i racconti di Milu
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Mi sveglio nel mio letto con la testa che mi gira. Dalle persiane socchiuse una lama di luce mi colpisce gli occhi. Provo a muovermi senza riuscirci e solo dopo un po’ realizzo che sono legato. Una fune, morbida ma robusta, mi lega alla testata bloccandomi braccia e gambe a croce.

Come mi è successo? Ricordo solo che ieri sera ero in un locale con Michela, la mia ragazza e Gianni, un mio amico. Ho bevuto qualche birra ma non tante da ubriacarmi. Vuoto totale: non so come sono tornato a casa, non so con chi, né chi mi abbia legato, non ricordo nulla.
Mi agito sul letto facendo rumore, la porta si apre e lei entra:

- Michela, che cazzo significa questo? Scioglimi subito –

Lei non mi risponde, si avvicina al letto sedendosi sulla sponda a pochi centimetri da me.

- Mi hai sentito? Liberami. Che cazzo di scherzo è questo?

- Non è uno scherzo Fulvio, lo capirai tra poco –

Mi guarda con aria incazzata, comincio ad avere paura.

- AIUTO! E’ PAZZA. AIUTO!!! –

Uno schiaffo mi si stampa su una guancia azzittendomi.

- Non provarci, non costringermi ad imbavagliarti. Stai in silenzio ed aspetta, se ti sento urlare sarà peggio per te –

Si alza e torna di là in salotto chiudendosi la porta alle spalle.

Appena esce cerco di liberarmi. Inutile, i nodi sono fatti a regola d’arte, solo la morbidezza della corda mi impedisce di ferirmi male i polsi.
Guardo l’orologio e vedo che si sta facendo sera, già la luce sta scemando. Mi ha detto di aspettare, ma cosa? Perché mi sta facendo questo? Solo ieri sera era tutta baci e coccole ed ora…….
Resto solo per un’ora circa, poi la porta si riapre, entra Michela e, dietro di lei, Giulia.

Resto a bocca spalancata. Giulia e Michela insieme. Sono rovinato.

Istantaneamente mi rendo conto del perché Michela aveva l’aria incazzata, non che Giulia ora mi guardi con occhi teneri, tutt’altro. Il fatto è che…….. sto insieme ad entrambe.

Da sei mesi con Michela e da otto con Giulia. L’una ad un capo della città e l’altra all’opposto. Pensavo di averla studiata bene: doppio profilo facebook, doppio numero di cellulare, doppia storia della mia vita inventata, doppia cerchia di amicizie intime (moooooolto ristrette), tutto doppio ed una marea di bugie per tenere insieme il tutto.

Per sei mesi ho vissuto da pascià, sentendomi un drago per come riuscivo a gestirle, godendomi ogni istante della mia doppia vita. Ed ora la catastrofe. Ma come hanno fatto a conoscersi? Le osservo ferme ai piedi del letto, le braccia conserte; mi guardano.
Sono entrambe more, capelli lunghi, più Giulia che Michela, seno prosperoso, occhi castani, da lontano potrebbero sembrare uguali, e rappresentano il tipo che piace a me.
Ora mi fissano con l’aria incazzata senza dirmi nulla. Poi Giulia si siede su una sponda del letto, imitata da Michela sull’altra.

- Sorpreso amore? Non sei contento di vederci tutte e due……… insieme? –

Il tono mieloso contrasta con lo sguardo duro, la bocca serrata.
Guardo alternativamente l’una e l’altra. Giulia prosegue:

- Sei stato veramente bravo sai, abbiamo ricostruito tutti i tuoi sforzi per sembrare due persone diverse, ma quanto sei stato sfortunato povero caro –

Nel dirlo mi dà un pizzicotto sul braccio facendomi male. Sussulto ma non reagisco. Come potrei così immobilizzato? Posso solo ascoltare ciò che dice:

- Sì, proprio sfortunato. Come potevi sapere che io e Michela fossimo state compagne di scuola? Come avresti potuto immaginare che ci incontrassimo per caso e ci mettessimo a parlare dei nostri ragazzi? –

Un altro schiaffo mi arriva sulla guancia.

