i racconti di Milu
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Indice
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Note:
Sabrina alle prese con il suo arrapatissimo nipote.
Note dell'autore:
Erri, il nipote di Sabrina, arriva a casa.
Era un periodo di forte stress; non vedevo Moana e Rocco da molto tempo, e non vedevo neppure mio marito, che era sempre a lavoro. Dire che stavo diventando pazza è riduttivo. Perdevo la pazienza molto facilmente. Per esempio quando ero in macchina e qualcuno mi tagliava la strada, tiravo fuori la testa dal finestrino e iniziavo a inveire contro di lui utilizzando una terminologia davvero imbarazzante. Oppure quando ero in fila alle casse del supermercato e qualcuno faceva il furbo passandomi davanti, diventavo nera di rabbia e cominciavo a litigare pesantemente.
E forse era per questo che continuavo a vedermi con Giuliano, perché era l’unica valvola di sfogo che avevo; ebbene sì, la mia relazione clandestina con il vero papà di Moana proseguiva ininterrottamente da qualche mese, all’insaputa di Stefano. E non riuscivo a farci niente, cioè non riuscivo a smetterla. Avevo bisogno di lui e quindi non ci avrei rinunciato per nulla al mondo. E quindi di sera andavo a casa da lui e facevamo l’amore, in ogni modo, in qualsiasi posizione, in qualsiasi stanza della casa.
E forse era anche la clandestinità di questo rapporto che avevo con lui a rendermi nervosa e stressata. Decisi di consultare uno psicologo; feci cinque sedute in cui gli parlai di me, della mia storia, senza omettere nulla, anche tutte le avventure e le scappatelle che avevo avuto con altri uomini, e anche del fatto che avevo concepito una figlia con lo sperma di un uomo che non era mio marito, e cioè Giuliano. Non gli nascosi niente, e rimasi molto stupita quando alla fine delle sedute lo psicologo mi disse che se ero stressata era soltanto perché Moana e Rocco se ne erano andati via. Mi disse che l’allontanamento dei propri figli può infatti dare seri problemi ad una madre.
Allora era quello il punto; soffrivo per la lontananza dei miei figli. Non ci avevo mai pensato, ma era plausibile. Avevo passato circa vent’anni della mia vita a stretto contatto con loro, a preparargli da mangiare, a mettergli in ordine le loro stanze e a rimproverarli quando facevano qualche cazzata, e adesso che ognuno aveva preso la propria strada mi sentivo quasi inutile. In più c’era il fatto che avevo affidato la gestione del negozio di intimo a Moana, e quindi non avevo neppure un impegno lavorativo che mi permettesse di distrarmi. Avevo soltanto Giuliano e le scopate che mi facevo con lui. Mio marito invece ormai era completamente sparito dalla mia esistenza; ritornava a casa soltanto per dormire, e qualche volta (molto raramente) facevo l’amore con lui, ma la maggior parte delle volte che rientrava dal lavoro era troppo stanco per farlo. Per fortuna c’era Giuliano che mi accontentava.
Pensai di risolvere questa questione prendendo un animale da compagnia, un cane per esempio. Avevo sempre sognato di avere un cane, ma per una ragione o per un’altra non ne avevo mai preso uno. E così mi misi a cercare su Internet qualche annuncio che faceva a caso mio. E in effetti c’erano centinaia di annunci, ma nella maggior parte dei casi erano di gente senza scrupoli che faceva accoppiare i propri animali di razza per poi vendere i cuccioli a cifre esorbitanti, e sinceramente ero sempre stata contraria a questo mercato disumano. I soldi non mi mancavano, avrei potuto comprarne uno a qualsiasi prezzo, ma non era giusto. Non è giusto “comprare” un essere vivente.
