i racconti di Milu
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Il signor Baldecchi stava attendendo il nostro arrivo, seduto a un angolo del pianale rialzato che sosteneva il mio trono. Questo non mi piacque per nulla. Sebbene nella finzione dell’incontro a tre il porco figurasse come il mio compagno di dominazione, a nessuno era permesso avvicinarsi allo scranno che si ergeva al centro della stanza. Feci finta di nulla, badando bene a non guastare l’atmosfera che si era creata. Portai la schiava di fronte al trono e la feci prostrare ai piedi dell’uomo. Lui indossava una lunga veste nera che scivolava fino alle sue caviglie; il mantello lasciava intravedere solamente il centro del suo petto nudo e, a seconda di come le falde di seta si muovevano, il profilo del membro già in erezione.
“Finalmente è arrivata” disse.
“La cagna non voleva saperne di salire le scale” risposi.
“E’ forse troppo pigra per stare al passo della sua padrona?”
“In effetti meriterebbe un bella lezione” annuii. Mi avvicinai alla rastrelliera dei miei attrezzi da dominatrice e andai a raccogliere uno dei miei frustini da equitazione. “Vuoi fare tu gli onori di casa?” domandai, rivolgendo uno sguardo all’uomo seduto di fianco al trono.
“Sarebbe un privilegio, per me” rispose lui. “Purtroppo quest’oggi incarichi improrogabili mi costringeranno ad assentarmi prima del dovuto. Potrò trascorrere in compagnia della schiava solamente una mezz’ora, e non voglio certo rischiare di andarmene da qui con il cazzo sempre in tiro. Non so se mi sono spiegato.”
“Oh, ma certo” risposi. Gli porsi il manico del guinzaglio e dissi “La schiava è tutta tua, adesso.”
“Molto bene” rispose Baldecchi. Poi, rivolgendosi a una Silvia disfatta e singhiozzante disse “Dunque, mia cara schiavetta, se non ho perso il conto dei giorni, sono almeno due settimane che io e te non ci vediamo. Oramai rammenterai a malapena il mio sapore, non è così? Questo è un bel problema.”
Le sollevò il volto con una mano e la fissò dall’alto.
“Vogliamo vedere quanto in profondità riesci ad accogliere il tuo padrone, mia piccola schiava disubbidiente?”
Silvia non rispose. Senza esitare un istante, la colpii sulle natiche con il mio frustino.
“Si risponde, quando qualcuno fa una domanda!” esclamai.
“Sì, padrone. Mi perdoni, padrone.”
“Ma che brava, la nostra bestiolina” commentò Baldecchi, scostando un lato della sua veste. Silvia riconobbe i polpacci sodi dell’uomo, poi le cosce nude e il pene già in erezione. L’uomo impugnò la base della sua verga, sbattendola allegramente in faccia alla ragazza.
“Tieni, cagna! Guarda come ti prendo a colpi d’uccello!” esclamò, trattenendo una risata.
La mia mano artigliò i capelli della schiava e spinse il viso di lei contro il bacino dell’uomo. Baldecchi ne approfittò per strofinarle il pene in faccia, sugli occhi e sulle labbra.
“Apri quel cesso di bocca che ti ritrovi, troia!”
Silvia obbedì senza protestare e lui la penetrò senza alcuna esitazione. Il suo membro affondò impietosamente nella gola della serva fin quasi a soffocarla. Da principio, l’articolazione della mandibola della derelitta sembrò non riuscire a contenere quel disgustoso boccone di carne dura. Non potendo liberarsi, e neppure opporre resistenza alla volontà dei padroni, Silvia s’impegnò come poté per donare piacere all’uomo. La sua lingua iniziò a mulinare attorno alla cappella del maiale, accarezzandone l’apice con tutta la dolcezza di cui era capace.