- BASTARDO! Non puoi immaginare come mi sono sentita quando mi ha fatto vedere la foto del suo. –

Un pugno mi arriva sulle costole dal lato di Michela:

- E come mi sono sentita io quando mi ha fatto vedere lei il suo –

- Basta ragazze, vi prego, non c’è bisogno di essere violente. Sì, lo riconosco, sono un bastardo ma……… è perché voglio bene a tutte e due –

Mi ritraggo istintivamente quando Giulia alza la mano come per colpirmi di nuovo. Non lo fa.

- Violenza, già. Non mi piace ma tu tiri fuori il peggio che c’è in me. Non preoccuparti, non ti faremo del male, ma abbiamo deciso di darti una lezione. –

- Che lezione? Che volete fare? –

Michela mostra la mano che teneva nascosta dietro la schiena. Impugna un paio di forbici.

- NO, che vuoi fare? Non puoi…….. –

Mi interrompe mettendomi una mano sulla bocca:

- Tranquillo non sono per te. Tu bada solo a stare fermo o ti fai male da solo –

Detto questo inizia a tagliarmi gli abiti: prima la maglietta, e vedo le lame delle forbici passarmi vicino al volto pur senza sfiorarmi; poi i jeans, con più fatica, la cintura, gli slip, fino a lasciarmi nudo come un verme. Giocherella con le forbici a pochi centimetri dal mio uccello. Sbianco, tutto il sangue sparisce dal mio volto, sono terrorizzato e ciò le fa ridere:

- Guardalo, pare un fantasma. –

Sadicamente passa e ripassa le forbici, per fortuna chiuse, sul mio uccello che, se potesse, si rintanerebbe nel grembo.

- Tutti uguali voi maschietti: basta che vi si minacci il pisello e diventate delle mammolette –

Michela, ancora ridendo, replica dall’altro lato.

- Basta Giulia o gli prende un infarto –

In effetti il mio cuore ha saltato uno o due battiti. Vedo con sollievo le forbici allontanarsi da me, finire gettate nella stanza.

- No caro mio, te lo meriteresti ma non è questo che vogliamo –

Dice Giulia con tono ancora duro.

- Ma che volete allora? Fatela finita –

Sbotto scattando in aria, trattenuto dalle corde, mentre l’ira per trovarmi in quella situazione mi riempie.
La mia guancia avvampa:

- Non ti permettere di usare questo tono con noi, capito? Lo scoprirai presto cosa vogliamo –

Resto immobile, la guancia che brucia, e le vedo allontanarsi dal letto e, inaspettatamente, spogliarsi. Non è uno strip-tease, nulla di sensuale, più i movimenti che si fanno per togliersi gli abiti quando si va a letto o sotto la doccia. Eppure veder apparire quei due corpi che conosco bene mi fa effetto. Sento il mio basso ventre riscaldarsi, il sangue affluire al membro in un principio di erezione.

- Guarda il porco, gli basta vedere un paio di tette ed alza la testa –

Il tono di Giulia è di scherno. Nuda come l’ha fatta la mamma si avvicina ancora al letto, prende l’uccello in mano, lo scuote, lo gira per guardarlo da tutti i lati.

- Cosa ci avremo trovato in questo cazzo non lo so. Tu che dici Michela, non mi pare abbia nulla di particolare –

Mente! So bene come lo adori, o forse dovrei dire adorava. Non ho misure equine ma so di non averlo piccolo, soprattutto di diametro, e lei l’ha coccolato, vezzeggiato, lambito. Ci ha giocato come e quando ha voluto e sempre mi diceva quanto gli piacesse, quanto si sentisse riempita da me, da lui.
Michela si è messa dall’altro lato del mio corpo, fa finta di esaminarlo. Insieme lo stringono, lo toccano, se lo passano di mano in mano.
Dentro di me si fa avanti l’idea, la speranza, che sia un loro gioco, che vogliano sì farmela pagare per averle prese in giro ma che si traduca in un’ammucchiata a tre. Il pensiero e le loro manipolazioni mi fanno inturgidire l’uccello che si gonfia e si erge tra le loro mani.

