i racconti di Milu
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Concedetemi due note prima di iniziare con il racconto.
La prima è che questa storia fa parte del ciclo de “i Berlinali”, composto da nove racconti che tempo fa avevo utilizzato come esperimento per un’auto pubblicazione. Per cui spero che, chi comprò il libro, non ne abbia a male a vedere ora questo racconto pubblicato qui. Come dicevo, è un racconto un po’ datato, che a me piace comunque sempre, ma sono consapevole che possano essere presenti ancora alcuni errori e, soprattutto, diverse ripetizioni. Sono onesto, non ho più voglia di metterci mano. Perdonatemi.
La seconda nota riguarda i dialoghi. Essendo un racconto ambientato all’estero, a Berlino, nell’anno in cui ho vissuto in quella città, i dialoghi sono in italiano, ma all’epoca dei fatti si parlava in inglese. Quelli che troverete scritti in italic, invece, si sono svolti realmente in italiano. La differenza tra le due lingue è il motivo che ci sta dietro alla scelta dei due stili.
Detto questo vi ringrazio fin da ora e vi auguro buona lettura e buon divertimento!



Halloween. Una festa di cui non ho mai saputo cogliere lo spirito goliardico e verso cui non ho mai nutrito particolare interesse, specialmente se ne consideriamo le origini celtiche e il fatto che siano gli Americani a volerci insegnare come affrontare questa notte. Voglio dire… l'America è piena di celti…
Il fatto che sia a Berlino, in questo immenso parco giochi formato città, non ha cambiato l'opinione che ho di questa giornata o migliorato in alcun modo la mia voglia di festeggiare questa notte. Che lo voglia o no, sarà un'altra lunga delirante notte.
Il sole è alto quando la sveglia spezza il silenzio della mia stanza, richiamandomi dal mondo dei sogni. Stava sorgendo il sole quando sono rientrato a casa, questa mattina. Ho la testa pesante e la stanchezza che aleggia su di me come una nera e pesante nube. Allungo la mano e spengo la sveglia del telefono senza nemmeno aprire gli occhi. Silenzio. Mi rilasso e quasi sprofondo nuovamente nel mondo dei sogni. Troppo presto quella dannata voce elettronica urla di nuovo nelle mie orecchie e io, ora, so che non posso più rimandare. Mi alzo, la testa ondeggia, lo stomaco è sottosopra. Sono uno straccio. Dannato Pol e il suo Kasi… una doccia veloce per cercare di togliere un po' di nebbia dal cervello e poi via verso il lavoro. Fuori, l'aria è piacevolmente pungente, il sole splende luminoso e una leggera brezza rinfresca l'aria. Il Ring non si rivela particolarmente affollato, cosa gradita, che mi permette di mettermi comodo, tirar fuori il kindle e mettermi a scrivere qualche parola nuova. Apro il file, ma ci vogliono alcuni minuti per richiamare all'ordine i neuroni sparsi nel mio cranio dopo la notte appena trascorsa, con i timpani che ancora fischiano, e qualche altro istante per riordinare e focalizzare le idee, così da riprendere il lavoro da dove l'avevo lasciato.
La voce registrata annuncia Schönhauser Allee. Metto via il tablet e scendo dal treno, attraverso la banchina della fermata e salgo in superficie, uscendo proprio accanto a quel centro commerciale in cui sono stato varie volte, ma di cui non ricordo mai il nome. Poco distante, all'ombra dei tralicci dell'S-bahn, un ragazzo e una ragazza regalano qualche nota folk/rock a coloro che passano, sperando di ottenere qualche moneta in cambio. Lei è graziosa, vestita alla classica moda berlinese che mi ricorda l'abbigliamento di mia nonna, con due grandi occhi chiari e un sorriso luminoso. Mentre canta accenna qualche movimento leggero; un piacere per gli occhi. Lui, seduto sul suo stesso amplificatore, barba scura e folta, con cappello in testa a celar la chioma, lascia scivolare agilmente le dita sulle corde della chitarra. Guardo l'ora. Sono tranquillamente in anticipo, posso permettermi il piacere di trascorrere qualche minuto ad ascoltarli. La voce della ragazza è piacevole e melodica, interrotta solo dal ritmico passare dei treni sopra di noi. Nonostante il frastuono dell'S-bahn, non posso fare a meno di pensare che la loro idea di mettersi a suonare tra due fermate importanti di due importanti linee metropolitane (il Ring e l'U2) possa garantire un “riscontro” maggiore da parte del pubblico, ma mi dispiace che la voce della biondina sia schiacciata dallo sferragliare dei binari che sfrecciano sopra le nostre teste. Mi guardo attorno: per ogni persona che dedica loro un'occhiata, ce ne sono almeno due che passano oltre senza degnar loro della minima attenzione. Qualcuno ogni tanto apre il portafoglio e lascia cadere qualche moneta nella custodia della chitarra e lei ringrazia con un leggero inchino e un amabile sorriso.
Il chiosco alle mie spalle è aperto. Credo sia il momento giusto per una birra. Warsteiner, senza dubbio. Sarà considerata commerciale, ma resta un prodotto decisamente valido e gustoso. Il turco mi passa la bottiglia dicendo qualcosa in un tedesco che ignoro totalmente, la stappa e pago. Guardo la coppia che suona. Guardo la birra. In fondo, perché non farlo? Un attimo dopo sorrido tranquillo mentre mi avvicino ai due ragazzi e lascio due birre accanto alla custodia della chitarra aperta, mentre gli spiccioli che hanno raccolto fino a quel momento crescono lentamente. Adesso anche con il mio aiuto. Il ragazzo se la ride e lei mi dedica un sorriso e un inchino. Alzo la birra in loro onore, si scambiano un'occhiata veloce e partono con un pezzo che ho già sentito, ma di cui non riesco proprio a ricordare il titolo. Mi appoggio alla ringhiera d'acciaio e mi godo le note di lui e la voce di lei.
Quando finiscono la canzone, mi fanno segno di avvicinarmi. Immancabilmente iniziano a parlare in tedesco, ma fanno anche molto presto a passare all'inglese quando si rendono conto dei miei limiti linguistici. Poche chiacchiere, non mi rimane molto tempo ormai e, con mio rammarico, proprio ora che il ghiaccio è rotto, li devo lasciare per andare a lavorare.
«Mi spiace, vi avrei ascoltato ancora volentieri.»
Lui mi guarda, lei anche, contenti delle mie parole.
«Davvero?»
«Certo!»
«Tra qualche sera suoneremo sulla Sprea, vicino ad Hackescher Markt. Perché non vieni a sentirci?».
«Tra qualche sera… quando?»
«Ancora non lo so esattamente…»
È la ragazza a farsi avanti. Ha proprio una bella voce, anche quando non canta.
«Perché non ci lasci il tuo numero? Ti mandiamo un messaggio quando sappiamo la data.»
Il gioco è fatto. Quando le porte dell'U-2 si chiudono alle mie spalle, spero solo si ricordino per davvero di scrivermi, in particolar modo che si ricordino di farlo in inglese. Poche fermate non sono sufficienti a concedermi un attimo di tregua. Un signore di mezz'età si avvicina e mi parla. Sospiro. Certo, sono a casa loro e loro hanno ragione, ma non si vede che sono straniero? Rispondo in inglese, sperando capisca.
«Scusa, non parlo tedesco. Sono un turista.»
Non è proprio vero, ma questo lui non lo saprà mai. Non è per cattiveria, ma in questo momento la voglia di perdermi in chiacchiere con chicchessia proprio mi manca. Alla mia risposta, l'uomo si lascia andare a una faccia contrita e piena di disappunto. Nonostante questo, pare non demordere. Si guarda attorno cercando le parole giuste e il modo di farsi capire da me.
«Treptower», mi dice.
Cazzo, come ci si arriva? Ci sono andato solo una volta, accompagnato, in “gita turistica”. Non feci proprio caso al tragitto che facemmo. Soprattutto, come potrei spiegarlo a questo gentile e ostinato signore se non parla l'inglese? Ci provo a fatica e, dopo le mie prime disordinate parole, spunta lei: mora, capelli lunghi, occhi scuri come la notte, chiusa dentro una giacca a vento nera e una sciarpa grigia ben avvolta attorno al collo. La corta gonnella che porta non basta a coprirle tutte le cosce e le calze rovinate con qualche buco qua e là. Mi guarda, sorride freddamente e parla al signore in tedesco. Io alzo le mani, in segno di resa e lascio a lei l'impegno. Devo ammettere che la cosa non mi dispiace affatto.
Senefelder Platz, la mia stazione; scendo. Lascio la bottiglia vuota di birra vicino al cestino in attesa che qualcuno la raccolga come è usanza da queste parti e salgo in superficie.
«Quanto resti a Berlino?»
Ce l'ho accanto che mi fissa con quei suoi profondi occhi neri e io alzo il sopracciglio destro, sorpreso e perplesso. Sembra quasi mi stia scrutando l'anima. Anche il Jack dorato, quello di “Nightmare before Christmas”, della sua borsetta sembra fissarmi con fare inquisitorio.
«Perdonami, temo di non aver capito.»
«Hai detto di essere un turista, poco fa. Sei in vacanza. Quanto resti in città?»
Sorrido, sono la preda. Il semaforo per i pedoni diventa verde e attraverso. Lei mi segue come un mastino. Mi concedo uno sguardo per osservarla. Mi piace il suo nasino all'insù.
«Sono onesto. Non lo so. Al momento posso dirti solo… non presto.»
«Farai festa stasera?»
«Per Halloween? No, non credo.»
«Perché?»
Sarai anche carina, ragazza mia, ma di certo non si può dire che tu sia discreta…
«Perché non credo che sia una festa vera.»
«Ogni occasione è valida per fare festa, non trovi?»
«Forse…»
«Forse?»
Arriviamo davanti al cancello del ristorante dove lavoro. Lei guarda il locale. Guarda me. Sorride. La sua espressione è tutto un programma.
