i racconti di Milu
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Conobbi Cassio quando avevo 20 anni. Cassio non è il suo vero nome, in realtà l’ho sempre chiamata Cassiopea, come la madre di Andromeda salvata da Perseo. In realtà neppure quello è il suo nome. Cassiopea, la dolce Cassiopea, la violenta Cassiopea, la cinica Cassiopea, la severa e durissima Cassiopea, era in realtà un uomo alla nascita.
Il suo nome? Claudio Armando Herrera Hernandez, classe 1980, poco più piccolo di me. Dubitavo che io e lei avessimo avuto un’infanzia simile, eppure le nostra strade si incontrarono nella terra della pizza, dei santi, dei navigatori e della mafia.

In quel periodo, saranno stati i primi anni del 21° secolo, ero appena uscito di casa dopo aver mollato l’università e aver litigato coi miei. Ci sentivamo appena per telefono e volevo costruirmi la mia vita.
I primi bisogni erano un tetto sulla testa, un lavoro per avere qualche soldo e un mezzo di trasporto.
Purtroppo non avevo nessuno dei tre.
Attraverso un amico della mia ragazza di allora, Daniela, trovai un posto dove stare in un quartiere popolare di Roma, Centocelle, in una specie di seminterrato d’un vecchio palazzo. Mi dissero che avrei dovuto pagare poco, pochissimo, addirittura nulla, ma avrei dovuto condividere lo stabile con un’altra persona.
Non mi feci problemi. Sono sempre stato un po’ chiuso, introverso, eppure non mi faceva paura coabitare. Avevo venti anni, avevo tutta la vita davanti.
Daniela era impegnata all’università, d’altra parte è sempre stata una studentessa modello, così preparai la mia roba – avevo dormito qualche giorno a casa sua con gran disappunto della madre – e mi recai nel mio nuovo appartamento.
Il primo impatto non fu simpatico: una lunga scala che sprofondava nel buio d’un sottoscala, una lampadina da 50 candele a intervallare le ombre e un lungo corridoio pieno di piccole porte. Ci saranno stati almeno sei appartamenti. Un paio di finestre a bocca di lupo completavano il quadretto insieme al linoleum rosso acceso e le pareti d’intonaco scrostato.
Non un bel posto, ma almeno ero libero e indipendente.
Controllai il numero dell’interno su un foglietto stropicciato che tenevo in tasca nei jeans e mi accostai alla seconda porta a sinistra, un po’ imbarazzato ma pronto.
Bussai, per paura di disturbare col campanello il mio nuovo coinquilino.
Non rispose nessuno. Erano le 11.00 del mattino, che stesse dormendo?
Suonai. Un rumore di passi, tacchi. Mi insospettii non poco ma non ebbi tempo di pormi domande perché sentii una voce femminile, molto femminile, bestemmiare dall’interno, quindi avvicinarsi alla porta.
Che ci fosse una donna? Perché? Come?
Quando la porta si aprì, avvertii un tremito: mi trovai di fronte una donna mulatta, dai lineamenti non particolarmente belli, un po’ mascolini, molto alta, almeno due metri, vestita con lunghi stivali lucidi neri col tacco di almeno dieci cm, un paio di slip che, poi, si rivelarono essere un tanga, un corpetto da cui debordavano due tettone rifatte davvero enormi, sproporzionate; al collo vestiva un collarino nero, il volto era tirato in una maschera d’ira, mentre i capelli erano legati a coda dietro la testa.
“che voi?” esordì guardandomi malissimo. “chi ti ha fato entrare?” proseguì con accento sudamericano.
“sono Fabio.” replicai inebetito, fissandole con alternanza le tettone, le gambe, gli stivali, il viso.
“ah, sei l’amigo de Fabrisio.” aggiunse lei scocciata. Io annuii vagamente, così lei scattò avanti e mi artigliò un braccio costringendomi all’interno.
Era fortissima, rimasi veramente colpito, vendendo anche il bicipite che s’ingrossava sul braccio nudo color caffè.
Mi trascinò all’interno mentre tenevo stretta la borsa con le mie cose, quindi mi ficcò rapidamente nel misero bagno del locale, chiudendomi dentro. La chiave, stranamente, stava fuori dalla porta.
“aspetta lì.” sentii dirmi da fuori, attraverso il muro.
Quella fu la prima conoscenza con Cassio.