- AHIAAAAAAA!!! –

Una delle due, non so chi, mi ha stretto forte le palle. Ogni sogno sparisce nel dolore lancinante che provo.

- Maiale! Pensi che siamo qui per farti divertire? No bello mio, saremo noi a spassarcela –

- BASTA. Cosa avete in mente? Non potete farmi questo –

- Non possiamo? Tu ci hai prese in giro per mesi e dici che NON POSSIAMO? –

Giulia è arrabbiata sul serio: lo sguardo cattivo, il tono duro……… soprattutto la mano che mi stringe ancora i testicoli pur non provocandomi lo stesso male di prima.

- Aspetta, non fargli così o torna giù e a noi serve bello rigido –

Michela ha notato che il mio uccello ora tende al relax: troppo forte il dolore ai testicoli, troppo brusca la sorpresa. Ferma con la voce Giulia e, finalmente, sento la sua mano abbandonarmi la sacca. Michela mi pare più ragionevole, la guardo speranzoso.

- Fulvio, tesoro bello. Devi capire che io e Giulia ti faremmo a pezzi per come ti sei comportato. Non dimenticarlo mai, siamo incazzate nere con te. Però su una cosa hai ragione, e sicuramente la stavi pensando prima: il tuo affare ci piaceva e ci piace ancora. Per cui abbiamo deciso che, oltre a darti una lezione, ci avremmo “giocato” un’ultima volta.
Quindi la situazione è questa: io e Giulia ora ci divertiremo con te, e non è previsto che ti diverta anche tu, per cui fai molta attenzione a rimanere duro finché noi vogliamo, senza venire o………. potremmo diventare veramente cattive. Hai capito? –

La situazione era assurda: cominciavo a temere di essere capitato, inerme, nelle mani di due psicopatiche, ma le loro mani intanto erano tornate carezzevoli sul mio uccello e, senza volerlo, l’erezione tornò a crescere.

- Hai capito? –

La voce Michela risuonò ancora nelle mie orecchie, durissima. Mi affrettai ad annuire, incapace di proferire parola.
Mi masturbarono a turno portandomi quasi al pieno turgore. Era qualcosa di meramente fisico, la componente psicologica del piacere mancava in me, vinta dalla paura, e questo influiva sulla rigidità dell’asta. Le due se ne accorsero presto.

- Credo che dovremo cambiare i nostri piani, almeno parzialmente. Lo stronzo qui ha più paura che voglia. –

Disse Michela tirando a sé Giulia. Si spostarono dall’altra parte della stanza e parlarono a bassa voce, rivolgendo lo sguardo verso di me ogni tanto. Poi si riavvicinarono con un sorriso che voleva essere, forse, tranquillizzante ma che a me mise ancora più paura:

- Fulvio caro, abbiamo deciso di cambiare in parte le cose. Diciamo che potrai godertela anche tu, almeno un pochino. Le regole ora sono che devi restare duro e resistere più che puoi, se senti di non potercela fare più e di stare per godere devi dircelo immediatamente. NON AZZARDARTI A GODERE SENZA AVVISARCI. –

Annuii ancora, e entrambe sorrisero soddisfatte salendo ancora sul letto. Giulia rimase ai piedi del letto, impugnandomi nuovamente l’uccello e scuotendolo più delicatamente di prima; Michela mi salì a cavalcioni sul viso:

