i racconti di Milu
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Amelia guardò risentita l’orologio nella parete del grande studio, visto che mancava un quarto d’ora a mezzanotte, trattenne in maniera corrucciata la testa tra le mani, le dita infilate tra l’oro dei capelli perfettamente in piega con i gomiti appoggiati alla scrivania, contrariata e indispettita, perché improvvisamente esclamò verso sé stessa in maniera irritata:

“Lavoro più del dovuto, perdiana, non posso effettivamente proseguire in questa maniera, adesso basta veramente”.

Un cono di luce illuminava quella relazione sulla scrivania curata e rifinita nei minimi dettagli finalmente ultimata, mentre il resto dello studio rimaneva in penombra: alle pareti i quadri d’autore e le fotografie d’una brillante quanto estrosa e geniale carriera, le due lauree di cui andava indiscutibilmente fiera e un ritratto, quel regalo per la precisione d’un suo caro amico pittore di vecchia data. L’arredo era raffinato, molto signorile, dappertutto si notava l’impronta del suo estro, della sua creatività, dal momento che si distingueva in modo netto la prevalenza del nero e del cromo, tanti oggetti e i cuscini sparsi in ogni parte. La precisione e il rigore delle forme era accuratamente addolcito e mitigato dai tessuti, dai tendaggi, dalle collezioni dei calici e dai libri in ordine sparso e infine dall’alta tecnologia.

Lei avvertiva al momento bisogno di fumare, guardò il pacchetto rimasto desolatamente vuoto, lo schiacciò tra le dita della mano sinistra, mentre la mano destra aveva già aperto un cassetto alla ricerca d’un nuovo pacchetto, magari d’una sigaretta dimenticata lì per caso o d’un po’ di tabacco. Le dita cercavano tra i fogli di carta intestata, tra penne stilografiche, fra biglietti da visita, qualche CD, ma dell’oggetto della sua ricerca nessuna traccia. A un tratto le dita o forse il cuore inciamparono in uno scatto, dato che se ne stava rintanato in fondo a quel cassetto chissà da quanti anni, segnato e solcato da lunghe cicatrici, lì, dove qualche gesto crudele e impietoso aveva tentato saggiamente di distruggerlo. Accarezzò con gli occhi quella lei che non esisteva più, così differente dalla donna manager che era adesso e fu impossibile non guardare la persona che abbracciava, inammissibile non afferrare né cogliere l’incanto dei suoi occhi allacciati al verde acceso dei suoi, inattuabile non ricordare e non rivivere quell’ultima estate insieme di sette anni prima. Precisamente i sette anni prima, gli ultimi giorni di lavoro e poi sarebbe diventata estate, finalmente la stagione calda, infine il mare, non più a singhiozzo e solamente alla fine della settimana, ma ogni giorno fino a sera, il mare e il sole, le buone letture, le cene all’aperto e il sesso, naturalmente tanto sesso.

“Riesci a ricavare almeno una settimana per noi due?” - le aveva laboriosamente chiesto, consumando nella sala mensa quella ridotta baguette farcita.

“Non credo” - esordì lei, perché le aveva smorzato bruscamente ogni prospettiva, spegnendole scortesemente ogni speranza con la sua aperta, leale e stramaledetta chiarezza.

Contrariamente le aveva stravolto nondimeno l’universo senza dirglielo, dal momento che quella settimana il tempo lo aveva trovato eccome, per il fatto che attualmente viaggiava dentro l’automobile al suo fianco verso il mare. La casa era piccola, però poco importava, con i muri dipinti di bianco e la veranda rivolta a est, la maestosa edera la ricopriva quasi totalmente lasciando che il sole baciasse le stanze solamente all’alba e per tutta la mattina, concedendo il riposo al pomeriggio dove quello spazio diventava un’oasi di pace, rinfrescata dall’aria salmastra e dal vento leggero di grecale portato dal mare.

Lina adorava passeggiare sull’arenile, Amelia mitizzava scrutarla mentre affondava le caviglie nella sabbia morbida, nell’abbraccio dell’onda di quella risacca. Lina era un’isola, era quella terra che amava e che portava addosso come un marchio, un sigillo indelebile, indistruttibile, lei avrebbe voluto fermamente essere l’onda per poterla trascinarla via per sempre dentro il mare, giacché poteva contenerle entrambe, viceversa si limitava a osservarla accuratamente e ad amarla coscienziosamente ogni notte, Ogni notte, infatti, era diversa tra le sue braccia, eppure identica a quella prima volta in cui si erano trovate in un reciproco bacio, atteso ma improvviso tra i libri, le relazioni tecniche, i registri e i verbali.