Dopo neppure una decina di minuti, Baldecchi godette nella bocca della sottomessa. Si permise di farle colare il proprio piacere sulla lingua e di riempirle le tasche guanciali con il suo liquido viscoso. Per evitare ulteriori punizioni, la schiava inghiottì il suo aguzzino senza mostrare repulsione. Più tardi, quando i battiti del cuore dell’uomo furono rientrati in fase, il membro lucido di saliva si sfilò dalle sue labbra. Sebbene l’erezione fosse ormai giunta al termine, il sesso del Baldecchi conservava ancora una certa turgidità.
“Ora puliscilo” ordinò.
Silvia iniziò a lavorare di bocca, e sotto le sapienti carezze della sua lingua, il membro dell’uomo iniziò a riacquistare nuovamente vigore e turgidità.
“Ah, che brava che sei. Dai, ora vedi di rifarmi la punta.”
Decisi d’intervenire a mia volta e di dare libero sfogo alle mie pulsioni. Mentre la sottomessa era impegnata a vezzeggiare e a coccolare il membro del mio cliente, la mia frusta saettò nell’aria immota della stanza. La schiena di Silvia era scoperta; lei stessa era talmente concentrata nel recare piacere al padrone, da non accorgersi delle intenzioni della sua crudele proprietaria. La frusta le morse improvvisamente la pelle, facendole compiere un balzo all’indietro.
“Che accidenti fai, stupida?!” esclamò Baldecchi. “Guarda che se me lo mordi ti spacco di botte.”
“Mi perdoni, padrone” mormorò lei, impaurita.
“Continua a leccare, animale.”
“Sì, padrone.”
“Esponi bene le spalle” ordinai. “Non stare così chinata, altrimenti non riesco a colpirti per bene.”
Silvia aveva già ripreso il cazzo in bocca e non poté rispondermi. Le sue azioni, tuttavia, parlarono per lei e, con un sospiro sconsolato, la ragazza assunse la posizione che sapeva essere più consona per ricevere le frustate.
“Ecco, così” dissi, “non ti spostare, adesso, e continua a farti sfondare la gola dal padrone.”
“Ah ah ah. Sei fantastica, Vanessa” rise il Baldecchi, mentre i colpi di frustino riprendevano a cadere inclementi sul corpo indifeso della schiava. “Ah, senti come succhia bene. Va’ a finire che oggi potrei dissetarla per ben due volte. Adoro farmi leccare il cazzo da una puttana sofferente.”
Che razza di barbaro, pensai. Lo avrei frustato a sangue, per aver osato rivolgersi a me con tale confidenza. Chi si credeva di essere per darmi del tu? Lasciai correre anche quell’episodio, consapevole del fatto che al termine della sessione avremmo avuto l’occasione per regolare i conti. Nel frattempo decisi di sfogare un po’ di rabbia sulla sottomessa. In fin dei conti lei era lì proprio per quel motivo.
La frusta la colpì senza ritegno per almeno una decina di minuti. La schiava assecondò il ritmo delle sferzate, e per un lungo periodo di tempo riuscì ad assorbire i miei colpi, senza scomodare il padrone o rallentare le sue lappate. Mentre le mie dita iniziavano ad avvertire i primi sintomi di stanchezza, Silvia incrementò l’andirivieni con il quale stava massaggiando l’uccello che la penetrava. Ci sa fare davvero, questa miserabile, riflettei in silenzio. Un vero talento. Baldecchi si rilassò completamente, e quando sentì di essere sul punto di venire per la seconda volta, afferrò la nuca della sottomessa e le schiacciò la faccia contro il proprio inguine. Il suo uccello affondò in profondità nella gola di Silvia, segno che l’intenzione del maiale era quella di sborrare direttamente nel suo esofago. Prim’ancora che la sguattera potesse emettere un singolo gemito, l’uomo eiaculò con la furia di un ciclone, inondandola fin nelle viscere.