Le cose iniziarono subito ad andar male. Cassiopea, come diceva di chiamarsi, faceva la puttana. Ero capitato in una casa d’appuntamenti e dovevo sorbirmi tutta la variegata clientela della mia coinquilina. Era antipatica, minacciosa e scurrile oltre ogni pudore.
I primi giorni la vidi poco e niente: appena finito col primo cliente col quale l’avevo beccata, mi mostrò la mia microstanzetta di 4 metri quadrati, mi intimò di non romperle i coglioni e se ne andò lasciandomi solo. Quando suonò il citofono con uno squillo altissimo, lei andò ad aprire e iniziò la samba col secondo cliente. Io entravo e uscivo tra un cliente e un altro. Quando, il secondo giorno, incrociai per caso uno dei clienti dell’appartamento, lei s’incazzò tantissimo: il cliente, per evitare problemi, se ne andò e lei m tirò un manrovescio che mi fece cadere a terra stordito. Sono alto 175 cm e peso 76 kg, non sono proprio una piuma, tuttavia mi gettò a terra con uno schiaffone. L’impressione che ebbi il giorno del mio arrivo si era rivelata esatta. Anzi, non mi resi conto della sua vera forza fisica finché non passò qualche settimana. Era veramente forte e, al principio, non me ne spiegavo perché anche se, il tarlo del sospetto, cominciò a insinuarsi nella mia mente.
In quel momento a terra mi sentii umiliato, impaurito. Lei mi guardava dall’alto in basso quasi aspettasse una mia reazione.
Non ebbi il coraggio e abbassai lo sguardo sui suoi stivali.
Se reagisco è peggio! Pensai. Mi uccide! Non ha niente da perdere, io ho tutto!
Probabilmente era nervosa, faceva un lavoro di merda, dovevo capirla.
Mi lasciò a terra ridendo di me e non la rividi per qualche tempo.
Da allora rimasi molte ore fuori casa rientrando, dopo aver lottato per farmi consegnare un mazzo di chiavi, soltanto la sera tardi. Correvo a destra e sinistra cercando un lavoro, riuscendo a incontrarmi sempre meno con Daniela che, dolce e timida com’era, soffriva terribilmente per quella situazione.
Eppure la volontà di rendermi indipendente superava qualsiasi difficoltà. Ero stanco ma tiravo dritto, non mi piegavo, non perdevo la fiducia. Passai per vari lavori come toelettatore per cani, facchino, volantinaggio e altri, tutti mal pagati e sfruttati da padroni con la pancia piena.
Era un periodo di crisi, l’ennesimo, e, nonostante spingessi al massimo sul lavoro, ne perdevo uno dietro l’altro guadagnando giusto qualche euro per tirare avanti.
In quel periodo, quando uscivamo la sera, giusto nel fine settimana poiché Daniela doveva andare all’università e io a lavoro molto presto, mi offriva da mangiare, il cinema e la disco. Nonostante le difficoltà ci volevamo bene, eravamo giovani, la vita era lunga e non temevamo nulla. Si facevano improbabili progetti di vite future spese insieme: figli, lavoro, interessi e hobby. La verità era che non avevo un soldo, coi miei non parlavo più e gli amici si erano scordati di me.
Daniela era bellissima: alta quanto me, magra con una terza di seno, occhi neri e capelli lunghissimi, sempre lisci, fino al sedere. Aveva un viso veramente bello, ero invidiato da tutti i maschi della città quando giravamo insieme, inoltre aveva un pelle bianchissima, sempre profumata, sempre in tiro, dolcissima e timida. Inoltre era ancora vergine e non l’avevamo mai fatto. Un vero sogno. Tuttavia avevamo vite diverse e ci frequentavamo troppo poco.
Forse è per questo che mi avvicinai, inspiegabilmente, a Cassio.
In fondo era l’essere umano col quale trascorrevo più tempo, anche se indirettamente. Quando dormivo, mangiavo, spesso ero a casa, almeno per un po’ ogni giorno, quindi condividevamo l’appartamento anche se in stanze separate.
Le cose, comunque, cambiarono presto.

