i racconti di Milu
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Lei era appunto come io l’avevo calcolata e radicalmente immaginata con la mia smisurata fantasia. Al tempo in cui avevo ricevuto la sua cartolina, con la quale mi scriveva con quella graziosa scrittura elegante, ornata e sottile che sarebbe finalmente arrivata tra una settimana nella mia città, per poco non ci credevo né ci contavo più, perché morivo dalla volontà e dalla voglia di conoscerla. Quella mattina, infatti, mi ero alzata all’alba dopo aver trascorso una notte sofferta e alquanto tormentata per il pensiero che l’avrei finalmente abbracciata e conosciuta.

Io avevo appieno fantasticato nei modi e nei tempi in cui ci saremmo accarezzate, baciate e sfiorate, in cui avremmo beneficiato e goduto l’una dell’altra senza le barriere, in assenza di divisioni, privandoci sia della costrizione quanto della lontananza. Io avevo tanto spavento, l’apprensione, il panico di non piacerle, di vivere un sogno, di non riuscire ad amarla abbastanza. Forse per la prima volta, mi sentivo come il mio ex ragazzo, che non riusciva a fare l’amore con me, perché il suo timore di deludermi e di scontentarmi era più forte della sua eccitazione, e in quel momento mi ritrovai con l’animo vicino a lui come non lo ero mai stata. Incontrarla e vederla lì alla stazione, dritta in piedi davanti a me, con quel cappottino nero aperto, la minigonna nera che lasciava ammirare le splendide gambe, m’aveva tolto il fiato ed ero stata incapace di pronunciare parola fino a quando riuscii solamente a dire:

“Carolina, mi riconosci?”.

Quando i nostri sguardi s’incontrarono non fu più come prima, mai più. Non potevamo essere due persone più diverse. Io timida e chiusa, lei comunicativa e sempre a proprio agio in ogni situazione. Era stata una conoscenza casuale, fortuita, un errore, uno scherzo del destino: lei aveva sbagliato l’indirizzo di posta elettronica e il messaggio era arrivato nella mia casella. Lo ricordo a memoria, quelle parole si sono impresse, si sono marcate a fuoco nella mia mente e non ne sono mai più uscite:

“Se una donna è libera è posseduta dal diavolo, allora io sono un diavolo, però non ti trascinerò con me se non lo vorrai. Questo è il mio addio”.

Lei si era autenticata con il suo nome, io molto timidamente e timorosamente avevo risposto al suo messaggio di posta elettronica riferendole che doveva esserci stato uno sbaglio, che io non ero il destinatario del suo addio e che se il messaggio era importante e influente, avrebbe fatto meglio a ricontrollare la validità dell’indirizzo. Con mia grande meraviglia e inattesa sorpresa, lei rispose nuovamente discolpandosi e scusandosi molto chiedendo frattanto di me. In realtà non so che cosa mi spinse nel risponderle, perché generalmente il mio impaccio e la mia insicurezza m’impediscono di dare corda agli sconosciuti, figuriamoci verso chi non riesco nemmeno a vedere in viso.

In tutta quella stravagante congiuntura c’era qualcosa d’ermetico, d’imperscrutabile, di misteriosamente attraente in lei che filtrava in modo esperto dalle sue parole, dalla poeticità dei suoi scritti e dalla passione che metteva nell’esprimere rivelando apertamente i suoi profondi e riflessivi pensieri. Sin dalle prime settimane io mi ero resa conto che era giusto e altrettanto vero ciò che aveva scritto di sé stessa: lei era un diavolo e mi stava argutamente trascinando e sottilmente trasportando con sé. In verità non rammento con esattezza in che modo abbiamo intrapreso a divagare, forse tutta la smaniosa faccenda è stata messa in moto interamente dal reciproco baratto delle nostre intime istantanee in bianco e nero, in quanto io ero rimasta molto colpita dalla purezza dei suoi tratti, per il fatto che non riuscivo a rendermi conto di come quel viso d’angelo nascondesse racchiudendo una mente e un’anima così infuocata e vitale, talmente rossa di vita e di grande sensualità.

