i racconti di Milu
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Ed eccomi qui.
Sola.
A guardare in silenzio il mare da dietro una finestra al dodicesimo piano di un grattacielo deserto di una località turistica marchigiana, mentre, morta di freddo, mi stringo in un plaid anonimo con a fianco una stufetta elettrica che mi segue ovunque vada, unica fonte di calore di un mini appartamento concepito per essere abitato solo d’estate.
E sono anche fortunata. Dopo il casino che è successo, ho ancora una amica che mi presta la casa al mare per nascondermi da tutti, genitori, compagno, colleghi di lavoro, ex colleghi anzi, ormai.
Sono 5 giorni che deambulo in questi 35 metri quadri senza uscire mai, col cellulare come unico collegamento col mondo e che spesso mi recapita messaggi carichi di insulti e condanne o mi propone telefonate cui preferisco non rispondere per vergogna.
Tutto questo assomiglia tanto ad una pena, alla condanna per aver violato una delle più antiche leggi della nostra società suscitando la riprovazione di tutto il mio ex mondo e costringendomi a questa clandestinità che non lascia intravedere un fine pena.
Dovrei provare rimorso, pentimento, rimpianto. Invece no, sono la più incorreggibile delle peccatrici. Non aspetto il perdono di nessuno, prego solo che lui mi contatti. Che mi scriva, mi telefoni, mi mandi un messaggio in qualunque forma. Non ho bisogno di essere di nuovo accettata, voglio solo ancora lui. Per lui pago questo pegno, per averne ancora lo pagherei all’infinito.
Così sono qui, in piedi, col mio pigiama di flanella, calzini di lana e plaid che guardo il mare, un mare dello stesso grigio del cielo di questo brutto autunno. Non piove e credo che non succeda solo per far risultare ancora più noioso tutto questo.
Non ho neanche i soldi per le sigarette, non ho cibo se non qualche affettato e del pane in cassetta e non ho la tv. Quando non fisso il mare, mi torturo con i porno sul cellulare fino a sfinirmi e cedere al sonno.
5 giorni di questo nulla e nessuna prospettiva che le cose cambino.
Da ieri sto fantasticando di veder apparire qualcuno delle pulizie o qualche operaio della manutenzione, così da poter scambiare parole con uno sconosciuto e nei miei deliri onirici finisco per farci sesso, uomo o donna che sia. Quando si va a fondo lo si fa per bene e senza ripensamenti.
Ogni tanto vedo qualche macchina fermarsi nel parcheggio, ma non scende nessuno, saranno coppiette che si danno piacere. Il vento forte oggi ha fatto sparire perfino le barche dall’orizzonte. Ci sono solo questi due teli grigi, il mare ed il cielo ad avvolgere quel che resta della mia vita.
Ho freddo, meglio spostarmi in cameretta e chiudere la porta. La stufetta sarà più efficace in quello spazio minuscolo. Mi stendo sul letto e mi addormento.
Non so quanto tempo sia passato, non so che ora sia, non so perché mi sono svegliata. Il campanello che suona risponde a quest’ultima domanda. Sarà Sonia che mi porta provviste, scatto in piedi, il cuore sorride al pensiero che parlerò con qualcuno.
Ma è molto meglio di così: quando apro invece trovo lui, con la sua espressione disincantata, i jeans attillati, la giacca di pelle. Sta per dire qualcosa, ma non gliene lascio il tempo. Sono addosso a lui, le mie braccia al suo collo, le mie labbra sulle sue, la mia lingua nella sua bocca. Ci mette un attimo a reagire, mi solleva di peso e mi porta di nuovo dentro casa, mentre con un calcio si chiude la porta alle spalle.
Mi butta su una poltroncina spellacchiata.
Vorrei scusarmi con lui per il mio aspetto trasandato, per il mio orrendo pigiama, ma in pochi secondi me l’ha tolto, via la giacca, via i pantaloni e gli slip con un solo gesto. Resto coi miei osceni calzini di Masha e Orso. Mi rendo conto che pochi attimi prima, quando ero vestita morivo di freddo, ora sono nuda e sto sudando mentre lo aspetto, mentre aspetto che finisca di sbottonarsi i pantaloni per tirarlo finalmente fuori. 5 giorni di porno me lo hanno fatto desiderare come non mai.
Si è tolto i jeans, si toglie gli slip ed eccolo li, finalmente. Allungo la mano, ma lui si è già inginocchiato tra le mie gambe e con la sua lingua impertinente mi fa perdere ogni lucidità. Gli sto urlando qualcosa ma non sono sicura di cosa, cosa gli sto dicendo? Scopami, mettilo dentro, prendimi. Ma lui no, insiste a giocare col mio sesso tra le sue labbra, tra i suoi denti, sotto la sua lingua. Lingua che gioca, che batte, che gira, che avvolge, che penetra. Mi fa incazzare questa attesa, lo prendo per i capelli. Forse non hai capito cosa voglio e che lo voglio ora. Provo ad allontanare la sua testa dal mio ventre, ma le sue mani strappano via le mie mentre la sua tortura prosegue, allora ci riprovo. Lui si toglie di nuovo le mie mani di dosso, poi si stacca giusto il tempo per darmi uno schiaffo in faccia. Forte, deciso, violento. Mi toglie il fiato. Mi ferma il cuore. Mi ha colpito, mi ha schiaffeggiata. Cazzo, comanda lui, sono sua. Allora si, facciamo come vuoi tu, sei tu il padrone, ti prego, ti prego, ancora schiaffi.
Ma non si fa mai quello che vorrei. Così si alza con le ginocchia piegate, se lo stringe forte alla base e si fa largo dentro di me. Probabilmente sto dicendo qualche oscenità, mi tappa la bocca e comincia la sua danza.
Ogni movimento mi sembra lunghissimo, come se entrasse ed uscisse un metro di carne, mi sento il sangue che accompagna quel movimento, mi sale alla testa, poi mi scende ai fianchi e via di nuovo così. Non so per quanto va avanti, il tempo scorre con metriche nuove, oscure. Mi gira di schiena, mi solleva i fianchi tanto che i miei piedi si staccano da terra e mi tiene così mentre continua il suo dondolare avanti e indietro. Rallenta, poi accelera, poi si ferma, poi di nuovo riparte. Poi sono di nuovo schiena sul divano con le gambe schiacciate tra il mio busto ed il suo, prigioniere tra le sue braccia. Le sue mani non trovano pace, mi frugano in bocca, poi giù mi stringono i seni e poi di nuovo il pollice fino in gola.
Il ritmo aumenta, io ho smesso di contare i miei orgasmi, aspetto solo il suo. Eccolo, salta in piedi, poi si piega sul mio seno e lo imbianca mentre il suo corpo viene attraversato da brividi violenti.
Poi è silenzio. Resta immobile ed io con lui. Avvicina la sua bocca alla mia, mi bacia.
“Sei meravigliosa mà”
“no, tu sei meraviglioso figlio mio”
“Mi spiace per come ti stanno trattando. Non capiscono quello che …” lo interrompo con altro bacio.
“Non importa. Non mi pento di nulla. Sono felice.”
Sorride. Se ne va e mi lascia nella mia prigione, al freddo, ad aspettare.
Fuori, un gabbiano sfida il vento e la sirena di un mercantile lontano avvisa del suo arrivo in porto.

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