Però poi mi venne l’idea. Avrei cercato il mio amico a quattro zampe in un canile. Ce n’era uno a qualche chilometro da casa, così presi la macchina e lo raggiunsi. Non appena entrai nel recinto del canile venni accolta da una decina di cani di tutte le razze e di tutte le età che mi vennero incontro scondinzolando e leccandomi le mani. Per me fu una sensazione di felicità senza precedenti e li accarezzai tutti, mi abbassai a salutare anche quelli più piccoli e un alano mi leccò una guancia. Lo guardai e mi accorsi che era un cane molto elegante, con il pelo nero e lucido, e mi guardava come se ci conoscessimo da una vita. Era senz’altro lui il mio nuovo fedelissimo amico da accudire. A dirla tutta ero un po' spaventata dalla sua stazza; infatti era enorme, e non sarebbe stato facile portarlo a spasso. Comunque decisi di prendere lui, e quindi mi fecero firmare un sacco di carte, e poi alla fine lo portai via con me. Lui era visibilmente molto contento che avevo scelto lui e non faceva che leccarmi le mani.
Lo feci entrare in macchina e lo portai a casa. Ero su di giri perché l’idea di avere un fedele amico in casa avrebbe rallegrato molto le mie giornate. Decisi, non senza un velo di ironia, di chiamarlo Lex (come Lex Steele, uno dei pornoattori più dotato del cinema hard). Era il primo nome che mi era venuto in mente, forse perché era nero e grosso. Un colosso. Proprio come Lex Steele.
Non appena lo portai a casa iniziò a girare nelle stanze; si stava ambientando. Poi lo vidi uscire sul terrazzo e fare un giro intorno alla piscina, dopo di chè rientrò in casa e saltò sul sofà. Era chiaro che aveva appena scelto il posto in cui avrebbe passato la maggior parte del suo tempo. E quindi il pomeriggio, dopo pranzo, mi mettevo accanto a lui a sonnecchiare, con la tivù accesa, e ogni tanto sentivo lui che mi leccava i piedi in segno di affetto, e ogni volta che lo faceva provavo un eccezionale senso di tenerezza. Adoravo il mio Lex.
In quei giorni mi telefonò mia sorella dicendomi di avere un problema. Avevo infatti una sorella più piccola di me di tre anni che aveva un salone di bellezza in un’altra città. Forse non vi ho mai parlato di lei perché obiettivamente avevamo pochi rapporti; vivendo in due città differenti, per giunta distanti l’una dall’altra, avevamo non poche difficoltà a vederci. Però ogni tanto lei mi telefonava per sapere come stavo. Lei era stata un po' sfortunata sentimentalmente; si era sposata due volte. La prima volta con un uomo che poi si è scoperto che aveva una relazione con un altro uomo. Poi si è risposata con l’attuale marito, con il quale andava a gonfie vele. Sotto le lenzuola, mi aveva confessato mia sorella, lui era uno scopatore da competizione.
Però come vi dicevo c’era un problema. Il problema non era con il suo attuale marito con il quale andava alla grande, bensì con mio nipote, cioè con il figlio che aveva avuto dal primo matrimonio. Si chiamava Enrico, però tutti lo chiamavano Erri, e aveva diciotto anni, e non aveva preso molto bene il divorzio dei suoi genitori. Erri era sempre stato un ragazzino molto fragile, continuamente preso di mira dai bulletti, passava le giornate davanti ai videogiochi e non aveva neppure un amico, se non qualche nerd come lui con il quale giocava a qualche gioco di guerra online. Ragazze, non ne parliamo neppure; quelle le vedeva solo col cannocchiale. Era troppo imbranato per avere una fidanzata. Insomma, mia sorella era molto preoccupata per lui. Non sapeva più a che santo votarsi, e allora chiese aiuto a me.
“Margherita, ti ho già detto come la penso per quanto riguarda Erri, e cioè che secondo me lo hai tenuto sotto a una campana di vetro per tutta l’infanzia, e quindi non gli hai dato la possibilità di crescere come hanno fatto tutti i suoi coetanei. Insomma, tuo figlio è rimasto un bambino” le dissi. “E a questo punto non so proprio cosa consigliarti. Dovevi pensarci prima”.
