i racconti di Milu
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Quello che al presente noto con un certo risalto è la delicatezza e l’incanto dell’essenza d’un qualsiasi profumo, dal momento che emana un aroma incomparabile e originale, coinvolgendo l’olfatto e scatenando le membra con una forza e con un’energia atipica e unica, più suadente dei vocaboli, dell’esteriorità, dell’impulso e della tenacia. Non si può rifiutare né respingere, perché esso penetra incuneandosi dentro di noi attraversandoci e invadendoci così come l’aria che abitualmente respiriamo, addentrandosi nei nostri polmoni, riempiendoci e dominandoci totalmente, poiché sale fino al cervello in quanto non c’è modo d’opporsi. Quella sostanza l’aveva invero tormentata e tartassata tutto il giorno, estratto quello appena annusato peraltro gradevole e deciso, leggermente speziato, in verità una profumazione da uomo di qualche marca prestigiosa.

Abir non sapeva precisare quale fosse, perché neanche s’intendeva, ma di sicuro non era la prima volta che lo percepiva, soltanto che stavolta era discorde, diverso e straordinario. Stavolta, infatti, sotto gli effluvi ben calibrati del prodotto commerciale ce n’era un altro che si mischiava congiungendosi deliziosamente con il primo: caratteristico odore d’uomo, fragranza della sua pelle e di quel sudore leggero, perché per tutto il giorno le aveva dato alla testa togliendole la concentrazione dal corso che stava seguendo bistrattandola. Era certa che provenisse da uno degli uomini seduti dietro di lei, eppure non riusciva a capire precisamente da quale.

La piccola sala per le conferenze non era per niente affollata: le prime tre file erano piene, mentre le altre compresa quella dove stava Abir, avevano solo poche persone sparse. Direttamente davanti a lei non c’era nessuno, ai lati aveva una donna, due posti più in là alla sua destra, e in conclusione un uomo accomodato in fondo alla fila alla sua sinistra. I più vicini erano quindi i tre uomini dietro di lei, tenuto conto che da lì che proveniva quel profumo così distraente e sviante. Evidentemente i tre si conoscevano, infatti, avevano parlottato per tutto il tempo, anche durante le pause sia del pranzo quanto della cena perché erano stati insieme, frustrando ogni tentativo di Abir di capire da chi esattamente provenisse quell’estasiante, rapente e ubriacante profumo. Non le era mai capitata una cosa del genere, perché di solito quello che l’attirava eccitandola negli uomini era il loro aspetto, il modo di muoversi, le espressioni, la maniera di dialogare, il loro modo di rivelarsi com’erano dentro, e in ultimo il suono della loro voce, perché lei adorava le voci basse e profonde, in quanto le trasmettevano sempre un brivido dentro.

Quando un uomo le piaceva, di solito le piaceva anche il suo personale profumo, cioè esso doveva far parte di quell’armonia, quell’alchimia, rendendo quel maschio nei suoi paraggi attraente. Ma non le era mai capitato di sbavare dietro a un profumo, senza nemmeno conoscere l’uomo che lo emanava, oggi invece era stato diverso, quest’oggi si era eccitata soltanto nell’avvertire quell’odore. Proprio oggi aveva passato la giornata cercando di cogliere ogni fragranza, perché qualsiasi effluvio le aveva fatto indurire i capezzoli, ogni zaffata aveva scatenato nella sua mente immagini di lussuria sfrenata disorganizzandola e scompaginandola, perché aveva osservato furtivamente tutto il giorno i tre dietro di lei cercando di cogliere il responsabile.

