i racconti di Milu
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Marcello guardò ancora il foglio che aveva davanti con ferma considerazione, lo sollevò pacatamente riesaminandolo e rileggendolo con molta attenzione: “Siamo lieti di comunicarle che in seguito al lavoro svolto presso di noi, la S.V. è stata preferita e definitivamente scelta in funzione d’incaricato speciale per la nostra filiale”.

Si trattava invero d’una promozione, ma anche una delle più ambite e più vagheggiate quest’ultima, poiché comportava la necessità di trasferirsi e d’abbandonare a ogni buon conto i posti dove lui era maggiormente inserito e legato ormai da parecchi anni: le abitudini, gli amici, i luoghi a lui cari e in particolar modo si separava con grande malincuore da Daria. Già, Daria, quella che era stata la sua schiava affezionata, costante e lungamente fedele nel tempo, dal momento che era legato a lei ormai da diversi anni, nondimeno doveva allontanarsi distaccandosi da lei per più di settecento chilometri.

Gli occhi in quella circostanza si smarrirono bruscamente e le immagini si frantumarono nel vuoto correndo dietro ai ricordi e ai rimpianti, perché da quando l’aveva conosciuta e presa per mano facendola completamente sua si sentiva attualmente un sovrano. Un minuto, forse dieci, intanto che i pensieri volteggiavano come gabbiani sul mare pensando a lei, poi lestamente si riscosse per il fatto che avrebbe di certo accettato. Marcello aveva circa una settimana di tempo per organizzare il trasferimento, prima d’allora però desiderava incontrarla per informarla della sua sofferta quanto tormentata decisione, in quanto non l’avrebbe di certo abbandonata, tuttavia sarebbe stato arduo, difficoltoso e intricato però incontrarla con la stessa frequenza. Compose il suo numero alquanto pensieroso e taciturno, pochi squilli, dato che la sua voce squillante la riscosse:

“Padrone, che sorpresa”.

“Voglio vederti Daria, alle sette di domani sera all’albergo Luxor. Sali su, troverai la stanza prenotata: spogliati, non chiudere però la porta a chiave e aspettami in ginocchio con il viso contro il muro”.

Quella comunicazione fu interrotta bruscamente, lei rimase un po’ sorpresa perché generalmente non era il suo tono abituale, giacché quella maniera così anomala la lasciò inquieta e preoccupata, si domandò se avesse mancato in qualcosa per averlo irritato a tal punto, dato che aveva sempre questo timore di contrariarlo e di deluderlo. Fece sennonché una rapida analisi del suo comportamento nei suoi riguardi, però non vi trovò nulla, eppure dopo tanti anni aveva imparato a conoscerlo, poiché c’era senz’altro qualcosa che non andava. La sera dopo lei obbedì scrupolosamente agli ordini, dopo aver riposto accuratamente gli abiti nell’armadio si preparò come lui aveva chiesto e attese. Aveva rimosso l’orologio, ogni anello e orecchino, lasciando soltanto al polso il bracciale che lui le aveva donato, in maniera tale da sancire la sua appartenenza. Sentiva il battito del cuore rimbombarle nelle orecchie scandendo i secondi, perché più il tempo passava, più quel pulsare pareva ingigantirsi in lei, dal momento che il tempo stesso sembrava essersi dilatato sembrando un’eternità. Altre volte, viceversa, l’aveva sorpresa entrando silenziosamente rimanendo a osservarla prima di mostrare la sua presenza. Lei adorava questo suo modo di fare, in quanto le creava un misto d’ansia piacevole e le faceva sentire quanto fosse sua. La porta stavolta s’aprì all’istante, per il fatto che ne senti lo spostamento d’aria e il rumore, quasi vi fosse irruenza in quel modo d’entrare, visto che la fece sussultare in un brivido infondato di paura:

“Alzati”.

Lui la schiacciò contro il muro, sentiva i suoi seni premere contro il freddo della parete, il pube aderente mentre la posizionò con le cosce aperte bendandola, poi le dita di Marcello la cinsero del collare:

“Voglio che in questo giorno tu possa ricordare bene questa ricorrenza”.

