i racconti di Milu
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Pescara è una vertigine da sopra il ponte al mare, tanto che la testa a più d'uno gira quando ci si va a passeggiare, forse l'architetto ha strafatto.

È stato progettato troppo alto.

Simona frena al rosso, la spia del semaforo già tarda a ripartire, Pescara è un fiume in piena appena fa due gocce. Gli abitanti mi perdonino ma non è affatto fatta bene, i sottovia s'allagano per una lacrima e se poco, poco piove, i vicoli diventano impraticabili a piedi. E figurarsi in auto.

Dove sarà Giovanni?

Questa brodaglia d'unione procede da sette anni fra gli alti e bassi è vero ma in fondo dove sta la famiglia delle reclami….


Giovanni è fermo pure lui, sebbene non sia nel traffico, l’ingorgo della superstrada non lo tocca nemmeno nei sogni. È avvinto in solide realtà.

A Francavilla al Mare, in alto ad un palazzo, il quinto piano, col terrazzo spiovente che da le vergini, è accesa una tv e ballano le veline. La tovaglia luccica sotto un lampadario in vetro, l'appartamento è quasi tutto ferro battuto di quello che fanno qui gli artigiani di paesi limitrofi.

Ferro freddo che poi diventa caldo ma che ritorna freddo, dopo aver assunto forme impensabili plagiato da mani esperte.

Come un uomo sul divano con lo sguardo rovente negli occhi grigi azzurri.

Lo sguardo di un uomo con venti minuti di tempo ancora e venti centimetri di cazzo pronti a esplodere.

Marisa ha rassettato in fretta i resti della cena, cibo ferito come ostriche ma anche bello e morto come orata incartocciato nell'alluminio, involucro d'argento. E il divano luccica sotto la luce di occhi verdi, di una donna famelica ancora più vogliosa se pensa un attimo alle corna di quell'altra che intanto è ripartita coi semafori negli occhi.

Lo stacchetto è terminato e Mari spegne la tv, Giovanni tocca il tasto di riaccensione e manda su mtv.

“Musica Maestro?”

“Il maestro ha una gran voglia di sistemarti il culo con questa riga no di musica…”

“E per che motivo?”

“Perché non sei dolce con me. Spicciati vieni qua, Simona guida da imbecille ma avrà superato il percorso a ostacoli a quest'ora. “

Mari sorride fissando la giacca aperta di lui e non so quella è aperta, i bordi dentellati di zip che evocano fauci pronte a divorarla tutta intera.

Si butta sopra a lui, gabbiana in cerca di pesce.

La gonna blu è sopra il ginocchio e la sua magliettina scopre seni enormi, solo collinette bianche ancora, segnate dall'abbronzatura fresca e testine di capezzolo come quelle dei cerini pronte ad infiammarsi.

Lo zolfo è un odore lontanissimo, quei capezzoli sanno di buono e lui avido li succhia mentre con la mano fruga in cerca di un perineo candido che il sole non ha baciato ma lui si. Alle spalle di Simona ovvio.

Abbassa la sua testa tirandone i capelli paglierini, lei a terra a quattro zampe, le dita affusolate tirano i jeans a sé. Da quella posizione pare che abbia cosce chilometriche.

“Come fai a dire che non sono dolce con te?”

“Ma si, sei dolce a cucinare per me. Adesso dammi la tua lingua, la voglio.”

La lingua è una fragoletta in attesa di miscelarsi con una panna liquida, corre svelta lungo il palo di carne ma ancora asciutta.

“Più saliva… Mari… non scorre… e ritira i dentini. “

“I miei dentini bianchi non ti piacciono?”

“Ma si sono l'unica cosa candida che hai zoccoletta… ma adesso non li voglio vedere. “

Mari riprende la sua opera fissandolo negli occhi e fissando la sua carne al palato onde evitare lo sbattere di denti fastidioso sulla punta di quel cazzo, impasto di pelle e sangue, svelto e pronto.

Le mani dell'uomo trovano l'osso sacro, giocano con le sue natiche. Le destra, la sinistra, le allargano e le stringono.

Poi uno sputo e una mano raccoglie un'onda di liquidi dalle altre labbra di Marisa.