«Perdonami, devo lasciarti.»
«Non sei un turista…»
Questa volta rido. Incredibile, non mi ha risposto con una domanda.
«No, non lo sono.»
Ho come l'impressione che mi stia guardando male. O forse se la ride? Questa ragazza non è facile da intuire, quasi mi inquieta.
«A che ora finisci?»
Mi guardo attorno. Quasi posso immaginarla mentre aspetta che io finisca di lavora, per poi sedurmi in un vicolo buio e farmi a pezzi. Ciao ciao Ronin!
«Alle ventitré…»
«Ok.»
Una risposta con due semplici lettere? La guardo perplesso.
«Ok?»
«Sì, ok. Ci vediamo dopo?»
Sono una calamita per gli psicopatici, non vi sono dubbi. Alzo le spalle e faccio un cenno col capo e un attimo dopo sono lì, a pochi passi dal cancelletto bianco del mio lavoro, a osservarla mentre si allontana lungo il marciapiede, con i capelli neri che ondeggiano a ogni passo come ali e mi chiedo cosa succederà questa notte, senza nascondere una certa preoccupazione. Vittime… non lo siamo tutti? Ridendo, ancora un po' incredulo per l'incontro fatto, entro in pizzeria. Pensando di essermi sognato tutto, che l'alcol mi abbia giocato un brutto scherzo, è ora di mettersi a lavorare.
La giornata scorre via in un frenetico delirio, quasi che in tutta Berlino non esista un'altra pizzeria. Già il pomeriggio ci bastonano e fatichiamo a star dietro alle richieste, ma la sera si scatena l'inferno e non ci lasciano nemmeno il tempo di respirare. Quando finalmente riesco ad alzare lo sguardo dalle fiamme del forno, le undici sono già passate. Non penso all'incontro di quella mattina, ho la testa persa nel lavoro… la ragazzina mora è stata messa in un angolino della mia mente. Penso solo che sia ora che me ne vada, e in fretta anche. Fanculo i colleghi. Rassetto tutto e a cambiarmi.
«Ehi Ron, ci becchiamo quando finiamo noi?»
«Chiaro. Io sono al solito posto. Fammi uno squillo quando sei libero e ti raggiungo.»
È Cris a fermarmi sulla soglia, ci stringiamo la mano. Quando la porta si chiude alle mie spalle, le undici di sera sono già passate da una buona mezz'ora. Poco male, l'importante è essere finalmente fuori. Scendo la scalinata, esco dal cancello, pronto ad affrontare la serata.
«Ehi.»
Mi fermo di scatto e mi giro. Neanche più mi ricordavo di lei, men che meno mi sarei mai aspettato di vederla lì per davvero, specialmente con mezz'ora di ritardo. Eppure c'è, nascosta dietro una delle due colonnine che sostengono il cancello del locale, esattamente come era vestita oggi, solo con un po' più di trucco attorno agli occhi e un rossetto nero sulle labbra. Sono inevitabilmente sorpreso. Sono sempre più convinto che finirò la notte sventrato da questa ragazza in un vicolo buio e dimenticato da tutti. Magari nemmeno troveranno mai il mio corpo.
«Tu qui… per davvero?»
Fa spallucce. Mi guarda senza fare una piega e si stacca dal muro con un colpo delle reni.
«Sì, certo. Dobbiamo festeggiare Halloween. Avevi dubbi?»
«Onestamente sì. Non pensavo saresti venuta. Non avevo capito questa tua voglia di festeggiare con me.»
«A me sembrava chiaro.»
Rido, che altro fare? Se la contraddico, questa mi sgozza.
«D'accordo allora, andiamo.»
«Bene.»
Quanto meno, ogni tanto mi concede una pausa dalle sue apparentemente infinite domande. E mi viene in mente quel film di Stoppard: “Rosencrantz e Guildenstern sono morti”.
Iniziamo a camminare uno fianco all'altra, non parliamo molto, la città è già in festa. Incontriamo mille maschere, mille fantasmi, non so quante streghe, ancor più zombie e mostri di vario genere. Quando passiamo davanti al “mio” locale, Pol è sulla strada che fuma. Guarda me, guarda la ragazza, guarda ancora me con fare interrogativo.
«Ron! Buon Halloween ragazzi! Dai, entrate!»
Mi allunga due flyer pubblicitari, ci scambiamo un abbraccio e lui ne approfitta per parlarmi, non sentito dalla mora.
«Lei chi è?»
«Non ne ho idea.»
Taglio corto, mentre lui ride. Insieme alla mia futura assassina entro nel locale. Il buttafuori mi sorride e mi fa cenno di passare senza aver pagato l'ingresso. La musica è forte, più del solito, ci arriva ai timpani senza tanti complimenti. Faccio strada verso il bancone, ma quando lei mi dice qualcosa che non capisco, mi fermo.
«Come scusa?»
«Perché non ci hanno fatto pagare?»
«Perché vengo qui spesso… un po' come se fosse una seconda casa per me.»
Annuisce con un cenno del capo. Poco dopo siamo sugli sgabelli, al bancone, birra in mano. Forse complice l'alta musica e il locale affollato, la conversazione con la ragazza è povera, quasi inesistente. Spezziamo il silenzio solo con qualche commento alla musica o ai costumi che ci passano vicini. Ecco perché non mi piace uscire in serate come queste: troppa gente, ovunque, come se fosse un costante rumore bianco di sottofondo di cui faresti volentieri a meno.
Finisco la birra, mi alzo dallo sgabello, mi stiro la schiena, ma quando faccio per muovermi lei mi ferma con una mano sull'avambraccio.
«Dove vai?»
«Fuori. Vieni con me?»
«Perché esci?»
Mi guardo attorno e con un gesto della mano le indico tutto quello che ci circonda, infastidito.
«Troppa gente, troppo rumore.»
Poco dopo siamo fuori dalle porte del locale. Non lontano c'è un gruppetto di ragazzi, tutti con la sigaretta in mano. La ragazza è vicino a me, braccia incrociate al petto. Il mio sguardo si alterna tra il suo viso e le sue gambe con quelle calze piene di buchi che trovo semplicemente erotiche. È strana, è vero, ma non è una brutta ragazza.
«Perché non ti piace Halloween?»
«Perché è una festa commerciale e basta. Non ha nulla d'interessante.»
«È una buona occasione per uscire a far festa con gli amici, non pensi?»
«Non ho bisogno di una festa comandata per uscire con gli amici.»
Si avvicina a me, si porta davanti a me, e mi scruta coi quei suoi occhi neri e profondi. Mi dice qualcosa in tedesco di cui non afferro il significato. Probabilmente mi ha appena promesso che mi ucciderà all'alba.
«Perdonami, ma ho problemi con la tua lingua.»
Accenna un sorriso.
«Dicevo che sei carino.»
Se non fossi io, probabilmente arrossirei. Conosco qualcuno che davanti a tanta sfrontatezza da parte di una ragazza se ne andrebbe a gambe levate.
«Grazie. Anche tu.»
«E perché non mi baci?»
Il mio primo pensiero è ridere, probabilmente per spezzare l'imbarazzo generato da questa domanda così diretta, ma mi rendo conto che sarebbe la cosa peggiore che potrei fare. Seguita solo dal girarmi e correre via urlando come un pazzo. Sono consapevole che, in questa storia, il mio ruolo è quello della preda (per ora) con cui lei sta bellamente giocando. Ma, in fondo, posso dire che mi dispiaccia?
La guardo, dritta davanti a me che mi fissa negli occhi. Le sorrido e avvicino il mio viso al suo. Sento il mio cuore accelerare, neanche fosse la prima volta che mi trovo a dare un bacio. Lì, davanti al pub, le nostre labbra si sfiorano. Il suo profumo mi arriva alle narici: è strano, particolare, dolce, con una nota speziata. Mi ricorda le caramelle mou con una punta di cannella.
«Tutto qui?»
«Tu parli solo con domande?»
Mi guarda le labbra. Ancora una volta accenna un sorriso, ma si ferma prima del tempo. Io mi passo un dito sulla bocca. Ora è nero.
«Non sempre… spesso. Ti dà fastidio?»
«No, è solo che è…»
Mi fermo. Mi manca la parola. Lei lo capisce benissimo e mi scruta.
«Qualche problema?»
«Più o meno… non so come si dica una parola in inglese…»
«Quale?»
«Inquietante.»
Mi guarda, questa volta con fare interrogativo.
«Io sono inquietante?»
Quando pronuncia quella parola italiana con il suo accento tedesco, mi provoca un effetto strano, una miscela di erotismo e tenerezza. Accompagno le mie parole con un gesto della mano.
«Un pochino.»
«Oh…»
La sua espressione è una meraviglia. Le prendo il mento con due dita. Le nostre labbra si sfiorano, si toccano appena. Appoggio la mia bocca contro la sua per un istante lunghissimo. Per un attimo, veloce e fugace, la punta delle nostre lingue si sfiora. Mi ritraggo, osservando la ragazza, sospesa per un momento in quel bacio interrotto.
«Non so neanche come ti chiami.»
«Vuoi sapere il mio nome?»
«Potrebbe essere carino.»
«Mi dici il tuo?»
«Ronin.»
«Kleine.»
«Davvero? Penso non sia il tuo nome vero…»
Lei mi guarda. Questa volta sorride. Un sorriso strano, con quel rossetto nero, ora rovinato, quel trucco scuro attorno agli occhi.
«Perché, il tuo lo è?»
Sorrido. La bacio ancora, una sua mano si posa sul mio petto con un tocco delicato che quasi non percepisco. Le nostre labbra si staccano, le passo una mano tra i capelli neri. Qualcosa, nel mio cervello, la associa a “Mein Teil” dei Rammstein. Me la immagino seduta comoda, vestita come ora, mentre con grazia e delicatezza si fa servire le mie carni e le degusta accompagnate da un buon vino. Mi riprendo dalla mia macabra fantasia…
«Ti chiamerò Fragen.»