Lei se ne rimase zitta e buona, limitandosi a ingozzarsi con quella pappetta tiepida e insipida. Vidi le lacrime che scendevano lungo le sue guance e non potei fare a meno di contrarre le labbra in una smorfia.
“Ingoia fino all’ultima goccia” ordinò Baldecchi. Non ve ne era bisogno, naturalmente. Ogni traccia del seme da lui spurgato era già colato nel sistema digerente della derelitta. Peggio di una troia da strada.
Baldecchi la allontanò con uno schiaffetto e adoperò i suoi capelli per ripulirsi l’asta. Il capo reclinato all’indietro e gli occhi socchiusi in un’espressione di pura soddisfazione testimoniarono della portata del suo piacere.
“Ah, è stato fantastico, schiava. La prossima volta accompagnerò molto volentieri la padrona in una sessione di frustate” disse lui, lanciandomi uno sguardo divertito. “Hai visto che bella schiena rossa? E come s’impegnava, mentre me lo spompinava. Si vedeva che le piaceva da pazzi.”
“Probabilmente voleva solo evitare di essere fatta a strisce dalla mia frusta” lo contraddissi. “Dico bene, leccapiedi?”
Silvia chinò il capo in avanti, rivolgendo lo sguardo alle punte dei miei lucidi stivali dal tacco alto.
“Ehi, ti ho già detto che si risponde alla padrona.”
“Sì, mi scusi, divina.”
“Vuoi essere punita ancora?”
“No, la supplico. Mi ha già frustata a sufficienza.”
Le rifilai un’altra scudisciata all’altezza del fianco e dissi “Non mi sembra proprio, visto che sei così reticente a imparare una semplice lezione.” Poi, voltandomi verso Baldecchi, domandai “Vuoi darle qualche colpo anche tu?”
Lui si stava massaggiando il cazzo con una mano.
“Non saprei dove colpirla, cara. Le hai già fatto la schiena e il culetto rosso paonazzo.”
“Oh, questo non ha importanza. Lei è una schiava. E’ nata per subire.”
Baldecchi appoggiò una mano sul sedere di Silvia e le strizzò con forza i glutei. La ragazza gemette qualcosa d’incomprensibile e si lasciò palpeggiare per qualche minuto. Sul suo volto, un’espressione di dolore misto a disgusto.
“Oh, be’, s’è fatto tardi. Per me è giunta l’ora di andare” disse il porco quando ebbe deciso di averne abbastanza. Rifilò uno schiaffo sul posteriore della sguattera e si avviò verso la porta del dungeon.
“Con il suo permesso, milady, vado di là a cambiarmi” disse. Lo lasciai andare senza aggiungere una parola. La sessione era terminata prima del previsto, purtroppo, e il mio onorario sarebbe stato solamente la metà delle altre volte. Oh, be’, pazienza. L’importante era che la serva si fosse dimostrata all’altezza del proprio ruolo e che il cliente fosse rimasto soddisfatto dell’incontro.
“Dai, fila in bagno e vedi di ricomporti un minimo. Non puoi tornartene a casa in codeste condizioni” dissi alla ragazza.
“So…sono stata brava, padrona?”
Mi strinsi nelle spalle.
“Sì, un’interpretazione adeguata” risposi.
“La ringrazio, divina.”
Come se non sapessi che l’unica cosa che le interessava era il denaro che le avevo promesso. Una vera fortuna che la crisi economica avesse prodotto tanti scarti umani come quello che adesso stava languendo ai miei piedi. Perlomeno in futuro non avrei avuto problemi a trovare qualche altro sfigato bell’e pronto a essere soggiogato dalla mia forte personalità. Tutto a mio vantaggio. Come al solito, naturalmente.
