i racconti di Milu
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Note:
Per commenti e/o critiche cigno.nero82@libero.it
"I graffi sulla schiena bruciano ancora.”

Fissando lo schermo del cellulare nascosto sotto il tavolo avvertii un’onda di calore percorrere tutto il corpo, mi sfuggì un ghigno, era troppo; lasciai scivolare il telefono nella borsa ai miei piedi e sprofondai nella poltrona della sala riunioni; i gomiti poggiati sui braccioli, le mani intrecciate, gli indici davanti alla bocca e la mandibola gravava con forza sui pollici; così, m'imposi di seguire con attenzione la discussione dei colleghi sui i risultati economici dell'azienda; purtroppo, la mente vagava e puntuale tornava a lui, ai suoi messaggi piccanti e provocatori che mi aveva inviato nell'arco della giornata, creando, una sorta di piacevole disagio; ormai, avevo un unico desiderio: raggiungerlo.

Il collega di marketing stava ancora parlando, entusiasta ed inesauribile. Non riuscivo a sentire altro che un mormorio di parole, quando avvertii i suoi passi avvicinarsi, istintivamente strinsi le cosce, cercai di tornare in me; guardai attraverso la grande vetrata le nuvole grigie mescolarsi all’arancio pallido di un triste tramonto autunnale, quei colori così contrastanti erano diventati magnetici.
Quando la riunione volse al termine, si prese a discutere su dove poter andare a prendere qualcosa, era il rito del venerdì; ripresi il telefono attirata da una sottile vibrazione
"Ho diverse sorprese. Non tardare. Avremo bisogno di molto, molto tempo. "
"Dannato bastardo!" Pensai, ormai, in preda alla frenesia.
Erano tutti presi dalla scelta del locale, io potevo solo osservare il cartello dell'uscita d'emergenza sulla parete del corridoio oltre la porta trasparente e mi immaginavo già fra le braccia di Marcello.

Mi sentii sfiorare delicatamente il braccio, rinvenni, era il capo.
"Non fuggire questa volta, Dafne. Vieni con noi a bere.” Il suo sorriso rese chiaro l'interesse alla mia compagnia, ma, avevo altri piani per la serata.

"Mi dispiace tanto! Ho un impegno inderogabile, ma la prossima volta prometto di accompagnarti.”
"Accompagnare". Chiarii immediatamente.
Sorrisi e sembrava placarlo, un’impressione che svanì immediatamente
“Inderogabile? Cosa, o Chi, ha meritato così tanta attenzione da parte tua?”
Il suo ghigno impudente mi provocó una leggera irritazione, come risposta ottenne uno sguardo poco pacifico.
“Sono stato inaproppriato... perdona la mia insolenza, anche se tutto questo mistero, ci lascia tutti leggermente perplessi... non voglio trattenerti oltre Dafne, magari ne riparleremo lunedì”
Era vero, ero stata sempre di buona compagnia, non perdevo mai le uscite con i colleghi, qualche ora di svago e leggerezza per chiudere la settimana, mi faceva piacere, ma, la mia recente “latitanza”, la mia distrazione al lavoro... le probabilità per una bella ramanzina al rientro, lunedì, erano alte, molto alte. Decisi di non pensarci, non volevo rovinarmi il weekend.
Imperterrita, stavo già escogitando a che tipo di scusa inventarmi la prossima volta.


In auto, la musica aumentò la mia eccitazione.
I Rammstein con la loro Ich Will mi fecero immaginare Marcello, le sue mani: mi prendevano, sfioravano, accarezzavano, e la sua bocca cantava quella canzone con la stessa aria provocatoria e sfrontata di Till.
Sentii nuovamente la sensazione di potenza mentre rievocai il ricordo delle unghie che scavavano nella sua schiena e fantasticai su cosa sarebbe potuto succedere di lì a poco.
Affondai le unghie rosse sul volante in pelle, incapace di contenermi. Non appena potei premere l'acceleratore in direzione di casa, attivai il vivavoce e lo chiamai. La sua voce, seria e sensuale, evocó il tocco umido e caldo delle sue labbra maschie, sul mio sesso, teso al dolore.
"Cosa hai preparato per me? Non posso aspettare" Domandai dopo aver risposto al suo saluto.
Rideva, come se nascondesse un grande segreto.
“Qualcosa di speciale... Come hai passato la giornata?” Il tono della sua voce indicava chiaramente che si trattava di una questione complessa.
“Scomoda. Eccitata. Ogni volta che leggo uno dei tuoi messaggi ..." Mi interruppi lasciando la frase in aria. Mormorò un'approvazione.
Silenzio.
Poi, con voce profonda mi sollecitò
“Eccitata? Voglio che controlli. Toccati e dimmi quanto sei umida.”
Alzai gli occhi al tetto della macchina e ridacchiai.
"Non è necessario. Ti assicuro che sono fradicia”
"Passati le dita e dimmi quanto sei umida. Ora.” L'autorità della sua voce non era pallida, nonostante fosse all’altro lato del telefono.
Dovevo farlo.
Lentamente.
Lasciai una mano sul volante mentre con l’altra mi accinsi ad accarezzare l'interno delle cosce. Rallentai, in modo da tenere una velocità costante, non era la prima volta che lo facevo e sapevo che avrei affondato il piede sull'acceleratore se avessi portato a termine il mio atto di onanismo. Sfiorai la morbida pelle nuda, sopra la linea delle calze, portai due dita fino al pizzo delle mutandine, le scostai da un lato e cominciai ad accarezzarmi con un movimento circolare che comprendeva il clitoride e la mia fessura. Ero umida e vischiosa.
"Sono madida" mormorai a denti stretti. L' eccitazione cresceva, senza possibilità o desiderio di controllarmi.
"Non vedo l'ora di strapparti le mutandine e di vederlo io stesso” rispose Marcello concupiscente.
Soppressi un gemito ed affondai le dita.