Le labbra carnose e il suo seno erano così invitanti, che spesso da sola in casa nel mio appartamentino da giovane single mi sfioravo pensando a quanto sarebbe stato bello accarezzarli e morderli. Ogni volta che m’immaginavo stesa sopra di lei con le mani e la mia lingua sui suoi capezzoli, ero investita da orgasmi così violenti e intensi che iniziavo a chiedermi se l’incantatrice non m’avesse davvero fatto un sortilegio. La prima volta che l’avevo chiamata così in una dei miei messaggi lei aveva risposto con una sonora risata, proclamando che lei non si sentiva per niente così: m’ aveva detto di rinvio che era solamente una femmina verace. Femmina anch’io lo ero, malgrado ciò non come lei. Io apparivo come un delicato bocciolo, mentre lei era una rosa giovane, meravigliosa e promettente che si mostrava in maniera notevole e sgargiante in tutta la sua avvenenza e in tutto il suo ardore, dignitosa, fiera e orgogliosa d’esserlo. Io riverivo il suo modo d’essere altezzosa e a tratti boriosa della sua carnalità e della sua palese impudicizia. Quando sentii per la prima volta la sua voce al telefono, credetti per un attimo che il mondo intorno a me fosse totalmente scomparso. C’era unicamente lei, la femmina con quella voce calda e con quella risata allegra da bambina, che di tanto in tanto scoppiava tra un discorso e l’altro alleggerendo sapientemente la tensione sessuale che percepivamo entrambe.

“Sei una tipa per cui farei follie, eccessi, lo sai questo, però non ti voglio forzare. Appena sarai pronta e bendisposta me lo dirai”.

Lei me lo ripeteva ogni volta che ci sentivamo, io ne ero pienamente affascinata e altrettanto lusingata: aveva capito il mio bisogno d’essere compresa, io non chiedevo altro nella vita, solamente di trovare una persona che intuisse avvertendo questa mia intrinseca esigenza. Era lei che giocava con i suo corpo mandandomi le foto in cui si mostrava nuda, lei che aveva riposto in me la sua fiducia, lei che aveva capito che in me c’era altro e che lo stava facendo emergere, con quella calma e quella sicurezza non comune a tutti, che soltanto i veri e attendibili maestri possiedono: io ero l’allieva e assimilavo tutto ciò che lei m’insegnava.

Quella mattina, invero, quando la sveglia suonò alle otto ero già in piedi da un’ora e mezzo: mi ero alzata sfinita, avevo riempito la vasca con l’acqua calda e qualche goccia all’essenza di rose, mi ero concessa un bagno rilassante e mi ero coccolata accarezzando il clitoride ed eccitandomi pensando ai suoi occhi verdi e alla sua lingua che s’intrufolava famelica nella mia arroventata e pelosissima nera fica. Il bagno di prima mattina m’aveva ridonato vigore e quando alle nove scesi per prendere l’auto correndo a prenderla alla stazione. Io ero effettivamente bella, con i tacchi alti, i pantaloni aderenti e la camicetta slacciata sino all’incavo tra i seni, un tocco leggero e naturale di trucco con i capelli raccolti in una coda alta. Ciò nonostante sarei stata alla sua altezza? Il suo sguardo non mentì rispondendo subito alla mia domanda:

“Sei davvero splendida” - sembrava dirmi, con quegli occhi che brillavano come due pietre preziose nel sole del mattino.

“Lo sono grazie a te, per merito tuo” - avrei voluto annunciarle, a ogni buon conto mi trattenni.

Mi trattenni contenendomi sino a quando arrivate a casa iniziammo a spogliarci frenando il respiro, baciandoci e cercando di non rovinare per non danneggiare con la fretta e con il desiderio quel momento tanto invocato e atteso. La sua pelle delicata e liscia sotto il tocco delle mie dita, i suoi seni alti e pieni adornati dai capezzoli piccoli e rosati che s’aggrottavano quando la mia bocca si soffermava per baciarli, la sua fica ammaliante e invitante mi fecero confondere e perdere la percezione del tempo e dello spazio.

Quando m’alzai dal letto era già notte inoltrata, andai in cucina per preparare un paio di toast con un po’ di latte freddo, e quando tornai in camera la vidi ancora addormentata, spossata e debilitata dalla giornata di sesso appena trascorsa.

Ammirai la sua stupenda e incantevole nudità, i piedi curatissimi, le caviglie sottili, le gambe lunghe, il sedere morbido, sodo, la vita sottile, il seno rigoglioso, la posizione libidinosa e quel viso d’angelo.

In conclusione m’interpellai cercando l’origine di quell’insperata fortuna, scandagliando ogni cosa, ponderando il suo modo di fare, analizzando il suo carattere, vagliando la sua indole, perché tutto nei suoi gesti e nelle sue movenze la rendeva raffigurandola totalmente e immensamente femmina.

{Idraulico anno 1999}