Ride divertita.
«Birra?»
Rido io, ora. Questa ragazza da dove è saltata fuori? Mi chiedo davvero se i matti non capitino tutti a me, se non abbia una qualche forma di cartello sopra la testa che li attira come fa il miele con le api.
«Ok, non ce la fai a non parlare per domande. Sì, birra.»
Stiamo per entrare quando squilla il mio telefono. È Cris. Quando rispondo, in italiano, Kleine mi guarda con un'espressione curiosa e affascinata.
«Ehi Cris, finito?»
«Sì. Noi siamo fuori. Tu dove sei?»
«Noi? Sono qui al solito posto.»
«Sì, ci sono anche gli altri. Andiamo al Trash. Vieni?»
«Sì, finisco la birra e arrivo. Ci vediamo lì.»
Chiudo la chiamata e ricambio lo sguardo di Kleine.
«Sei carino quando parli in italiano. Mi piace il suono delle tue parole, della tua voce. Con chi eri al telefono?»
Se per un attimo avevo sperato che, per una volta, non ci sarebbe stata una domanda, le mie speranze svaniscono in fretta.
«Amici. Colleghi. Stanno andando al White Trash e mi hanno invitato con loro.»
«Capisco. È un bel posto, andiamo?»
«Ci sono stato una sera, qualche settimana fa. Sì, è carino. Hai già deciso che ti unirai a noi?»
«Davvero? L'hai visto tutto? Ti ho aspettato fuori dal lavoro, cosa pensi?»
Mi chiedo se abbia fatto qualche corso per riuscire a finire tutte, o quasi, le frasi con un punto interrogativo. Se le riesce spontaneo, questa ragazza è un mostro.
«Che ne dici se intanto ci facciamo una birra e poi decidiamo?»
Annuisco e acconsento. Quando rientriamo nel locale, Pol guarda me, guarda lei e poi riguarda me. Più curioso della zitella della finestra accanto, so già cosa vuole, ma non ho risposte da dargli. Alzo le spalle. Ci sediamo al banco rubando due sgabelli e non ci vuole molto perché due birre compaiano davanti a noi.
«Lo conosci?»
«Chi? Pol? Diciamo che vengo qui spesso e siamo… quasi amici.»
Prendo il boccale di birra e ne bevo un sorso. Non amo dover urlare per poter parlare, ma il fatto che mi debba avvicinare a lei e parlarle nelle orecchie è una scusa più che valida per inebriarmi del suo profumo.
«Capisco… però non mi hai risposto. Hai visto tutto il White?»
Per un attimo i nostri volti sono vicini, molto vicini, le nostre labbra quasi si sfiorano. Prima che possa risponderle, mi passa un dito sulle labbra. Ci vuole un attimo per capire che ha voluto togliermi i residui del suo rossetto. Il suo dito su di me ha catturato la mia attenzione, non ci sarà un bacio. L'ha evitato con grazia.
«Non lo so…»
«Sei stato solo nella prima sala?»
«Sì, quella dove c'è il banco del bar e l'area per i concerti.»
Sorride e beve birra. Il mio sguardo cade sulle sue gambe, fasciate dalle calze. La gonna si è alzata e… che sia l'orlo delle autoreggenti quello che scorgo? Ora che questo dubbio mi è entrato nel cervello, so che non penserò ad altro fino a quando non l'avrò fugato.
«È un po' più grande di così. Dopo te lo mostrerò.»
«Ehi! Non mi hai fatto domande!»
Si allunga, appoggia una mano sulla mia coscia per non sbilanciarsi e mi bacia allungando il collo.
«Sai cosa pensavo?»
«Che potresti darmi un altro bacio.»
«Io te l'ho appena dato. Perché ora non baci tu me?»
Nonostante il suo modo di fare, di porre sempre una nuova domanda, questa ragazza ha il suo fascino. Sorseggio ancora la birra, ormai finita, e mi alzo in piedi, ponendomi davanti a lei. Cerco di avvicinarmi, d'insinuarmi tra le sue gambe, ma lei si oppone, serrando ancor di più le cosce. Non ho intenzione di cambiare idea e insisto, costringendola con la forza ad aprire le ginocchia. Tutto questo avviene senza che distogliamo lo sguardo l'uno dall'altra, lei seria e impassibile, io con il mio sorriso maligno, il suo intimo protetto da sguardi indiscreti dalla scarsa luce del locale e dal mio stesso corpo. Un istante dopo, le nostre labbra si sfiorano. Sento il suo profumo nelle mie narici, le sue morbide labbra contro le mie, il sapore della birra nella sua bocca mentre le nostre bocche si dischiudono e le nostre lingue iniziano a rincorrersi. Le mie mani sulle sue cosce, protette solo dal sottile velo delle calze. Le sue mani sulle mie. Di tutto ciò che ci circonda mi curo poco. È un momento lungo, intenso, che alla fine spezzo.
«Così va meglio?», le chiedo quando le nostre labbra si separano.
Lei mi guarda, si passa la lingua sulle labbra.
«Carino. Lo sai che ora sei tutto nero?»
Scuoto la testa. Un caso senza speranza. Si porta una mano sopra il tessuto teso della gonna, cercando di coprirsi. La bacio ancora, ma questa volta solo le labbra si sfiorano.
«Lo immaginavo, ma non è importante.»
«Finisci la birra. Andiamo al White?»
Il bicchiere si vuota con un solo, ultimo sorso. Mi sposto, lasciandole spazio per scivolare giù dallo sgabello. Lei guarda la birra, poi me.
«Vuoi finirla?»
«Cosa mi dai in cambio?»
«Cosa vuoi?»
È incredibile. Riesce sempre a metterci una domanda. Mi sembra di vivere un film…
«Un bacio.»
Guarda me, guarda la birra. Non dice nulla. C'è un lungo momento di silenzio tra noi. Allora capisco che, forse, l'ho colta in fallo, forse non riesce a rispondere con una domanda. Afferro il boccale e finisco anche la sua birra. Lei si avvicina a me e poggia una mano sul mio petto. Mi bacia. Le mie mani si chiudono dietro la sua schiena in un abbraccio.
«Sai cosa pensavo?»
Mi bacia ancora, subito dopo il punto di domanda.
«Nein…»
«È Halloween, non puoi venire al White così. Posso truccarti?»
«Truccarmi?»
«Sì. Posso?»
«Posso scegliere?»
«Pensi davvero di poterlo fare?»
Scuoto la testa. Questa ragazza mi manderà fuori di senno, si ciberà di me e abbandonerà ciò che resta del mio corpo in un vicolo buio giù a Neukolln. Sono fottuto. La libero dal mio abbraccio e mi rassegno al mesto destino che mi attende.
«D'accordo allora, fai strada.»
Mi prende per mano e mi guida verso i bagni. Non si fa nessuno scrupolo a entrare in quello degli uomini con me, nemmeno con un ragazzo agli orinatoi che ci urla dietro qualcosa. Lei gli risponde con un tono assolutamente tranquillo e pungente e posso solo immaginare cosa gli abbia detto. Quando lui replica ancora, lei si ferma, lo fissa e lo mette a tacere con poche, tedesche parole. Il ragazzo si allaccia i pantaloni ed esce dai bagni sbattendo la porta. Sono senza parole.
Kleine appoggia “Jack” sul lavandino e inizia a cercare qualcosa dentro quella borsa.
«Che cosa gli hai detto?»
Non alza nemmeno lo sguardo per rispondermi.
«Io?»
«Sì, tu…»
Si gira verso di me, tenendo tra le mani una piccola scatola di trucchi. La guardo perplesso e davvero poco convinto. Lei sorride e raccoglie i capelli dietro la nuca, legandoli.
«Davvero non lo sai?»
«Non so il tedesco…»
«Gli ho detto che ho già un cazzo per le mani e che non mi interessava il suo. Adesso chiudi gli occhi, per favore.»
«Devo?»
Annuisce con un solo cenno del capo.
Pochi istanti dopo, la sento lavorare sul mio viso, fischiettando un motivetto che conosco, ma non riesco a focalizzare e a ricordare la canzone. Non so quanto tempo trascorra, io mi limito ad ascoltare il suo fischiettio e a sentire il pennello che scivola sul mio viso e intorno ai miei occhi. Si apre la porta, qualcuno entra con un “sorry” e lo sento andare ai gabinetti. Kleine nemmeno gli risponde. Dal rumore, il suo passo non è molto sicuro, come di chi ha bevuto troppo. Ora mi sta passando qualcosa che penso sia il rossetto sulle labbra. Ho il sospetto che sia quello nero. Di colpo ricordo la canzone: “This is Halloween”.
«Ok, stringi le labbra.»
Che carina… per truccarmi non ha posto domande. La sento fare due passi indietro. Fine lavori.
«Perfetto. Ho finito.»
Sospirando, mi guardo allo specchio. I miei occhi sono circondati di nero, con una riga che scende verso il basso. Le labbra sono nere. Un velo sottile di cerone bianco per imitare The Crow. Temevo peggio. Vedermi truccato mi gioca uno strano effetto… credo sia la prima volta che la mia faccia venga colorata.
Il cellulare trilla. Sono i ragazzi, mi chiedono dove io sia finito, loro sono già al banco del White che stanno ordinando. Dico di prendere da bere anche per me e la mia amica.
«Andiamo adesso?»
Lei accenna un sorriso soddisfatta del lavoro svolto e mi posa un bacio sulla punta del naso. Finalmente usciamo dal locale. La nostra meta non è lontana, risaliamo Schönhauser Allee per pochi metri ed eccoci davanti ai due leoni dorati dell'ingresso del White Trash. Fuori dal locale, il marciapiede è pieno di gente di ogni forma, dimensione, lingua, colore e maschera in un vorticoso caleidoscopio di follia. Da dentro arriva musica rock leggera. Kleine mi prende per mano e si fa largo tra la gente guadagnando la porta d'ingresso.
«Davvero non l'hai visto tutto?»
