i racconti di Milu
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Note dell'autore:
Capitolo 1: Novità alla scuola
Il mese di maggio ebbe inizio con un certo fermento all’interno del corpo docenti della scuola superiore di estetica. Si avvicinava il periodo dei test finali delle studentesse dell’ultimo anno e molte insegnanti dovevano ancora terminare di compilare le schede personali di ciascuna iscritta. Come se non bastasse, quell’anno il caldo e l’afa decisero di piombare sulla città con un buon mese di anticipo. Inizialmente, perciò, pensai che l’agitazione delle mie colleghe, e soprattutto della dottoressa Barbara Troisi, responsabile del personale e prima assistente della Preside, fosse dovuto alla concomitanza di questi due fattori.
Un giorno, subito dopo il termine delle lezioni, si avvicinò a me Letizia Galimberti, la docente di diritto della scuola. Non avevo mai avuto un gran dialogo con lei. Sapevo che si occupava di alcune proprietà immobiliari della nostra sublime proprietaria, la dottoressa Valentina Mancini, e che per lungo tempo aveva prestato servizio nella sua stessa villa in qualità di schiava domestica e leccapiedi personale.
Mi chiese di seguirla nella saletta docenti, che a quell’ora era sempre vuota, sostenendo di dovermi parlare di una questione della massima importanza. La sua richiesta mi parve subito piuttosto insolita, ma visto che non avevo niente di meglio da fare accettai di ascoltare cos’aveva da dirmi. Dopo esserci accomodate al banco delle insegnanti, Letizia mi chiese: “Tu sei stata assunta alla scuola lo scorso autunno, dico bene Sabrina?”
“È così” risposi.
“Perciò non credo che tu sappia ancora molto riguardo alla nostra Preside.”
Quell’osservazione mi insospettì un poco. In realtà credevo di conoscere la dottoressa Mancini come tutte le altre insegnanti della scuola. Avevo leccato il fango dalle suole dei suoi stivali in più di un’occasione, così come mi ero dedicata alla cura del suo splendido corpo e della sua inesauribile collezione di scarpe. Barbara mi aveva istruita affinché divenissi una schiava perfetta nel minor tempo possibile, e fino a quel momento ritenevo di essermi comportata come la Padrona desiderava. In fin dei conti, i rimproveri che mi erano stati rivolti fino a quel momento si contavano sulle dita di una mano, e di sicuro non ero stata mai punita severamente come era accaduto ad altre mie colleghe di lavoro.
“Sai niente riguardo alla tenuta del Picchio Giallo?” domandò Letizia.
Sollevai le sopracciglia. Quel nome mi era completamente nuovo.
“No” risposi.
Lei annuì.
“Che cosa sarebbe?” chiesi, più incuriosita che mai.
“È un appezzamento di terreno che la famiglia della Padrona possiede ormai da generazioni. Te ne hanno mai parlato?”
“No, mai.”
“Lo sospettavo. Solamente alle schiave più fedeli della dottoressa è permesso recarsi lì.”
Solamente alle schiave più fedeli? ripetei nella mia mente. E perché, io cos’ero? Anche se non possedevo la passione sfrenata di certe mie colleghe per il dolore fisico e per l’umiliazione verbale, non mi ero mai risparmiata nell’obbedire alla Padrona. Non meritavo forse anch’io di essere considerata una delle sue serve più affidabili?
Decisi che dovevo saperne di più.
“Dove si trova questo posto?” chiesi.
Letizia esitò.
“Suvvia, non vado mica a raccontarlo in giro” la rassicurai.
“Conosci la campagna fra Lucca e Pisa?”
“Sì, abbastanza.”
“Ecco, la fattoria della dottoressa Mancini si trova fra le due città, all’ombra del massiccio del Monte Pisano.”
“E come mai questo posto merita tanta riservatezza?”
Ancora una volta Letizia parve non voler rispondere alla mia domanda. La vidi rivolgere lo sguardo verso la piccola finestra che si affacciava sulla strada e scuotere la testa.
“È un fondo molto vasto?” domandai.
“In realtà no, sono solamente pochi ettari di terreno collinare e bosco. Tuttavia, ciò che accade entro i confini del Picchio Giallo può essere mostrato solamente a coloro che riconoscono nella nostra datrice di lavoro la loro Dea indiscussa.”