Iniziò tutto quando, dopo aver perso l’ultimo lavoro, molto stanco per aver fatto tardi la sera prima, rimasi a letto fino alle nove di mattina. Mi ero appena alzato, così andai a fare una doccia. Il bagno era poco più che uno sgabuzzino con tazza giallastra, piatto doccia annerito e una tendaccia di finta plastica appiccicosa per parare gli schizzi d’acqua. Non ricordo come mai proprio quella mattina, guardandomi intorno, mi chiesi dove Cassio tenesse gli assorbenti. Erano un must per qualsiasi donna e, in quel bagnetto, dove poteva mai averli nascosti?
Mi spogliai del pigiama – portavo solo i pantaloni, mentre sopra indossavo una fruit bianca – visto che eravamo in febbraio e, dopo aver fatto scaldare l’acqua della doccia, entrai sotto lo zampillio sghembo del rubinetto intasato dal calcare.
Avevo cominciato a lavarmi, quando sentii la porta aprirsi e, attraverso la tenda appiccicosa, vidi Cassio avvicinarsi alla tazza e cominciare a pisciare. La prima cosa che mi colpì fu un pensiero bizzarro: perché non si siede? Ma la fa in piedi? Ma si schizzerà tutta! pensai sorridendo in maniera idiota immaginando una donna che piscia in piedi. Poi il sospetto accumulato in tutti quei giorni si fece certezza, quindi scostai leggermente la tenda e vidi che Cassio teneva in mano un lungo cazzo nero ricurvo vero l’alto. Era duro e puntava in su, quindi non riusciva a pisciare. Si sforzava ma niente.
Rimasi pietrificato a fissare quel cazzo enorme, saranno stati almeno 25cm, forse più, che sporgeva dal suo tanga. Mi colpì soprattutto la cappella, molto chiara rispetto la pelle scura del resto del membro, e sproporzionata in grandezza, molto più grossa del resto.
Finalmente zampillò un getto di orina e, in breve, il membro iniziò ad afflosciarsi, mentre io rimanevo sotto la doccia, la tenda appena aperta, a fissare a bocca aperta Cassio e il suo cazzo gigante. Finito di pisciare lei alzò gli occhi e incrociò il mio sguardo. Mi sentii gelare. Abbassai immediatamente lo sguardo facendo finta di insaponarmi.
Avvertii una risatina, quindi lei si avvicinò e aprì la tenda vedendomi nudo. La fissai solo per un momento vergognandomi come un ladro colto sul fatto, temendo quasi che mi picchiasse come il secondo giorno di convivenza, quindi abbassai lo sguardo senza pronunciar parola. Lo sguardo mi cadde sul suo cazzo, enorme anche da floscio, e confrontandolo col mio – un cazzo normalissimo – mi sentii ancor più in soggezione.
“questo bagno è un cesso.” esordì. “puliscilo. Oggi devo uscire, ho da fare, non ho clienti.” spiegò allungando un braccio nella doccia per prendere una cuffia di plastica attaccata con una molletta al piattino per il bagnoschiuma. Nel fare questo, mi sfiorò il petto col braccio fissandomi in maniera equivoca e gettando un’occhiata al mio cazzo. “sei carino.” aggiunse. “se avessi avuto el cazzo grosso avresti fatto impazzire molte donne.”
Quindi rise di gusto umiliandomi, si voltò e se ne andò verso il lavandino dandomi le spalle. Rimasi bloccato per alcuni minuti col cervello in corto circuito.
Infine, mi accorsi con orrore che, mentre Cassio si lavava velocemente, facendosi anche un lungo bidet, avevo avuto un’erezione.

Il fattaccio accadde un venerdì sera. Daniela aveva litigato col padre che le aveva negato le chiavi dell’auto; di muovermi prendendo due autobus e la metro per arrivare da lei non ne avevo voglia, così decisi di restare a casa e leggermi un libro. A quel tempo non avevo più il Pc, rimasto a casa dei miei, né la tv, di proprietà esclusiva di Cassio.
Quella sera la mia coinquilina non c’era e avevo tirato un sospiro di sollievo.
I miei occhi leggevano le pagine d’un romanzetto fantasy da 4 spiccioli, niente di pretenzioso, la mia mente invece era concentrata su quello che era accaduto due giorni prima nella doccia.
Da allora, io e Cassio c’eravamo soltanto incrociati sul pianerottolo del palazzo senza scambiarci una parola; d’altra parte, lei non mi salutava mai quando ci incontravamo e io avevo adottato lo stesso comportamento.
