i racconti di Milu
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Venezia e Verona, sono due città rigorosamente e strettamente legate fatalmente alle mie storie amorose fin da quando ero ragazza. Venezia in maniera radicale con la sua indiscussa magnificenza e il suo incontestato splendore, che ritrovo sempre anche nella nebbia e nello sporco ne segna l’inizio, in quanto un viaggio inaugurale a Venezia è d’obbligo con un nuovo amante, mentre a Verona, viceversa, nell’altezzosa e superba città scaligera ritorno per consumare il rimpianto e la tristezza della fine, che peraltro ho quasi sempre provocato io più o meno di proposito. In questo modo all’inizio di quest’inconsueto mese d’ottobre nondimeno ancora caldo, mi ritrovo a passeggiare senza meta per il centro storico della città abbracciata dall’Adige, divoratrice di corpo e di spirito, in una specie d’increscioso e di penoso digiuno personale.

Alcuni amici mi hanno passato un invito per la presentazione dell’ultimo libro d’un autore, che non è certo tra i miei preferiti e che si terrà al Castello di San Giorgio. Sarò da sola, poiché loro non verranno, mi annoierò di certo, però anche la noia e l’uggia fa parte dell’astruso e del contorto rituale d’autopunizione con l’annessa penitenza. Decido sennonché d’andare a piedi, perché camminare lungo il fiume mi piace soprattutto di sera. Mi vesto istintivamente e i tacchi alti che penso d’indossare per l’occasione non mi fanno tornare sulla mia decisione di rinunciare alla macchina. Esco e le occhiate notevolmente interessate dei maschi per strada mi lasciano indifferente, tangibile brutto segno messo in evidenza da un chiaro e lineare segno della crisi che è ancora in atto.

Arrivo alla sala del castello predisposta per la cerimonia e occupo la prima sedia che trovo libera, l’autore sta già conversando e distrattamente guardo il mio vicino, dal momento che è un uomo oltre i quarant’anni d’età, alto e robusto, molto elegante, come accurato ed elegante è il resto del pubblico. Io con il mio leggero vestito e la pelle cotta dal sole sono evidentemente fuori posto. Decido che il mio vicino ha un buon odore, dato che profuma d’una distinta ricercatezza e d’una costosa acqua di colonia: azzarderei dire che è un ottimo esemplare di maschio della Verona ricca. Poi è lui a voltarsi verso di me attratto e incuriosito, fin tanto che decidiamo di smettere quel balletto di sguardi, ci salutiamo e ci presentiamo:

“Fausta”.

“Pietro”.

Scopriamo d’essere senza compagni tutti e due, decidiamo che certamente quell’autore è grandioso e monotono, eppure restiamo fino alla fine, beviamo anche qualche cosa insieme nel rinfresco che segue parlando volentieri di vari argomenti. Lui è un individuo conosciuto, saluta parecchia gente, però non si ferma con nessuno, fino a quando decido che è l’ora d’andarmene. E’ passata mezzanotte da un pezzo e devo tornare a casa a piedi, giacché non mi preoccupo d’eventuali aggressori notturni, ma delle mie povere estremità che cominciano a essere doloranti. Comunico la mia decisione a Pietro che pensa di venir via con me. Arrivati sulla strada allungo la mano per salutarlo e lui:

“Non ha la macchina? Non vorrà andare a piedi a quest’ora di notte. Io abito qui vicino, venga con me, così l’accompagno con la mia automobile”.

Mi manifesta tutto questo discorso con la massima naturalezza, infatti mi guarda come se fossi trasparente, neppure per una volta infatti ha dato un’occhiata alle mie tette oppure alle gambe, che pur sono in mostra, io d’altro canto sono priva d’ogni stimolo sessuale verso chiunque come una neonata. Insisto che intendo farmela a piedi perché ho bisogno di pensare, i tacchi non sono un problema per me, eventualmente toglierò i sandali e camminerò scalza, in quanto non sarebbe la prima volta. Lui mi chiede se può farmi compagnia, dato che Verona è così bella di notte e in questa notte tra l’altro ancora torrida sembra che quest’anno l’estate non voglia proprio finire. Capisco che desidera parlare con me, ha bisogno di qualcuno che lo ascolti, so che sta divorziando con assillo e con dolore, e in questi casi a volte una persona che non si conosce sa ascoltare e prestare attenzione molto meglio dell’amico più caro, in questo modo gli chiedo se posso prenderlo sottobraccio e lui mi risponde che in questo caso dovremmo darci del tu. Iniziamo a camminare lentamente costeggiando l’Adige, mentre le luci della città lasciano scorgere solamente poche stelle oltre la mole di Castelvecchio in lontananza e i tetti dei palazzi intorno:

“Come si chiama tua moglie?” - abbozzo io per sciogliere la tensione.

