i racconti di Milu
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“L’altro giorno m’hai ribadito che non t’importa un cazzo di Venezia e che l’unica cosa essenziale è trovare un po’ di tempo per scopare con me”.

Eugenio sorride nel tempo in cui mi riferisce porzioni della conversazione astrusa, sboccata e scurrile avvenuta la notte prima, ogni tanto stacca le mani dal volante e gesticola energicamente per accompagnare le parole. Io che ho sempre avuto paura di morire giovane trattengo il fiato, finché lui non ritorna a concentrarsi e a prestare attenzione alla guida, per il fatto che guidare in realtà a centosessanta chilometri orari nella corsia di sorpasso mi sembra un opportuno quanto confacente motivo per non distrarsi e per non divagarsi troppo:

“Ho detto proprio così? Con queste parole?” - replico frattanto io visibilmente dubbiosa e ovviamente incredula.

Io mi sento un po’ in imbarazzo sentendomi confusa e turbata, non certo per aver adoperato un linguaggio sboccato e volgare, tutt’altro, perché in quell’occasione io sono rimasta in compagnia di Eugenio fino alle quattro del mattino al telefono, dal momento che al presente non ricordo quasi più nulla di ciò che ci siamo detti:

“Sì, hai usato queste parole esatte. Posso chiederti quanto hai bevuto ieri sera alla festa?”.

“Oddio, qualche aperitivo, un paio di bottiglie di vino, diversi liquori verso fine cena, insomma indubbiamente troppo per me”.

Sì, troppo, perché a volte non mi contengo, dato che non posso farci nulla. Gli eccessi di cibo, d’alcool e di sesso mi rassicurano, in quanto sono l’unico modo che ho per capire che esisto, che sono concreta, reale e sostanziale, perché niente riesce a scuotermi più d’un orgasmo, quando la nausea attanaglia la gola e la mente è rarefatta, così come le carezze di quello sconosciuto ieri sera nella toilette del locale. Non ricordo il suo volto e nemmeno il suo sapore, però vedo ancora le sue mani riflesse nel grande specchio che m’agguantava, io stavo lì ferma e immobile, pigra come un gatto assonnato ascoltando i suoi tocchi mentre gemevo.

“Ho goduto mentre mi parlavi, eri molto provocante. Avrai anche bevuto troppo, eppure t’ho trovato incredibilmente deliziosa ed eccezionalmente piacevole. Eri davvero un’adorabile e squisita troia”.

Io conosco donne che s’offenderebbero inalberandosi a morte dopo una frase del genere, invece in quel frangente sorrido lusingata cercando di sbirciare negli occhi verdi di Eugenio nascosti dietro gli occhiali da sole. Lui ha deciso di farmi visitare Venezia poiché non ci sono mai stata prima, solamente per pigrizia e per trascuratezza, giacché da casa mia s’arriva in un paio d’ore di viaggio con l’automobile. Nel frattempo che percorriamo il ponte che divide la terraferma dalla laguna, quasi mi si ferma il cuore, la giornata è serena, eppure una leggera foschia dilata ogni cosa rendendo il paesaggio manifestamente fiabesco e irreale.

L’imbarcazione con i remi che Eugenio ha noleggiato s’insinua agile e leggera anche tra i canali più angusti, mentre guardo estasiata le facciate dei palazzi con i loro scorci spettacolari, lascio che lui mi massaggi le spalle. Eugenio sa sciogliere anche le tensioni più ostinate visto che mi sa calmare. Spruzzi d’acqua frattanto mi solleticano il volto, l’odore salmastro m’intenerisce, io che ho sempre detestato il mare qui sono costretta a ricredermi. La piazza San Marco è vicina, ci prepariamo a rimettere piede sulla terraferma e scopro con gradita sorpresa che stare sulla barca non è poi così differente dall’essere ubriaco, in quanto si perde il senso dell’equilibrio e lo stomaco diventa pesante. Poi scoppio a ridere quando inciampo nella scaletta e quasi finisco in acqua, per il fatto che soltanto un intervento opportuno frena la mia caduta e m’impedisce il tuffo, ancora una volta mani sconosciute e la mia testa confusa, perché l’addetto all’attracco mi guarda divertito e mi salva per un pelo.

All’improvviso scelgo d’istinto, scarto la Basilica e decido per il Palazzo Ducale. Sono in una delle piazze più famose del mondo, un’orchestrina suona un noto tango argentino e devo decidere che cosa visitare, giacché so molto bene che non ci sarà il tempo né la voglia per recarsi in tutti i luoghi più espressivi, così mi lascio attrarre dalle vicende dei dogi e dalle cortigiane perché prediligo sempre il profano al sacro. Le stanze sono ampie, però l’atmosfera è dolorosa, troppi soffitti dorati e pesanti che Eugenio deve farmi notare ogni volta, perché il mio sguardo s’ostina distendendosi sempre e soltanto ad altezza d’uomo. Legni scuri, antichi e odorosi, qui dovrei percepirne la storia, prestare più attenzione, eppure non riesco a trarre piacere da questi luoghi, Soltanto pochi dipinti in verità mi colpiscono: gl’inferni e i paradisi con i loro mostriciattoli deformi e i loro angeli splendenti. Visionario, mistico o paranoico? Non saprei dire, tuttavia sono certa che anche lui abusasse d’alcolici, perché basta guardare i suoi quadri per rendersene conto.