Quel succo spalmato sul buco che con ogni probabilità non è nemmeno nato vergine.
Il dorso della mano segue il regolare essere cerchio di quel buco, massaggi sempre più profondi, un dito dentro dopo un altro, unghie che scavano l’interno.

“Uuhh… come è largo.”

Mari molla il cazzo.

“Sento troppi commenti stasera, vai più giù con quelle unghie…”

Vanno più giù unghie, labbra e lingua. Un naso che si infila.

“Alzati Mari… salta qui sopra.”

Mari salta come una bimba alle giostre e quei venti centimetri si tuffano nel suo culo mentre le mani palpano le cosce accompagnando il movimento di chi finge di non conoscere una strada percorsa non cento, mille volte.

Le altre labbra fioriscono e colano umori da inzuppare il ventre dell'uomo che le sta facendo da divano e occhi smeraldini lo cercano da sopra una spalla.

Un brivido contrae il viso in cui perdono.

“Sai che sei bello?”

“Come no, Mari mi devo sbrigare… scoppio… ti vengo dentro?”

“Nooo, così in fretta?”

“Devo venire… un'altra volta mi rifaccio…”

Mari accellera i suoi saltelli, due braccia la sollevano per i fianchi e si sente inondare. Il dorso di una mano scorre frenetico lungo la sua fessura fino a sentirla ansimare e poi accasciarsi.

In un attimo però Giovanni è alla porta.

“Se non lasci Simona per me giuro che è stata l'ultima volta.”

“Questo accadrà anche senza i tuoi ultimatum. Ciao Mari.”

Un bacio a stampo schiocca con la serratura.

Impronte d'acqua e fango precedono Simona, Giovanni dev'essere arrivato. Il loro appartamento è una nuvola di fumo, una pentola bolle e una padella sfrigola ma l'uomo ha un sorriso falso come una banconota da sette euro.

“Come è andata la giornata?”

Simona lancia le chiavi dell'auto sulla tavola.

“Lunga, stancante e acquosa.”

“Ottima direi.”

“Mi prendi per il culo?”

“Ironizzo, tu ti lagni sempre.”

“E tu che fai mentre io mi lagno?”

“Cucino per te.” Fa portando un piatto solo a tavola.

“Cucini e poi non mangi?”

“Mi tengo leggero, tra un po' vado fuori con…”

“Si, si. Certo.”

“Cosa?”

“Niente, anche stasera te ne vai?”

“Marco mi ha invitato alla briganteria, pensa che…”

C'è il particolare che Simona non pensa, avverte montare un orgasmo di rabbia.

“E invece io penso che non mangi a tavolino perché hai mangiato in magazzino e che stasera vai a fare altri cazzi tuoi. No briganteria.”

“Che lagna… Io qui a fare il cuoco e tu…”

“Io lavoro e porto le corna.”

“E io no?”

“No, tu le corna non ce l'hai.”

“Voglio dire… E io non lavoro?”

La rabbia infiamma entrambi adesso.

“A quindi non neghi?”

“Che cosa non nego? Ma che cazzo dici?”

“Non neghi che io porto le corna?”

La sua voce era a tutto volume quanto lo stereo di una discoteca ma non se ne rende conto. Lui spegne nervosamente una cicca al posacenere.

“Che coglioni, no non lo nego? Contenta?”

“Una Pasqua!”

“Anch'io. E adesso che fai?”

“Valige. “

La osserva un momento tirar giù un borsone per le scale poi tira un lungo sospiro e si porta le mani in fronte.

“Uuuhh…. Che dispiacere….”

Simona ignora la misera ironia, quello che è detto è detto e quel che è da fare è da fare. Non c'è un gran che di cui stupirsi dopotutto, quando abbiamo terminato di amare riusciamo ad essere inverosimilmente crudeli con i sentimenti di chi non ha ancora esaurito il suo amore per noi.

Pace, forse mangerà lei in quella briganteria tanto deve tornare a Pescara per raggiungere casa della sorella.
Lascia la macchina per un bel pezzo di strada prima, lo stomaco fa furore ma anche tutto il resto meglio camminare e calmarsi.

Per le vie poco illuminate può ascoltare cosa accade in altre case ma non vedere e da fuori arriva solo il meglio. Aromi di cibo consumato in quelle case, tintinnio di stoviglie e sigle di programmi seguiti da altre famiglie.