Pietro in quell’occasione comincia con voce pacata a raccontarmi di lei, del matrimonio andato a rotoli, mentre l’accento veneto così cantilenante e morbido dà alla sua storia un’evanescenza e una sfumatura da favola. Nel tempo in cui lui dialoga io vedo di fronte a me questa bella donna con la quale l’amore è finito senza un perché, per noia, per abitudine, per insofferenza, chissà, lasciando un dolore intenso e violento, che pare come una ferita non ancora rimarginata. Forse è arduo e difficile uscire intatti dal naufragio d’un rapporto durato dieci anni, io vorrei aiutarlo perché mi commuove, perché questo è un uomo non un ragazzo come i soliti compagni delle mie storie turbolente che scelgo incomprensibilmente e inspiegabilmente con estrema cura, dato che adesso sta parlando d’un figlio voluto e mai avuto quando bruscamente strillo con enfasi:

“Accidenti, che male, che dolore”.

Questa sono io al momento che bestemmio, perché affascinata dal suo racconto sono appena inciampata in un’aiuola torcendomi la caviglia destra. Siamo ormai arrivati al ponte Scaligero, di fronte c’è un giardino pubblico con alcune panchine, finalmente m’accorgo che Verona è deserta a quest’ora. Pietro mi sorregge in modo affettuoso, però ride alle mie esclamazioni suggerendomi un provvisorio quanto salutare riposo per controllare gli eventuali danni. Attraversiamo lo stradone e la prima panchina tra gli alberi è la nostra, ci chiniamo insieme sulla caviglia disastrata che poi tanto disastrata non è, mentre le nostre mani si sfiorano. In quel frangente succede qualche cosa, un contatto improvviso come un temporale d’estate, forse è colpa di tutta quest’insolita tenerezza che provo per lui, oppure l’uomo si è accorto di quanto è liscia la mia pelle, non lo saprò mai. In ogni caso ci rialziamo e rimaniamo a squadrarci per un attimo, poi i nostri visi s’avvicinano lentamente e le labbra si sfiorano appena, come se volessimo assaggiarci per finire a baciarci toccandoci dappertutto.

Le sue braccia sono forti, hanno un’energia e una sicurezza che disorienta, consapevole e controllata dove io crollo con riconoscenza come in una totale passione. Eccitazione e slancio che attualmente per noi due arenati su di un’isola deserta è una specie d’amoroso e sollecito calore da regalarci a vicenda, come un dono prezioso e irrinunciabile. Così Pietro infila una mano sotto la gonna e lentamente risale tra le cosce che deve forzare per introdursi, come se involontariamente il mio corpo stia ancora negando e rifiutando il piacere, sennonché arriva in modo incerto agli slip e poi alla fica umida, dove le labbra già accalorate e eccitate s’aprono finalmente riconoscenti per accogliere ben volentieri quelle dita così esperte. Lui mi fruga, m’accarezza, mi penetra con dolcezza, compie quei gesti in maniera delicata senza fretta, mentre al contrario continuiamo a baciarci come se volessimo consumarci. Intanto che lui mi porta in vetta a quel piacere che è musica per il movimento dei miei fianchi, io resto appesa alla sua bocca, intontita da un benessere che non è solo carnale e lussurioso, ma anche benevolo e premuroso, perché provo una gran gioia nel dargli sollievo pur se momentaneo con quel corpo che lui ha ravvivato risvegliandolo alla gioia di vivere.

Per un attimo ho l’inedita e netta sensazione d’averlo già incontrato, perché Pietro mi trasmette queste sensazioni, chissà, forse in un’altra esistenza. Quello che avverto sono per me colori originali, perché tutto nella notte è bianco e nero, d’un bianco di luna e d’un nero insolito, tutto è tenero, indecifrabile, misterioso e vellutato. Io ascolto il grosso acero frusciare sopra di me e in sottofondo origlio l’Adige scorrere, mentre apro i pantaloni dell’uomo e gli tengo il cazzo fra le mani, sentendo le sue vene gonfiarsi contro il palmo e pulsare più forte. Mi ritrovo per un attimo pensando ancora una volta quale meraviglia e che prodigio sia il sesso maschile capace di tante trasformazioni, e nel momento in cui anche noi diventiamo figure in bianco e nero, fatti di quella luce speciale che s’introduce sulle forme come i gatti sui tetti di notte, m’inginocchio di fronte a lui perché diventi nella mia bocca parte di me.

Il mio digiuno è finito, credo e suppongo proprio, che per l’ultimo dell’anno sarò di nuovo a Venezia.

{Idraulico anno 1999}