Tre uomini sui cinquant’anni d’età, piuttosto alti, dal momento che il più basso sfiorava il metro e ottanta, il più alto arrivava quasi al metro e novanta. Tutti e tre robusti con le spalle larghe, le braccia e le gambe muscolose, qualcheduno con un accenno di pancia, probabilmente tutti sulla novantina di chili. I capelli tagliati molto corti, uno biondo e due castani, la barba rasata di fresco, tutti e tre indossavano jeans scuri o neri, la giacca e la camicia, però senza cravatte. Tre uomini normali, ciascuno carino a suo modo, ma certo nessuno d’una bellezza sgargiante né spettacolosa. Eppure Abir non riusciva a staccare da loro gli occhi di dosso, decisamente attirata dall’indomabile e irresistibile canto di sirena che era quel profumo. E loro se ne erano accorti, certo, in quanto ne avevano colto le occhiate furtive che la donna lanciava nei loro confronti, sicché uno per volta avevano iniziato a ricambiarle studiandola. Abir sapeva che ciò che vedevano non sarebbe spiaciuto loro: una trentasettenne minuta ma ben proporzionata, con lunghi capelli scuri e lisci, gli occhi scuri e la pelle chiara, con seno piccolino ma sodo e un bel sedere. I jeans strettissimi e la camicetta ponevano l’accento sul suo fisico snello, la scollatura con il tacco le donava quei centimetri in più che le servivano essendo utili per non passare esattamente per un “tappo”.

Per l’ora di cena si erano cambiati tutti, così mentre la ragazza s’aggirava per il buffet sentiva i loro occhi che seguivano i movimenti del suo corpo sinuoso, fasciato in un abito nero molto disgiunto sulla schiena. Dopo cena li aveva però persi di vista, e aveva passato la serata con la sua compagna di fila e un paio d’altri compagni di corso al bar dell’albergo. Era stata tutto sommato una serata soddisfacente e piacevole, malgrado ciò non era riuscita a scacciarsi dalle narici il fantasma di quel profumo così esaltante e inebriante. Si era infilata sotto le coperte fantasticando sui tre compagni di corso e su quel profumo, perché adesso nel cuore della notte si era svegliata di soprassalto sentendolo ancora ben impresso nelle narici. Adesso stai esagerando ragazza ripeté verso se stessa, cercò di rigirarsi nel letto, tuttavia si bloccò a metà del movimento. Il profumo era reale, non se lo stava immaginando, dopo qualche istante nel buio pesto della stanza sentì il rumore lieve d’un respiro che non era il suo. Al presente era immobile, paralizzata, con il cuore che batteva contro le costole, quasi cercasse d’uscire per mettersi in salvo, ma ecco un sussurro:

“Sei sveglia?”. Un uomo comparve accanto al suo letto.

Il terrore la bloccava, eppure quel pomposo profumo s’insinuava di nuovo nelle narici confondendola. Riuscì a raccogliere un briciolo di presenza di spirito spostandosi nell’angolo opposto del letto, con le coperte al petto come una sorta di protettiva barriera, con il divertimento che trasudava dalla voce, perché nonostante stesse sussurrando l’uomo annunciò:

“Lo prendo per un sì”.

Dopo una lunga pausa, che ebbe tra l’altro l’effetto di snervare Abir inebriandola maggiormente con quel profumo peraltro intensissimo all’interno di quella piccola stanza, l’uomo bonariamente aggiunse:

“Ho visto che oggi mi guardavi. Ho notato come m’osservavi. Io sono venuto qua in maniera tale che tu possa realizzare la tua fantasia”.

Nonostante il terrore che l’attanagliava alla graziosa Abir sfuggì uno sbuffo, un lieve grugnito a metà strada tra il contegno divertito e quello incredulo.

“No, non fraintendermi, non sono un esaltato né un maniaco. Dimmi pure se vuoi che me ne vada lo farò, perché me ne andrò senza crearti grattacapi né problemi”.

