i racconti di Milu
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Monica si confida aprendosi, sbottonandosi e rivelandosi credendo ampiamente nelle favole, perché fin da bambina sognava principi e cavalli bianchi che l’avrebbero condotta al castello posandola in conclusione su d’un letto di piume e ricoprendola di baci e di fiori. Oggi Monica è una donna apprezzata, ha un lavoro, un marito e tante incombenze, tanti doveri, tanti incarichi e tante responsabilità alle quali deve far fronte. I momenti di pace sono pochi, gli attimi di tranquillità che trascorre sdraiata sul letto ogni tanto riemergono quando riesamina i suoi sogni di ragazza, quando ancora contava le ore e i giorni in cui sarebbe arrivato il principe azzurro. Mario è invero giunto a cavallo della sua nera motocicletta, Mario ha visto Monica e ha deciso che sarebbe stata sua.

Erano giovani in quel tempo, quelle carezze furtive e prudenti scambiate reciprocamente in maniera focosa nell’oscurità dei portoni, le mani inesperte e maldestre che s’insinuavano ambiziose e insaziabili in ogni apertura, in ogni umido e sconosciuto anfratto, erano la promessa d’una smania ansiosa che non tardava a sfogarsi per entrambi. Quegli orgasmi rubati alla notte, quelle parole gustate come caramelle, quella pelle sudata di piacere erano sia per Monica che per Mario l’estasi e il visibilio dei venticinque anni che non ritornano più.

Nell’epoca attuale Mario è un commercialista affermato e stimato, il nero e roboante cavallo di ferro è stato sostituito con una fiammante macchina sportiva, gli orgasmi rubati alla notte al presente sono soltanto deboli amplessi ritagliati nelle pause di lavoro, le parole di miele e di sole si sono trasformate in fiacchi e scoloriti messaggi attaccati sul frigorifero in cucina, i sogni di Monica sono solamente le pagine del diario, ingiallite e sbiadite riposte nel fondo d’un elegante comò.

Il mese scorso, Monica è venuta da me per comprare un sogno, è stata per ore a rovistare tra gli scaffali della mia libreria alla ricerca di questo strano libretto. Io la guardavo mentre la gonna bianca tirava sui fianchi generosi, eppure lei non cercava di spingerla giù come ogni brava ragazza farebbe al cospetto d’un maschio intenta a guardarla, perché d’altronde là dentro c’eravamo soltanto noi due nell’afa di luglio all’ora di pranzo in quel negozio semi vuoto. Ho visto il seno tirare dentro la soffocante camicetta bianca, che lei ha leggermente sbottonato con la naturalità e la semplicità d’una bimba innocente. Perché Monica dovrebbe avere riguardo davanti a un’altra donna? Dietro al bancone, infatti, ci sono unicamente io, perché lei non sa da quanto tempo io sto desiderando e fremo per quelle cosce e per quel magnifico sedere sodo. Io m’avvicino per darle una mano, il titolo di questo volume non mi è nuovo come non lo è il caldo e il gonfiore che sento crescere nella pelle.

Monica mi esamina con quello sguardo da bambina, in cui io azzecco indovinando interamente i suoi desideri inespressi, e per un solo istante i suoi occhi si posano sulla mia scollatura scandagliandomela. In un attimo capisco qual è il sogno ricorrente che cerca, inseguendolo tenacemente nel mio negozio. Io m’accosto ancor più con la scusa d’aiutarla nell’afferrare un libro e le nostre mani per pochi secondi si sfiorano, si cercano e subito si ritraggono intimidite. Io la osservo arrossire cercando d’abbassare la gonna che nel frattempo è salita ancora di più. Ecco, il primo segnale che cercavo, questa discrezione e questa timidezza che apre ai miei occhi nuovi orizzonti. Io le blocco la mano che scivola sul tessuto sostituendola con la mia, che adagio accarezza quelle armoniose rotondità di femmina, lei mi guarda incredula e visibilmente sbalordita, malgrado ciò lascia che gli eventi seguano il loro corso.

In quel frangente la bacio sulla bocca e la sua malsicura risposta rende più azzardata e spavalda la mia lingua, che ingordamente s’insinua tra le sue labbra di miele avvolgendogliele. Avverto un sussulto, un solo gemito, quel dono che solamente una donna può darle. Infilo lentamente un dito tra le sue gambe dischiuse, sento la sua carne pulsare e inumidirsi velocemente, aprirsi come un fiore al mio passaggio, io con abilità e con destrezza la conduco verso il bancone dove l’adagio come un oggetto prezioso. Le sfilo le mutandine di candido pizzo e le apro il sesso con due dita, mentre la mia lingua si dirige verso il centro del suo piacere.

Io la lecco golosamente per minuti che sembrano secoli, le stuzzico i capezzoli come fossero dei petali di rosa, infilo un dito anche nel suo pertugio più stretto, continuando a lambire con la lingua l’essenza del suo godimento che s’ingrandisce fin quasi a esplodere. Nello stesso momento anch’io inizio ad accarezzarmi, nel tempo in cui Monica diventa più coraggiosa e risoluta, perché mi bacia sulle labbra con il desiderio tralasciato, con quella passione sottaciuta di tutti i suoi anni frustrati e vanificati. Io colgo lestamente in quel bacio i miraggi inespressi e le speranze omesse, le voglie nascoste e i bisogni velati, la conclusione allegra, gioiosa e raggiante della sua eterna favola.

In quella circostanza ci mettiamo una sopra l’altra, in quanto con foga e con piena passione ci sfreghiamo, ci tocchiamo, ci accarezziamo, ci graffiamo, ci prendiamo e ci beviamo con grandissimo desiderio. Il suo corpo diventa rapidamente argilla tra le mie mani, il mio cocente desiderio esplode immancabilmente nella sua bocca regalandole l’indelebile e l’indimenticabile aroma di donna appagata, mentre il suo possente urlo di delizia e di gioia si confonde pienamente soddisfatto assieme al mio.

Oggi Monica, viene quotidianamente nel mio piccolo negozio di periferia, sempre alla stessa ora, io l’aspetto dietro il bancone, poi chiudo la saracinesca e le offro tutti i suoi sogni di compiaciuta, gongolante e gloriosa sovrana.

Il suo diario ingiallito, accantonato e rinchiuso in quel cassettone ha ripreso nuovamente colore, perché Mario adesso cavalca da solo sopra la sua rossa, infruttuosa, inservibile e inutile rabbia.

{Idraulico anno 1999}