i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

| Sexy Video Chat | Gay Cam | Messenger - NEW |

[ - ] Stampante
Indice
- Text Size +
Note:
Potete leggere le altre avventure di Moana su: paradisodisteesabri.blogspot.it
Note dell'autore:
Quello che lui desiderava da me erano soltanto calci nelle palle.
Ero lì al negozio che stavo facendo l’ordine per il fornitore quando ad un certo punto qualcuno entrò in negozio con un grosso mazzo di fiori per me. Non era la prima volta che lo faceva. Era un commerciante d’arte che si era preso una bella cotta per me, e molto spesso veniva ad omaggiarmi con dei fiori o delle scatole di cioccolatini. Era un essere rivoltante, non perché fosse brutto, perché poi la bruttezza e la bellezza sono cose soggettive, ma perché era viscido. Da uno come lui non mi sarei fatta toccare nemmeno con un dito. E gliel’avevo detto già centinaia di volte, e nonostante questo lui continuava a venirmi dietro.
Era sempre ben vestito, indossava sempre la giacca e la cravatta, ed era fastidiosamente pedante e logorroico. Ripeteva sempre le stesse cose, e cioè che avevo dei piedi stupendi. Era ossessionato dai miei piedi, e non capivo perché. Insomma, non per vantarmi, ma avevo un culo che era un capolavoro e invece lui non me lo guardava neppure, lui era pazzo dei miei piedi. I feticisti non li capirò mai.
E poi ogni volta per farmi dei complimenti mi paragonava a delle madonne che stavano nei quadri di Raffaello o di chissà quale altro pittore morto più di seicento anni fa, e mi descriveva quei quadri nei minimi particolari per poi arrivare alla conclusione che io ero come loro, come quelle madonne lì. E ogni volta io gli dicevo che ero troppo indaffarata per dargli ascolto, e quindi lo mandavo via. Ma poi magari lui il giorno dopo si ripresentava e riattaccava la pippa, che io ad esempio ero come la Maddalena nella pala Baglioni di Raffaello. Era ossessionato con questa Maddalena della pala Baglioni, e diceva che le somigliavo tantissimo. Tant’è che una sera me la andai a cercare su Internet questa Maddalena di Raffaello, ma devo dire che non ci somigliavo neppure un po'.
Insomma lui era uno dei miei ammiratori più noiosi. Si chiamava Romolo e aveva trentotto anni. Ho sempre odiato i saccenti, quelli che mettono in mostra il loro sapere. Ho sempre pensato che in realtà non sapessero un cazzo, e che conoscevano soltanto quattro stronzate e allora si pavoneggiavano di quel piccolissimo bagaglio culturale di cui erano in possesso. Romolo era uno di questi.
Come vi stavo dicendo, anche quel giorno venne in negozio donandomi l’ennesimo mazzo di fiori. Non ne potevo più di ricevere fiori, non sapevo più dove metterli. Ne avevo la casa piena. Poi tempo un paio di giorni e morivano e quindi dovevo buttarli al secchio della spazzatura.
“Ancora fiori!” esclamai non appena vidi Romolo. “Quante volte ve lo devo dire? Smettetela di regalarmi fiori. Sono stanca di vederli morire”.
“Come sei bella oggi Moana” mi disse con quel suo sorriso da demente. “Assomigli alla Madonna della Serpe di Caravaggio, che con il suo piede angelico schiaccia il serpente simbolo del peccato originale. Allo stesso modo io vorrei che i tuoi dolci piedi schiacciassero il peccato che alberga dentro di me”.
“Ma falla finita!” risposi bruscamente. “Non vedi che sono impegnata? Credi davvero che non ho nulla di meglio da fare che starti a sentire?”.
“Oggi i tuoi piedi sono più radiosi del solito”.
Mi guardai i piedi, indossavo delle scarpe nere col tacco dodici, e in effetti non erano niente male, ma ancora non capivo del perché i miei piedi fossero per lui così importanti.
“Ascolta Romolo, ma me lo dici una volta per tutte cosa vuoi da me?” stavo incominciando a perdere la pazienza, e pensai che fosse giunto il momento di assumere un addetto alla sicurezza per mandare via questi pazzoidi. Magari uno stallone da monta nero alto tre metri.
“Da quando ti ho vista, e soprattutto da quando ho visto i tuoi piedi, non faccio che pensare a te. Dentro sento un desiderio, una passione incontrollabile, un furore erotico che mi riconduce sempre allo stesso pensiero. Io vorrei...”.
