i racconti di Milu
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Note:
evitare se non vi piace il genere sadomaso / torture
Mia madre mi ha accolto in maniera rilassata: non era né offesa né arrabbiata per come l’ho sputtanata su internet. Mio padre, al contrario, ha paura di finire in uno scandalo ed oltre a quello si sente a disagio come genitore.
Lei sapeva che la spiavo fin da quando ero bambino. Mio padre non sapeva fino a quando ha visto le foto.
Le ho mostrato la pagina su xhamster, le foto a volto scoperto. Era divertita da alcuni commenti e stupita dalle oltre 55.000 visite. Alla fine mi ha detto di togliere solo le foto in cui era ben riconoscibile e l’abbiamo fatto assieme. “Papà voleva che cancellassi tutto, ma a me va bene così. Però non devi farne altre”
Dopo un caffe mi ha spiegato che lei ha cominciato a far sesso a sedici anni e sotto consiglio di una zia (di cui è coetanea) fino al matrimonio ha fatto solo sesso anale. Mio padre era ben felice di quella scelta ed ha continuato in quel modo anche dopo. Papà a letto è sadico ed autoritario. “E’ sempre stato eccitato dall’idea di farmi male, non gli è mai piaciuto sapere che godevo mentre lui lo faceva, quanto a me mi piace essere trattata come un oggetto di piacere”
“Quando mi ha proposto una variante sadica, gli ho risposto di farmi quello che voleva. Poche settimane dopo eravamo passati alle prime torture e, nel giro, di un mese a forare interamente i miei seni. Qualche tempo dopo sono arrivati gli amici strani di tuo padre”
Le ho spiegato che è colpa mia se papà si è avvicinato al sadomaso e alle torture sessuali “a papà farà piacere saperlo” mi ha detto sorridendo “per quanto mi riguarda te ne sono grata: quegli uomini e le sevizie mi fanno sentire donna come non mai”

Dopo aver parlato e ribadito quello che potevo fare si è tolta la parte superiore dei vestiti lasciando scoperti i seni. Dal vivo, senza serrature di mezzo, sono veramente grandi anche se la pancia li fa sembrare proporzionati al suo fisico. Da giovane era magra: doveva essere spettacolare.
“Se non hai mai torturato una donna ti insegnerò a farlo”
Si è disinfettata e mi ha offerto un ago di piccole dimensioni “è solo per iniziare, poi ti darò quelli più grandi”. Mi ha spiegato che bisogna tenere la pelle ben tesa, oppure pizzicarla, specie sui capezzoli. Mi ha guidato lei stessa ed invitato a provare in vari punti del seno. Non è molto sensibile, nel senso che con gli aghi di quella dimensione, non fa smorfie o lamenti mentre li infilo dentro, tranne che nel capezzolo dove non è così indifferente.
“Hai capito come si fa, vado a prendere quello più lungo”
E’ uscita dalla stanza e quando è tornata aveva in mano un ago spinale lungo una ventina di centimetri. “E’ancora uno di quelli che ci hai regalato tu, non li abbiamo buttati”
Si è serrata il seno destro con degli elastici. “Fammi quello che vuoi”
L’ho avvicinato sul lato esterno ma mi tremava la mano.
“Non ti preoccupare, fai un bel respiro e rilassati. Le prime volte fa paura a tutti”
L’ago era enorme e lunghissimo. Lei aveva i capezzoli duri. Mi sono messo a guardarle l’areola così chiara in cui svettava quel capezzolo scuro e duro: sembrava un tubicino.
“Non vedo segni, hai la pelle uniforme. E’ molto che non lo fate?”