Marcello intuì la perdita dei miei freni inibitori.
“Sei pazza, Dafne! Fermati!”
Ansimai
Il tono della sua voce s’inasprì.
“Voglio che ti concentri sulla strada. Fa molto freddo e potrebbe essere pericoloso. Ci vediamo tra mezz'ora. Non tardare.”
Non feci in tempo a rispondere che agganció
"Stronzo!” Urlai.
Mi portai le dita alla bocca e vi asciugai l'umidità del mio sesso mentre sentivo salire la rabbia. strofinai le cosce fra loro, cercando di estinguere quel fuoco, senza alcun risultato; sapevo che mi stava provocando deliberatamente, ghighiai; l’avrebbe scontata a letto. Intanto la potenza di Ich Will aveva lasciato posto alle note di Ich tu dir weh, alzai il volume e cantai insieme alla voce di Till per scaricare la frustrazione:
...
Bei dir hab ich die Wahl der Qual
Stacheldraht im Harnkanal
Legt dein Fleisch in Salz und Eiter
Erst stirbst du, doch dann lebst du weiter

Bisse, Tritte, harte Schläge
Nadeln, Zangen, stumpfe Säge
Wünsch dir was, ich sag nicht nein
Und führ dir Nagetiere ein

Ich tu dir weh
Tut mir nicht leid
Das tut dir gut
Hört wie es schreit

Du bist das Schiff ich der Kapitän
Wohin soll denn die Reise gehn?
Ich seh im Spiegel dein Gesicht
Du liebst mich, denn ich lieb dich nich...

... Ich tu dir weh ...
nulla di più appropriato...

La notte era calata quando giunsi davanti al cancello scorrevole che dava accesso alla sua villa, si aprì senza bisogno di chiamare; mi aveva sicuramente vista arrivare dalle telecamere di sorveglianza, sogghignai. Percorsi lentamente il viale contornato da possenti pini, illuminati dalle luci gialle dei lampioni da poco accesi, avvertii lo scricchiolare della ghiaia sotto gli pneumatici, superato il viale arrivai in un grande spiazzo dove parcheggiai; uscendo dall’auto sentii l'inconfondibile fragranza dell'osmanto appena fiorito; chiusi la lampo della giacca in pelle, il freddo sembrava penetrare nelle ossa, accelerai il passo, salii i tre gradini dell'ingresso e la porta si aprì ancor prima di avere il tempo di suonare il campanello, venni trascinata all'interno da Marcello, mi spinse contro la porta chiudendola.
“Sei presa per sempre” mormorò sulle mie labbra.
Mi sentii avvolgere dal suo calore.
Il suo ginocchio si stava già facendo strada tra le cosce per aprire le gambe e le mani mi tirarono su la gonna, mi aggrappai al bicipite, per non perdere l’equilibrio.
“Ho dovuto guidare con attenzione... per via del buio” balbettai cercando di giustificarmi, come se fossi stata una bambina arrivata in ritardo a scuola.
Con una mano sbottonai lentamente la sua camicia bianca, le mani ancora infreddolite, sfiorarono le sue costole, seguii con le dita il contorno dei suoi pettorali scolpiti, poi, perlustrai la schiena dove ritrovai le righe dei graffi che si era guadagnato l’ultima volta.
“Oh! Non pensavo di averti fatto così male...” sussurrai, fingendo un tono pietoso, mentre lasciavo scivolare le mani sulla sua cintura.
Grugnì mentre tirava fuori la camicetta dalla gonna.
"Ogni volta che la mia camicia ha sfiorato le mie ferite, ti ho pensata. Sai... È stato difficile decidere cosa poterne fare di te”. Quando spinse con forza il bacino in avanti, contro il mio addome, potei nitidamente sentire la sua erezione, sobbalzai alla piacevole sorpresa; mi afferró i polsi.
“Ho passato questi giorni interminabili a pensare a come punirti per questo.”
"Che intenzioni hai? Legarmi?” Chiesi con un sorriso angelico.
“Sì. Ho preso le misure perché tu non possa ripeterlo.” Sentenziò a denti stretti.
Ci fu un attimo di silenzio, il suo sguardo penetrante mi eccitava, sospirai, continuava a guardarmi negli occhi fino a quando non li posai sulle sue labbra mentre sibiló
“Schiava”
Rimasi in silenzio, il mio respiro cresceva, si tirò leggermente indietro ed aprì il primo cassetto del mobiletto di fianco alla porta, estrasse qualcosa di metallico, ne osservai il luccichio provocato dalla luce esterna che attraversava le vetrate dell'ingresso, realizzai che si trattava di un paio di manette, sentii un sussulto interiore, la vista di quell'aggeggio metallico mi rese inquieta, non ero mai stata amanettata prima di allora.