“Vorresti scoparmi” conclusi.
“No, vorrei che mi prendessi a calci nelle palle”.
“COSA!?” non potevo credere a quello che avevo appena sentito e scoppiai a ridere piegandomi in due. Non riuscivo a smettere, stavo per perdere i sensi, era la cosa più divertente che avessi mai sentito. Ma lui invece sembrava serio, e non si scompose di fronte a quella mia reazione, e mi guardava con un sorriso stupido sul viso in attesa di una mia risposta. Ma ridevo così tanto che non riuscivo a dire nemmeno una parola. Avevo le lacrime agli occhi e cercai di darmi una controllata, perché Romolo non stava scherzando. Quella era la conferma definitiva che era un pazzoide.
“Ma dici davvero?” chiesi.
“Sì, è tutto quello che ti chiedo, di prendermi a calci nelle palle”.
“Guarda che se io comincio a darti i calci nelle palle va a finire che i coglioni te li faccio arrivare in bocca. Io quando picchio non scherzo, picchio forte”.
“Devi picchiare forte”.
Stava facendo sul serio. Devo ammettere che l’idea di prendere a calci nelle palle un uomo mi allettava parecchio. E quando mi ricapitava un occasione del genere? Poteva essere un’esperienza esilarante, la cosa più divertente che mi fosse mai capitata, per non parlare del fatto che era una buona occasione per sfogarmi un po'. Certe donne per sfogarsi vanno a fare palestra, e io invece potevo distruggere le palle di Romolo a pedate.
C’era un problema però, ovvero come facevo a sapere che Romolo non fosse una persona con dei disturbi psichici? Non era una cosa giusta da fare approfittarsi di una persona debole. E poi rischiavo davvero di fargli male. Insomma, si trattava pur sempre di prendere a calci nelle palle un uomo. Ero molto dubbiosa sul da farsi.
“Ma sei proprio sicuro? Non è che finisci in ospedale e mi denunci?”.
“L’ho già fatto altre volte con delle puttane”.
“Ok, se è quello che vuoi ti accontenterò volentieri. Vedrai, ti disintegrerò le palle a pedate”.
Certo non potevamo farlo lì in negozio, davanti agli occhi di tutti, così lui mi propose di andare in albergo. E allora dissi alle mie commesse che mi sarei assentata per qualche oretta, e Romolo mi portò in un albergo che stava sulla via centrale della città, l’Hotel Roma, un albergo esclusivo dove ci andava la gente facoltosa. Ma d’altronde Romolo di soldi ne aveva, e pure tanti. E poi non era sposato e non aveva famiglia, quindi non sapeva neppure che farsene di tutto il suo denaro.
Ero eccitatissima all’idea di quello che stavo per fare. Lo sapete, io sono una persona molto curiosa, e quindi mi imbatto in ogni tipo di esperienza. E questa batteva di gran lunga tutte le esperienze più strane che mi erano capitate.
Devo ammettere che non volendo quel giorno ero vestita un po' da mistress, nel senso che senza farlo apposta avevo indossato i leggings neri di pelle e un corpetto che mi stringeva in vita e mi strizzava le tette. Ma era stato un puro caso, chi avrebbe mai immaginato di dover fare la mistress per davvero. Di solito non mi vestivo in quel modo; di solito (e credo che ormai lo sapete tutti) preferivo andare in giro con abiti succinti, ma mai con quel tono aggressivo che avevo deciso di adottare quel giorno. Però ogni tanto è bene anche cambiare look, e infatti avevo deciso di provare qualcosa di nuovo, ignara di quello che sarebbe accaduto nel corso della giornata.
Nell’ascensore dell’albergo chiesi ancora una volta a Romolo se fosse sicuro di quello che mi aveva chiesto.
“Certo, non desidero altro”.
“Non è che adesso mi porti in camera e cerchi di violentarmi? No perché in tal caso ti avverto che ti do talmente di quei calci nel culo che ti faccio vomitare merda fino all’anno prossimo”.
“Non mi permetterei mai di farti del male, mia madonna”.
“Ah bene, anche perché non ti conviene. Te l’ho già detto, io picchio duro, picchio per fare male davvero”.
Romolo era innocuo, lo sapevo benissimo. Era quel tipo d’uomo che non avrebbe fatto del male a nessuno. Era quel genere d’uomo, per intenderci, che più che montare preferiva guardare. Un passivo patologico. Però era giusto mettere le carte in tavola. Se avesse provato a farmi qualcosa, tipo a toccarmi, gli avrei dato talmente di quei calci in faccia da cambiargli i connotati.
