i racconti di Milu
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Un giorno tu m’hai ripetuto: “Sono incantevoli le impressioni che mi donano i versi di Leopardi”. Quando li rileggo, rimuginandoli solitaria nella mia stanza mi sento rapita in cielo, sì, un cielo angoscioso, inquietante e sublime al tempo stesso, dove anche il dispiacere e la sofferenza offrono un certo appagamento. Sono leggermente strana, diversa dal solito, questo lo so, adesso lo riconosco, forse è per questo che mi ritrovo a trent’anni oggigiorno isolata e non sposata, attratta unicamente dal mio stesso sesso, peraltro masochista e nondimeno incline all’abbattimento e alla malinconia.

“Giada, devi progressivamente riflettere, valutare per gradi sul tuo futuro, non devi restare da sola, in fondo sei garbata e piacente, trovati un fidanzato e se ti va sposati” - mi ribadiva mia mamma sottolineando e inculcandomi fermamente quel concetto, quando ancora vivevo in famiglia e studiavo per laurearmi in lettere moderne.

Io, all’epoca, ero sensibilmente affascinata e stregata d’una mia compagna di facoltà, e per oltre un anno abbiamo avuto una relazione che funzionava a meraviglia essendo ben rodata. Dopo lei si è fidanzata con un uomo e lo ha in ultimo sposato, nel contempo dentro di me si è estinta qualcosa dentro l’anima spegnendosi e scomparendo. Non mi piacciono gli uomini per la maggioranza, beninteso in base alle mie esperienze, perché sono quasi tutti grossolani, rozzi e volgari, perché ruttano e fanno scoregge fragorose trovandoci da ridere e quando in conclusione urinano fanno sempre la pipì sul pavimento.

Io vivo da sola già da otto anni, da quando ho acquistato l’indipendenza economica e nei fine settimana per lo più scrivo poesie malinconiche, pratico laboriose cose d’altri tempi, o invento romanzi su angariati e tormentati amori. Ne ho un cassetto pieno di queste opere così piene di me, e mai nessuno le ha lette. Non sono frigida, anzi, una moltitudine di fantasie erotiche m’assillano costantemente scompaginandomi le membra sopite. Quasi ogni giorno mi masturbo, praticando talvolta sul mio corpo pratiche di autolesionismo masochista, che poi mi lasciano afflitta e angosciata e in preda al pianto. Questa è la mia vita, che posso farci, in fondo mi piace. Una sera, in chat al computer, ho conosciuto una femmina che si faceva appellare “Dada”, e che m’aveva incuriosita grazie al suo nome. Si capiva che era veramente una donna, perché non aveva la volgarità che trapela dalle espressioni di quegli uomini, che in chat si spacciano per femmine. Io le avevo confidato la mia omosessualità e la mia solitudine, e lei approfittando del fatto che in quel momento nella “stanza” c’erano unicamente sei persone e per giunta occupate in altre argomentazioni, m’aveva dato il suo numero di cellulare invitandomi a contattarla in privato. La faccenda mi stava assennatamente intrigando, così l’ho cercata sul telefonino quella sera stessa, in tal modo abbiamo fatto amicizia.

In realtà lei si chiavava Patty, era una single di trentatré anni e abitava ad Alessandria, la sua voce era amabile, rassicurante e rinfrancante. Fummo entrambe contente d’abitare nella stessa regione, perché io infatti abito nei pressi di Asti. Per alcuni giorni ci siamo spedite numerose e-mail che hanno contribuito a rendere sempre più profonda la reciproca conoscenza: siamo diventate intime amiche, anelanti e smaniose entrambe di conoscersi al più presto di persona. A me piaceva tanto quel suo essere sicura di sé e un poco autoritaria, io, viceversa masochista, mi eccitavo all’idea di consegnarmi nelle sue mani amorevoli, premurose e severe. Un giorno ricevo una sua e-mail che con un tono lapidario annunciava:

“Cara Giada, vorrei essere lì con te e farti totalmente mia schiava”.

Io rimasi per alcuni istanti disorientata e sconvolta: io mi ero confessata totalmente a lei, e lei d’inclinazione e di vocazione prettamente sadica e viziosa m’aveva sapientemente arpionata grazie alla mia tendenza a godere nell’essere afferrata e sottomessa. Quella sera mi masturbai tanto pensando a lei, tenendomi due mollette da bucato pinzate sui capezzoli, il dolore era forte ma resistetti:

“Sì, questo è per te Patty” - mi ripetevo io accalorata più che mai. In quell’occasione l’orgasmo che ricevetti fu pieno, sodo e appagante.

Fuori dalle finestre di casa Asti viveva la sua normale serata di settembre, con la gente che passeggiava per il centro storico chiuso al traffico. La situazione era ormai matura, così decidemmo d’incontrarci, in quanto lei sarebbe venuta da me. Conosceva abbastanza bene la città di Asti, la seconda domenica di settembre in perfetto orario alle dieci di mattina era sotto casa mia. Tutte e due ci eravamo descritte abbondantemente sia per telefono ma anche via e-mail, altresì dal punto di vista fisico, sicché incontrarci non riservò quindi grandi sorprese. Lei trovò in me quella morettina che le avevo detto d’essere, io ebbi il piacere di trovare Patty più dinamica, giovanile e più bella di quanto m’aspettassi. L’accordo era, dal momento che avremmo chiuso la porta del mio appartamento alle nostre spalle, lei sarebbe stata la mia padrona, io prontamente la sua prigioniera fino alle ore diciannove. Lei non perse del tempo, perché appena dentro m’ordinò di spogliarmi completamente, io eseguii senza batter ciglio. Dopo esaminandomi completamente mi toccò tutta, stringendomi sapientemente i seni con le mani, successivamente frugandomi eruditamente le parti intime infilandomi anche un dito nell’ano. Mentre Patty mi penetrava la fica con il dito medio, io con gli occhi bassi le riferii:

“Credo d’essere ancora vergine, non sono mai stata con un uomo, a parte qualche oggetto leggermente infilato”.