La mia mente vagava su quella forma femminile eppure estremamente mascolina. Ricordavo lo schiaffo che mi aveva buttato a terra, la forza con cui mi aveva trascinato nell’appartamento il primo giorno, i tratti spigolosi del suo volto, i muscoli e poi… si, con mia grande vergogna ricordavo bene quel cazzo asinino che teneva in mano mentre pisciava. Ricordavo bene anche la mia erezione.
Subito mi colse un dubbio atroce, un dubbio contro il quale avevo lottato l’intera mia vita: sono gay? Frocio? Un finocchio piglia in culo?
No, non poteva essere vero. A scuola ero tra i meglio quotati rubacuori, avevo addirittura conquistato la seconda ragazza più bella della scuola, almeno a giudicare dalla classifica delle scritte nei cessi del secondo piano.
No, non poteva essere. Abbandonando completamente la lettura, mentre le mani, quasi due automi, giravano pigramente le pagine una a una, sorrisi a me stesso giustificando l’accaduto come causa della mia stanchezza, dello stress, del fatto che, ormai da qualche tempo, da quando stavo con Daniela –vergine, dobbiamo ricordarlo! – non avevo più scopato.
Mentre pensavo, sentii la chiave girare nella toppa della serratura. Il tonfo del battente mi segnalò il ritorno di Cassio.
Chissà dov’è stata? È rientrata presto! Domandai a me stesso senza rifletter troppo.
Sentii i suoi tacchi picchiettare il pavimento verde oliva del minuscolo soggiorno, dirigersi verso il bagno e fermarsi di botto.
Quindi sentii imprecare, bestemmiare, frasi sconnesse in spagnolo mentre i passi si dirigevano veloci verso la mia stanza.
Mi colse una piccola onda di terrore che frenai subito promettendo a me stesso che, qualunque cosa volesse, ero io il vero uomo e non mi sarei fatto schiaffeggiare.
Aprì la porta della mia stanzetta d’improvviso, quindi si scagliò su di me. Riuscii appena ad alzarmi gettando il libretto dalle mani, che mi fu addosso.
Non ricordo molto di quei momenti, ricordo solo che sollevò le mani colpendomi più volte al volto. Cercai di abbozzare una difesa ma inciampai sul letto e finii a terra. Mi tirò un calcio sulla testa ma prese male la mira e mi colpì alla spalla mentre cercavo di rialzarmi, quindi accadde una cosa straordinaria che, a differenza del resto, rimase impressa in maniera indelebile nella mia mente fin nei minimi particolari: mi agguantò per una gamba e il torso e mi scagliò contro lo stipite della porta grugnendo per lo sforzo. Pesavo 75kg circa e, mentre volavo, mi chiesi quanta forza avesse Cassio nelle braccia.
Impattando contro lo stipite caddi a terra senza fiato. Cassio si avvicinò bestemmiando e inveendo, quindi mi prese a calci finché non riuscii ad alzarmi, lei però mi tirò per i capelli schiacciandomi a terra, mettendosi sopra di me con tutto il corpo, uniti come due fette di un sandwich.
“ti avevo detto di pulire, estronzio!” mi sputò in faccia le sue parole mentre cercava di riprendere il controllo affannata.
Non capivo cosa volesse.
“esta casa es un merdaio! Te avevo deto de pulire, brutto estronzio!” continuò tirandomi i capelli.
Quando era incazzata parlava italiano peggio del solito. Non so perché ma in quel momento, con la paura che montava sempre più, feci caso a un dettaglio tanto insignificante.
Mi sbatté la testa sul pavimento un paio di volte mentre io cercavo di scrollarmela di dosso per alzarmi. I miei movimenti erano nervosi, impazziti, la paura mi stava mangiando il cuore e la testa.
Cassio tese i muscoli e mi schiacciò completamente a terra. Avevo ancora un braccio libero ma ero inerme, così mi passò una mano sotto il collo iniziando a strangolarmi mentre mi gridava nell’orecchio che ero un pezzo di merda.
Ero a terra. Lei era più pesante, più alta, più forte e sopra di me. Non avevo speranze.
Improvvisamente mi afflosciai tra le sue braccia e lei capì di aver vinto. Scoppiai a piangere mentre allentava leggermente la presa al collo.
“ora, estronzio, tu farai quelo che ti dirò. Entiendes?”
Non replicai, rimasi freddo, immobile, col fiatone, mentre lei mi schiacciava sempre più.