Abir non rispose, il cervello cercava di lavorare ingabbiato tra la paura e la netta convinzione che l’avrebbe violentata là, lei si sentiva imprigionata assieme all’incredulità che lui se ne andasse sul serio e la curiosità per quest’uomo così sicuro di sé da riuscire a entrare nella sua stanza. Come c’era entrato poi? Pretendere inoltre che lei avrebbe goduto della sua violenza, per l’eccitazione causata da quello stramaledetto profumo, sennonché vinse la paura manifestandogli il suo disappunto respingendolo:

“Adesso vattene” - sussurrò lei in modo autoritario ricacciandolo.

I suoi occhi ormai abituati al buio intravidero una sagoma che s’alzava, per un attimo la paura dello stupro la paralizzò, dopo la sagoma si spostò verso la porta e in un colpo il terrore l’abbandonò con una lunga esalazione del respiro, lasciandola pressoché inaridita e svuotata. Se ne andava sul serio. La successiva inspirazione lunga e profonda la riempì ancora una volta del suo profumo. Udì in passo, un altro che arriva pensò, l’ignoto era ormai alla porta, lo sentì afferrare la maniglia e girarla, sennonché esclamò:

“Fermo”. Lei l’udì girarsi accennando un sussurro:

“Sì?”.

“Che cosa vuoi?”.

“Te l’ho appena detto che cosa m’auspico. Tu sei per me bellissima, io voglio godere e farti godere. Voglio sentirti sussultare intorno a me mentre gridi un orgasmo dietro l’altro, sei un incanto”.

Abir rimase senza fiato udendo le sue parole, la sua voce, il annusando suo odore, si sentì perciò sciogliere e la parte di sé che si districava passava sbrogliandosi attraverso il suo pelosissimo e nerissimo inguine, inzuppandole le mutandine. S’accorse che stava ansimando, i secondi passavano ticchettando via tra il respiro affannoso di lei e quello sempre più concitato di lui, alla fine sempre sussurrando l’uomo le chiese:

“Vuoi ancora che me ne vada?”.

Chiudendo gli occhi, anche se era inutile nel buio quasi assoluto, Abir disse di no sentendolo staccarsi dalla porta e avvicinarsi al letto senza toccarlo.

“Adesso voglio bene che tu sappia, che la porta non è chiusa con la chiave, perché basterà dirlo e me ne andrò. Va bene?”.

“Va bene, intesi” - annuì lei facendo un cenno con la testa.

“Aggiungo inoltre che, qualsiasi cosa vuoi che io faccia o non faccia, basterà dichiararlo e io la farò o non la farò. D’accordo?” - propose lui.

“D’accordo” - ribadì lei soddisfatta.

“Un’ultima cosa: per tutto il tempo che sarò qui non accendere la luce”.

“Perché?” - replicò lei.

“Fidati di me, non te ne pentirai. Questo è tutto”.

“Va bene”.

Abir sentì un fruscio, lui stava scostando le coperte per infilarsi nel letto con lei. Un brivido percorse Abir, ma non era un brivido d’apprensione né d’allarme, perché vederlo arrivare alla porta per uscire l’aveva rassicurata. Certo, era stata visibilmente manipolata, lo sapeva anche lei, ma accettandolo l’aveva resa complice e a sua volta artefice, le aveva offerto una parte del controllo sulla situazione, adesso non voleva più tornare indietro. Il letto s’abbassò parecchio quando lui si sedette con le gambe sotto le coperte e il busto appoggiato alla testiera accanto ad Abir. Il suo profumo, il suo odore era schiacciante, la ragazza ne era quasi ubriaca. Il suo fiato sulla pelle, tiepido mescolato a quell’odore di dentifricio la solleticava. Erano vicinissimi, l’idea che quei pochi centimetri di spazio e il sottile strato di stoffa della camicia da notte la separava da un perfetto sconosciuto, del quale non riusciva nemmeno a intravedere le fattezze, era terribilmente intrigante, piacevole ed enormemente stuzzicante. Chi era lui dei tre maschi?