“Ne so quanto prima” dissi.
“Mi spiace. Solamente la Padrona può concedere il permesso di oltrepassare i cancelli della fattoria.”
“Non mi puoi dire proprio nulla?”
Letizia scosse il capo.
“Non ci sarà mica di mezzo qualche attività illegale?”
“Non chiedere.”
“Ho capito. Non voglio essere petulante. A ogni modo, perché mi hai fatta venire qui?” domandai.
“Per la verità volevo solamente domandarti se avevi programmi per il prossimo fine settimana” disse Letizia.
E questo cosa c’entrava con ciò di cui avevamo discusso fino a quel momento? Non capivo dove volesse andare a parare la mia collega. Decisi comunque di stare al suo gioco e di rispondere sinceramente a tutti i suoi quesiti.
“Per il momento no” affermai.
“Hai un fidanzato che ti aspetta?”
“No.”
“Parenti o amici che ti vengono a trovare…”
“Neppure.”
“Barbara mi ha detto che abiti da sola in un appartamento sulla Lunatese.”
“È così, infatti.”
“Perciò non avresti alcun problema ad allontanarti da casa per qualche giorno.”
“Direi proprio di no.”
“Okay, allora.”
“Okay per cosa?!”
Letizia congiunse le mani sopra il tavolo e annuì in modo grave.
“Vedi, Sabrina, devi sapere che per ciascuna delle sue attività, la dottoressa Mancini nomina una delle sue schiave in qualità di responsabile. All’interno della scuola, ad esempio, questa figura è ricoperta dalla nostra amica Barbara Troisi.”
“Sì, di questo ero già al corrente.”
“Bene, perché come avrai intuito, l’amministratrice della tenuta del Picchio Giallo sono io” affermò Letizia “stabilisco chi può entrare nella fattoria e suggerisco alla Padrona il nome delle schiave più idonee a lavorare nei campi. Ovviamente la proprietaria della terra è unicamente la dottoressa Mancini. Io non sono altro che un Cerbero al suo servizio.”
“Spiegami questa faccenda del lavorare nei campi” dissi.
“Tu hai dimestichezza con la vita di campagna?”
“La mia esperienza di agronoma si riduce alla coltivazione di qualche vasetto di piante officinali sul balcone di casa. Se è di un’esperta dal pollice verde ciò di cui sei in cerca, temo proprio di non essere la persona che fa al caso tuo.”
Lei sorrise.
“Di questo non ti devi preoccupare. Il Picchio Giallo può contare sull’esperienza dei migliori esperti del settore. Ciò che ci occorre, in realtà, è una persona di buona volontà che sia disposta a darsi da fare un giorno o due la settimana.”
“Uhm, capisco.”
“Beninteso, non si parla di turni di lavoro massacranti o di trattamenti al limite dell’umana sopportazione. È normalissima vita contadina.”
“Certo, capisco.”
“Oltre a ciò, tieni presente che fra le insegnanti della scuola di estetica, solamente a quattro di noi è permesso di oltrepassare i cancelli della tenuta.”
“Posso chiederti di chi si tratta?”
“Certamente; siamo io, Barbara, Stefania e Tatiana. Le schiave più fedeli della dottoressa Mancini. A te non piacerebbe essere considerata una delle preferite della nostra sovrana?”
“In effetti…”
“Oh, e naturalmente il servizio non sarebbe a titolo gratuito” disse Letizia “per ogni giornata di lavoro saresti adeguatamente remunerata.”
Quest’ultima affermazione catturò la mia attenzione. Insegnare alla scuola di estetica della dottoressa Mancini, fino a quel momento, si era dimostrato un lavoro tutto sommato leggero; le studentesse erano ben educate, e molte di esse provenivano da famiglie facoltose. Le aule, poi, disponevano di lavagne elettroniche, video e di ogni altra risorsa tecnologica in grado di alleggerire lo sforzo didattico dei docenti.
Lo stipendio, tuttavia, superava di poco i mille euro mensili. Più di una volta mi ero guardata attorno in cerca di un lavoretto part-time da accoppiare a quello di insegnante, ma le uniche attività che ero riuscita a trovare erano sistemi multilevel più simili a truffe che non a vere professioni. Un’entrata extra non mi avrebbe certo fatto schifo, tanto più che da qualche tempo a quella parte avevo iniziato a mettere via dei risparmi per comperare un’automobile.