«Da quello che mi dici, temo proprio di no. Questa sera mi farai da guida.»
Non dice altro. Entriamo nel locale. È peggio di una discoteca. La musica è ancor più alta, se possibile, del locale di prima. I bassi sono potenti e sembrano arrivare diretti al diaframma, facendoti vibrare il respiro, la grancassa fa tremare le pareti. È un bel rock. Alla nostra destra, sul palchetto, due zombie suonano basso e chitarra, qualcosa di simile a Frankenstein si agita dietro la batteria e una streghetta sexy con il vestito corto e coperta di tatuaggi si muove sinuosa davanti al microfono mentre segue il ritmo con la sua voce allegra e grintosa. Mi fermo un attimo a osservarle le curve.
«Carina…»
Kleine si gira di colpo verso di me e punta gli occhi nei miei.
«La stai guardando?»
Per un attimo mi irrigidisco perplesso dalla sua reazione e poi sorrido.
«Beh, è carina.»
Credo che, se potesse, il suo sguardo mi incenerirebbe. Io non riesco a capire se quegli occhi neri, quella simpatica manifestazione di gelosia, mi incutano timore o mi diano piacere. Un sinistro piacere, il mio, il timore di essere fatto a pezzi prima dell'alba acquista concretezza.
«Lo pensi davvero?»
«Raggiungiamo i miei amici, è meglio.»
Ed eccoli lì. Cris indossa una t-shirt verde con la scritta bianca “Looking for trouble” e un bel pugno chiuso nel mezzo. Ottima scelta. Conoscendolo, posso dire che lo rappresenta davvero bene. Poi c’è il capo, con la zoccoletta di turno che si crede potente solo perché si scopa il titolare. Marco con quella faccia lunga da cartone animato e Matteo, con quel suo odioso fare da “sono-il-più-figo-di-tutti”. Bando alle ciance, dopo i saluti di rito passiamo ben presto agli argomenti seri e si inizia a bere. Primo giro: vodka. Liscia, fredda, ghiacciata. Segue un breve giro di presentazioni tra loro e la ragazza in nero, che accenna solo un sorriso e una fugace stretta di mano. Cris si avvicina con una birra per me e una per lei.
«E questo trucco?»
«Non guardare me, ha deciso lei.»
«Carina la ragazza. Dove l'hai trovata?»
«Io? No, mi ha trovato lei, questa mattina. Da allora non mi ha perso di vista un solo istante. Era fuori dal ristorante ad aspettarmi quando me ne sono andato.»
«Sono in città da quattro anni e a me non è mai successo. Devi dirmi come fai.»
Gli appoggio una mano sulla spalla e bevo birra.
«Io non faccio nulla, sono solo me stesso…»
Kleine torna da me e mi bacia, spezzando le chiacchiere tra me e Cris.
«Mi piace quando parli in italiano. Non mi piace però perché non capisco cosa dici. Cosa voleva il tuo amico?»
Rispondo al suo piccolo bacio. So che Cris non parla inglese e ci sta guardando. Anzi, a dire il vero, nessuno degli altri ragazzi parla inglese ma, a differenza mia, parlano tedesco. Cris si intromette parlando in tedesco, ma Kleine lo guarda male e interrompe subito il discorso. Non è quello sguardo di gelosia assassina che ha rivolto a me di fronte alla cantante. Quello che c'è nel suo sguardo verso Cris è puro istinto omicida. Quando gli risponde, non ci vuole molto a capire che, a lui, non ha rivolto una domanda. Cris alza le mani e fa due passi indietro, chiedendo scusa e guardando me con fare interrogativo. Io alzo le spalle e sorrido, baciando una guancia di Kleine. Gli altri assistono alla scena, ma in disparte, arrampicati attorno a un tavolo vicino al banco dall'altra parte della sala rispetto al palchetto. No, non è solo alcol quello che hanno usato e i loro occhi lo dicono chiaramente. Io sento la vodka salirmi al cervello di colpo e i contorni del mio campo visivo rallentano e sfumano. Tutto diventa più leggero. Devo aver bevuto più di quanto ricordi.
Kleine mi guarda, ora sembra tranquilla.
«Che succede con Cris?»
«Niente. Ma tu non parli il tedesco e lui…» fa per dire qualcosa, ma un attimo prima si ferma, esita, come se cercasse le parole giuste da pronunciare. La sua espressione, tuttavia, mi fa pensare che abbia mutato il pensiero e voglia nascondermi qualcosa. «…lo stava facendo. Gli ho chiesto di parlare inglese… non lo trovi giusto?»
Ecco la domanda finale. Non riesco a esimermi dal guardarla sospettoso.
«D'accordo, come vuoi tu.»
Sorride. O forse è solo un accenno. Nessuno dei due crede realmente a quello che mi ha raccontato. Inizio a sentire l'alcol. Il boccale è di nuovo pieno. Ho perso il conto delle birre.
«Vuoi vedere il locale?»
«E se prima beviamo con i ragazzi?»
«Vodka?»
«Ok.»
Torno da Cris, parliamo un attimo, cerco di capire cosa sia successo, ma nulla da fare, mi conferma la versione di Kleine. Perché, allora, non sono affatto convinto?
«Lasciamo perdere, beviamo?»
«Beviamo.»
«Ordino io che me la cavo meglio di te con il tedesco.»
Ho come il sospetto che questa sua affermazione non sia detta a caso.
«Mi dirai quello che voglio sapere, Cris. Lo sai.»
Mentre aspettiamo le vodke, Kleine non si allontana più di un metro da me, sembra quasi un mastino con il suo osso. Solo che l'osso, questo giro, sono io. I ragazzi sul palco suonano bene, un rock leggero e movimentato, piacevole all'udito. Facciamo un brindisi tutti insieme con i piccoli bicchieri ghiacciati e satinati. Non appena i vuoti sono sul bancone del bar, la ragazza mi prende per mano.
«Vieni?»
«Dove?»
«Non vuoi vedere il locale?»
Faccio un cenno ai ragazzi per dire loro che mi allontano. Usciamo dal locale, fuori è sempre pieno di gente. In lontananza rumori di vetri che vanno in frantumi accompagnati da mille imprecazioni, campanelli di biciclette, urli dei ciclisti rivolti ai ragazzi che occupano la pista ciclabile. Due metri, forse meno, e un'altra porta nella facciata del White, con due spirali colorate che girano su se stesse ai lati, un cartello “No Pain No Gain”, scale che scendono, gente che va e viene.
«Giù, nella pancia del mostro…»
Lei si gira di colpo e mi guarda.
«Cosa?»
«Oh, niente, pensavo…»
«Ripeti cosa hai detto.»
«Ho detto: giù, nella pancia del mostro…»
Mi guarda ancora.
«Mo… stro?»
La tiro a me e sorrido. La sua pronuncia tedesca dell'italiano mi piace. Un piacere che scivola sotto la pelle e diventa carnale.
«Dillo ancora.»
«Mostro?»
«Adesso dillo e basta, senza domande.»
Mi guarda, i suoi occhi neri spalancati.
«M… mos… tro… mostro.»
La spingo contro lo stipite della porta e la bacio, la mia lingua si insinua nella sua bocca e non le dà tregua. Chi se ne importa se il boccale della birra, scivolandomi di mano, esplode all'impatto con il pavimento. Chi se ne frega di quelli che ci stanno guardando. Chi se ne frega del mondo che ci circonda. È un bacio pieno, forte, che ci estrania da tutto e ci proietta in un torrente di passione e fuoco. Una miscela di sesso, alcol e caramello. Non le chiedo per favore, spingo un ginocchio tra le sue gambe e gliele faccio aprire, una mano sulla coscia ad alzarle la gonna. La farei mia, ora, se non fosse per quel ragazzo sbronzo che inciampa nell'ultimo gradino delle scale e mi crolla addosso come un pachiderma, staccandomi da lei con violenza. Quasi fossi un animale ferito, mi giro verso di lui di scatto, furioso, con i muscoli tesi, ringhiando. Il ragazzo salta indietro spaventato, alzando le mani. Quando parla biascica. Posso solo intuire quello che sta cercando di dirmi. Per fortuna parla in inglese.
«Ehi ehi ehi, scusa amico! Sono sbronzo, non ho fatto apposta!»
La mano della ragazza mi sfiora la guancia e mi concede un piccolo bacio sulla guancia.
«Ronin, tutto bene, è stato bello. Sei qui con me?»
A quel tocco mi rilasso. Sento il cuore rallentare il ritmo del sangue nelle vene. Devo avere la pressione alle stelle. La bacio. Non perdo di vista il ragazzo. Troppo alcol...
«Fammi… fammi vedere il locale, Kleine.»
Scendiamo le scale. La musica torna a essere assordante, ma non è la stessa che stavano suonando i ragazzi al piano di sopra. Questa viene diffusa attraverso gli altoparlanti. Scritte sui tatuaggi ovunque. La scala è gremita di gente, mille maschere, mille facce che si sovrappongono le une alle altre senza sosta. Voglio una vodka. Gli ultimi gradini si aprono in uno spazio poco più ampio, con un banco alla nostra destra, una scala ottocentesca che sale davanti a noi. Tra la scala e il bancone una porta e un cartello in legno decorato: “Ink”. E tra dove siamo noi, alla nostra sinistra, e la scala ottocentesca un antro buio e fitto di gente. Ringrazio gli dei per non essere claustrofobico.
Kleine non dice nulla, mi tira per la mano, ci facciamo largo tra la folla. Scivoliamo accanto a una scritta sul muro dove le “o” sono sostituite da teschi: “Tattoo Shop. Smokers Lounge”. E siamo nel pieno di uno studio di tatuatori all'opera. C'è un ragazzo sul lettino, con il torace scoperto, sulla cui schiena sta prendendo forma una enorme skullgirl messicana. Il rumore della macchinetta non viene coperto dalla musica e mi arriva dritto alle orecchie. Mi chiedo come possa essere tatuarsi la notte di halloween in circostanze come queste. Da troppo tempo non sento gli aghi sulla mia pelle, quel filo di dolore e piacere che si insinua sotto pelle e scava fino ad arrivarti al cervello senza pietà, per non lasciarti più.