Abir esitante sollevò una mano cercando a tentoni il suo viso nell’oscurità, come una cieca passò la punta dell’indice e del dito medio sulla fronte spaziosa, sulle sopracciglia folte, sul naso affilato e sulle guance ricoperte dalla ruvida ricrescita della barba. Chi era dei tre individui? L’uomo rimase fermo sotto quello scrutinio, ma nel silenzio Abir poteva cogliere il suo respiro cambiare, il battito del suo cuore accelerare, perfino il suo odore che l’aveva così ubriacata stava al momento leggermente mutando diventando ancora più intossicante, non per l’essenza artificiale ovviamente, ma per il suo naturale profumo. Quando le sue dita gli passarono sulle labbra, stranamente morbide per essere quelle d’un uomo, lui fece qualcosa d’inaspettato: aprì la bocca risucchiando la prima falange, alquanto meravigliata Abir si lasciò sfuggire un urlo, ma non ritrasse la mano, l’uomo chiuse saldamente le labbra sulle dita catturate iniziando a passarci sopra la lingua leccandole e avvolgendole.

Quel contatto umido e ruvido, incredibilmente sensuale, inviava dei brividi lungo il braccio della ragazza, che si spandevano su per il collo e giù per l’addome facendola chiaramente mugolare. Fu allora che la mano dell’uomo trovò il suo polso, sfiorandola lievemente percorse tutto il braccio fino alla spalla, passò poi alla clavicola e al collo. Lui saliva con le punte delle dita fino alla mascella, appresso riscendeva accarezzandole la scollatura fin dove lo scollo della camicia da notte lo permetteva. I brividi e le sensazioni scatenate soltanto da quel tocco erano incredibili. Sempre con delicatezza, anche l’altra mano entrò in gioco scostandole dalle spalle la camicia da notte, che ricadde leggermente fermandosi sopra i seni. In secondo luogo, all’improvviso, la sua bocca lasciò andare le dita iniziando a seguire il percorso intrapreso pochi minuti prima dalla mano. La barba di quel maschio raspava contro la pelle morbida, Abir con gli occhi sbarrati nel buio della stanza ansimava pesantemente, percependo nettamente le sue viscere sciogliersi, snodandosi sempre di più, in quanto si rese conto che lui stava aspettando la sua incitazione per proseguire.

“No, non fermarti, è bellissimo” - riuscì a balbettare, inalando profondamente il suo profumo così da vicino, beneficiando della fregola e giovandosi del calore del suo corpo.

Lui proseguì abbassando del tutto la camicia da notte e scoprendole i seni. Nel buio le sue mani li studiarono percorrendo la pelle per captarne la consistenza, posandosi con i palmi piatti sui capezzoli e le dita che ne saggiavano sapientemente i contorni.

“Sono davvero perfetti” - sussurrò lui in maniera libidinosa prima d’avvicinare la bocca a un capezzolo.

Al presente lo osservava, non lo succhiò subito, passò con lentezza le labbra sulla punta più volte facendola delirare dal desiderio. Nel frattempo massaggiava l’altro seno passando le dita sul capezzolo strizzandolo tra il pollice e l’indice. Abir gemeva sommessamente, mentre con le mani gli accarezzava la testa, il collo e le spalle, premendo contro di sé per attirarlo più vicino, per offrirgli più seno e per esplorarlo, per capire chi fosse. In quel frangente s’accorse che non portava la maglietta, il suo respiro accelerò ancora: era forse nudo? Mentre lui insisteva nella sua opera facendo farneticare Abir per il piacere, la ragazza continuò la propria esplorazione, giacché con la punta delle dita seguì il contorno delle spalle e discese lungo la schiena, concentrata su tutti i particolari che in assenza di luce il tatto le trasmetteva. Le dita di Abir gli tracciavano il petto graffiando la pelle e intrecciandosi ai peli, sfiorando i capezzoli e infine strizzandoli, in quell’istante lo sentì fremere contro di sé.