“entiendes?” gridò lei stringendomi la gola col braccio.
Annuii debolmente.
“bravo erragasso.” si complimentò. Rimanemmo qualche minuto così mentre entrambi riprendevamo fiato. Solo allora mi accorsi che il bastone di carne di Cassio puntava contro il mio culo. Cercai di scansarmi ma lei mi teneva fermo senza possibilità di reagire.
“tu farai quelo che te digo, entiendes?” ripeté.
Annuii ancora.
“espoliate!” mi ordinò.
Io non capivo, rimasi fermo.
“espoliate perdio!” gridò ancora colpendomi con la testa sulla nuca e facendomi sbattere la fronte sul pavimento.
Cominciai subito ma provai grosse difficoltà a muovermi con lei sopra.
Lei mi lasciò il collo, si mise in ginocchio sopra di me lasciandomi lo spazio per divincolarmi dai vestiti.
“tu prova a scherzare e io te mato, entiendes?” disse in un sussurro che mi gelò ancor di più.
Completamente in preda al terrore mi tolsi la maglia, la canotta, i pantaloni del pigiama.
“todo.” ordinò.
Senza replicare, sempre steso prono, tolsi anche le mutande e rimasi nudo sotto di lei.
“muy bonito.” disse accarezzandomi il culo con una mano.
“tu devi pulire questo porcile de cassa. Mi hai rotto el casso. Tu stai qui gratis, tu non paghi niente, basta! Ora mi prendo affitto addietro e poi, da oggi, tu paghi tu parte pulendo cassa, vestiti, lavatrice, fasiendo da mangiare. Entiendes?”
Non replicai mentre la spalla, la schiena, un polso, la testa, cominciavano a pulsare dal dolore: lo scontro era stato duro e avevo perso su tutta la linea.
Cassio, improvvisamente infoiata, si sputò su una mano, mi passò la saliva sul buco del culo provocandomi un brivido, quindi si abbassò i jeans dopo averli sbottonati con una sola mano, e appoggiò la cappella gonfia contro lo spacco delle natiche.
Emisi un gemito terrorizzato. Non avevo il coraggio di muovermi. Mi trovai col pollice in bocca quasi fossi regredito all’infanzia.
“ora me prendo la mia parte.” ripeté maliziosa, quindi centrò il buco e iniziò a spingere. Dapprima, complice la paura e la violenza dello scontro, non avvertii nulla. Pian piano però, qualcosa di pesante prese a premere contro le mie visceri e mi accorsi con orrore che, almeno metà della cappella di Cassio, era entrata nel mio culo vergine.
Cercai di scappare in avanti, ma Cassio si lasciò cadere su di me intrappolandomi di nuovo e spingendo, in un sol colpo, la cappella dentro al mio retto.
Mi sfuggì un gemito di dolore mentre avvertii uno strappo profondo nel culo accompagnato da una sensazione di bagnato.
Cassio mi passò un braccio sotto la gola. Cercai di impedirlo ma le bastò spingermi quella verga in culo per un paio di centimetri, per schiacciarmi a terra indifeso.
Mi prese per la gola e mi poggiò le labbra vicino all’orecchio, mentre il suo cazzo enorme, asinino, spaccava il mio culo vergine.
Mi misi a piangere.
“povero bambino, povero.” mi canzonava lei in un perfetto italiano, segno del controllo riacquistato.
Intanto la sua verga nera mi frullava l’intestino guadagnando ogni minuto almeno 2-3 cm di profondità.
Devo esserle grato di non avermelo spinto tutto d’un colpo, altrimenti mi avrebbe ucciso.
La scena doveva essere eccitante per lei perché, senza neanche averlo messo tutto dentro, avvertii che aveva iniziato a godere. Dalle labbra le sfuggì un debole sospiro, mentre il corpo le si irrigidiva spruzzandomi nel culo 5 o 6 getti di sborra.
Iniziai a lamentarmi pel dolore.
Lei mi crollò sopra e giacemmo in quello strano abbraccio, violento e malsano, per alcuni minuti, forse un quarto d’ora.
Ero annullato. Mi aveva spazzato via come uomo e come essere umano. Mi aveva annichilito sul piano fisico e su quello sessuale.
Forse fu quello il momento in cui la sua presenza mi entrò nella mente senza mai più andarsene.