Lei non fece commenti, non espresse giudizi, mi disse che avrei dovuto parlare solamente per ribattere alle sue domande. Io feci cenno di sì con la testa, quel gioco mi piaceva da morire, ero eccitata, elettrizzata ed euforica, in quanto mi sentivo bene come poche volte in vita mia. Patty mi baciò sulla bocca facendosi abbracciare da me che ero nuda, aveva le unghie lunghe e robuste piantandomele in ogni parte sul corpo, insistendo e poggiandole particolarmente sul sedere. Io adoravo essere dominata da lei, perciò m’offrii spalancando la bocca alla sua lingua. Patty indossava un vestito chiaro e leggero senza collant, perché la stagione era ancora estiva, calzava un paio di sandali di vernice di colore nero. Appena lei s’accomodò sul canapè io glieli sfilai con delicatezza, in seguito le baciai i piedi restando là adorandoglieli per lungo tempo accoccolata a essi, come farebbe un’affezionata cagnolina, sennonché Patty ne fu contenta:

“Tu occupati soltanto di preparare il pranzo, perché nel pomeriggio ti farò sentire schiava a tutti gli effetti, dal momento che assaporerei cose mai vissute prima d’ora” - mi proclamò in modo allusivo e intraprendente.

Io non desideravo altro. Ho fatto tutto io quel giorno in cucina, soltanto con il grembiule indossato sul corpo nudo. Erano le tre quando Patty ha dato inizio al gioco. Per l’occasione da Alessandria si era portata tutta l’attrezzatura sadomaso, come prima cosa mi unse in profondità l’ano con un’apposita crema tenendomi sulle sue ginocchia come se fossi stata una bambina da sculacciare. Successivamente agguantò un vibratore anatomico di gomma nera lucida, me lo fece dapprima baciare, e senza farmi troppo male lo introdusse a fondo nel mio buchetto bruno ed elastico lasciandocelo infilato. Un po’ mi dava noia, ma al tempo stesso era anche piacevole, per il fatto che nel contempo lei m’accarezzava tutto il corpo graffiandomi qua e là.

“Baciami i piedi” - m’intimò in seguito.

Lei era seduta sulla poltrona e si era armata di frustino, io sempre nuda ero carponi sul tappeto. Mentre le baciavo i piedi lei iniziò a fustigarmi soprattutto sul sedere: mi piaceva sentirmi così conquistata e sottomessa, perché quel vibratore conficcato nell’ano mi faceva sentire posseduta senza pietà. Ero eccitata e bagnata, desideravo accarezzarmi le parti intime ma non potevo senza il suo consenso:

“Ora fammi godere con la lingua” - mi enunciò lei in maniera perentoria.

Patty era eccitatissima con lo slip intriso delle sue secrezioni vaginali. Io le tolsi con garbo le mutandine, lei mi sfilò dall’ano il vibratore con un colpo deciso che mi fece sussultare facendomi sbarrare gli occhi. Mentre io la leccavo con cura, Patty ripigliò a fustigarmi non risparmiando nessuna parte di me, perché schiena, gambe e sedere erano ripassati senza benevolenza né rispetto dai brucianti colpi delle sue sferzate. Lì, io capii che cercava soprattutto l’interno delle mie natiche, in tal modo io gliele regalai aprendo più che potevo le ginocchia sul tappeto e spingendo verso di lei il fondo schiena. Era intesa quella. I colpi iniziarono a giungermi anche sull’ano e sulla fica gonfia e straripante d’eccitazione: mi sentivo come una leggendaria donna eroica, in quanto ero orgogliosa d’esserne all’altezza.

Quando Patty raggiunse il culmine piacere smise di frustarmi, mi disse di continuare a leccarla perché era multi orgasmica. Godette infatti rantolando altre due volte, e alla fine s’abbandonò stremata sulla poltrona trattenendo la mia testa tra le sue cosce calde: la fragranza della sua fica mi penetrava a fondo martellandomi in modo univoco scompigliandomi il cervello.

Dopo alcuni minuti si riprese e mi sfiorò la fica con le dita del piede destro stimolandomi il clitoride. Io non vedevo l’ora di poter raggiungere a mia volta l’orgasmo per lungo tempo trattenuto, ma lei mi tormentava fiaccandomi e opprimendomi senza darmi la soddisfazione finale. Solamente quando lei lo ritenne adeguato, m’autorizzò a darmi piacere con le mie stesse mani, mentre in maniera accurata squadrava la mia fica fissandola in maniera beata accontentandosi in ultimo della sua opera.

Quell’intenso e smodato pomeriggio si è poi interamente consumato nell’intimità della casa, lei sempre padrona e io naturalmente schiava, in attesa dell’ora in cui sarebbe partito il suo treno per Alessandria.

{Idraulico anno 1999}