“Da un paio di settimane: gli aghi si vedono per pochi giorni, le frustate si vedono per una settimana ed anche più. In genere prendiamo qualche giorno di riposo tra le varie volte: sono già finita una volta all’ospedale per averlo fatto troppo spesso”
Mentre parlavamo avevo l’ago in mano e giocavo a stuzzicarle la pella con la parte appuntita. La mano non tremava più ed ho iniziato a spingere fino a quando non ha forato la pelle che faceva una forte resistenza, molto di più di quanto mi aspettassi: il ligure mi aveva sempre detto che i suoi seni erano morbidi come il burro. Ho iniziato a spingerlo in profondità. All’inizio, credo per il primo centimetro, è entrato facilmente, poi ho sentito che diventava più denso, di nuovo poco attrito e poco dopo di nuovo denso. Superata l’ultima parte densa, entrava con facilità per alcuni centimetri, prima di trovare una nuova zona densa. Guardavo la parte esterna dell’ago e valutavo che ogni volta che incontravo una parte densa durava per poco spazio, non credo più di un centimetro, poi ricominciava la parte morbida. Tieni conto che comunque entrava bene, non era come con la pelle. La parte più dura era la pelle, specialmente per forarla in uscita. Avevo sentito la mamma urlare mentre lo facevo ma non ero riuscito a distogliere lo sguardo dal seno deformato dall’ago.
“Rilassati, ho fatto. E’ state bellissimo! Ti ho fatto molto male?”
“Sono abituata” poi hai aggiunto “se vuoi puoi farlo andare avanti ed indietro, oppure sfilarlo e farlo entrare da un’altro punto”
Sarò sincero: ho fatto entrambe le cose. Prima l’ho sfilato quasi del tutto per reinserirlo fino a far tendere la pelle dall’altro lato, ma senza forarla: guardandola deformarsi. Trovavo molto eccitante vedere la forma che prendeva il seno, perdeva la sua normale forma arrotondata, si torceva, allungava, deformava in base al movimento che facevo. Notavo, soprattutto la differenza di densità interna, specialmente quando inclinavo in modo differente l’ago e glielo facevo notare:
“Mi stai forando le ghiandole interne, tutt’attorno è grasso”
Mentre lo diceva ho avuto un orgasmo e mi sono venuto nelle mutande. Lei se ne è accorta.
“Anche a tuo padre piace molto forare le ghiandole”
Quando riprendevo l’esplorazione notavo che la mamma in profondità era quasi insensibile e me lo confermava: “dentro il seno sento meno che sulla pelle”
Sfilavo l’ago e la mamma prendeva un batuffolo del cotone con cui si era disinfettata e tamponava velocemente il foro. Quasi niente sangue da quel lato. Al centro, non l’aveva fatto ed avevo ammirato alcune gocce colare sulla pancia dove si erano rapprese.
Ho provato, a quel punto sia dall’alto verso il basso che in diagonale. Entrando dall’alto avevo trovato meno resistenze interne: “Le mie ghiandole sono qui, qualche centimetro sotto la pelle” e mi aveva indicato il punto, disegnando un cerchio con la mano. “Vanno avanti per un po’ ma se le vuoi forare devi tenerti più vicino al capezzolo”. Così ho provato l’inserimento diagonale: un po’ mi spiaceva perché preferivo andare molto in profondità, ma l’idea di forare le sue ghiandole interne mi eccitava molto.
Man mano che prendevo confidenza amavo guardare il suo viso mentre foravo il seno ed in particolare mentre uscivo dal lato opposto: stringeva gli occhi, a volte si mordeva la mano che si era portata alla bocca. Si vedeva che le faceva male.
Volevo provare l’inserimento dal capezzolo.
“Non oggi, adesso vado a lavarmi, ti va una pizza? Non ho voglia di cucinare”
E mi ha fatto un regalo inatteso: quando si alzata si è sfilata la gonna e le mutande.
“Guarda ma non allungare le mani”
E si è chinata sul tavolo, dove si è allargata le natiche mostrandomi bene il suo ano. Era serrato e circondato da un’enorme corona di pieghe: era evidente la dedizione con cui si era applicata a quella disciplina.
Il resto della serata è trascorsa tranquillamente. Non l’ho rivista nuda, ci siamo mangiati la pizza a domicilio ed abbiamo visto assieme un po’ di televisione. Dopo cena sono andato due volte in bagno per svuotare i testicoli.