Nelle prigioni invece rifiorisco, rinasco, dal momento che saltello come una bambina scimunita appena oltrepasso il Ponte dei Sospiri. Io ho sempre avuto un discreto senso del macabro e dello spettrale, poiché mi è rimasta la tipica crudeltà e la ferocia infantile. Non penso alla sofferenza passata per queste celle umide, m’aspetto soltanto d’incrociare il lupo cattivo dietro a ogni angolo, come se fosse un gioco, come se fosse stato tutto finto e nessuno fosse rimasto a marcire lì dentro. Sento l’acqua fuori che scorre, rubo un cucchiaino d’argento e l’infilo svelta nella borsa in un momento in cui i camerieri sono impegnati a un altro tavolo. Entrambi stiamo bevendo il tè delle cinque alla caffetteria dell’hotel Danieli, in quanto questo posto l’ho visto soltanto nei film e già mi sento inadeguata. Probabilmente noto solamente io l’intransigenza e la severità d’ogni sguardo che mi si posa addosso, giacché nessuno fa veramente caso alle mie scarpe logore e ai miei capelli in disordine, forse è il segno della stanchezza per la notte virtuosa trascorsa, in quanto non è poi così evidente, però io li sento pesare sul viso, dato che mi pulsa nelle tempie.

Cerco sennonché di parlare con la voce bassa, provo a non muovermi troppo, sto dritta con la schiena, eppure è una tortura insopportabile, così m’accascio sul divanetto e mi concentro unicamente su Eugenio, sui suoi occhi chiari e il suo sorriso sincero. Lui in modo calmo mi sussurra in un orecchio che una bella persona come me merita solamente le cose migliori. Io non credo mai ai complimenti che mi giungono, però questo è proprio ciò che avevo bisogno di sentirmi dire. Vorrei tanto lasciarmi andare, abbassarmi tra le gambe di Eugenio, slacciargli i pantaloni e tenere tra le labbra il suo cazzo carnoso, però mentre passiamo con l’imbarcazione sotto i ponti e vicino agli scali dei vaporetti c’è sempre un omino con gli occhi a mandorla pronto a fotografarci o a filmarci con una telecamera palmare. Il mio lato esibizionista non arriva a tanto. Dovrò aspettare, per adesso è sufficiente farsi cullare dal lieve moto ondoso che lambisce la barca e dalle carezze di Eugenio che sfiorano me. Il riverbero dell’acqua mi stordisce e allo stesso tempo mi rassicura, perché potrei addormentarmi felice in questo momento mentre saluto Venezia e la laguna:

“Sto davvero bene, anche se non ho ancora capito che cosa stiamo facendo”.

Eugenio parla piano, adesso è nudo di fianco mentre m’abbraccia, siamo stesi sul letto da ore senza fare l’amore e senza il bisogno di riempire i nostri silenzi a tutti i costi. Non ho ancora toccato il suo cazzo, non l’ho nemmeno sfiorato con le labbra, m’accorgo che questa calma che mi pervade risulta essere incredibile e inverosimile, richiede tutta la mia attenzione, in quanto devo ascoltarla, così come s’ascolta una canzone lontana che arriva debole attraverso la nebbia e che supera lo spazio e il tempo. In principio quest’ultima si percepisce confusa, distorta e smorzata, però con un po’ di concentrazione la melodia diventa più chiara, le parole si dipanano acquistando senso. In questo momento non m’importa di godere, poiché non sento la necessità di far godere lui.

Io non ho la premura né l’urgenza di dimostrare quanto valgo a letto, di quanto so essere porca, qua ci sono io con le mie debolezze senza veli e non la rappresentazione di ciò che ci s’aspetta da me, perché è solamente assecondando e sostenendo la musica che ho in testa, via via sempre più sincera, che salgo sul corpo di Eugenio in quanto lascio che la mia pelle aderisca il più possibile alla sua, perché aggancio il suo sguardo limpido e lucido e inizio a muovermi lenta come un’onda quieta.

Io mi sento fatta d’acqua, colgo d’essere costante e fluida, quella stessa acqua che m’ha accompagnato per tutta la giornata, la stessa acqua di cui è fatto Eugenio, liquido, paziente e sereno, perché è con l’impeto d’una marea che i nostri respiri diventano corti, che al mio movimento s’aggiunge il suo, per il semplice fatto che in questo modo non ci sconcertiamo né ci stupiamo di rimanere senza fiato bagnati del nostro piacere, perché nell’acqua si può anche annegare.

Io vorrei portarmi a casa il suo profumo, auspicherei che le tracce del suo seme si fondessero definitivamente con la mia pelle e spasimerei che il suo piacere restasse sempre parte di me.

Al momento Eugenio aspetta fuori dalla porta, io sono sotto la doccia da sola che accolgo ascoltando le gocce tiepide che m’accarezzano il corpo, poiché tutto viene risciacquato via.

{Idraulico anno 1999}