Lina le aveva sorriso, perché era uno di quei sorrisi fatti di sole che non si staccano dalle labbra su cui decidono di posarsi, poiché l’aveva spinta dolcemente sulla scrivania, in mezzo al loro lavoro, dal momento che con un gesto dell’avambraccio aveva spodestato i fogli sparsi dal loro talamo d’amore ed era rimasta così, tra le gambe, mentre con una mano sbottonava la sua camicia e liberava i capelli dall’immancabile fermaglio per regalarle ancora carezze, ancora diverse, ma in special modo atipiche e uniche. Le aveva circondato il collo di baci e aveva danzato in un’orgia invereconda e oscena di frasi tenute a freno, intanto che scendeva tra le cosce con le dita impazienti spezzandole il fiato in due ed entrandole dentro. Non erano state diverse le notti al mare, per il fatto che Amelia sentiva ancora l’odore forte della citronella accesa lungo il bordo perimetrale della casa e il sottile profumo degl’incensi che s’insinuava nei tessuti leggeri che rivestivano il letto, quel letto spartano dove Lina si perdeva confondendosi amabilmente tra le vesti bianche che amava indossare e quelle lenzuola candide.

Amelia guardava la sua donna bambina e le rinfacciava lo zolfo che sentiva pioverle in testa a ogni amplesso, quando le legava i polsi nella stretta delle sue mani forti e lasciava la sua lingua libera di tracciarle addosso anche il suo nome, quando le mani scivolavano lungo le gambe e risalendo scoprivano dal leggero tessuto le cosce bianche, di conseguenza diventava impossibile trattenersi dall’affondare i denti e addolcire ogni morso con un bacio, morendo così tra le sue gambe e bevendo ogni suo orgasmo:

“Lina, mi ami” - le aveva costantemente invocato un giorno.

“Certo che ti amo, per caso dubiti questo?” - le aveva prontamente risposto rincuorandola e sostenendola.

“Allora vieni via con me, però adesso” - replicò immediatamente l’altra.

A seguito di quelle definizioni era seguito in conclusione un silenzio impacciante, ingombrante e scomodo, assolto e sollevato soltanto dai baci che erano seguiti e che non avrebbero mai rimpiazzato né sostituito un’appropriata risposta. Doveva finire lì quella conversazione, invece si era ripresentata identica amplificandosi e proiettandosi in maniera aggiuntiva, fino a quando la risposta non era arrivata, eppure non era quella che Amelia ambiva, perché aveva raccattato tirando su il cuore ed era sparita per sempre. Amelia si risvegliò da quel dolore antico scuotendo immancabilmente la testa, due ciocche lunghe le carezzarono il viso e scivolarono sulle righe verticali del gessato, sennonché fu in quell’istante che ricacciò indietro le lacrime per quell’addio che faticava invero sforzandosi ancora a comprendere e a giustificare, per quel silenzio come definitiva risposta alla sua richiesta d’andare via da tutto, per la pretesa di un’esclusiva che la sua Lina non aveva voluto porgerle. All’opposto, era andata via lei, distante da quelle mani piccole, fuori dai suoi pensieri e dal suo cuore, in quanto aveva dato un taglio deciso e netto per scampare e per sopravvivere.

Al presente Amelia riapre rapidamente gli occhi sulla rassicurante e risollevante perfezione del suo studio, ripensa nel mentre a quanti anni di lavoro insieme, chissà dov’è adesso Lina rimugina sconfortata verso sé stessa. Se soltanto tu potessi al presente leggermi ti scriverei ben volentieri una lettera cara Lina, si ritrovò a pronunciare ad alta voce avvilita e disanimata quasi come se l’avesse davanti. Una di quelle in cui si tirano le somme, perché mi toglierei di buon grado addirittura questi stramaledetti tacchi per scrivertela, me ne starei seduta di fronte al mare anche se è notte, e stranamente ti chiederei ancora vieni via con me Lina, vaffanculo al mondo intero. Nel momento in cui continuava a maltrattare la penna stilografica rigirandola e tormentandola fra le dita, s’accorse che il suo pensiero non l’aveva mai abbandonata né ripudiata. Più avanti tacque, accorgendosi di quanto sangue stesse perdendo dal cuore, alla fine sorrise e quell’euforia insieme a quell’ottimismo divenne una risata forte che le fece reclinare indietro la testa:

“No, non riusciresti mai a vivere né a conservarti né a svilupparti senza il cuore impegnato, dimmi il tuo nome Lina, perché è così che vorrei affettuosamente chiamarmi” - continuando in modo bizzarro, curioso e interessato il suo dialogo.

In seguito s’alzò dalla scrivania e con i suoi tacchi a spillo andò alla finestra, in quanto due lacrime sostavano sulle ciglia abbracciando e contornando quelle lontane quanto perdute immagini. Amelia passò le dita affusolate su quel pensiero e ripose la fotografia nell’unico cassetto che non avrebbe mai più riaperto.

Nel frattempo, oltre i vetri dell’ufficio, le luci notturne d’una città dinamica e viva scorrevano distaccate, fredde e indifferenti, durante il tempo in cui l’odore d’incenso arrivava intenso e vigoroso da un pensiero lontano.

{Idraulico anno 1999}