i racconti di Milu
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La persistenza della decomposizione dello spazio e del tempo era un autentico delirio da cui volevo fuggire, per il fatto che avevo iniziato a cercare una consona via d’uscita. Non volevo credere alla voce di coloro in cui mi ero incomprensibilmente imbattuta: non c’è mai stato un mondo diverso, rassegnati. Imprigionata e schiava d’un universo inospitale e selvaggio, giacché non tolleravo il modo in cui le donne a ogni ora del giorno e della notte erano sopraffatte, essendo inevitabilmente rimarcate con la loro appartenenza a uno strato sociale inferiore a quello degli uomini.

La loro vita era invero pessima e orribile, la simbiosi d’una funzione estetica e utile, io mi sentivo come all’inferno, perché l’unico diritto vigente era in pugno agli uomini, nient’altro che maschi arroganti, boriosi, impudenti e sfrontati. Un sesso pretenzioso che faceva sfoggio di presunzione e di violenza. Una volta nella grotta mi ero rinchiusa dentro un sacco di plastica speciale, indispensabile in verità contro il freddo, un azzeccato preliminare, mentre il suo ritmo vitale emanava calore senza interruzione. Apprezzavo quella pelle di seta, non avevo però in comune la resa facile e la condiscendenza immediata, tuttavia respiravo il corpo di Komal.

Lei si era offerta ancora prima che l’avvicinassi, per il fatto che la tossicodipendenza la rendeva grata d’aver deciso di legarla alla catena. In quella circostanza mostrava un’infinita disponibilità di stimoli eterogenei, il suo corpo collegava il calore al desiderio insaziabile, provava sollievo entrando in contatto con il bisogno negativo degli altri. La sentivo, Komal fremeva, abitata da una bellezza profana, la percepivo vibrare lungo l’arco della schiena, mentre le mie dita la scuotevano e oscillavano. Il suo ventre era testimone d’una presenza che s’impiantava dentro, ascoltavo con cura la sua voce caricata, perché Komal chiedeva d’inciderle la pelle, dal momento che l’energia che conteneva supplicava d’uscire. A ogni piccolo taglio delle unghie Komal gemeva sfregando il pube contro la mia gamba, il calore diveniva superficie liquida sulla sua pelle, in realtà una potenza affascinante che arricciava lei e avvolgeva nel contempo me. Sarebbe potuto diventare un appagamento distruttivo, depredante sia per me quanto per lei, io lo sapevo, perché l’avevo già visto fare. L’incrocio amoroso diventava esplosivo e il corpo poteva svanire una volta che la coscienza non appariva.

Le mie mani scavavano nel corpo di Komal una buca grande quanto la necessità di trovare una tana, io dovevo ripararmi dal ghiaccio che penetrava gli occhi. Komal serviva al mio scopo, doveva sopravvivere, io però non volevo usarla come gli uomini cui era abituata, desideravo che almeno ne giovasse al meglio. Komal godeva, intrecciava le gambe, afferrava con forza, stirava i piedi minuti mentre le mie mani continuavano a segnarla. Io mi nutrivo di lei senza darle quasi nulla e lei diveniva combattiva, mi cercava, si gettava ancora più arresa fra le mie braccia, io la spremevo di più, la succhiavo spogliandola lentamente della sua tendenza e della sua vocazione all’apprendimento. La consumavo, tracciavo linee sottili tra il suo foltissimo inguine e quel piccolo nido, corrugavo gl’indici della mano raccogliendo la sua deliziosa fica, la stringevo obbligandola a farmi entrare più a fondo, fino ad avvertire l’onda morbida del vento caldo della pulsione erotica che ci ricopriva.

Il calore creava una cappa protettiva intorno al nostro appassionato amplesso, una vera e propria sorgente di sostegno e d’energia. Non potevo negarlo, non potevo nascondere che sfruttare Komal era necessario per la mia preziosa vita, peccato che così la sottraevo però alla sua esistenza. Komal d’altro canto aveva imparato a non vivere d’altro; finché serviva, sapeva darsi un senso e spingere sul suo piacere per rendersi fruibile. Lei mi chiamava ancora, chiedeva lamentosamente sopra la mia spalla cingendomi il collo con i suoi lunghi capelli e con il suo profumo di mandorla. Io la penetravo con la mano per farla venire ancora, in un gioco di flessione e di riflessione, la focalizzavo sul rossore dei suoi orifizi e l’eccitazione la rinnovava. Desideravo proteggerla per quel poco che potevo, la tenevo stretta a me limitando la mia stessa smania, la mia bocca s’apriva sulla sua, il cuore della mia energia la riempiva, i nostri corpi s’incontravano suscitando movimenti atavici, i nostri poteri si fondevano esplodendo in spasmi e contrazioni, perché reti magnetiche e intrecci incastravano abilmente la nostra meccanica del sesso.