Presi coraggio e dissi: “Se alla tenuta della dottoressa Mancini occorrono due braccia disposte a darsi da fare, direi che la ricerca è terminata.”
“Te la sentiresti di lavorare sia il sabato che la domenica?” domandò Letizia.
“Sì, certo. Nessun problema.”
“Rammenta che c’è ancora un mese di scuola da qui alla data degli esami.”
“Non lo dimenticherò, puoi stare tranquilla.”
“Okay, allora. Parlerò di te alla dottoressa Mancini e ti farò sapere la sua decisione.”
E dicendo questo, Letizia sorrise e si alzò dalla sua sedia. La vidi uscire di gran carriera dalla sala professori e rimasi a fissare il corridoio oltre la porta fin quando il suono dei suoi tacchi a spillo non si fu dissolto nell’aria.
* * *
Dopo la conferma a tempo indeterminato del mio incarico presso la scuola di estetica, fui costretta a prestare servizio presso il lussuoso appartamento in centro della dottoressa Mancini almeno un paio di giorni alla settimana. Da fine novembre a inizio anno nuovo, la Padrona si concentrò in particolar modo nel perfezionare il mio modo di cavalcare, perché a quattro zampe camminavo sì speditamente, ma avevo ancora poca resistenza. Lady Valentina mi costrinse a trottare almeno un’ora tutti i giorni, sedendosi sulla mia schiena e incitandomi a muovermi con sferzate nelle natiche e nei lombi. Imparai velocemente a prestarmi alle sue richieste, più che altro per evitare di ricevere nuove frustate.
Poi venne la settimana della schiava-gabinetto, durante la quale fui iniziata a bere l’orina della Padrona. Ogni volta che mostravo tentennamenti o esitazioni, la mia sadica proprietaria mi prendeva per i capelli e mi infilava la testa in un secchio pieno d’acqua sporca; a quel punto mi tratteneva in ginocchio, premendomi un piede sulla nuca e lasciandomi riemergere solamente per riprendere fiato. Io mi sforzavo di resistere fino a quando potevo, poi iniziavo a gemere e tentavo con tutte le mie forze di riemergere. Con inflessibile determinazione, la Padrona andava a sedersi sulla mia testa con tutto il suo peso e mi schiacciava la nuca sotto il suo sedere perfetto. Dopo ogni punizione, per gratitudine, dovevo restarmene lì almeno mezz’ora a leccarle le natiche e le cosce. Lei, comodamente sdraiata su morbidi cuscini del letto, si lasciava adorare e rideva.
All’inizio della primavera iniziai a dormire due notti a settimana nella casa della Padrona; trascorrevo le serate sdraiata ai piedi del suo giaciglio, coperta solamente da una leggera copertina di cotone e dal mio pigiama. Ogni qualvolta lady Valentina andava a coricarsi, inoltre, passavo un buon quarto d’ora con la testa affondata sotto le coperte a leccarle i talloni. La Preside si divertiva un mondo nel sentire la lingua di un’altra ragazza che le scorreva fra le dita dei piedi. Al termine di quel trattamento, quando la Padrona decideva che era giunto il momento di addormentarsi, ricevevo un calcetto su una guancia e venivo respinta senza troppi complimenti. Tiravo fuori la testa da sotto le coperte e mi andavo a rannicchiare sullo scendiletto di fianco al materasso. Se la Sovrana sentiva il bisogno di alzarsi durante la notte, poneva tranquillamente i piedi sul mio petto o sulla mia faccia, e attendeva che io le calzassi le pantofole. La stessa operazione dovevo svolgerla al mattino, quando la Padrona si svegliava per recarsi alla scuola o in centro.