- Vediamo se sai ancora usare la lingua –

Avvertivo il sentore, il sapore della sua micina, la fonte a cui tante volte mi ero abbeverato, ma pur sforzandomi di fare ciò che voleva non riuscivo a rilassarmi del tutto e fare “un bel lavoro”, con suo sommo dispiacere ribadito dagli incitamenti che mi rivolgeva.
Poi avvertii il calore umido della bocca di Giulia che mi avvolgeva, la carezza della sua lingua provata tante volte e sempre come nuova, e fu come entrare in uno stato onirico in cui ricevevo piacere e, di riflesso, lo dispensavo. Le mie leccate si fecero più profonde, più precise; mi lasciai andare alle sensazioni che mi dava la bocca di Giulia ed al piacere di leccare la micina di Michela. I suoi mugolii mi confermarono che ora andava bene. La leccai con gusto, spingendo con la testa per entrare in lei più a fondo, strofinando il naso sul clitoride, ricevendo sulla lingua i suoi succhi che cominciavano a scorrere. Poco importa se respiravo a fatica; era tutto dimenticato: esistevano solo la mia lingua, la micina di Michela e la bocca di Giulia. Mi godette in bocca all’improvviso quasi annegandomi, mentre mi sforzavo di bere il suo liquore squisito e continuavo a leccarla e succhiarla per farla impazzire.

Di botto ebbi la faccia libera, i polmoni affamati d’aria che si riempivano di riflesso, un rantolo che mi usciva dalla gola. Mi resi conto che stavo quasi per soffocare, e pure l’avrei accettato in quel momento, totalmente preso dalla situazione.
Mi concentrai sul mio basso ventre, pronto a godere a mia volta ed invece Giulia, appena vide smontare Michela, mi abbandonò. Un gemito di frustrazione sortì dalle mie labbra; le guardai con occhi sconvolti, l’una che si riprendeva dal piacere appena provato, l’altra che sogghignava guardando il cellulare posato su un mobile, l’obiettivo rivolto verso il letto.

- Bravo Fulvio, non hai perso il suo tocco. Ora è il mio turno –

Giulia si mise sopra di me, volgendomi le spalle, e facendo forza sulle gambe si puntò il mio uccello tra le labbra della micina scendendo lentamente fino a ingoiarlo completamente.
Il calore umido della sua bocca era stato sostituito da un calore altrettanto umido, la sua lingua dalle contrazioni dei suoi muscoli interni. Temetti di venire solo guardando le sue reni che iniziavano a muoversi sopra di me, quel culetto fantastico che tante volte avevo adorato.
Strinsi i denti: volevo fare la mia parte e, lo sentivo, le due non mi avrebbero lasciato a bocca asciutta; dovevo solo fare come avevano detto. I movimenti di Giulia si fecero prima più veloci e poi scomposti mentre dalle sue labbra usciva un mugolio continuo. Ero vicino e mi ricordai di avvertirla:

- Ci sono quasi Giulia, sto per venire –

Gli occhi chiusi, la testa tesa indietro, raccolsi le forze per l’ultima resistenza, affinché lei venisse prima di me. Improvviso un dolore acuto:

- Fermati Giulia ……AAAARRRGGGHHHHHHH. TOGLILO, TOGLILO, mi fa male –

Quella stronza, senza preavviso, senza lubrificazione, mi aveva ficcato un dito nel sedere, e non sembrava avere intenzione di toglierlo.

- Quante storie per un dito. E poi tu lo togliesti quando io ti dissi le stesse parole? Quando volesti incularmi per forza? No, continuasti, e non era un dito ma il tuo uccello. –

- Ma poi ti è piaciuto…. TROIA, POI TI E’ PIACIUTO!!! –

Ricordavo quando, infoiato come non mai, la convinsi a darmelo. Avevo lavorato bene per farla rilassare, per evitare che soffrisse, ma per lunghi istanti, quando ero finalmente entrato in lei, non ci avevo visto più e l’avevo sodomizzata con forza senza badare a lei ed a ciò che diceva. Alla fine, quando avevo recuperato la ragione e la delicatezza, titillandole micina e clitoride, anche lei era giunta all’orgasmo, ma quei pochi istanti in cui aveva sofferto li ricordavo bene, ed a quanto pare anche lei che ora mi ci prendeva anche in giro.

- Beh, se aspetti vedrai che piacerà anche a te –

Contrariamente alle sue parole tolse il dito. Aveva ottenuto ciò che voleva, cioè che il mio orgasmo tornasse indietro pur restando rigido dentro di lei. Riprese a muoversi sopra di me come prima ed io, anche per paura di provare ancora quel dolore, riuscii a resistere fino a che lei si contorse sopra di me urlando forte il proprio piacere.
A uccello teso, reso impotente dai legacci, attesi che le due decidessero cosa fare.
Giulia si avvicinò e mi diede uno schiaffo forte proprio sull’uccello facendolo oscillare come la bandierina del calcio d’angolo dopo un urto. Il dolore fu meno del previsto ma abbastanza per le sue intenzioni.