E così arrivammo in camera, una stanza lussuosa con tutti i comfort che però a noi non servivano. A noi serviva soltanto uno spazio dove eseguire la pratica del ballbusting, come la chiamano gli addetti ai lavori. Ma io non sapevo precisamente cosa fare, e allora restai in piedi con i pugni contro i fianchi a guardare Romolo, in attesa di delucidazioni.
“Adesso cosa dovrei fare?” chiesi. “Spogliarmi?”.
“No, tu no. Io invece sì”.
“E allora che aspetti? Spogliati”.
Il fatto che volesse che io rimanessi vestita era un chiaro segnale che Romolo adorava essere sottomesso. Il fatto che la donna sia vestita e l’uomo no denota chiaramente che c’è una posizione di superiorità di lei sul maschio. E Romolo voleva proprio questo, voleva rendersi inferiore rispetto a me, e allora si tolse la giacca, poi la cravatta e tutto il resto, fino a restare in mutande. Aveva un fisico orribile, tozzo e sgraziato, e praticamente non c’aveva culo. Insomma aveva il fisico di uno scaldabagno.
Ebbi l’impressione che per togliersi le mutande aspettasse un mio comando. Però dovevo farlo in modo sgarbato, dovevo insomma calarmi nei panni di una vera mistress. Lo guardai, aveva un espressione da ebete, insomma ti veniva proprio voglia di prenderlo a calci nelle palle. Ma in verità non ero abbastanza arrabbiata per farlo. Infondo che male mi aveva fatto per meritarsi una cosa del genere?
“Le vuoi tirare giù quelle mutande o no? Sennò facciamo notte” gli urlai.
A quel punto Romolo se le tolse e vidi il suo cazzetto innocuo penzolare verso il basso.
“Tutto qui? Certo che sei messo proprio male. Sembra un lombrico in agonia. Però hai delle belle palle grosse” dicevo la verità, sotto al suo cazzetto moscio c’erano due palle enormi. Probabilmente si erano gonfiate come zampogne a forza di calci. “Ma davvero l’hai già fatto prima?”.
“Sì, tranquilla. Con delle puttane”.
“Ah sì? Quindi hai pagato. È assurdo. Come può un uomo pagare una donna per farsi dare i calci nelle palle? Non riesco proprio a capire. Cioè, voglio dire, potresti avere tutto questo” dissi sfiorandomi il corpo con le mani, dalle tette fino al sedere. “E dico potresti avere, perché non è detto che io sia disposta a dartelo, e invece tu vuoi da me soltanto dei calci nei coglioni. Secondo me dovresti farti curare da uno psicologo molto bravo. Comunque se è quello che vuoi… cominciamo”.
Iniziai a sciogliermi i muscoli come fanno i pugili prima di un incontro, quindi saltellando e facendo roteare il collo. Quella situazione mi divertiva fino all’inverosimile. Non provavo alcuna compassione per lui, semmai ero soltanto un po' preoccupata per la sua salute. Avevo paura di mandarlo in ospedale. Però per quanto mi riguarda era un gioco che assolutamente volevo provare; non c’era nulla di eccitante, insomma la mia fighetta era asciutta come il deserto, perché quello che stavo per apprestarmi a fare non faceva neppure il solletico alla mia libido. Era qualcosa che non mi eccitava neanche un po'; non sentivo per esempio quel ribollire che avvertivo ogni volta che mi apprestavo a fare un pompino, o ogni volta che un uomo mi leccava il buco del culo. Non riuscivo ad eccitarmi neanche un po', però ero divertita, quasi come una bambina che viene portata alle giostre. Ecco, mi sentivo come sulle macchinette dell’autoscontro, sentivo quell’eccitazione che preannunciava un emozione devastante, come quando punti un’altra macchinetta e allora gli vai addosso per fargli più male possibile, e allora ti sale quell’eccitazione irrazionale, che è un misto tra la paura di farti male e il desiderio di infliggere dolore.