Silvia andò a rinchiudersi in bagno, sforzandosi di procedere nella sua umile posizione canina. Pochi minuti più tardi, il signor Baldecchi fece ritorno nel dungeon. Al posto della veste nera, adesso indossava un completo da ufficio elegante. La cravatta di marca dondolava fra le falde della giacca scura come la coda di un cane eccitato. Nella sua mano destra stringeva una busta bianca. Mi consegnò quest’ultima, esibendo un sorriso di pura libidine.
“Il suo compenso, lady Vanessa.”
Lo accettai senza replicare.
“Temo che il lavoro mi tratterrà fuori città ancora per qualche giorno. Mi farò risentire per un’altra sessione a tre per la fine della prossima settimana” disse. “Mi auguro solo che per allora i segni delle frustate che ha lasciato sulla schiena di quella ragazzina siano spariti.”
“Avrebbe importanza?” chiesi. “Il suo dovere, in fin dei conti, è quello di obbedire ai suoi padroni senza se e senza ma.”
Lui rise nella penombra del dungeon e fece per voltarsi verso la porta.
“Solamente un attimo” dissi.
Baldecchi si fermò sulla soglia dell’uscio, rivolgendomi uno sguardo di sbieco. Il mio frustino saettò nell’aria e lo centrò in pieno volto.
“Un’altra volta evita di darmi del tu” lo redarguì.
Lui sgranò gli occhi, stupefatto e dolorante. Portò una mano alla guancia e indietreggiò di un passo.
“S…sì, padrona. Sa, è che nell’eccitazione del momento non me ne sono neppure…”
Un secondo colpo piombò sul lato opposto del suo volto.
“E non ti azzardare mai più ad avvicinarti al mio trono senza che io te ne abbia dato il permesso. Mi sono spiegata bene?”
“Benissimo, padrona.”
“Adesso inginocchiati e bacia i miei stivali.”
“S…sì, subito.”
Lo vidi strisciare sul pavimento fino a raggiungere la punta delle mie pregiate calzature. Un attimo dopo, il sussurro ovattato dei suoi baci risuonò fra le pareti del dungeon. Lasciai che si umiliasse di fronte alla mia persona per alcuni minuti, infine lo allontanai con un calcio in pieno volto.
“Vattene, adesso. Sei disgustoso.”
“Sì, padrona….e grazie.”
Se ne andò fra inchini non richiesti e gemiti ansimanti. Potrai anche pagare trecento euro a sessione, bestia inutile, ma rammenta che qui, la padrona, sono solamente io, pensai. Mi augurai che se ne ricordasse almeno fino al prossimo incontro.
Stavo ancora rimuginando su quanto ripugnante fosse quell’uomo, quando un fruscio proveniente dalle mie spalle mi costrinse a voltarmi. Silvia si era rimessa in ginocchio al centro del pavimento e mi stava osservando con occhi imploranti.
“Puoi anche alzarti in piedi” dissi. “La sessione è terminata.”
“Grazie, padrona.”
Estrassi una banconota da cinquanta euro dalla busta appena consegnatami da Baldecchi e feci per dargliela.
“Questo è ciò che ti è dovuto” dissi.
Silvia avvicinò una mano alla mia, ma un attimo prima che potesse afferrare il denaro, indietreggiai di un passo. Sul suo volto vidi delinearsi un’espressione di deluso stupore.
“Ti sei lavata la bocca?” domandai.
“S…sì, padrona.”
“Sta’ tranquilla. Non ho intenzione di mandarti via senza pagarti” le dissi sorridendo. “D’altra parte hai fatto godere quel porco del Baldecchi per ben due volte. Che ne diresti di terminare la giornata in bellezza, e rendere anche a me lo stesso omaggio? Non vorrei che con tutto lo sperma che hai ingoiato finissi per dimenticare il sapore della tua unica e sola regina.”
Andai ad accomodarmi sul trono e appoggiai l’incavo del ginocchio destro sul bracciolo dello scranno.
“Su, cagnetta. Vieni qui e fammi godere.”
Note finali:
Contatto fb – Vanessa Casiraghi
Le mie storie su
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