«Ti piace?»
Kleine è lì che mi guarda con quei suoi occhi neri e accenna un sorriso.
«Carino…»
La sua mano mi solleva la manica della felpa e mi accarezza il braccio tatuato.
«È bello questo tatuaggio, mi piace molto… lei è Harley?»
La mia mano si appoggia sulla sua.
«Sì, lo è.»
«Lo hai fatto qui?»
«No, in Italia, nel mio paese, Faenza. Da Skullfield.»
Non dice altro e mi trascina via. È come se il Bianconiglio mi stesse trasportando nella sua tana un gradino per volta. Non ho altra scelta se non quella di lasciarmi guidare. Quando usciamo dallo studio, ho un attimo di disorientamento, ma Kleine no, è sicura nei suoi passi. Passiamo accanto alla scala ottocentesca e ci infiliamo nell'antro buio. Una pesante grata di ferro serve a chiudere quest'area quando non viene usata e ora riposa appoggiata a una parete. Qualcosa, un corridoio, forse una sala, si apre nell'oscurità alla mia sinistra, ma Kleine scivola nella zona più luminosa, a destra. Un lungo bancone, tutto il corridoio in realtà, è in grigio cemento. Il bar è illuminato alla base da led rossi e coperto da grate di metallo. Tre streghe servono da bere a chi si avvicina. Kleine guadagna un posto vicino al banco e mi porge il fianco.
«Hai sete?»
«Di te.»
«Di te? Cosa vuol dire?»
«Vuol dire che voglio berti.»
Lei sorride, si gira e mi bacia.
«Allora dopo mi berrai. Vodka?»
Annuisco. Brindiamo con la vodka in freddi bicchieri di vetro appannato. Un bacio alcolico. Una carezza fugace. Uno sguardo complice.
Il corridoio-bar continua, nuova musica si sovrappone a quella delle casse. Prendiamo un'apertura a sinistra. Buio. Luci al neon sparse. Mille colori definiscono i contorni del palco sotterraneo. Una specie di Kurt Cobain urla una cover rabbiosa “Come as you are”. Kleine inizia a saltellarmi davanti e mi prende entrambe le mani. Sorride e mi bacia, mi trascina in mezzo alla gente, è una follia. Mentre le note dei Nirvana ci saturano le orecchie, io e lei balliamo, ci baciamo, ci abbracciamo, saltiamo e poi ci abbracciamo ancora, accarezzandoci a ritmo di musica. È un fottuto halloween. Perdo il senso del tempo. Non ce la faccio più, mi serve una pausa.
«Birra. E aria. Andiamo dai ragazzi.»
La mia faccia deve essere una maschera di nero che cola da quanto ho sudato là sotto. Kleine mi segue, arrivo alla scala convinto che sia dietro di me ma, quando arrivo in cima, di lei non c'è più traccia.
«Dove diavolo…?»
Mi guardo attorno, sono più che alticcio, non mi sento molto sicuro sulle gambe e questa sua improvvisa mancanza mi fa quasi male al cuore. Com'è possibile che sia sparita così nel nulla? Non mi resta che andare dai ragazzi, sperando abbia capito che sarei andato lì e di trovarla da loro.
«Forza, vieni con noi!»
Lo Zio (quando diavolo è arrivato?) mi batte una pacca sulla spalla e mi spinge su, verso altre scale. Saliamo, ci portiamo a un livello superiore rispetto alla prima sala in cui sono entrato. Posso vedere il palchetto con la strega sexy dall'alto. Ma il mio collega mi spinge. Il pavimento è coperto da un'infinità di foglie rossicce. Che siano vere o finte non me ne curo.
«Ehi, stai calmo! Cos'è ‘sta fretta?»
«Dobbiamo andare in bagno, vieni!»
Attraversiamo questa specie di terrazzo (sì, perché assomiglia davvero a un terrazzo autunnale, con le foglie sul pavimento, i rampicanti sulla ringhiera e i tavoli e le panche e le tovaglie da esterni) fino alla porta dei bagni. Matteo è lì che ci aspetta. Ci fa entrare, ma resta fuori. Marco e Cris sono dentro. Sono sbronzo, sono preoccupato per Kleine e ho già capito cosa sta succedendo. Li guardo tutti. Lo Zio mi spinge nel gabinetto insieme a Marco. È questione di un attimo ed è tutto pronto sulla cassetta dell'acqua. Tre strisce bianche.
«Dai! Una è tua.»
Rido.
«Mi prendete per il culo?»
«Perché?»
«Lasciamo perdere, fatemi uscire.»
Marco blocca la porta.
«Non fare il coglione, questo giro te lo offro io.»
«Marco, dai, levati dalle palle.»
Quando è chiaro che non ha intenzione di muoversi, lo spingo da parte ed esco di prepotenza. Vedo Cris guardarmi con espressione alquanto perplessa in cerca di spiegazioni, ma lo ignoro e cerco l'uscita dei cessi. Sento Marco venirmi dietro.
«Ehi finocchio!»
Mi fermo. Mi giro. Lo guardo. Lui e la sua brutta faccia, in questo momento ancor più brutta. Sono alterato e ubriaco, pessima combinazione.
«Cosa vuoi?»
«Scappi come un finocchio.»
Faccio un bel respiro profondo, svuoto i polmoni e piego il capo leggermente da un lato. Fisso Marco e faccio mezzo passo verso di lui, piegando le ginocchia quel tanto che basta per sentire i muscoli delle cosce tesi e pronti a scattare.
«Dillo ancora.»
Lo Zio gli mette una mano sulla spalla, cercando di fermarlo. Inutilmente.
«Ho detto che scappi come un finocchietto.»
È un attimo. Gli salto addosso, lo afferro per la t-shirt e lo sbatto contro il muro.
«Testa di cazzo. Io mi drogo quando e come cazzo voglio io, non come una merda nascosta in un cesso del cazzo.»
Mi spinge indietro mentre qualcuno che non metto a fuoco cerca di calmare le acque.
«Dai ragazzi, vogliamo solo divertirci un po', non fare del casino, calmiamoci.»
«È lui che è una merda fuori di testa.»
Rido alle parole di Marco.
Mi rilasso facendo due passi indietro. Incamero aria nei polmoni. Un attimo dopo il mio destro impatta violentemente contro la sua faccia. Crolla a terra mentre io mi piego su di lui per essere sicuro che mi senta.
«Io fuori di testa? Hai ragione.»
Lo Zio mi spinge di colpo contro il muro opposto e mi tiene fermo mentre Cris soccorre Marco. Sento che mi parlano, ma non ascolto le loro parole, non hanno nulla da dirmi che mi possa interessare. Almeno non in questo momento. Fisso Marco mentre si rialza, qualcosa che non capisco cosa sia luccica nella sua mano. Un sorriso perfido gli illumina il volto. Cris si fa indietro mentre lo Zio resta nel mezzo.
«Adesso ti metto a posto la testa, idiota.»
Scavalco lo Zio, spingendolo da parte e fronteggio Marco a mani aperte, pronto a scattare. Non ho paura di un coltello.
«Forza, fallo se pensi di riuscirci, ma qui non ci sarà tua mamma da cui andare a piangere.»
Un attimo dopo la porta del bagno si apre di colpo.
«Ehi! Cosa stai facendo?»
Riconosco la voce, ma non distolgo lo sguardo da Marco, non posso.
«Niente.»
Kleine viene vicina e mi prende per mano. Mi tira verso di sé ma mi oppongo.
«Vieni via?»
Lo Zio mi guarda e mi fa un cenno.
«Vai, ci pensiamo noi a lui.»
Annuisco col capo. Lascio che Kleine mi trascini via con sé, fuori dai bagni del White e poi giù per le scale, tornando nell'oscurità. Non ho voglia di oppormi, la seguo e basta fin giù, al banco del bar. Mi appoggio al muro e mi rilasso, mi massaggio la mano destra dolente. Dentro di me so che non sono cattivi ragazzi, sono solo persi nel loro mondo e alle volte non ci stanno più con la testa; non sono nessuno per giudicarli. Domani non si ricorderanno nemmeno quello che è successo stanotte.
«Dov'eri finito?»
La guardo perplessa mentre mi porge un giro di vodka. Quando prendo l'alcol ghiacciato dalle sue mani, le nostre dita si sfiorano. Accenno un sorriso e, insieme, vuotiamo i bicchieri. Qua sotto dobbiamo urlare per parlarci.
«Io? Stavo sulle scale e sei sparita. Tu dove eri finita?»
«Ero dietro di te, mi hanno spinta e ti ho perso. Come stai? Cosa stava succedendo?»
«Niente… alcuni differenti punti di vista.»
«Stai bene?»
Sorrido mentre mi passa una mano tra i capelli e mi guarda. I suoi occhi neri non si staccano da me. Le metto le mani sui fianchi e la costringo ad avvicinarsi a me. Le nostre gambe si intrecciano.
«Sì, sto bene. Gli stupidi mi danno noia, ma sto bene.»
«Ero in pensiero per te.»
Sorrido alle sue parole. Non una domanda, questa volta. La bacio, le sue labbra sono ancora fredde per la vodka. Mi piace la loro morbidezza. Faccio per spostarmi, ma mi posa le mani sul petto e mi spinge contro il muro con tutto il suo peso, impedendomi di andare via. Le nostre lingue si cercano, si rincorrono. Le nostre labbra si chiudono solo per brevi istanti, i baci si alternano a piccoli morsi. Le tengo una mano sul fianco, l'altra sale lungo la sua schiena, fino alla nuca, infilando le dita in mezzo ai suoi capelli. Voglio essere certo che nemmeno lei andrà via.