Da quel giorno divenni la puttana di Cassio.
“bravo erragasso.” disse alzandosi mentre il cazzo, ormai moscio, usciva dal mio culo con un plop!
Si tirò su i jeans e se ne andò al bagno per rassettarsi.
Soltanto molto più tardi ebbi il coraggio, e la forza, di alzarmi anch’io per andare in bagno.
Il mio culo perdeva sangue. Quando camminavo sentivo l’ano tirarmi in mille direzioni diverse. Mi sciacquai lentamente e, mesto e fragile come un bimbo, me ne andai a letto senza cena mentre Cassio, senza prestarmi attenzione, guardava la tv in camera sua mangiando un panino del MacDonald.
“ricorda di pulire domani.” mi avvisò prima che chiudessi la porta per sprofondare in un sonno agitato pieno di incubi a forma di cazzo.

In una rapida escalation, il mese seguente, la mia vita divenne un inferno. Cassio aveva capito che ero totalmente succube della sua volontà. O forse del suo cazzo.
Il mio nome era stato scordato, mi chiamava solo erragasso, ragazzo, quando le faceva comodo, altrimenti puttanella, frocio, culorotto.
Aveva ripreso i suoi incontri e nella nostra casa arrivavano anche 30-40 uomini diversi al giorno.
Non mi dovevo far vedere quando c’erano, tanto che prese la chiave e mi chiuse dentro senza permettermi di uscire per un intero giorno.
Il terzo giorno mi sequestrò anche il cellulare.
Ero in una specie di prigione.
La mattina presto e la sera dopo cena dovevo svolgere tutti quei lavori che non avevo potuto svolgere nel giorno.
Fui costretto a diventare un perfetto casalingo. Fortunatamente la casa era piccola.
Per prima cosa mi toccò il bagno.
Il bagno era poco più grande della mia camera, circa 6 metri quadrati, con un bidet, il piatto doccia con la tenda appiccicosa, un lavandino scuro e basso, uno specchio dinanzi al lavandino e la lavatrice dietro la porta. La lavatrice era piccola e vecchia, mezza arrugginita ma funzionante. Imbarcava solo 3kg, quindi dovevo fare più lavaggi al giorno, almeno due perché Cassio, almeno su questo era precisa, teneva la sua camera pulitissima e non voleva che c’entrassi. Infatti dovevo pulire tutto il resto mentre la sua camera restava inviolabile. Ogni giorno c’erano almeno due paia di lenzuoli da lavare. Erano tutte macchiate di sperma e bava quindi dovevo pretrattare con uno smacchiatore. Poi reggiseno, mutande, calze e tutto il resto.
Il primo giorno fu duro. Impiegai una sera intera a sgrassare il piatto doccia, a disincrostare il cesso e pulire il lavandino.
Inoltre, quando mi piegavo, il culo mi bruciava più del solito mentre Cassio, che ogni tanto veniva per buttarmi un’occhiata, mi guardava con espressione contenta, quasi dolce.
La mattina del terzo giorno, finito di pulire il pavimento del bagno con un vecchio scopettone e uno straccio, Cassio venne a prendermi e, tenendomi per un braccio, mi spedì in camera chiudendomi dentro.
Passai lì l’intero pomeriggio, senza cibo né acqua.
Lessi un po’, quindi mi ritrovai d’improvviso col cazzo duro. Non capivo da cosa fosse causato. Mi incazzai con me stesso, cercai a lungo finché trovai un vecchio manico di spazzolone spezzato nascosto dietro il letto.
Decisi che, quella sera, dopo l’ultimo cliente, avrei affrontato la mia aguzzina e, usando il bastone, avrei ottenuto vendetta.

Venne la sera e, col cuore a mille, attesi che venisse ad aprirmi. Lo fece verso le 21.00; però, al contrario di quanto pensassi, non aprì la porta ma, dopo aver girato la chiave nella toppa, tornò nella sua stanza.
Aspettai qualche minuto indeciso, quindi afferrai l’arma, spalancai l’anta e mi recai da lei.
Appena mi vide armato, era seduta su una vecchia poltrona davanti la tv al plasma da 50 pollici, la sua espressione si incupì.
Era vestita da troia, con un body rosso di pizzo che debordava sulle tette, una culotte di vinile, calze a rete rovinate, e stivali lucidi.
