i racconti di Milu
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Sopra la finestra, nella debole penombra, quelle lunghe tende candide sembravano fatte dello stesso tessuto di pizzo, così come quei numerosi indumenti intimi sparsi dappertutto per la camera. Io ero appena entrato nella sua stanza da letto, dal momento che il pavimento era seminato di scarpe e di calze per terra, le valige erano ancora aperte e disfatte, abbandonate quasi certamente dalla sera prima come per un’indecisione o quasi certamente per una netta rinuncia, nei riguardi di che cosa portare con sé e che cosa lasciarsi appresso in quanto reputato eccedente.

Il ricordo di quelle inaudite e mirabili notti, trascorse ciononostante di nascosto con lei, m’avevano eccezionalmente rivitalizzato l’esistenza, dal momento che non lo avrei in nessun caso auspicato né sperato. Un pomeriggio, infatti, in modo inatteso, in assenza dei miei genitori, la zia Dina per placare la mia libidinosa lussuria m’aveva lucidamente ammansito e logicamente deliziato regalandomi un prodigioso pompino, io parevo volteggiare per quell’evento, in quanto non comprendevo più nulla, nel mentre gli schizzi della mia abbondante sborrata finale terminavano sulle sue tette. A ben vedere, invero, nonostante la sua età, essendo più che sessantenne lei era ancora attraente, lasciva e voluttuosa, perché in tantissime occasioni io mi ero focosamente masturbato da solo pensando in maniera fervida ed entusiastica al suo corpo e alla sua pelosissima nera fica, sborrando in conclusione in modo intenso la mia appassionata, densa e vivace esuberanza sulle lenzuola nel letto. Io vagheggiavo in modo incontinente e sfrenato, viaggiando bramosamente con la fantasia di sborrarle addosso appena mi fosse capitata sotto le grinfie inondandole la fica, il culo e le tette con la mia appassionata e irruenta linfa vitale. In verità io avevo adocchiato in diverse occasioni la sua deliziosa fica, spiandola dalla porta della camera da letto quand’era ospite dai miei genitori, poiché la zia Dina la lasciava premeditatamente socchiusa quando s’accorgeva che io mi trovavo nei paraggi. Lei aveva trascorso all’epoca un breve periodo di convalescenza di due settimane presso la nostra abitazione, in ultimo appositamente consigliata e deliberatamente spronata da mia madre per riprendersi da una frattura incappata al piede.

In quella circostanza la vestaglia di seta bianca di zia Dina era appesa a un manichino di stoffa nero con una spallina calata, malgrado io avessi come di consueto bussato, lei non aveva pensato di ricoprirsi al mio ingresso tenuto conto che era lì seminuda, vestita a tratti solamente dalle lenzuola. Comodamente distesa a pancia in giù lasciava la schiena bruna illuminarsi da un rigo di sole e le gambe fuoriuscire nell’intermezzo delle lenzuola che coprivano le natiche. Le cosce comunicavano insieme accoglienza ed elogio, palesemente incurvate e vistose, poiché erano proprio quelle d’una donna che aveva a questo punto assorbito la carnosità dell’età. L’età di mia zia, difatti, si vedeva in alcune smagliature della pelle e nel colore: una tinta di cera scura, lucida di crema, a tratti incisa di misteriosi segni, di tracce e di ricordi, però sotto il ginocchio le gambe apparivano perfette con un piccolissimo piede dalle dita raccolte. Lei mi guardava attentamente in silenzio con un’espressione di rimpianto e di rincrescimento, io avrei preferito non mostrarle il mio malumore, con tutto ciò neppure questa volta seppi trattenermi:

“T’ho detto tante volte di non ricevermi così mezza nuda” – dissi io, con un leggero dispetto senza guardarla. Lei mi rispose in maniera lievemente insofferente ma senza rancore:

“Che nipote rigoroso che mi ritrovo, però, non credevo”.