Lui in quella circostanza smise di succhiarle i seni e continuando a palparli con le mani, iniziò a risalire sfregandoli con la barba non rasata, le morsicò il mento e infine posò le proprie labbra su quelle di Abir, schiacciò con foga intrufolandosi con la lingua, intanto che le afferrava la nuca spingendolo il viso contro il proprio. Abir aprì la bocca esilarata ed eccitata da questo miscuglio di gentilezza e di forza, di delicatezza e di passione. Le loro lingue s’intrecciarono mentre i corpi si premevano l’uno contro l’altro, lentamente scivolarono giù fino a trovarsi completamente sdraiati e intrecciati tra di loro e con le lenzuola. Le mani procedevano velocemente su tutta la parte superiore del corpo, Abir avvertiva distintamente tra quelle lenzuola che dotate di vita propria s’annodavano sui loro corpi, che anche la parte inferiore del corpo dell’uomo era nuda. Quando la calda fermezza dell’anca le premette sulla pancia capì che lui non portava nemmeno le mutande, giacché era arrivato nudo per i corridoi dell’hotel, in tal modo quell’idea l’elettrizzò ulteriormente. Con uno scatto si staccò e prese a districare le lenzuola, perché voleva quel corpo nudo e sconosciuto premuto contro di sé senza niente da poterli dividere. Una volta libero dalle coperte l’uomo rotolò su di lei bloccandola contro il materasso, schiacciandola con i suo peso, premendole contro il ventre, finché apparve una vistosa erezione.

Lui ripigliò a baciarla voracemente, le sue mani erano dappertutto, libere d’aggirarsi e di vagare su tutto il corpo della ragazza accarezzando e soppesando con maestria. Senza fiato, avvolta dal calore di quel corpo, dal suo profumo inebriante, schiacciata piacevolmente dal suo peso Abir si perse, osservando le sue unghie piantate nella sua schiena e il bacino che oscillava, cullando il suo cazzo marmoreo contro la propria pelle arroventata. Non seppe mai per quanto tempo rimase così, persa nella trance sensoriale di quel bacio dato con tutto il corpo, ma riconobbe l’esatto istante in cui ne uscì, perché sollevando il proprio corpo e scivolando verso il basso lui le aprì le gambe affondando il viso nel lago che era la sua pelosissima fica. Puntò sennonché dritto al clitoride, giacché alla prima leccata le strappò uno strillo. La ragazza si contorse, cercando di muovere il bacino che lui le bloccava in una morsa d’acciaio, con le dita affondate nei fianchi e nelle piccole e sode natiche. Dopo riprese a leccarla per tutta la lunghezza con colpi prolungati e decisi, per affondare infine la lingua dentro di lei fin dove arrivava. Sempre bloccandole il bacino contro il materasso la scopò con la lingua, in voraci affondi che la fecero gemere come mai in vita sua aveva conosciuto.

Le mani di Abir artigliavano le lenzuola, la ragazza sentiva avvicinarsi l’orgasmo sempre di più, ormai vicinissimo. Aveva appena iniziato a inarcarsi quando lui s’interruppe, sollevando il viso da lei e lasciandola umida, pulsante e frustrata. Non le diede il tempo di riprendersi, perché spostandosi ancora una volta portò le ginocchia ai lati del suo torso e spinse il bacino in avanti posandole la punta del cazzo sul volto. L’invito era chiaro, Abir con il cervello si snebbiava grazie alla brusca interruzione del piacere. Avvolse le dita d’una mano intorno al cazzo cercando di dedurne le dimensioni e la forma nel buio, mosse la mano su e giù strappandogli un sibilo, si spinse fino alla punta e poi indietro alla base, mentre con l’altra mano soppesava la consistenza dei testicoli. Soddisfatta dei risultati della propria indagine lo scappellò un’ultima volta posando la punta sulle labbra dischiuse, facendo guizzare la lingua. Abir lo sentì fremere, allora aprì lentamente la bocca lasciandolo entrare un poco alla volta. Si ritrasse fino ad avere in bocca soltanto l’estremità del glande, poi lo riprese dentro muovendosi più volte avanti e indietro con una voluttuosa lentezza, ogni volta brandendolo un pochino più a fondo. Sentì il ritmo del suo respiro cambiare, diventare più affannoso, finché a un tratto l’uomo le afferrò il viso tra le mani bloccandoglielo. Bruscamente lui si sfilò quasi del tutto spingendosi avanti con il bacino in un affondo quasi soffocante.