- Non provare mai più a darmi della troia, capito? Sei fortunato che stavo godendo altrimenti ora te ne pentiresti amaramente –

Gli occhi ridotti a due fessure che mi scrutavano con cattiveria mi fecero tornare la paura.
Cosa avevano intenzione di fare ancora? Mi avrebbero liberato? Se ne sarebbero andate? Una parte di me chiedeva anche “mi avrebbero fatto godere?”.

Ebbi presto la risposta: le due si scambiarono il posto e la micina allagata di Giulia mi coprì il volto mentre Michela si impalava su di me. Le due si mossero autonomamente e, pur tentato di prendermi una piccola vendetta usando i denti, io cercai di sollazzare Giulia meglio che potevo, con l’accortezza di tenere il naso libero per poter respirare. Anche così mi avvicinai molto all’orgasmo. Gridai per avvertirla ma il bavaglio di carne smorzò il mio urlo. Fu Michela stessa che si accorse del mio stato sentendomi tendere sotto di lei. Fu più gentile di Giulia, si limitò ad un pizzicotto all’interno della coscia. Dolore forte ma nemmeno paragonabile all’altro e comunque sufficiente a far retrocedere il mio orgasmo il tempo necessario affinché lei venisse agitandosi e mugolando. Un attimo dopo la mia bocca fu invasa dai succhi di Giulia che invece non fu tanto gentile, stringendomi la testa tra le cosce, tirandomi a se per i capelli e, in pratica, togliendomi ancora l’aria. Per fortuna si tolse subito ed io, ansimante, le guardai scendere dal letto ed andare in bagno. Tornarono pochi minuti dopo e presero a rivestirsi. Senza una parola Giulia uscì salutando Michela con i classici tre baci sulle guance. Io ero nella situazione iniziale, con in più il mio uccello teso che non ne voleva sapere di perdere la sua durezza.
Michela venne verso di me e io chiesi ansioso:

- Che vuoi fare? Vuoi lasciarmi così? –

Intendevo legato come un salame. Lei fraintese, o non so bene cosa, perché si accostò al mio ventre prendendomi l’uccello in mano, guardandolo fisso come per imprimerselo bene negli occhi. Un bacio fugace sulla cappella, un accenno di labbra chiuse intorno al glande, un tocco morbido della lingua e la sua mano che scorreva su e giù veloce, sempre più veloce, fino a quando godetti spruzzando in aria il mio seme, imbrattandomi il ventre, il letto, la sua mano.

- Grazie –

Le dissi, ed ero veramente riconoscente sentendo la tensione abbandonarmi i muscoli.

- Non fraintendere, il mio è stato un gesto di pietà, un ultimo saluto al tuo cazzo perché, purtroppo, non posso separarvi l’uno dall’altro. –

Si girò, guardò in giro e si chinò sul pavimento. Quando tornò verso di me aveva in mano le forbici.
Sbiancai mentre le sue parole mi rintronavano nella mente: “separarvi l’uno dall’altro”.
Non era questa la sua intenzione. Invece tagliò per metà la corda che mi teneva legato il polso sinistro.

- Adesso con qualche sforzo riuscirai a liberarti. Se sei furbo terrai per te tutto questo, se sei veramente furbo eviterai con cura di farti vedere o sentire da noi due un’altra volta. Ricorda che possiamo mandare i filmati a tutti i tuoi amici, dipende solo da te se lo faremo o meno. –

Alzò la mano come per darmi uno schiaffo, o forse farmi una carezza. Non lo saprò mai. L’istante dopo era fuori. Sentii chiudere la porta d’ingresso e cominciai i miei sforzi per liberarmi.

No, pensavo, questa storia rimarrà dentro questa stanza.