“Lo so” rispose lei, “Però magari potresti tenerlo a casa con te per qualche tempo”.
“Per quale motivo?”.
“Magari stare lontano da casa gli farà bene, lo aiuterà a crescere”.
Forse mia sorella Margherita aveva ragione. Erri non poteva continuare a starsene riparato sotto le ali della madre. Doveva tagliare una volta per tutte il cordone ombelicale. E forse venire a casa con me e Stefano l’avrebbe in qualche modo aiutato a farlo.
“Ok, mandalo da me. A tuo figlio ci penso io”.
L’impegno che avevo preso con mia sorella Margherita avrebbe colmato le mie giornate vuote. Suo figlio sarebbe venuto a stare con noi con la speranza che la lontananza da casa lo avrebbe fatto crescere. Sì perché Erri era un eterno bambino nonostante i suoi diciotto anni, e la causa di questa sua mancata maturazione era proprio sua madre che lo aveva cresciuto preservandolo da ogni possibile rischio. Per esempio non lo aveva mai mandato a giocare in strada insieme agli altri ragazzini, perché aveva sempre avuto paura che potesse essere preda di ragazzini violenti.
Io invece avevo lasciato sia Rocco che Moana liberi di scorrazzare nelle strade insieme agli altri coetanei, fregandomene che potessero avere delle brutte esperienze, perché ero dell’idea che le brutte esperienze servano a formare il carattere di tutte le persone. Ovviamente parlo di “brutte esperienze”, non di “esperienze tragiche”. È ovvio che quando i miei figli erano in strada sentivo un po' di ansia per la paura che potessero finire sotto ad una macchina o chissà che altra sciagura. Però erano rischi che bisognava correre, altrimenti sarebbero diventati come Erri, cioè dei perfetti imbranati. Il mondo è infame, ed è quindi giusto che i bambini imparino a difendersi dalle angherie e dalle ingiustizie che la vita gli preserva.
Quindi mia sorella Margherita mise suo figlio su un treno e lo spedì da me. Lo andai a prendere alla stazione in macchina; non vedevo Erri da parecchi anni, ma non mi sembrava molto diverso dall’ultima volta. Aveva sempre la solita aria da stupido. Aveva sul viso degli occhiali con la montatura nera, con al centro una striscia di nastro adesivo bianco; probabilmente qualche bulletto glieli aveva rotti. Vogliamo parlare di come era vestito? Davvero imbarazzante. Aveva una camicia a quadri tipo quelle dei boscaioli, pantaloni felpati marroni e mocassini color panna ai piedi. Era un vero pasticcio. Pensai che tanto per cominciare sarebbe stata una cosa buona e giusta accompagnarlo a comprare dei vestiti più decenti.
Comunque mi comportai da buona zia e andai verso di lui ad abbracciarlo, e lui sembrava un pezzo di legno. Io lo baciai dappertutto e lui niente, impassibile.
“Tesoro mio!” dissi mentre gli riempivo il viso di baci. “Come stai?”.
“Bene”.
“Hai fame?” gli chiesi, e lui fece di sì con la testa. “E allora andiamo a casa che ho preparato una teglia di pasta al forno veramente speciale”.
Erri si era portato con se tutto l’occorrente per sopravvivere, ovvero la sua console per i videogiochi e il suo computer portatile con cui collegarsi a Internet e farsi la sua dose giornaliera di porno, come ogni ragazzino della sua età. Dovevo soltanto sperare che fosse un ragazzo pulito, perché comprendevo bene le sue esigenze “fisiologiche”, ma non mi andava di raccogliere la sua sborra dal pavimento o da chissà quale altra superficie. Comunque avevo pensato anche a questo, e allora nella stanza che gli avevo allestito gli avevo lasciato una confezione di clinex. così non avrebbe avuto problemi a pulirsi dopo aver esplicato le sue “faccende maschili”, e io non avrei trovato i suoi schizzi dappertutto.