Abir sentì i muscoli della gola e il diaframma contrarsi, gli afferrò le natiche affondandoci le unghie. Lui cominciò a scoparle la bocca con foga sempre maggiore, Abir costrinse i muscoli della propria gola a rilassarsi, dal momento che nessuno le aveva mai forzato la cavità orale in quella maniera, rapidamente si rese conto che le piaceva la sensazione di potere che le dava, la passionale capacità di farlo vaneggiare al punto da non riuscire più a contenersi. Con una mano stringeva una delle natiche che si muovevano a un ritmo forsennato, con l’altra si masturbava sfregando il clitoride affondando due dita dentro di sé. La mascella iniziava a farle male, ma non voleva più fermarsi, in quanto con le dita madide dei propri fluidi iniziò a massaggiare il perineo e l’ano dell’uomo, inumidendo quest’ultimo mentre con l’altra mano gli allargava le natiche. I mugolii che ricevette in risposta le manifestarono che la situazione gli piaceva molto. Improvvisamente quando lui si ritrasse ancora dalla bocca, preparandosi a una nuova spinta, affondò il dito medio ancora ben lubrificato forzandogli lo sfintere. Lo sentì rudemente irrigidirsi per un attimo per poi rilassarsi continuando a scoparle la bocca, con maggior foga di prima. Dopo ogni spinta, quando lui si ritraeva, Abir affondava il dito di qualche millimetro in più muovendolo nelle sue viscere ed esplorando quella cavità. Sentì i suoi muscoli contrarsi, gli affondi divennero più profondi, capì che lui s’avvicinava repentinamente all’orgasmo preparandosi per ricevere giù per la gola un torrente di sperma. Invece, dopo un ultimo violentissimo colpo l’uomo si sfilò del tutto bruscamente, mollandole la testa che ricadde sul cuscino. Successivamente restarono così ansimanti, lei muovendo ancora delicatamente il medio infilato nel culo, mentre lui viceversa si contraeva. Subito dopo Abir allontanò gentilmente la mano sfilandosi il dito dallo sfintere rimanendo per qualche perplessa, domandandosi chi fosse quest’uomo capace d’una passione così travolgente e d’una dolcezza così disarmante e rabbonente.

Lui si spostò e scese dal letto, la ragazza lo sentì muoversi intento nel cercare qualcosa tra le coperte ammucchiate. Il rumore d’una confezione che veniva aperta l’animò, perché avvertì un vago odore di lattice mescolato al suo profumo irresistibile, in quel momento lui si era infilato un preservativo, in un baleno fu nuovamente sopra di lei essendo rimasta ferma in attesa. L’uomo le spalancò le gambe con le mani affondando due dita nella fica e sfiorandole il clitoride, smise unicamente quando il respiro affannoso di Abir si trasformò in piccoli ansiti supplicanti: puntò allora il cazzo contro quella foltissima apertura e spinse, conficcando in un colpo il suo cazzo fino alla base. Abir avvertì le prime avvisaglie dell’orgasmo, sentì i muscoli dell’uomo irrigidirsi sotto le proprie dita e i gemiti d’entrambi diventare più sonori, ma lui s’interruppe all’ultimo istante, con il cazzo ben piantato a fondo dentro quella deliziosa pelosissima fica palpitante bloccandole le mani e impedendole di muoversi. Lei si contorse sotto il suo peso emettendo un mugolio frustrato. Quando i loro respiri rallentarono, l’uomo le liberò le anche e riprese a muoversi, dapprima con calma, in seguito sempre più risoluto giungendo nuovamente a un soffio dall’apice massimo del piacere. Lui però si bloccò nuovamente di proposito, schiantandosi un’ultima volta dentro di lei prima di restare immobile e di bloccarla con il peso e con le mani. Ormai fuori di sé dal desiderio, dalla frustrazione e dall’insoddisfazione, Abir si contorse nella stretta delle sue mani scavandogli solchi nella schiena con le unghie e gridando:

