime che scendevano copiose fino alla fossette del mento e le labbra bagnate dalle gocce del mio divino piacere. Una perfetta rappresentazione del degrado a cui una padrona può far giungere la propria schiava.
“Allora, puttanella, hai ripreso un po’ di fiato?”
“Sì, padrona.”
“Andiamo. Il signor Baldecchi ti sta aspettando.”
Mi voltai verso la rampa di scale che conduceva al secondo piano e con uno strattone deciso costrinsi la schiava a rimettersi in movimento.
“Vedi di non farmi incazzare, okay?”
“Obbedisco, mia signora.”
“Lo spero per te.”
Raggiungemmo la porta del mio appartamento. Appoggiai una mano sulla maniglia e lanciai un’ultima occhiata alla mia sottomessa. Silvia stava ancora ansimando. Sì, il ricco porco sarebbe rimasto molto soddisfatto dall’incontro di quel pomeriggio, e allo stesso tempo, la ragazza avrebbe potuto riportare a casa un po’ di meritato denaro. In fin dei conti, insomma, tutti avrebbero avuto ciò che desideravano.
La porta d’ingresso s’apri al mio cospetto, gracidando laconicamente su cardini male oliati. Mossi qualche passo oltre la soglia e Silvia, docile come una cagnolina ben addestrata, mi seguì.
(continua)
Note finali:
Contatto fb – Vanessa Casiraghi
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