i racconti di Milu
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Improvvisamente appari tu. Io sono per strada a Olbia alla fine della giornata, il costante e solito traffico cittadino, l’immancabile e quotidiana coda rientrando verso a casa. Sono esasperato, spazientito e stanco, la mente vaga nel nulla, ascolto un sottofondo di musica di genere ambient per rilassarmi, il finestrino è aperto per assaporare quei profumi che ricordano l’estate, chiudo gli occhi perché sono davvero fiacco. Appena li riapro di fronte alla mia automobile passi tu con il vestitino leggero, il passo elegante, il tuo sorriso allegro e spensierato, frattanto parli pacificamente al telefono senz’accorgerti di me.

Una rievocazione mi fa compiere lestamente un salto indietro nel tempo sprigionandomi in tal senso gioia, entusiasmo e vitalità, per il comprensibile e lineare fatto che al presente ti ricordo davanti a me, come una giovane neo assunta manifestamente inibita e dall’aspetto timido presso un importante gruppo multinazionale americano. Ci presentiamo a una riunione, di certo siamo i due più giovani, la tua mano stringe decisa la mia nel tempo in cui ci presentano, la tua faccia giovanissima e sorridente con quelle labbra lucide, eri bellissima.

Durante la riunione ci siamo adocchiati per tutto il tempo: i tuoi occhi scuri dietro gli occhiali da professoressa e quella matita in bocca nel modo più innocente avevano fatto perdere la bussola alla mia fervente immaginazione, perché io t’avevo sognato camminare nuda sul tavolo della riunione davanti a tutti. Poi ci annunciano in modo inatteso l’incarico, quello di seguire con te lo sviluppo finanziario del gruppo italiano e le prime riunioni insieme agli altri colleghi. Più avanti, una sera, mentre stava arrivando la primavera tu avevi indosso un vestito come quello di oggi. Dopo aver lavorato ci siamo fatti portare qualcosa da mangiare, in verità non so che cosa né come sia esattamente successo. Ricordo il tavolo delle riunioni fra di noi, il tuo sorriso, la tua faccia silenziosa mentre s’avvicinava e quelle labbra stupende che mi baciavano. Che strano però, ammirarti al presente mentre cammini, giacché ripensandoci ne colgo ancora il loro delizioso e unico sapore.

Io t’ho fatto appoggiare al tavolo là in piedi davanti alla mia sedia, mentre le tue mani scorrevano tra i miei capelli, le mie cominciavano a salire lungo le tue gambe in maniera indolente. Avvertivo la tua pelle d’oca, il tuo respiro diventare più veloce, dopo quando ho toccato le tue mutandine la tua lingua si è incendiata nella mia bocca come un serpente, tu m’hai afferrato la testa e stringendola forte con un gesto che in nessun caso mi sarei mai aspettato da te, hai cominciato a spingermi verso il basso. Le mie dita armeggiavano in modo entusiasta per aprirti i bottoni del vestitino, per preparare il terreno alla mia lingua che i tuoi capezzoli scuri e appuntiti stavano già aspettando, a tal punto anche le tue mutandine.

Attualmente mi viene da sorridere nel ripensarci: le ricordo benissimo, erano bianche di cotone, le più normali del mondo, quelle che le donne comprano al mercato e che si mettono per praticità tutti i giorni. Mi fecero capire che in tutto quello che stava succedendo non c’era nulla di calcolato né di premeditato. Io te le ho abbassate moderatamente, lentamente t’ho fatto sedere su quel tavolo di legno color verde scuro laccato, ho aperto un po’ le tue gambe e ho cominciato a farci scorrere la lingua partendo dai piedi, risalendo alle caviglie, ai polpacci e fino alla pelle sensibile dell’incavo dietro le ginocchia, successivamente su più adagio, perché così potevo godere appieno del sospiro dei tuoi gemiti. E finalmente arrivare lì, correre con la lingua su e giù per le tue labbra, entrarci dentro e sentire il tuo gustoso sapore, in soave compagnia della tua voce che mi guidava.

Onestamente, a dire il vero, mi piaceva guardarti mentre con gli occhi chiusi le tue dita torturavano i capezzoli e la tua pancia vibrava rivelandomi l’arrivo del tuo orgasmo. M’hai perfino detto che venivi con due lacrime; mai un uomo era stato così felice. E poi baciarti, dirti e ripeterti quanto eri bella, mentre le tue mani si frapponevano su di me entrandomi nei calzoni. Con un tocco rapido e gentile ti sei bagnata, ti sei inumidita le dita di saliva e le hai sfregate sulla mia pelle, alzandoti dal tavolo m’hai messo a sedere sulla sedia e hai cominciato a baciarmi il pene. E’ stato incredibile, davvero straordinario.

Hai disegnato con la lingua parole d’amore sulla pelle del mio pene, senza trascurarne una parte. Tu m’hai eccitato, leccato, mordicchiato e succhiato. Ho ancora in mente i tuoi occhi che mi guardavano mentre agguantavi lisciandomi il glande tra le labbra e quel filo di saliva ci teneva uniti, perché ancora una volta in silenzio m’hai fatto uscire di senno scompaginandomi le membra.

Ti sei seduta su di me e m’hai fatto godere. Entrarti dentro è stato naturale, perché parecchia era l’eccitazione d’entrambi. Un movimento dapprima lento e in seguito in crescendo d’un ritmo vorticoso, giacché captavo le tue pareti che si gonfiavano stringendosi attorno al mio sesso. Tu sapevi puntualmente quando smettere, come rimandare il mio orgasmo e come accelerare in maniera qualificata per giungere vicino al tuo. Strano, perché mi è sempre piaciuto dirigere e presiedere il gioco, però con te piccolo angelo io volevo eseguire tutto ciò che desideravi. Ti sei sdraiata sul tavolo con le gambe piegate senza lasciarmi i piedi ancorati sul bordo, hai giocato con me facendomi entrare e uscire, poi ancora entrare d’un solo centimetro e uscire di nuovo, abbrancavi il mio cazzo sbattendolo leggermente contro la tua fica aperta, finché m’hai agguantato dentro nuovamente chiedendomi di farti venire.

Ogni tuo desiderio era una precisa disposizione, una lussuriosa tendenza, io ho aumentato il ritmo, una cadenza che le tue gambe mi distribuivano in maniera regolare con i talloni poggiati sul mio sedere. L’orgasmo è arrivato sia per te quanto per me in maniera appassionata, dirompente e veemente.

Tu hai indiscutibilmente voluto che il mio denso e candido seme ti colasse con i suoi fiotti sulla pancia e sopra la fica, perché mi ripetevi che gradivi osservare con coinvolgimento quel gesto, ammirare squadrando con dedizione e con interesse l’uomo che eiacula, squadrando il suo volto sperimentando il piacere che prova in quell’istante, sicché m’hai guardato, hai sorriso e m’hai stretto a te baciandomi teneramente con le tue labbra lucide.

Adesso procedi nuovamente sul marciapiede, ti dirigi lungo il viale alberato, stai argomentando vivacemente al telefono, stai sorridendo, sei sempre uguale. Davvero bellissima, leggiadra e indiscutibilmente seducente come poche.

{Idraulico anno 1999}