Non appena entrammo in casa Lex, il mio nuovo fedelissimo amico a quattro zampe, venne verso di noi scondinzolando e subito si mise a odorare i pantaloni di Erri, probabilmente per capire se poteva fidarsi di lui. Dopo aver appurato che non era una minaccia allora venne da me e prendendosi la sua dose di carezze. A quel punto portai Erri a vedere la stanza in cui sarebbe stato per qualche tempo, e la prima cosa che fece fu collegare la sua consolle allo schermo al plasma. Si accertò che tutto funzionasse correttamente e poi mi chiese la password per il wi-fi.
Era un caso clinico. Erri mangiò la pasta al forno che avevo preparato in fretta e furia e poi si barricò nella sua stanzetta e non lo vidi più per tutto il pomeriggio. Ogni tanto mi accostavo alla porta per controllare cosa stesse facendo, e allora sentivo rumori di spari e esplosioni (quando stava giocando con la consolle) oppure sentivo donne che simulavano orgasmi incredibili (quando era lì a farsi la sua dose quotidiana di porno).
Quella sera in via del tutto eccezionale venne Giuliano a casa. Di solito ero io che andavo da lui, però quella sera Stefano mi aveva detto che avrebbe tardato più del solito, perché al ristorante aveva organizzato una cena con i suoi dipendenti che probabilmente sarebbe andata avanti fino a notte inoltrata. E così Giuliano aveva deciso di colmare il suo posto nel letto con la sua presenza, premurandosi di andare via prima del suo rientro.
Giuliano ancora non sapeva nulla di Lex, il mio nuovo fedele amico a quattro zampe, e infatti quando entrò in casa ci fu una scena tipo mezzogiorno di fuoco. Lex guardò il papà di Moana con diffidenza e gli mostrò o denti, quasi come se provasse una forte gelosia nei suoi confronti, come se sapesse che Giuliano era venuto per me, per farmi sua, e a Lex sembrava non andare a genio questa cosa. Insomma, Lex si era autoeletto la mia guardia del corpo, e non avrebbe permesso a nessuno di farmi del male. E Giuliano sembrava terrorizzato, come se stesse pensando che Lex avrebbe potuto riversare tutta la sua ferocia su di lui da un momento all’altro. E vista la sua stazza spaventosa lo avrebbe certamente fatto a pezzi.
Lex abbassò la guardia soltanto quando gli feci una carezza e gli dissi di stare buono, perché Giuliano era un amico di cui poteva fidarsi. E allora a quel punto andò verso di lui scondinzolando e girandogli intorno in attesa di un gesto che potesse fargli capire che poteva fidarsi per davvero, e ma Giuliano era troppo spaventato e quindi non aveva il coraggio di muovere un dito.
“Ti conviene accarezzargli la testa se vuoi fargli capire che non sei una minaccia” gli dissi.
A quel punto Giuliano si fece coraggio e accarezzò la testa di Lex, il quale assicuratosi che poteva fidarsi di lui se ne andò via in modo spavaldo e uscì sul terrazzo.
Giuliano mi chiese come mai avevo preso proprio un alano come animale di compagnia e non un innocuo barboncino. Io gli risposi che non ero stata io a scegliere lui, bensì era stato lui a scegliere me. In effetti era stato lui che al canile mi era venuto incontro e mi aveva conquistato con il suo affetto leccandomi una guancia.
“Affetto?” mi chiese lui. “Ma come fai a parlare di affetto? Lex è una macchina da guerra, e le macchine da guerra non provano affetto”.
“Quanto ti sbagli tesoro. Lex cerca solo di difendere il suo territorio… e la sua nuova mamma”.
“Tu non sei la sua mamma” obiettò lui.
“Sì che lo sono. Sono la sua mamma adottiva” dissi divertita.

Continua...

Link al racconto:
http://paradisodisteesabri.blogspot.it/2017/10/a-tuo-figlio-ci-penso-io.html
Note finali:
Altri racconti su: paradisodisteesabri.blogspot.it