Così facendo percorse lentamente con la punta del frustino il suo corpo, dal collo lungo il centro della schiena, seguendo ogni apertura sino a giungere a divaricarle le piccole labbra. Daria sussultò, sentì la pelle fremere come un’onda del mare che sembrava la ondulasse in un misto bizzarro di pelle d’oca e di piacere, che si tramutò in piccole gocce lungo le cosce. Le sentì scorrere lentamente, indecentemente mentre mostravano a lui ogni mancanza del suo pudore, lì aperta completamente in un modo quasi osceno nel mostrare ogni parte di sé. Sentì le sue dita raccoglierle e immaginò quando portarle alla bocca succhiandole con piacere, ispirando prima il profumo della sua deliziosa fica grondante, Ne coglieva il respiro caldo sul collo, immaginava quel sorriso e quegli occhi che s’accendevano, tenuto conto che lei aveva il potere di fomentarli, dato che rimase compiaciuta ed eccitata ancora di più mentre in un misto d’emozioni attendeva:

“Non userò il frustino, perché non voglio punirti, in ogni caso avrai la cinghia. Disegnerò su di te i miei arabeschi, sarai il mio foglio bianco sul quale traccerò le mie parole per ricordarti di me”.

Quelle parole però impensierirono e turbarono Daria nel profondo, anzi, furono subito cacciate dal bruciore intenso del primo colpo silenzioso. Lo vedeva, intuiva i suoi pensieri, lo osservava mentre carezzava con lo sguardo la pelle nuda che l’avrebbe colpita. Sentiva persino la cinghia, quella cintura trasformarsi in una prolunga del suo volere e diventare viva nelle sue mani, perché la sentiva serpeggiare, morbida sul suo corpo, respirarne la sua carne e possederla. Quei colpi ritmati l’avvolgevano completamente, ne perse il conto con il corpo aderente al freddo della parete, immaginava quelle strisce su di lei intersecarsi, sovrapporsi, mentre dalla schiena al sedere suggellavano il suo modo d’appartenergli. Alla fine, tutto finì com’era iniziato, lasciandola spossata con la mente libera, un attimo di pausa infranto soltanto dal rumore della cinghia lasciata cadere per terra, poi le sue mani le agguantarono i capelli con forza, le tirarono la testa all’indietro mentre lo sentì aderire a lei schiacciandola ancora di più.

Quelle dita l’allargarono dietro, durante il tempo in cui il suo cazzo pulsante e voglioso s’introduceva lentamente, profanandola ancora una volta come tante volte era accaduto in passato, donandogli quella parte del suo corpo che apparteneva esclusivamente a lui. Gemette, mentre una mano s’insinuò contemporaneamente fra la parete e il sesso, quelle dita voraci affondarono dentro in una morsa che lo strinse tutto, presa e riempita in ogni parte, fintanto che un lampo le attraversò la mente nel culmine dell’orgasmo. Marcello la lasciò andare mentre scivolava lentamente ai suoi piedi poggiando il viso sulle cosce. Lui l’accarezzava a rilento, dopo la fece accomodare sul letto e le raccontò di quell’insperata promozione, in quell’istante lui vide gli occhi di Daria inumidirsi, mentre lei si gettava di nuovo ai suoi piedi in modo appassionato e implorante, temendo che fosse l’anticamera d’un disperato e triste addio ripetendo che era unicamente sua, perché lei non voleva altri padroni, sennonché lui la guardò dolcemente rincuorandola e annunciandole:

“Daria, tu sarai sempre mia, lo sai”.

Marcello nel frattempo si trasferì, sistemarsi lo tenne molto occupato, le nuove incombenze lo trattenevano più d’una volta nella nuova sede e a malincuore passavano anche mesi, prima che potesse rivedere Daria anche se non c’era giorno che non la sentisse per telefono o per mezzo della posta elettronica. Lei gli raccontava tutto ciò che accadeva, gli chiedeva consigli e si lasciava guidare, anche se non erano vicini. In quegli anni trascorsi più d’una volta le aveva risolto qualche problema, quando lei non sapeva quali decisioni né quali provvedimenti pigliare. All’inizio gli domandava quando sarebbe venuto, poi iniziò a tacere sino al punto che fu lei qualche volta a ribadire che non era proprio possibile. Trascorse del tempo, lui inesorabilmente bloccato dalle sue faccende, lei sempre più alleggerita e rarefatta, sino a un’inevitabile sera in cui parlando via internet gli chiese di ritenersi libera. Lei non voleva perderlo, desiderava sempre la sua presenza, però non se la sentiva più di continuare in quel modo, perché averlo in realtà lontano la faceva soffrire e temeva di rivederlo, perché sapeva che sarebbe stata di nuovo sua.