E allora sferrai il primo calcio, diretto, sotto i testicoli, le sue palle morbide contro i miei piedi duri come la roccia. Romolo si piegò in due dal dolore e si lasciò cadere con le ginocchia a terra e lanciò un urlo terribile e straziante, tanto che mi salì il cuore in gola per la paura di avergli fatto davvero male. Forse avevo fatto troppo forte. E se gli avevo procurato qualche danno permanente? Pensai. Andai nel panico. Quella faccenda sarebbe finita sui giornali, e già vedevo i titoli in prima pagina: “puttana prende a calci nelle palle un suo cliente e lo castra”.
“Oh mio dio, scusa!” mi chinai su di lui per vedere in che condizioni era, gli presi le palle in mano e gliele massaggiai. “Non volevo colpire così forte. Scusa”.
“È tutto ok” rispose con un filo di voce. “È bellissimo. Continua”.
“Ma sei sicuro?” gli chiesi. “Va a finire che te le rompo”.
“Continua, ti prego” disse, e poi si rimise lentamente in piedi, rimettendosi nella stessa posizione di prima, cioè con le gambe aperte e le mani allacciate dietro il sedere, in attesa del mio prossimo attacco.
Mi accorsi con un certo stupore che gli era venuta un erezione pazzesca. Ce l’aveva fieramente dritto, con il glande gonfio e rosso che puntava verso di me. Fieramente eretto e duro come una spada, quasi come se mi sfidasse, quasi come se mi stesse dicendo: “non mi hai fatto nulla troia, anzi mi stai facendo arrapare”. Ma come cavolo era possibile, mi chiedevo, che un uomo potesse avere un erezione dopo che una donna gli aveva appena martoriato i coglioni con un calcio? Eppure era possibile eccome, e la prova ce l’avevo davanti agli occhi. Il membro di Romolo era lì, orgogliosamente eretto, con una gocciolina di liquido pre-eiaculatorio in cima che scintillava sotto la luce del lampadario della stanza.
A quel punto accettai la sfida del membro di Romolo, e allora mi preparai al secondo calcio e mi misi in posizione da pugile, facendo ballare i pugni in aria e poi sferrai l’attacco. E ancora una volta il mio piede incontrò le sue palle percuotendole senza ritegno, e anche questa volta Romolo si piegò in due dal dolore, e si lasciò cadere a terra completamente, con le gambe e le braccia aperte. Questa volta non fui presa dal panico come era stato per il primo calcio, nonostante avessi colpito con ancora più decisione e violenza.
Mi avvicinai al suo corpo e lo punzecchiai col piede sperando in una sua reazione, ma invece lui rimase lì a contorcersi sul pavimento. E allora iniziai a pensare che questa volta l’avevo fatta proprio grossa. Forse era meglio se chiamavo un’ambulanza.
“Romolo, sei vivo?” gli chiesi. “Di’ qualcosa”.
“È meraviglioso” sibilò. “Non ho mai goduto così tanto”.
“Vuoi sborrare?” gli domandai guardando la sua erezione, così gonfia che era evidente che a breve avrebbe cominciato a schizzare. Romolo mi fece di sì con la testa, e allora gli appoggiai il tacco della scarpa sul frenulo e feci una leggera pressione, e tenni premuto per qualche secondo, e non vedendo alcuna reazione schiaccia maggiormente, quasi fino a fargli entrare il tacco dodici nella carne. A quel punto uno schizzo di sborra fuoriuscì con un getto violento e si posò sulla pancia, in prossimità dell’ombelico, poi subito dopo ne uscì un’altro, e poi un altro ancora, in tutto erano cinque schizzi di un’intensità stupefacente. Non appena mi fui appurata di avergli fatto cacciare tutto fuori allora tolsi il tacco dal suo frenulo. Andai verso la mia borsetta e presi dei clinex che portavo sempre con me. In tutto questo lui era ancora lì sul pavimento, quasi agonizzante, privo di conoscenza, con gli occhi spalancati nel vuoto, come un tonno dopo la mattanza. Presi un clinex e glielo buttai sul petto con sdegno.
“Tieni, datti una pulita, verme” misi la borsetta sotto braccio e raggiunsi la porta. Iniziavo a prenderci gusto a fare la mistress. Avevo appena scoperto un lato della mia personalità che ignoravo completamente. “Io devo ritornare a lavoro. Non sono mica come te che non fai un cazzo dalla mattina alla sera”.
E così me ne andai, lasciando Romolo sul pavimento, tramortito dal trattamento che gli avevo riservato.

Link al racconto:
http://paradisodisteesabri.blogspot.it/2017/10/calci-nelle-palle.html
Note finali:
Altri racconti su: paradisodisteesabri.blogspot.it