“Bastardo, fammi venire, non sono di pietra, non resisto più, sei infido e sleale”. Con i denti stretti lui rispose:

“Voglio che duri, che resisti per qualche istante”.

Lui riprese ad affondare con foga dentro di lei stringendole i fianchi con le mani per attirarla con forza contro di sé, fermandosi subito prima del limite, lasciandola ancora più demoralizzata, frustrata e ansimante, con i muscoli che si contraevano attorno al suo cazzo. Dopo essersi un po’ calmato rapidamente si sfilò e la girò a pancia in sotto sollevandole il sedere e il busto, appoggiandole le mani contro la parete sopra la testata del letto. Si portò dietro di lei e con un violento affondo fu di nuovo dentro. Senza darle il tempo nemmeno di respirare ricominciò a stantuffare, riversandole violenti colpi che si riverberavano su per la schiena e lungo le braccia, stringendole un’anca con una mano per meglio guidare i movimenti e un seno con l’altra montandola senza ritegno. Abir ormai non capiva più niente, era scombussolata, tutto il suo essere era concentrato in quei colpi talmente potenti, poiché pareva volesse entrarle direttamente nell’utero. Lei gemeva senza ritegno, sempre più forte al punto che lui dovette mollare il seno per tapparle la bocca, onde evitare di svegliare l’intero albergo, ma presto i gemiti dell’uomo si sommarono a quelli soffocati di lei sempre più rauchi e intensi. La mano che le stringeva il fianco si spostò sul punto di congiunzione dei loro corpi, le dita premute sulle labbra e sul clitoride infiammato. I gemiti di Abir infine la premiarono, perché da ultimo raggiungeva un poderoso orgasmo reso devastante dall’essere stato così a lungo rimandato, svisceratamente posticipato. I suoi muscoli non rispondevano più, si contraevano spasmodicamente, mentre Abir veniva colpita da un’ondata dopo l’altra di piacere infinito. L’uomo la cavalcava come una cavalla imbizzarrita, tenendola saldamente e continuando a spingere senza perdere un colpo, sempre più a fondo, sempre più violento, finché anche lui con lunghissimo urlo sborrò tutta la sua linfa vitale cospargendole tutta quella densa e lattea sostanza sulla pelosissima e nera fica. Sembrava che l’orgasmo non finisse più, per un tempo infinito sussultarono entrambi all’unisono, per poi infine s’accasciarono di lato sudati, ansimanti e finalmente appagati. Dopo lui la baciò sulle labbra sussurrandole:

“Ti ringrazio, sei stata ammirevole ed esemplare, davvero magnifica”.

Poco dopo si sfilò da lei, raccolse qualcosa da terra e s’avviò verso la porta.

“Aspetta, non so nulla di te, neanche come ti chiami?” - gli disse lei del tutto meravigliata, ottenebrata e ancora palesemente stordita per quanto accaduto.

Lui voltandosi in maniera illusoria, ingannatrice e quasi mistificatoria pigramente le rispose:

“No, voglio lasciarti con il preciso dilemma, il netto dubbio e la definitiva supposizione” - e senz’aggiungere altro se ne andò sparendo dalla sua visuale, non prima d’aver collocato con cura sopra il comodino il suo privato bigliettino da visita.

{Idraulico anno 1999}