Le sue mani si insinuano sotto la mia maglia, scivolano sulla mia pelle provocandomi brividi di piacere. Sento una mano salire fino al capezzolo, accarezzarlo, stuzzicarlo. Le scosto i capelli e, delicatamente, le faccio chinare il capo da un lato e sposto la sciarpetta grigia. Il suo collo è lì, candido e pronto per me. Interrompo il bacio, sfioro la sua pelle con le labbra, riempiendo il naso del suo profumo dolciastro. Dalla clavicola salgo lentamente fin sotto la mandibola. La bacio, stringo la sua carne tra le mie labbra, assaporandola. La sento riempire i polmoni e trattenere il fiato. Scendo un poco e la bacio, la mordo ancora. Kleine tiene gli occhi chiusi, abbandonata alle mie cure, irrigidisce le dita sotto la mia maglia. Con l'altra mano scivolo sul suo sedere e la stringo a me. Allarga un poco le gambe e finisce, inevitabilmente, per appoggiare il sesso alla mia coscia. Non può non sentire la mia eccitazione. Adoro questa situazione… adoro quando lei si stringe a me, muovendo lentamente il bacino contro la mia gamba mentre io mi diletto a divorarle il collo. La trovo molto sensuale.
Posso sentire la tensione dei suoi glutei sotto la mia mano e, ogni volta che scivola indietro, la invito a spingersi in avanti con una leggera pressione della mano. La mia eccitazione sta salendo, la sua anche. La sento slacciare la mia cintura e il primo bottone dei jeans, infilare la mano dentro e accarezzarmi il sesso da sopra i boxer. Ma solo per un attimo, perché il momento dopo sento la sua pelle a contatto con la mia. Mi esplode un brivido potente che mi attraversa tutta la schiena come uno tsunami. Chiudo gli occhi e prendo fiato. La sua bocca su di me, la sua lingua a cercare la mia, non mi concede tregua. Kleine non si ferma, né con il bacino né con le mani. Cerca di ritagliarsi spazio, tirando i jeans con l'altra mano. Scivola sotto i miei boxer, la sento impugnare il mio membro, saggiarne le dimensioni e accarezzarlo, nonostante il poco spazio che ha a disposizione per muoversi.
«Ti piace?»
Non sono sicuro di quello che dice, ma annuisco con il capo. Ho voglia di prenderla, sbatterla contro il muro, ma siamo al White, è pieno di gente e mi stupisco che ancora non ci abbiano sbattuto fuori. A quest'ora, probabilmente, il tasso alcolico medio presente nel locale deve essere troppo elevato, nessuno sembra notarci. Annuisco. Resta una cosa sola da fare: casa mia.
«Vieni da me.»
Mi morde un orecchio, stringe il mio membro e scende con la mano verso il basso. Ringrazio di aver indossato quei jeans tutti stracciati che mi stanno larghi, larghissimi, che non starebbero al loro posto senza cintura. Mi mozza il fiato.
«Da te?»
«Sì, a casa mia.»
Adesso sono io che comando il suo bacino con la pressione della mano e spingo la coscia contro il suo sesso. Appoggia la testa contro la mia spalla, senza smettere un solo movimento. Respira a fondo. Restiamo così, uno stretto all'altra qualche lungo piacevole istante. Non è facile spezzare il momento. Ci guardiamo negli occhi. Kleine accenna un sorriso.
«Vodka?»
Alle sue parole nasce un pensiero peccaminoso e un sorriso maligno mi illumina il volto: il liquido cristallino che scivola sulle sue curve.
«Sì, vodka…»
Si ricompone cercando di non dare nell'occhio. Mi sistemo i pantaloni e stringo la cintura con un gesto secco e deciso. Che gli altri pensino ciò che vogliono, non me ne curo. Ci scappa ancora un fugace bacio sulle labbra prima che lei mi prenda per mano e mi trascini verso il banco. Mi sento più sicuro sulle gambe e il mondo intorno a me è un po' meno ballerino. Mi guardo attorno mentre ci avviciniamo, ma dei ragazzi nessuna traccia. Avevo avuto l'impressione di aver visto Cris, prima, mentre la ragazza mi teneva contro il muro. Dubito che cercasse me, ma non si può mai sapere. Kleine si incunea tra due gruppetti come se nulla fosse e io la seguo. Nonostante l'ora e l'alba che si avvicina, nessuno sembra aver voglia di andare verso casa. Kleine mi tiene per mano fino a quando non conquista il bar. Solo in quel momento lascia la presa su di me e si appoggia coi gomiti al bancone, in attesa di ordinare i nostri drink. Prima era stata lei ad avermi fermato con le spalle al muro, ora è il mio turno. Mi avvicino, l'abbraccio da dietro e le mordo un orecchio. Con una mano si scosta i capelli neri e mi lascia spazio libero per arrivare facilmente al collo. Mi sento un po' vampiro quando mi chino su di lei e mordo la sua carne. Sospira e non si sottrae al trattamento che le riservo. Mi faccio ancor più avanti, stringendola tra me e il bancone, proprio come ha fatto lei con me. E allo stesso modo ho deciso che giocherò con lei. Il mio abbraccio non si allenta, ma la mano destra scende, spostandosi sul suo fianco. Le faccio sentire appena i denti sul collo prima di spostarmi leggermente più su, salendo verso l'orecchio. La banda, nella sala accanto, parte con un altro pezzo dei Nirvana, riconosco le note di “You know you're right” e al primo attacco di Kurt la mia mano scivola dal fianco sulla gonna. Kleine piega la testa all’indietro e, quando io riesco a morderle il collo all'altezza della giugulare, la sento abbandonarsi contro di me. Questi momenti sono adorabili. La barista ci rivolge uno sguardo. Kleine ha gli occhi chiusi. Perché spezzare questo momento? Rivolgo uno sguardo alla barista e mimo un “later” con le labbra. La ragazza mi sorride, ha capito la situazione. La mia attenzione torna tutta sulla mia morettina e la mano, ora, si infila direttamente sotto la gonna, scivolando sulle sue calze. No, non sono autoreggenti. Forse è meglio così. Solo quando mi avvicino pericolosamente all'inguine, Kleine si riscuote, ma il suo tono è languido.
«Cosa stai facendo?»
«Gioco.»
«La vodka?»
«Aspetto che sia tu a ordinare.»
Si tira su e si guarda attorno, cercando di togliere la mia mano da sotto la gonna, ma mi oppongo.
«Nein.»
«Cosa?»
«Ordina da bere. Io non mi muovo.»
Mi allunga un bacio sulla guancia girando il capo e si appoggia al banco come prima, ma questa volta spinge il bacino contro di me. Ho seri dubbi che sia inconsapevole della mia erezione. Il suo gesto è un chiaro via libera. La mia mano arriva all'incavo dell'inguine, posso sentire il contorno delle sue mutande sotto il nylon delle calze, così vicina al suo sesso. Sono eccitato, vorrei farla mia qui, in questo momento, con il battito del cuore nelle orecchie. La barista mi guarda, mi sorride e con uno sguardo mi chiede se vogliamo ordinare. Sorrido di rimando, quasi rido, e le faccio cenno di sì. Quando si avvicina a noi, Kleine allarga le gambe e non appena apre la bocca per ordinare, le mie dita scivolano proprio tra le sue cosce, sul suo sesso, sopra le mutande: umide. Kleine esita, si blocca per un momento con la bocca aperta, appoggiando i palmi delle mani sul banco. La barista guarda lei, poi guarda me, divertita. Ho il sospetto che abbia intuito cosa stia succedendo. In fondo la posizione del mio braccio non lascia spazio a molti dubbi. Si passa una mano tra i capelli guardando la mia mora con un'espressione strana, ma con una luce sinistra negli occhi. Le loro mani si sovrappongono e la barista sorride. Parlano in tedesco, non capisco cosa si dicano, ma alla fine Kleine annuisce con il capo e la barista si allontana. La mia mano non si ferma e continua a muoversi delicatamente sul sesso della mia ragazza, cercando il suo piacere. Kleine abbassa il capo, la sento gemere. Le bacio il collo, mi concentro su di lei, cerco di sentire le sue vibrazioni, di capire quale sia la carezza che apprezza di più e donarle quanto più piacere mi sia possibile. Con il mignolo e il pollice cerco d'invitarla a tenere le cosce più aperte possibile, il medio si concentra sul suo sesso. Posso sentire il clitoride, lo accarezzo attraverso i tessuti, i suoi umori aumentano. Il mio dito scivola, cerco di spingerlo tra le labbra nonostante calze e intimo. Mi viene la voglia d'insinuarmi dentro di lei avvolto dalle calze e dalle mutande. Spingo. Così stretti l'uno all'altra come siamo, la sento riempire i polmoni e irrigidire per un attimo i muscoli delle cosce. Cosa darei per vedere il suo volto ora. Come allento la tensione, lei fa lo stesso. Torno sul clitoride, lo accarezzo, ci scivolo attorno come a volerne disegnare i contorni. Kleine afferra il bordo del bancone e lo stringe. Vedo la barista avvicinarsi. Scuoto il capo, le chiedo un minuto muovendo solo le labbra, come prima, e la mia speranza che lei capisca diventa realtà. Si ferma lì, con le due vodke in mano e ci fissa. È una mia impressione o si sta mordendo il labbro? Sorride. A me, a Kleine o a entrambi? Non lo so. Spingo nuovamente il dito contro il sesso di Kleine, deciso. Sento i tessuti pregni dei suoi umori. La mia ragazza si alza sulla punta dei piedi e spalanca le mani, sfruttando il bancone per puntarsi contro di me. Spingo per qualche istante, cerco di farmi strada dentro di lei, ma i tessuti e la posizione non mi rendono il compito facile. Mi chiedo come sia, cosa provochi in lei la frizione dei tessuti contro il suo sesso.
Lascio la presa, tolgo la mano da sotto la gonna. Kleine si rilassa e per un attimo si aggrappa al mio braccio che la sostiene. Non alza lo sguardo, ma io sento i suoi umori sul mio dito. La barista arriva da noi e posa delicatamente i bicchierini davanti a noi. Guardo Kleine, guardo la barista.