Talvolta ero io stessa a destare la dottoressa Mancini all’ora da lei desiderata. Scostavo un lembo delle lenzuola e iniziavo a leccare i piedi della mia proprietaria fino al momento del suo risveglio. Un altro momento della giornata in cui la Padrona gradiva una lingua di schiava a contatto con le sue delicate estremità, era la sera durante la cena. Di solito, o io o un’altra delle insegnanti dell’istituto di estetica, ci occupavamo di adorare le piante dei piedi della divina mentre quest’ultima consumava con la massima calma il suo pasto. Finito di mangiare, alla sguattera di turno spettava l’incombenza di lavare i piatti e riordinare la sala da pranzo. La Padrona, nel frattempo, si recava in salotto a guardare un po’ di televisione. A noi schiave, per contro, era permesso mangiare solamente gli avanzi della Preside, in genere freddi e raccolti in una ciotola per cani. Inoltre, se il nostro servizio non si dimostrava all’altezza delle aspettative, la dottoressa Mancini ci imponeva di consumare le pietanze direttamente dal pavimento, dopo che esse erano state opportunamente schiacciate sotto le suole dei suoi stivali.
In più di un’occasione, lady Valentina si era addormentata sul divano, rilassandosi completamene grazie alle dolcissime carezze della mia lingua, e si era svegliata nel cuore della notte con le gambe accavallate sulla mia schiena. La Padrona era molto compiaciuta del livello di sottomissione che ero riuscita a raggiungere nel volgere di pochissimi mesi, e in definitiva pure io iniziavo a farmi piacere l’idea di appartenere completamente a un’altra persona.
In generale, l’atteggiamento della dottoressa Mancini nei miei confronti somigliava a quello che una severa istruttrice mostrerebbe nei confronti del proprio cane. Alcune volte, tuttavia, le punizioni giungevano senza una ragione e in modo del tutto inaspettato. Una volta, ad esempio, giunsi all’appartamento di lady Valentina e trovai la mia sublime proprietaria languidamente sdraiata sul divano. Come da istruzioni, mi avvicinai a lei a quattro zampe e iniziai a leccarle i talloni. Lei, senza emettere un fiato, ritrasse le sue lunghe gambe allenate e mi rifilò un calcio in pieno volto.
“Chi ti ha detto di leccarmi i piedi?” domandò.
“Mi perdoni, Padrona. Pensavo…”
“Tu non devi pensare” mi rimproverò lady Valentina, spingendomi via con un piede. Caddi a sedere, massaggiandomi uno zigomo con una mano.
“Abbassami le mutandine e leccami il culo” ordinò lei.
“Obbedisco subito.”
Ebbi solamente il tempo di prendere fra le dita l’orlo degli slip della mia signora; lei si voltò di scatto e mi rifilò un violento schiaffo sulla guancia.
“Cerca di essere un minimo delicata” mi rimproverò la sovrana “la mia pelle è di seta. Non può tollerare le maniere barbare alle quali sono avvezze le bestie del tuo stampo.”
“Domando scusa, Padrona.”
“Lecca, schiava. Fammi sentire la tua lingua.”
Senza aggiungere una parola, tuffai la bocca sul sedere della divina e iniziai a leccarle le natiche belle e sode. La Padrona non aveva torto a dire che la sua pelle era di seta. La mia lingua si trovò a passare su una superficie levigata e appena imperlata da un velo di sudore.
“Ti ho detto li? Lecca nel mezzo” ordinò lady Valentina.
“Subito, mia signora.”
Mi spostai al solco fra le natiche, accarezzandolo con dolcezza fino all’attaccatura delle cosce. A un certo punto mi sentii artigliare per i capelli; fui costretta a sollevare il capo e a portare la bocca proprio in corrispondenza del centro delle natiche della Preside. A quanto pare lady Valentina era fermamente intenzionata a spingere la mia faccia fin dentro ai suoi intestini. All’improvviso iniziai ad avvertire un odore inconfondibile che andava facendosi più intenso e più forte, poi la voce soave della Padrona risuonò nella stanza. Non capii cosa stesse dicendo, ma presumo che volesse prepararmi a ciò che sarebbe accaduto di lì a poco. Vi fu un’ultima contrazione, e la stretta di lady Valentina divenne schiacciante. Le sue gambe mi avvinghiarono di colpo, schiacciandomi il busto all’altezza del seno. Mi ritrovai bloccata e senza la possibilità di poter indietreggiare; la pressione mi stava togliendo il respiro. Un attimo dopo il suono di una scorreggia esplose nei miei timpani, e un flusso di aria tiepida s’insinuò maliziosamente fin dentro la mia bocca.
Note finali:
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