i racconti di Milu
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Era di maggio, credo.
Io mi trovavo quel mattino nella parte più interna della domus, non tanto riservata come un gineceo delle tenute greche ma abbastanza separato dal resto della proprietà e non molto vicino agli alloggi degli schiavi.

La mia padrona, Diana, mi riservava una stanza altolocata rispetto alla mia condizione e sufficientemente vicina alla sua giacché ero addetta all'unico compito della cura della sua splendida persona e del suo piacere. Questa condizione di privilegio e tali compiti particolari mi erano derivati da due fortuite coincidenze: la prima era che nel mio stato d'origine ero stata al servizio di una nobildonna e l'altra che una notte mentre tornavamo dal forno, io col pane in grembo e la mia padrona avanti con la manina del figlio nella sua, una biga dai cavalli impazziti aveva quasi investito il piccolo Lucinio. Però io l'avevo tratto in salvo a tempo e quindi ero diventata quasi la sua confidente.

Era usanza a Roma cambiare il nome degli schiavi ma dato che io portavo quello del mio stato, Diana lo trovava tanto nostalgico e bello d’avermi consentito di tenerlo. Dacia è il mio nome.

Quel mattino tiepido ero in piedi ad aspettare che lei il resto del focolare terminassero di lavarsi e di salutare gli dei protettori della domus coi riti consueti, poi mi aveva detto, saremo andate al mercato.

Le avevo acconciato i capelli in trecce strette attorno al capo come usava in quel periodo la sorella dell'imperatore Tiberio, Ottavia. Avevo inserito perle e oro nella stoffa candida che le fasciava il seno e avvinto il suo ventre in tanti nastri per disegnarne la silhouette.
Questa moltitudine di gesti mi dava un certo piacere, Diana non mi indicava mai come vestirla e pettinarla, lasciava a me la scelta che ero allora padrona della sua mise di ogni giorno.

Era ora di andare.

La via flaminia sapeva di sole, di sale e del pane che i fornai traevano dalla brace, in festa visto che era appena terminato il conflitto con l'Egitto e il grano era tornato a Roma in quantità.

Che tremenda carestia avevamo veduto negli ultimi due anni.

Due soldati spartivano sale tra i loro uomini, i cavalli dei senatori rumoreggiavano con gli zoccoli sui san Pietrini e filosofi, ciarlatani e falsi medici propinavano medicamenti santi agli ignoranti.

Ero rimasta indietro con Lucinio accanto, il padre non aveva voluto portarselo alla riunione dei consoli perché ancora troppo piccolo secondo lui ma non secondo me e sua madre. Era trascorso un bel lasso di tempo da quando lo avevo salvato dalla biga.

La padrona era ferma in chiacchiere con due donne del suo ceto mentre io giocavo coi piedi nudi nella rena sparsa dai somari, apprezzavo la sensualità dei mercati romani per quanto può apprezzarla chi è stato strappato alla sua terra e venduto come schiavo.

Una di quelle due le mostrava un pappagallo appena comprato e l'altra aveva a fianco una schiavetta dalla pelle scurissima ma bellissima che trascinava una tartaruga anche quella nuovo acquisto.

C'erano donne e uomini di ogni regione dominata da Roma, uomini per lo più destinati alle scuole per gladiatori come uno che scrutavo da un bel pezzo, trattenuto da un catenaccio quasi arrugginito, in mezzo ad altri due. Il mercante ed il cliente.

Non si mettevano d'accordo per il prezzo. Il primo insisteva sulla perfetta forma fisica della sua merce. Perfetta davvero riconobbi, il malcapitato era molto alto, coi denti bianchi e forti ed occhi luminosi e obliqui. Muscoli perfettamente tracciati.

L'altro invece obiettava sull' età non più molto precoce del ragazzo.

Fu la mia padrona a metter fine a quella disputa accettando, di grazia, il prezzo del mercante.

Un'ora dopo marciavano verso casa io la padrona, Lucinio e il nostro acquisto che aveva certo un bel carattere perché non si scompose a nessuna delle nostre domande.

Rifiutò persino di comunicarci il suo nome nonostante l'insistenza di Lucinio che alla fine esasperato decise di chiamarlo Marco.

Raggiunta casa la domina mi chiese una tisana, in cucina Didia bolliva acqua a tutte l'ore e me la fece avere in fretta. Su tra i mattoni rossastri che era quasi mezzogiorno avevamo la vasca d'acqua più invidiata a Roma, così grande da rievocare un mare in miniatura.
L'acqua riluceva dal fondo bianchissimo per merito del sole e un vento leggero smuoveva onde piccine, piccine, simili a mille lame appena affilate.

Se ne andò con la sua tisana e mi chiese di lavarlo.

Bella impresa fu questa. Non aveva alcuna intenzione di lasciarmi fare, appena mi avvicinai con l'otre e l'olio venni scaraventata nella piscina da una zampata forte quanto quella di un leone.

Ritentai. Mi ritrovai di nuovo in acqua.

Ancora. Stessa fine.

All'ultimo dovetti tornare nelle cucine e riemergere con la cuoca Didia e un altro inserviente per aiutarmi a legarlo e bendarlo. Dopo aver sudato sette camice ero riuscita a liberarlo di quello straccio che indossava, certamente bianco in principio ma adesso giallo e polveroso, cosparso di macchie di sangue rappreso peggio del bianco Elisabetta.

Diana riapparve che ero già a buon punto, stendevo olii aromatici sulle spalle di quella bestia e dovevo essere sconvolta ma non sconfitta dal combattimento. Ero bagnata dalla testa ai piedi pure io con la veste verde zuppa d'acqua, sudore e sangue, temo il mio.

La domina lasciò la tazza della sua tisana sul bordo della vasca e si fissò a guardare il corpo di dell'animale ferito che adesso brilluccicava al sole ed era pervaso di brividi.

Brividi di paura, brividi di piacere e chissà di cos'altro a confluire tutti nell'erezione più vigorosa che io avessi mai visto.