Mi accorsi che, dinanzi quello sguardo deciso, davanti il volto leggermente mascolino, ora arcigno, che mi fissava con cattiveria, rimasi impietrito stringendo il bastone in mano.
“che vuoi?” chiese calma ma decisa.
Tentennai per prendere coraggio.
“dammi il mio telefono.”
“quale telefono?” chiese lei toccandosi il cazzo dentro al body. Sembrava fosse barzotto.
“il cellulare.” aggiunsi prendendo coraggio.
Lei allungò la mano dentro una borsa di pelle firmata sullo scrittoio vicino la poltrona, quindi mi mostrò l’apparecchio e, intanto, scostò il body di lato, vicino l’inguine, mostrandomi il cazzo che cresceva sempre più.
La mia volontà fece acqua. Non so se fu lo sguardo a immobilizzarmi, la paura delle sevizie, o forse il suo bastone di carne che sorgeva dal basso divenendo sempre più grosso e turgido. Restai come ipnotizzato dalla cappella che assumeva quella strana forma simile a un fungo sferico. Si, forse era quello: simbolo di virilità, di potere…
“vuoi il cellulare?” ammiccò lei cominciando a segarsi. “devi guadagnartelo, bela puttanela.” aggiunse indicandomi il cazzo col dito indice della mano in cui teneva il cell.;
“avanti.” continuò invitandomi chiaramente a inginocchiarmi dinanzi a lei.
“no.” sussurrai cercando di oppormi ma, inspiegabilmente, la mia mano aveva mollato il bastone.
Lei si alzò di scatto, mi afferrò per una mano, e mi tirò giù, in ginocchio, dinanzi alla verga pulsante.
Il mio sguardo era basso. Avvertivo milioni di farfalle nello stomaco e una sensazione di stupore, di dolore diffuso al petto. La mente era vuota, quasi fossi ubriaco; poi, con sorpresa, mi accorsi che, dentro ai pantaloni, anche il mio cazzo era duro e tirato.
Lei allungò la mano col cellulare, toccandomi il cazzo sotto la stoffa. Volevo prendere il telefono con uno scatto e fuggire, ma il corpo non obbedì al comando della mente e rimasi in ginocchio, sconfitto.
Cosa mi stava accadendo?
“ammore, fai il tuo dovere e ti darò il cellulare per chiamare la tua erragassa.” promise mentre, con la mano ormai libera, mi prendeva la testa spingendomi sul membro.
Mi trovai con la canna del cazzo schiacciata sulle labbra senza sapere cosa fare.
“lecca.” mi aiutò lei.
Tirai fuori la lingua chiudendo gli occhi. Mi faceva schifo quell’arnese. Puzzava di piscio e sborra…
Eppure aprii la bocca e cominciai a leccarne la carne scura.
Lei mi spinse la testa giù fino alle palle, e mi trovai in bocca lo scroto perfettamente depilato. In realtà non ero io a leccare: io avevo solo la lingua fuori dalla bocca, ed era lei a spingermi la testa su e giù, da un lato all’altro, finché le sue palle non furono umide al punto giusto; quindi mi fece staccare dal cazzo mentre un filo di bava legava la mia lingua ai suoi grossi testicoli, mi fissò in volto per un momento con uno sguardo pieno di dominio e lussuria, poi mi costrinse con forza a calare la bocca sulla cappella nuda.
Cercai di oppormi ma fu inutile. Desistetti quasi subito e accolsi il primo cazzo nella mia gola vergine.
Facevo fatica a farlo entrare tutto, mi strozzò quasi con due o tre affondi potenti, tenendomi per i capelli, quindi, come la volta precedente, scaricò la sua sborra dentro di me, stavolta nella gola.
“engoia.” ordinò tenendomi la testa con le mani.
Non avevo la forza di oppormi: il sapore, l’odore, erano orrendi. La situazione era spaventosa. Ingoiai i 5-6 spruzzi di sborra densa, quasi solida, cercando di farli sparire quanto prima dalle mie labbra.
Ingoiai quasi tutto.
Restammo così per alcuni minuti finché lei mi staccò dal cazzo moscio che tenevo ancora in bocca, assolutamente annichilito. Mi staccò e, felice come non mai, si chinò a darmi un dolcissimo bacio.
Ne sono sicuro: fu lì che mi innamorai di Cassio, Claudio Armando Herrera Hernandez, classe 1980.