i racconti di Milu
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Quando suo padre entrò in casa, Amarnera caricò il tamburo della pistola con le sue ultime lacrime, puntò la canna contro la porta e, quando il pesante portone di giada e ambra si aprì, lo sparo tuonò come l’urlo del diavolo.

“non sei più mia figlia.” gridò poi piangendo. Il pianto aveva scavato due grandi righe sulle sue guance diafane. Il volto, magro, asciutto, allungato della donna, piangeva stille amare di rabbia e frustrazione.
“credi veramente che lui ti permetterà di andartene? Credi veramente che una volta oltrepassata quella porta sarai libera? Accetta il tuo destino, Amarnera. Accettalo come io ho accettato il mio. E che il mondo vada alla malora.” la donna artigliò la bottiglia di vodka e ingollò un altro sorso.
Poi entrò in cucina, chiuse la porta e accese la tv.
Una musica lieve, un andante allegro e commerciale, avviluppò l’ambiente trasformando la casa in un mondo surreale.
Amarnera impugnò saldamente la pistola che teneva dietro la schiena, mentre un brivido freddo le percorse le membra. Strinse quel pesante strumento di morte nella piccola mano di bimba e annuì meccanicamente.
I proiettili nell’altra mano sembravano lacrime innocenti di una vergine spezzata.
La donna che è in te sta per sbocciare. Sentì quella vecchia frase vagare per l’appartamento, sospesa sui muri, appesa al soffitto come un antico fantasma.

“cosa pensi di fare piccola sgualdrina?” la donna non si era avvicinata e Amarnera, mansueta come un vecchio bisonte ammalato, si voltò e sorrise.
Sua mamma reggeva una bottiglia di vodka liscia firmata a penna grafica sul collo di vetro.
“mamma, io me ne vado di qua.” la pistola era pesante, nascosta dietro la schiena.
“tu non andrai da nessuna parte.” la donna fece un passo avanti, poi l’occhio le cadde sul cassetto aperto alle spalle della figlia.
Inghiottì un groppo amaro e fissò le sue pupille nere.
Il vuoto che vide la colpì come un maglio.
Una lacrima scese sul viso mentre una rabbia sorda e una paura incontrollabile s’impossessavano di lei.
Indietreggiò lentamente mentre Amarnera avanzava. Arrivarono fino al lungo corridoio che permetteva l’accesso alla porta di casa.
In mezzo al corridoio, troneggiava una doppia porta a vetri colorati. Verde e giallo. Ambra e Giada. La mezza luna, regina di malvagità, troneggiante al centro del cristallo.
Poi sua madre non riuscì più a contenersi. Sputò a terra il suo disgusto. Stappò la bottiglia lanciando occhiate nervose a destra e sinistra e ingoiò il primo sorso.

Lei sapeva tutto di quella casa. Quando era piccola, prima delle violenze, ne aveva esplorato ogni angolo. E il giorno del suo nono compleanno aveva scoperto la pistola.
Lucida, cromata, di acciaio grigio perlaceo.
Ora ricordò della pistola, si toccò la pancia sussurrando al suo bimbo immaginario e, completamente nuda e gocciolante, entrò nella stanza da letto dei suoi.
Lasciò tante piccole impronte per terra mentre i piedi la portavano verso la libertà.
“brava mamma.” le sussurrava il bambino fatto di pietra, odio e metallo.
Aprì uno dei cassetti, rovistò fra la montagna di giornali pornografici, ed estrasse la bacchetta magica che avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Prese anche alcuni lunghi proiettili metallici luccicanti.
In quel momento entrò sua madre.

Tuttavia, solo ora ne ebbe la chiara visione: un altro germoglio aveva iniziato a maturare dentro di lei da molto tempo. Era come un figlio che ti nasce nel ventre. Lo senti crescere piano, dare calci e muoversi a scatti.
Questo figlio della mente aveva innalzato una barricata di ferro davanti a quel mondo di tenebra. L’impalcatura si reggeva su deboli fondamenta certo, tuttavia l’odio, la rabbia repressa, il distacco, avevano rafforzato quei contrafforti pericolanti. Avevano saldato gli interstizi dei muri costruendo un’armatura impenetrabile. La solitudine aveva fatto il resto.
Questo figlio dalle strane sembianze le aveva suggerito l’idea sussurrandola dietro i grigi muri di cemento della mente.
“perché non lo uccidiamo?” chiese un giorno.
E quel giorno era oggi.

Il ricordò germogliò mentre l’acqua della doccia zampillava intorno a lei. Ogni goccia che scorreva sulla sua pelle le provocava un brivido mentre il ricordo della prima punizione si faceva strada senza pietà verso la consapevolezza.
All’epoca, circa 2 anni prima, suo padre aveva già abusato di lei molte volte. Mai prima di allora aveva portato i suoi amici con sé. Quel branco di depravati che formavano il gruppo della Mezza Luna.
Lei rifiutò di avere rapporti con loro. Non resse alla vista di quei lunghi bastoni di carne svettanti verso l’alto.
Scappò urlando nella sua stanza piena di peluches mentre la madre, chiusa in cucina, era intenta a rincoglionirsi con la tv. La sigla di apertura di una delle soap opera più famose del momento giungeva chiara dalla porta di legno.
Rinchiusa fuori dal mondo e dalla realtà, la moglie del mostro aveva annullato la mente mentre il destino della figlia rimaneva una pallida eco dei suoi doveri materni.
Dopo essersi scusato con i compari, il padre aveva sfondato la porta della camera per prenderla a cinghiate.
Ne aveva prese così tante che dovettero ricoverarla un mese nel primo ospedale della città, quello con la Statua del Mondo davanti l’entrata.
“è stato un negro alto e muscoloso.” aveva raccontato alla polizia. Le sembrava che una delle guardie indossasse sulla divisa la spilla del gruppo della Mezza Luna.
Da allora non aveva più disubbidito.

Rientrata in casa, andò a farsi una doccia. Non servì a molto ma almeno eliminò il freddo intenso accumulato sul pavimento lurido di quel maiale.
Iniziò a rimuginare dentro di sé tutte le possibilità che le rimanevano.
Quante volte si era prostituita così? Quante volte aveva ceduto il corpo e la libertà alla violenza di quel genitore mostruoso?
Ormai le rimaneva poco tempo, poco tempo prima del suo ritorno. Quando il padre fosse rientrato, anche lui avrebbe ficcato il suo grosso cazzo in quella gola piccola e indifesa.
Poteva morderlo fino a staccarglielo però.
Per un momento l’immagine le attraversò la mente regalandole un sorriso.
Sarebbe stato divertente vedere la faccia del porco mentre affogava nel suo stesso sangue.
Poi ricordò la prima e unica volta in cui si era ribellata.
Rabbrividì e il sorriso scomparve dalle labbra rosse della bambina.

Dopo alcune ore la biondina era stata liquidata e rimessa nella gabbia del club della Mezza Luna. La collezione di schiave di Sondalla era variegata. Brune, bionde, rosse, arabe, nordiche e negre. Ce n’erano per tutti i gusti e per tutti i compiti.
La casa invece era ridotta un cesso. Piatti sporchi, lenzuola attorcigliate e gabbie da ripulire.
Dentro le gabbie più lontane c’erano due cadaveri. Il puzzo della decomposizione iniziava a impestare l’ambiente.
“perché tuo padre ha deciso di svendere sua figlia?” chiese lui a bruciapelo.
“non so, signore.”
“hai fatto la brava?”
“credo di sì signore.”
“e allora come mai ha deciso di mandarti da me?”
“non saprei, signore.”
“solo questo sai dire?”