«Bevi?»
«Io? Sono in servizio, non potrei.»
«Non ti credo. Voglio vedere se mi dici di no…»
Con la mano sinistra porgo un bicchiere a Kleine e le faccio annusare il dito coi suoi umori. Alza la testa, prova a leccarlo, ma sono più veloce di lei e mi sposto, intercettando le sue labbra e baciandola. Mi guarda.
«I tuoi occhi… brillano…»
Prendo il secondo bicchierino di vodka con la sinistra e lo porgo alla barista. Si guarda attorno. Kleine mi sta guardando, un enorme punto di domanda nei suoi occhi. La bacio.
«Non posso…»
«Lo so, ma magari ti convinco.»
Il mio dito medio luccica e profuma. Guardo Kleine. E allora lei capisce e la sua espressione grida no. Io annuisco. La barista, e forse non solo lei, ci sta fissando. Il mio dito scivola sul bordo del bicchierino, lentamente, così che il sapore di Kleine si depositi sul vetro freddo. E infine porgo la vodka al sapore di mora alla barista con sguardo di sfida.
«E ora?»
Lei si guarda attorno, esita, ma fissando il bicchierino alla fine cede. Faccio un piccolo inchino con il capo e invito le due ragazze a bere. Come Kleine posa il bicchiere, la bacio, gustandomi l'aroma della vodka nella sua bocca.
«Quanto ti devo?»
«Niente… ve li offro io questi.»
«Grazie.»
Le sorrido. Kleine si sporge verso di lei e si scambiano un fugace bacio, prima che sia io, questa volta, a prenderla per mano e trascinarla via. Sulla soglia del locale ci fermiamo e ci scambiamo un lungo bacio. Il sole sta sorgendo.
«Vieni da me ora, voglio scoparti.»
Lei mi guarda con quei suoi occhi neri.
«Lo voglio anche io.»
L'abbraccio, la sollevo da terra, contento di non aver avuto una domanda a cui rispondere.
L'U-bahn non è lontana, casa mia nemmeno.
La stazione non è molto popolata quando io e lei arriviamo, fianco a fianco ma senza tenerci per mano. Dobbiamo aspettare solo sette minuti. Siamo fortunati. La invito a seguirmi.
«Vieni.»
«Perché?»
«Cominci di nuovo?»
«A far cosa?»
Lei mi guarda con i suoi occhi neri spalancati e capisco che la mia è una causa persa. Le do un bacio sulla fronte e, prendendola per mano, me la tiro dietro fino all'altra parte della fermata.
«È meglio salire da questa parte, saremo più vicini a casa mia.»
Fa spallucce e non diciamo altro fino all'arrivo del treno. Le porte si aprono e si chiudono con il loro caratteristico sbuffo idraulico. Mi siedo e la guardo. I suoi occhi percorrono tutta la carrozza, per nostra fortuna semi vuota, e infine si siede di fronte a me. Accavalla le gambe e la osservo. Pochi minuti fa c'era la mia mano tra quelle cosce. Abbasso lo sguardo deviando altrove i miei pensieri.
«Perché non qui?», le chiedo, indicandole il posto libero accanto a me.
Sorride e si passa una mano tra i capelli, coi suoi occhi che non si staccano dai miei che, inevitabilmente, ricadono sulle sue gambe e quelle provocanti calze rotte.
«Non pensi di essere pericoloso nei luoghi pubblici?»
«Pericoloso? Mi sembra eccessivo… forza, vieni qui.»
«Dovrei?»
«Sì, dovresti.»
Si guarda attorno. Nessuno sembra rivolgerci attenzioni. I suoi occhi si piantano nei miei e ora è lei ad avere lo sguardo da pazza.
«Non muovere gli occhi. Prometti?»
La guardo incuriosito. Non riesco a capire cosa abbia in mente.
«Cosa…»
Non mi lascia finire e mi interrompe con un tono deciso che da lei non mi sarei mai aspettato.
«Prometti?»
«Ok, prometto.»
Si guarda attorno un'ultima volta e pianta letteralmente gli occhi nei miei. Il mio sguardo è fermo nel suo, ma questo non mi impedisce di vedere le sue gambe muoversi, le sue ginocchia aprirsi, il tessuto della sua gonna tendersi e lasciarmi intuire quello che, fino a poco fa, stavo toccando. Sorride, maliziosa, mentre si lecca un dito. Io devo faticare a restare concentrato sui suoi occhi, a non abbassare lo sguardo sui movimenti e a non immaginare altro tra quelle labbra colorate di nero. Forse intuisce i miei pensieri quando toglie il dito dalla bocca e mi parla.
«Hai promesso.»
«Ho promesso.»
La sua mano finisce sulla coscia e scivola lentamente verso il bacino. Armeggia coi vestiti e la sua mano finisce sotto i collant, forse persino sotto le mutande. Senza poter distogliere lo sguardo, cosa che mi costa indicibili fatiche, non riesco a distinguere bene tutti i suoi movimenti, ma quello di cui sono certo è che Kleine non stia facendo nulla di santo. La sua mano si muove lentamente sotto il tessuto, questo è chiaro. Ed è reso ancor più esplicito dal cambiamento della sua espressione. Mantiene quel suo fare di sfida, ma ora i suoi occhi esprimono lussuria, piacere, perdizione. Una visione che mi arreca parecchio disturbo. Chiudo gli occhi per un momento, cerco di calmarmi, di ossigenare il cervello, di pensare ad altro; il cuore batte da farmi male.
«Ehi…»
La sento nelle mie orecchie. Apro gli occhi e guardo i suoi, senza concedermi distrazioni. È lei la mia distrazione, questa notte. Non appena il nostro sguardo si perde nuovamente l'uno in quello dell'altra, riesco a vedere la sua mano tendere il nylon dei collant nell'allontanarsi dal sesso. Non faccio in tempo a chiedermi cosa voglia fare che percepisco la sua mano muoversi di nuovo e i suoi occhi si spalancano, così come la bocca. I suoi movimenti continuano, ho l'impressione che, per un istante, abbia tentato di chiudere le cosce, ma forse è solo la mia immaginazione. Le sue guance prendono colore, il suo viso è la perdizione, semplice e pulita. Quella sua mano si sta muovendo troppo, il suo petto si muove veloce al ritmo del suo respiro. Io mi sento di pietra. Non potrei muovermi nemmeno se volessi.
«Vengo?»
La sua domanda mi riscuote dal sogno a occhi aperti in cui mi trovo. Mi guardo attorno, oltre i finestrini della carrozza. Non siamo lontani.
«Continua, non venire.»
Sospira. Quasi geme. La sua mano non smette di muoversi, ma adesso il ritmo è più lento. Ecco, ci siamo, dobbiamo scendere. Mi alzo in piedi e distolgo lo sguardo dai suoi occhi. Vedo la sua mano, non ho dubbi che sia dentro i suoi slip. Si ferma. Sospira.
«Scendiamo?»
«Sì. È la mia… la nostra fermata…»
Toglie la mano, si alza e si aggiusta i vestiti con l'altra, giusto in tempo per scendere dal treno. Io non riesco a staccarle gli occhi di dosso.
Il treno riparte. Siamo uno di fronte all'altra.
«Hai guardato… perché?»
Non ho una vera risposta da darle, ho solo ceduto alla tentazione. Le guardo gli occhi neri e sorrido, alzando le spalle.
«Chiudi gli occhi»
Faccio come mi chiede. Sento il suo profumo sotto al naso, le sue dita accarezzare le mie labbra. Cerca spazio, capisco e apro la bocca. Le sue dita, i suoi umori sono dentro di me, nella mia bocca, sulla mia lingua e li assaporo come il più dolce dei nettari. Toglie le dita, apro gli occhi. Lei mi guarda e sorride.
«Ti piace?»
«Ne voglio ancora»
Si guarda attorno, in questa stazione siamo soli. Si alza la gonna e fa per infilare la mano sotto le calze, ma la fermo.
«Non qui, vieni a casa mia.»
Mi guarda, sembra quasi delusa, ma annuisce con un cenno del capo. Questa volta sono io a prenderla per mano e trascinarla verso casa. Siamo stati in giro abbastanza, la voglio. Attraversiamo il viale alberato, giriamo l'angolo, pochi passi ancora ed eccoci davanti al portone della palazzina. Un paio di rampe di scale, l'ultima porta. Finalmente a casa. Non perdo tempo, quasi le strappo la giaccia di dosso e la spingo contro il muro, forzandole la bocca in un bacio prepotente, rabbioso. Una mano si insinua sotto la sua gonna, diretta al suo sesso. Le tolgo la sciarpa a morsi e il suo collo diventa mio. Kleine non si oppone, alza il mento e allarga le gambe. Il profumo del suo sesso si spande nell'aria. Mi allontano da lei e la spingo verso la mia camera. Che la coinquilina sia in casa o no, in questo momento, non mi interessa minimamente. Chiudo la porta alle mie spalle e fisso Kleine.
«Voglio il tuo sesso.»
Alle mie parole inizia a spogliarsi senza distogliere lo sguardo. I suoi seni proporzionati al suo corpo, forse un po' piccoli, ma tondi e pieni. I capezzoli sono dritti e sembrano puntare verso di me, quasi a invitarmi a morderli. Un attimo dopo è il turno della gonna ma, quando infila i pollici nell'elastico dei collant, la fermo. Ha il Bianconiglio di Burton tatuato sulla coscia. Non ero riuscito a notarlo prima, vuoi per la serata movimentata, vuoi perché restava nascosto dalla gonna. Altro che “Follow the White Rabbit”. La guardo serio e faccio un cenno con la mano.
«Fermati, non muoverti.»