Lui acconsentì, poiché non poteva fare altrimenti, in quanto le aveva sempre voluto bene e dentro di sé sperava sempre che questo fosse soltanto un momento, dato che ebbe pazienza, una smisurata pazienza in cui trascorsero quindici mesi. Daria gli parlava dei suoi amici, pochi in verità, con qualcuno era andata persino a letto o si era lasciata andare a qualche piacevole gioco, eppure erano sempre brevi diversivi che terminavano presto, dal momento che venne il giorno in cui gli raccontò che aveva conosciuto uno intrigandola parecchio. Questa rappresentazione mentale fu come se un campanello scattasse nella mente di Marcello, dato che lui le chiese se desiderasse andarci a letto e alla sua risposta positiva s’impensierì realmente affliggendosi. In passato lui le aveva concesso di pigliarsi i suoi divertimenti, eppure stavolta percepiva che sarebbe stato diverso e sapeva di non poter più disporre né ordinare nulla. Negli anni precedenti le aveva posto sempre una condizione, che non scopasse però lo stesso uomo per più di due volte consecutive, perché non voleva che avesse una relazione stabile. Che cos’era tutto ciò? Amore? Disponibilità? Gelosia? Possesso? Era una domanda che si era posto molte volte, alle quali però aveva sempre evitato di dare una risposta. Lei gli diceva che era molto adorabile, perché si comportava come un innamorato con un modo di fare quasi adolescenziale riempiendola di cure, pur essendo sposato sino al momento in cui una sera gli raccontò con abbondanza di particolari d’essere stata sua e che lo avrebbe rivisto tre giorni dopo. Altri mesi trascorsero, sino al punto che lui acciuffò razionalmente una decisione rivedendola. Tornò in quella città, alloggiò presso un albergo e le telefonò:

“Daria sono qui, vieni a trovarmi”.

Non una definizione aggiuntiva, perché quel “vieni a trovarmi” aveva in sé il sapore d’un preciso ordine da non poter rifiutare. Daria rimase come congelata dalla sua voce, poiché nei mesi passati il suo dolce romantico adolescenziale si era ben presto rivelato tutt’altro, dato che le aveva cominciato a far vivere una sessualità fatta di complicità, conosciuto assieme ad altre coppie con cui condividerla. Lei era talmente presa ed eccitata per ciò che riusciva a provare, in quanto ogni confine era stato superato e non ne avrebbe più potuto farne a meno. Si sentiva catturata tra loro due, non avrebbe mai voluto mancare nei confronti d’entrambi, anche se qualche volta aveva tralasciato di raccontare loro qualcosa in quei mesi, pur aggiornando Marcello della sua vita, dato che lo aveva fatto sempre rimandando. Stava male, si sentiva lo stomaco in una morsa, eppure doveva agire e andare. Non disse nulla al suo nuovo amante, si preparò con cura, perché dopo tanto tempo voleva essere più desiderata che mai, giacché sentiva il cuore battere a mille e corse in definitiva da Marcello. Un semplice SMS le aveva indicato l’albergo, Daria gli telefonò appena giunta davanti con il cuore in gola:

“Sono qui”.

“Vieni, sali su, la stanza è la centotrentasette, la porta è aperta”.

Il suo tono calmo, disteso e sicuro l’avvolse ancora una volta. Come l’avrebbe trovata? Sapeva d’aver messo qualche chilo di troppo e temeva il suo giudizio.

“Entra, è aperta”.

Lei lo vide seduto su d’una poltroncina vicino a un tavolino rotondo, fumava lentamente stagliandosi contro la finestra, durante il tempo in cui il fumo s’innalzava pigro nella stanza ambedue si guardarono per un istante esaminandosi a vicenda senza muoversi, poi lui s’alzò:

“Hai paura di qualcosa piccola? Chiudi la porta e vieni a salutarmi”.

