i racconti di Milu
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E’ proprio una settimana d’eterna condanna, di duratura disapprovazione, d’interminabile rimprovero, perché ne esco onestamente indebolita, rammollita e provvisoriamente stremata. Nessuno può capire, individuare né scoprire una donna che lotta battagliando tra l’ambizione, il desiderio e il proposito di far felice un’altra donna né tra il bisogno, la privazione e al tempo stesso la voglia di tenerla lontana, perché ambedue stanno avendo in comune, possedendo e spartendo lo stesso amante.

Io l’ho già vista, ci siamo baciate, incrociate e persino rispettate. Lei se lo scopa appassionatamente quando io non ci sono, lei può averlo per un aperitivo, per un caffè, per un pranzo e per una passeggiata. Lei può trarne beneficio per qualche ora la sera che vuole, come lo gradisce, io all’opposto no. Io sono lontana e aspetto di poter partire, costretta e indotta a viaggiare per appagare cercando di placare il desiderio di calore e d’intimità, obbligata e persino oppressa nel sentimento, limitata nell’istinto, indotta e forzata nell’abbandonarsi al patire e nondimeno al sentire, perché tutto questo mi consuma e mi esaurisce, per il fatto che devo aspettare e prendere tempo.

Una volta era un godimento, un vero e piacevole diletto attendere con la gola infuocata dal desiderio, sì, quello che lui e soltanto lui avrebbe appassionatamente lenito e in ultimo placato. Quello che lui ed esclusivamente lui avrebbe riempito di gioia, di piacere, di sperma e di vivacità: adesso no. In questo momento devo solamente aspettare e rimandare, giacché è una vera tortura e per nulla dolce. E’ quel desiderio che ti consuma, che ti logora, che ti sfonda la testa per l’attesa e che ferisce la pancia in un’esplosione d’abbandono e di solitudine, perché nel frattempo si vive nella normalità e nell’ordine di tutti i giorni, poi arriva il momento e per assurdo immancabilmente mi stanco per partire. Quando manca sempre tutto da mettere nella valigia, quando quello che cerchi e che desideri non c’è, non ci sarà se serve, quando alla fine m’arrendo e parto con l’idea e con l’opinione che basta quello che ho, che alla fine la strada non finisce mai.

Una volta i chilometri scorrevano veloci tra una telefonata e l’altra, un tempo i chilometri avevano ben chiaro di quella voglia che colasse neppure tanto lenta, mentre attualmente hanno il sapore di muscoli contratti e di voglia arrabbiata. Quando arrivo mi mortifico, mi pento e incomincio a litigare, perché mi dico che se ci casca stavolta ci lasciamo e allora finisco d’aspettare, sennonché non ci casca né mi pianta, succede di tutto, malgrado ciò non mi molla. Io tento d’allontanarmi mentre azzardo di partire da sola, tuttavia non ci riesco, perché se m’alzo per aprire la porta e per andarmene da femmina maltrattata e offesa mi prendo un ceffone, io non spero altro che in quello, perché glielo restituisco ben volentieri. Ecco che allora la lite non è più con le parole né con l’assurda razionalità, bensì è una netta contesa per di più concreta, un autentico disaccordo palpabile assieme a una lite reale. Il battibecco è animale, poiché è per questo che è più vero, per il fatto che si va avanti con dei graffi e dei morsi, ben conoscendo e sapendo che quei morsi e quei graffi risvegliano sollecitando in maniera ancestrale la voglia d’una volta, dato che sono sempre più animali e per questo più nitidi, più puliti.

Se lui dovesse incularmi non ci pensa due volte a strattonarmi i capelli mentre lo fa, io in quel frangente piego la testa e gli mostro la gola, lui morde la gola, ma stavolta più adagio. Il mio sangue pulsa, odora di voglia e non più di paura, mentre quella troietta diventa di nuovo il nostro giocattolo, sì, quella che si fa scopare quando io non ci sono ed è diversa da me. A letto il contrasto e la diversità emergono di netto, in quanto sono inconfutabili anche nelle forme, giacché lei è esile, fragile, gatta, pallida e sfuggente, io viceversa sono piena, scura, sfacciata e ubbidiente. E’ assodato e innegabile che siamo diverse nel venire quando godiamo, poiché lei piscia di continuo mentre gode e s’abbandona adagiandosi sempre alle sue mani e alle mie. Lei si concede in maniera sbandierata, dice di non essere esibizionista, eppure s’alza il vestitino in maniera da megalomane mentre si fa infilare due dita nella fica per venire, perché io possa ammirare innocentemente il tutto, dopo alle fine s’ammonisce, si corregge, dato che è un’accentratrice discreta e riguardosa. Io l’avrei sculacciata proprio come meritava quell’esibizionista discreta che non smetteva d’allargare le cosce, perché questo è un riflesso automatico m’aveva semplicemente riferito più volte: nuda, stesa a pancia in giù le tocchi il culo e lei apre le gambe e dice perfino d’essere insicura, schiva e timida, tenuto conto che al primo dito infilato solleva già quel meraviglioso didietro e in seguito si bagna di nuovo.

“Prendi l’asciugamano, fa’ presto” - me l’ha ripetuto confermandomelo alla maniera d’una supplica per una notte intera, perché bastavano pochi minuti e ricominciava a fare la pipì, poi quando non ce la faceva più si lagnava per la gioia.

Io tremo di continuo mentre godo, traballo, vibro e non voglio controllare né sorvegliare, non ho più apprensione né timore nel farlo vedere, sennonché afferro con le mani il metallo della testata del letto soltanto per sentire il freddo nei palmi delle mani, per guardare che effetto fa quel letto venderlo appeso alla mia voglia.

Adesso sono confusa, persa e smarrita, perché questo è l’assurdo, l’insensato e il bizzarro istante, in quanto siamo sdraiate di fianco una all’altra, lui sta facendo venire me, lei mi guarda e si masturba mentre anch’io la tocco. La voglio stretta a me, vicina mentre mi perdo in quel momento, allora che goda, che senta attraverso di me. In quell’occasione la stringo mentre mi sfonda, nel tempo in cui le mie labbra barcollano emettendo definizioni inesistenti, perché sono io a essere completata, loro sono lì per consentirmelo, per permettermelo.

A ben vedere però, io poi riparto e m’escludo di nuovo. Ancora una volta sono staccata e distante. Di nuovo, perché la regola assurda, illogica e incongruente è attendere, eseguire e perfino trattenersi.

{Idraulico anno 1999}