Le giro attorno come un predatore con la sua vittima. Guardo le sue cosce avvolte dalle calze, i suoi fianchi che si stringono in vita, la curva della sua colonna vertebrale che sparisce sotto i lunghi capelli neri, il fondo schiena fasciato dalle mutandine e dal nylon sopra queste ultime. Le passo una mano sulle natiche, ne stringo una tra le mani. Lei non si muove, ma la sento vibrare sotto il mio tocco. Torno davanti a lei, le do un piccolo bacio e le accarezzo il sesso. Nonostante le mutande e le calze, le mie dita si inumidiscono. Le mie mani sui suoi fianchi scivolano sotto il nylon, afferrano l'elastico delle mutande e tirano verso l'alto. Lei accenna un movimento, ma la tengo ferma con lo sguardo.
«Queste non mi piacciono.»
«Perché?»
«Perché non le voglio. Ti voglio senza.»
«Vuoi che le tolga?»
Mi inginocchio davanti a lei, faccio due carezze al Bianconiglio e appoggio le mie labbra sul suo monte di venere mentre le mie mani si impossessano del suo sedere. L'odore del suo sesso mi riempie le narici.
«No, voglio toglierle io, ma tu devi stare ferma.»
Annuisce con un cenno del capo. Mi alzo, le prendo il viso tra le mani e la bacio.
«Chiudi gli occhi.»
Mi avvicino al mobile firmato IKEA di quel colore pallido e di dubbio gusto estetico. Voglio che senta che apro e chiudo un cassetto, che sappia che ho preso qualcosa da lì dentro. Scivolo silenziosamente alle sue spalle, prendendole i seni tra le mani, stringendoli, massaggiandoli, saggiandone peso e forma, e stuzzico i capezzoli con i polpastrelli. Le mie labbra sfiorano la pelle del suo collo, le provoco un brivido di piacere. Voglio che i suoi capezzoli siano ben dritti. Abbandono per un attimo il suo corpo, le mie mani vanno ai miei jeans. Il rumore di qualcosa che cade a terra, un momento di silenzio. Il freddo acciaio alla base del suo collo che scivola lentamente verso i suoi seni, fino al primo capezzolo. La sua voce trema.
«Cosa stai facendo?»
«Shh…»
L'acciaio scivola attorno al suo capezzolo, poi è il turno dell'altro.
«"Please…"»
Ignoro la sua voce, lascio che quello che tengo tra le mani scivoli lungo la sua pancia, fino al ventre. È il momento. Prendo l'elastico delle sue mutande e con un gesto secco e deciso, con il coltello che reggo in mano, lo taglio. Quando Kleine sente il movimento, trasale. Le accarezzo i capelli per calmarla. Le mordo delicatamente un orecchio, le faccio sentire la mia erezione contro le sue natiche. Un attimo dopo, la lama taglia anche l'altro lato del suo intimo. La sento trattenere il fiato e le sussurro in un orecchio:
«Non muoverti.»
Appoggio la lama a terra, poco distante da noi. La lascio lì immobile per tutto il tempo che mi occorre per spogliarmi. Liberarmi dei vestiti è un sollievo per me. Le osservo il viso con quell'espressione seria e compunta, i seni con quei capezzoli turgidi e le gambe avvolte dalle calze e quel tatuaggio che fa fiera mostra di sé. Mi avvicino e mi inginocchio davanti a lei. Le mie mani si posano delicatamente sulle sue ginocchia e iniziano a salire senza fretta, riempiendosi delle sue curve lungo le cosce, godendo del calore della sua pelle. Salgono fino ai fianchi e poi ancora su, fino ai seni, dove i polpastrelli si prendono tutto il tempo per stuzzicare i suoi capezzoli. Solo quando sono sazio delle sue forme tornano a scendere, sfiorando la sua pelle. Quando inizio a tirare i lembi delle sue mutande per toglierle senza sfilare le calze, Kleine fa un mezzo passo avanti e io mi trovo, di colpo, il suo sesso proprio davanti alla faccia. Inspiro, riempiendo narici e polmoni del suo profumo. Sorrido.
«Ferma.»
«Sorry…»
Riprendo il movimento e il tessuto lentamente inizia a scivolare via. Kleine si appoggia a me, posando le mani sulle mie spalle e allargando un poco le cosce. La sento trattenere il fiato mentre le mutande strisciano contro il suo sesso, contro la sua carne più sensibile, lentamente, inesorabilmente, fino a finire bagnate nelle mie mani. E il sesso di Kleine è lì, immobile, davanti ai miei occhi, con gli umori che colano e che macchiano le calze. Il suo profumo mi riempie le narici e sento un brivido attraversarmi la schiena e arrivare dritto alle mie mani. Getto via le sue mutande, ormai inservibili, e appoggio ancora una volta i palmi delle mani sulle sue cosce. La osservo dal basso. Il suo ventre, i suoi seni, il suo mento e il naso. È carina, Kleine. Anche da questa prospettiva. Un solo attimo dopo la mia bocca è proprio lì, sul sesso. Solo il nylon ci separa, ma posso sentire ugualmente i suoi umori sulla mia lingua. Restiamo fermi immobili, il suo piacere che cola nella mia bocca mentre la lingua ne accarezza le pieghe e cerca di insinuarsi nella carne della ragazza. Ansima. E più geme, più cerco di scivolare dentro di lei, ostacolato dal nylon delle calze pregno dei suoi umori. La stretta delle sue mani si fa più forte, fin quasi a farmi male. La mia lingua cerca di farsi largo tra le labbra del suo sesso e fino al clitoride. Mi gusto i suoi umori con calma, dandole piacere lentamente fin quando mi rendo conto di non poterne più. La sento chiaramente prendere fiato mentre mi alzo e la bacio con passione. I suoi seni spingono contro di me e in un attimo le sue mani sono sul mio sesso e lo accarezzano, lo massaggiano, muovendosi su di lui con cura, quasi con amore. Il nostro bacio è profondo, pieno, le lingue si rincorrono senza un attimo di sosta. È ora. La giro e le faccio pressione sulle spalle, costringendola a piegare il busto in avanti, così che possa appoggiare le mani al muro. Striscio contro di lei, sul suo sesso, in mezzo alle sue natiche, tra le sue cosce, sentendo il calore del suo corpo e le calze sul mio sesso. Le accarezzo i capelli, scendo lungo la sua schiena e l'afferro per i fianchi. In quel momento Kleine allarga le gambe e io spingo. Nylon o no, cerco di farmi strada dentro di lei. Sento il tessuto accompagnare il mio movimento solo per pochi istanti, per pochi centimetri dentro di lei, per poi bloccare i miei movimenti. Scivolo indietro, sento il tessuto accompagnarmi e ridurre la tensione contro le nostre carni. È una sensazione strana, che non avevo mai provato prima. Mi spingo di nuovo dentro di lei, sento il nylon tendersi contro la mia carne, poi mi fermo prima che possa dire di essere davvero dentro il corpo di Kleine. Continuo il gioco dentro e fuori di lei chiedendomi se il nylon che striscia contro il clitoride aumenti il suo piacere. Quello che è certo è che il mio sale. La stringo per i fianchi e mi pianto in lei per quanto possibile, prima che le calze mi fermino. Quando arrivo al limite, sono pervaso da un misto di piacere e dolore che mi fa trattenere il respiro. Scivolo indietro e poi affondo ancora. Resto fermo, immobile, ascoltando il fiato rotto di Kleine. Proprio quando sto pensando di scivolare fuori dalla ragazza, Kleine spinge il bacino indietro e mi guarda, piegando il capo da sopra le spalle.
«Forza! Dentro…»
Come lei si muove, dolore e piacere si mescolano e mi attraversano le membra con un fuoco, arrivandomi al cervello e facendomi ringhiare. Senza riflettere ma guidato solo dalla voglia, la sollevo da terra e la spingo, quasi la getto, sul letto. Lei urla spaventata, si raccoglie in posizione fetale, ma non ha la forza per opporsi. Afferrandola per le caviglie le spalanco le gambe e lei cerca di coprirsi il sesso con le mani.
«Davvero?», le dico.
Le afferro i polsi e li allontano, solo per afferrare un attimo dopo i suoi collant e strapparli con un gesto secco e deciso, esponendo il suo sesso. Kleine è bagnata, luccica per gli umori che colano da quelle labbra pulsanti. Mi sdraio su di lei, portandole le mani sopra la testa e tenendola ferma con il mio peso. Non faccio caso alle sue parole, non presto ascolto a quello che mi dice, la penetro con un solo unico movimento. Questa volta entro completamente in lei e mi gusto il suo corpo. Questa volta non c'è nulla che ci trattenga, ci ostacoli o ci possa fermare. Questa volta, Kleine diventa mia.

Quando apro gli occhi, il sole entra dalle finestre con forza. Deve essere pomeriggio. Provo a muovermi, ma Kleine mi è addosso, con una mano posata delicatamente sul membro. Un mio braccio è bloccato sotto di lei quasi fosse il suo cuscino. Sento la testa pesante, dolente. Abbiamo trascorso una notte impegnativa che non dimenticherò facilmente. La guardo. Dorme beata con quei capelli neri che si allargano sulle lenzuola come una corona di tenebre. Indossa ancora quel che resta dei collant. Le bacio la fronte. Mugola e si stiracchia contro di me, come una gatta.
«Forza tesoro, è ora di alzarsi…»
Kleine allunga il collo e mi bacia, accarezzando il mio membro delicatamente. Una carezza a cui non riesco a restare indifferente.
«Wie bitte?»
Mi giro su un fianco e la stringo a me.
«Andiamo Kleine…»
La carezza muta e la sua mano ora afferra il mio membro con decisione. Con un movimento che mi fa rallentare il fiato, spinge il pugno verso il basso senza allentare la presa. La sua voce è sussurro sinuoso nelle mie orecchie.
«Again?»
Trattengo il fiato. La sua proposta è allettante, ma sono costretta a rimandarla.
«Non ora. Questa sera.»
Sbuffa, per nulla contenta. Prova ancora a tentarmi, ma non ho scelta. Il tempo che posso concederle è scaduto.

È ora di alzarsi.