Io lasciavo che Komal assorbisse in parte da me quel tanto proporzionato al bisogno per non perdere aderenza con l’estensione del corpo, con l’esistenza e in ultimo con me stessa. Eravamo calde e congiunte in un corpo solo, una fusione voltaica che incendiava preservando le nostre vite dal gelo del mondo, un cosmo che non era il nostro, non lo era, eppure corrispondeva all’unico che avevamo. In quell’istante rovesciai Komal sotto di me, mi sovrapposi alla sua arrendevolezza, alla sua carica di abbondanza. L’energia adesso scivolava incontrollata fuori dai pori come un miele naturale che si riproduceva in riconsiderazione di sé stesso, così come una duplicazione ermafrodita della propria sostanza, in qualche modo intuivo perché era alla ragione di tutto. Il desiderio alimentava Komal come la fame e Komal continuava a produrre e a bruciare energia in quantità esagerata.

Io non comprendevo come potesse avvenire tutto ciò, ma il desiderio di godere aumentava, tanto più lei si dimenava e veniva. Io la sentivo gemere in modo prolungato inarcando il pube contro la tuta di conservazione che mi ricopriva e capivo che Komal stava cercando un cardine su cui sfinire la sua lussuria. L’eccitazione esasperava, il volume del calore rimandava narcisistico la simultanea assunzione, il mio e il suo piacere cresceva di raggio man mano che Komal esprimeva potenza. Lei si lasciava andare e il coito diveniva visuale, poiché si legittimava nella sicurezza, io percepivo un cerchio sempre più grande intorno al sacco in cui giacevamo rinchiuse. Immaginavo gli altri bozzoli all’interno della grotta accoppiarsi con la stessa intensità, con lo stesso piacere totale e distruttivo, percepivo un’altissima densità d’energia levarsi in mezzo alle tenebre accumulate, un calore disumano di cui avevo urgenza per non assiderare, ma da cui cercavo anche di preservarmi.

Avevo scelto di non scegliere, perché dentro di me ambivo con brama disperata, in quanto non potevo fare a meno di sentire quel richiamo di bestia pompare nel mio sangue, però ne stavo lontana. Una parte di me invidiava Komal, anche se sapevo che la sua vita era breve, poiché era destinata al consumo per il piacere ingordo d’un uomo. Io l’invidiavo, allontanandomi però da quella fine, giacché ognuno sceglieva il proprio destino, Komal aveva accettato il suo molto tempo prima. Mentre Komal tentava invano d’andare oltre il rivestimento del mio corpo, le mie certezze vacillavano, permanevano inquiete, desideravano il peso non morto della liberazione. Io volevo salvarmi dalla deviazione castigatrice del maschio, però ero tentata con un’ascendenza d’occasioni che mi travolgevano disorientandomi. Coperta da capo a piedi avevo drogato il mio corpo con una tuta mimetica che modellava le curve, al presente il mio corpo di donna era vigoroso più di quanto sarebbe stato, le cosce erano possenti, il torace ampio, il seno piatto e inesistente, le braccia e le gambe risaltavano muscolose proprio come quelle d’un uomo. Ero un uomo, una creatura androgina.

Ero effettivamente ciò che avevo deciso di fingermi, una mezza identità senza un sesso reale. Non avevo avuto scelta per evitarmi a ogni costo di essere catturata e usata da ogni insignificante predatore. Molti uomini, forse tutti, me ne ero persuasa, nascondevano un’origine di vergati assassini sempre in cerca di cagna, ribelli e sovversivi di un’anarchia che li avrebbe voluti a capo della specie. Era questa la prospettiva contro di cui lottavo, me lo ripetevo di continuo, nel tempo in cui il calore tra me e Komal si calmava. Komal era ancora nuda stirandosi al mio fianco, io l’abbracciavo cercando di darle più energia che potevo, in maniera tale che resistesse qualche altro giorno. Capivo che il suo corpo era provato, lei alla fine si era addormentata. Il manto benefico che ci aveva avvolto cominciò a diradarsi. La tenevo ancora stretta quando l’alba riportò dappertutto la luce e il caldo, il calore espiato con tanta trepidazione. La temperatura ricominciò a salire e il gelo scomparve con l’oscurità.

Io sapevo che dovevo lasciarla andare, lo sapevo e questo mi costava addolorandomi e amareggiandomi. Gli uomini indifferentemente stavano uscendo dalle loro postazioni, ripiegavano i loro sacchi, io non potevo più indugiare o mi sarei tradita. Tutte quelle femmine scampate vennero in seguito collocate, disposte e sistemate per il successivo imparziale approvvigionamento. La seduzione del crepuscolo seguente. Il viaggio in tal modo riprese.

Io soffocai il grido che mi lacerava il petto, sapevo che non dovevo provare sentimenti, caricai Komal come un oscuro oggetto e ripartii.

{Idraulico anno 1999}