Daria s’avvicinò incerta, poi di botto si sciolse in un abbraccio mentre le labbra cercavano fameliche le sue, sentì la sua lingua insinuarsi, attorcigliarsi nella sua bocca come fosse una cosa dotata di volontà propria levandole ogni forza, ogni voglia di resistergli, mentre la conduceva sul letto. Daria capto le mani di Marcello risalire sotto la gonna, lungo l’interno della coscia con un tocco lieve sino a scostare il perizoma e insinuarsi su quella deliziosa fica inzuppata all’inverosimile. Lui accarezzò dolcemente quell’anfratto, mentre le dita scorrevano lungo la fessura per il fatto che s’intingevano di continuo e così inumidite proseguivano sino al clitoride, inesorabili, premevano, sfioravano e stringevano sino a farlo pulsare.

Con l’altra mano Marcello le sfilò i vestiti senz’interrompere di toccarla, le dita agili affondavano e scivolavano in lei senza ritegno sino a possederla. La girò collocandola nella posizione del sessantanove, aprendola con le mani e insinuando la sua lingua corposa a modo di fallo, mentre Daria leccava con la punta il piccolo solco del suo cazzo per poi lasciarlo scivolare completamente in bocca, mentre accarezzava lievemente le sue palle. Poi le sputò sul buchino e senza fermarsi con la lingua iniziò lentamente a premervi sopra girandoci attorno, un dito l’allargò, poi scivolò il secondo sino a entrare e uscire affondando ogni volta di più. La sentì godere, presa da entrambe le parti, sentì il suo corpo fremere e le contrazioni attraverso le bocche che li univano. Daria mugolava, gemeva in modo appassionato, però mai sazia, solamente allora lui si lasciò andare, in quanto il getto di sperma che fuoriuscì le riempì la bocca mentre ingoiava, a volte lo tirava fuori e se lo passava sul viso.

Una volta per tutte rimasero così immobili e appagati per alcuni istanti, poi Marcello l’agguantò con dolcezza fra le braccia, visto che l’accarezzava in silenzio senza emettere una parola, era un calma che gridava riempiendo in modo anomalo e particolare quella stanza in modo fragoroso. Le carezze divennero più intense, il desiderio ricominciò a salire, le sue labbra giocarono, succhiarono i suoi capezzoli facendoli ritornare pieni, mentre le mani esploravano il corpo senza fermarsi. Daria gli stringeva le mani sul cazzo, lo sfiorava con la punta delle dita, lo sentiva di nuovo rifiorire e godeva di quel piacere, l’eccitava esserne la causa, quando fu di nuovo duro si girò a quattro zampe sul letto:

“Sì, dai prendimi, prendi la tua troia, sì così, fammi godere ancora”.

Marcello si mise dietro in piedi, entrò prima lentamente in lei frenando il suo volersi spingere all’indietro per sentirsi completamente penetrata, perché voleva che arrivasse a non poterne più per donarle il massimo piacere. Trascorsero almeno dieci minuti, intanto che lei pregava di farla godere con una mano le stringeva il fianco, in un istante affondò con un colpo deciso nella sua fica poi si ritrasse lentamente ricominciando. Gli affondi di Marcello erano cadenzati, forti, che però la squassavano dentro, conficcate che si trasformavano in ondate di piacere, poi le eiaculò dentro riempiendola radicalmente di sé rimanendovi dentro immobile. In seguito si staccarono, la fica di Daria colava di fluidi e di sperma luccicando, alla fine Marcello la baciò con tenerezza. Rimasero così per mezz’ora uno di fianco l’altro immersi e occupati nei loro pensieri, poi lei si ridestò:

“Adesso devo andare Marcello, è ora”.

Lui la squadrò mentre si rivestiva, la osservava con attenzione e con tensione senza sollevarsi dal letto, appena fu pronta afferrò la borsa lanciando una rapida occhiata in giro per vedere se per caso avesse dimenticato qualcosa, gli venne vicino e lo baciò:

“Io vado allora”.

“Sì, vai pure”.

Lui la vide aprire quella porta, come se avesse fretta di liberarsi e d’uscire da quella stanza, dal momento che sembrava che improvvisamente le mancasse l’aria. A quel punto Marcello rimase per lungo tempo incantato a squadrare quella porta chiusa, mentre migliaia di pensieri frullavano nel suo intelletto.

In quell’esatto istante, Marcello aveva ben chiaro e sapeva adesso con certezza e con manifesta evidenza, che quell’avvenimento era stato un vero addio, perché la sua Daria era realmente volata via.

{Idraulico anno 1999}