Non badando al mio disappunto, lei contrariamente dissentì, invece di tirarsi su un lembo della coperta sul corpo, si voltò lasciando per un attimo di tempo il seno nudo, coprendolo poco dopo appena con l’avambraccio:

“Allora, sei pronta per partire?” - gli manifestai io con bonaria impellenza.

“In realtà no, non mi sento pronta, perché mi sento del tutto inadeguata né all’altezza”.

“Inadeguata? Per quale motivo?”.

“Non lo so, francamente ci pensavo già da ieri sera mentre preparavo le valigie. Sai, da una parte ho sempre desiderato ciò che sta avvenendo, però da un altro punto di vista mi sento fuori luogo, mi sento fuori tempo, ho paura, una certa recondita apprensione”.

“Allora è per questa ragione che le valigie si trovano ancora in questa condizione? Sì, va bene, ma poi in conclusione hai timore di che cosa?”.

Io iniziai a raccogliere gl’indumenti da terra per posarli sulla cima del letto poco sotto i piedi di zia Dina, cercando di riconoscere ogni indumento per attribuire una classificazione ai capi smarriti.

“Ho paura di fare ingresso nella tua vita, d’infastidirti, d’indisporti, di finire con il procurarti grattacapi e noie varie”.

“Dai zia, su smettila, non so che cosa ti possa far pensare questo”.

“Per esempio al tuo e al mio carattere. Tu hai mai giudiziosamente riflettuto sulle evidenti differenze?”.

“E sentiamo, quali sarebbero queste disuguaglianze?”.

“Tu sei molto fazioso e intollerante, mentre io al contrario sono del tutto benevola e libertina. Tu sei un uomo molto ardito e risoluto, io viceversa sono piena di fragilità e d’insicurezze”.

“Sì, è vero, malgrado ciò non consideri il fatto che io sia anche molto indulgente, in quanto se c’è qualcosa che non va sai bene che la dico direttamente e senza mezzi termini”.

“Sì, è chiaro, questo è vero, però non puoi negare che alcuni miei atteggiamenti e alcune maniere t’infastidiscano”.

“Ad esempio, quali altre?”.

“Una è l’eventualità di dormire fino a tardi e non farmi trovare pronta”.

In quel frangente non riuscii a fare a meno di sorridere, poiché in quella risposta zia Dina lasciava smascherare rivelando apertamente il sentirsi in difetto con una vaga ricerca d’affetto e di benevolenza, poi stemperando l’argomento in tono addolcito le enunciai:

“Bene, vedremo ben presto di rimediare. Che cosa ne dici adesso di vestirti?”.

“Sì, certamente, subito. Passami la sottoveste sul manichino”.

Lei l’indossò lasciando liberi quei seni pallidi, poi in maniera sciolta s’alzò lasciando alzare l’orlo che svelò per un attimo l’intimità gonfia, pelosissima e scura dell’inguine. Attraversò in punta di piedi la camera, raccolse al passaggio dalla seggiola la vestaglia nera gettandosela sulle spalle, infine aprì l’uscio del bagno e scomparve. Io mi diressi verso la finestra per spalancarla, l’aria di fuori era ancorata e tiepida, tuttavia mi sembrò di provare un sollievo acuto, un odore di pulito che penetrava nella camera per toccare ogni oggetto smaliziato. Mi trattenni per un lunghissimo istante nel considerare quest’aspetto squadrando quel cortile incolto e maltenuto, infestato e perennemente invaso da quegli erbaggi rialzati cresciuti in eccesso, che accerchiavano le aiuole cresciute a dismisura attualmente abbandonate e trascurate. Ancora una volta un senso d’abbandono, di desolazione e d’incuria mi colpirono, poco dopo l’uscio del bagno s’aprì, lei m’apparve sulla soglia in vestaglia, giacché parandosi gli occhi con un braccio esclamò:

“Chiudi, tappa quella finestra, come puoi sopportare questa luce così forte”.

Io andai prontamente a regolare la persiana, poi m’avvicinai a zia Dina prendendola per un braccio, la feci accomodare accanto a me sul bordo del letto e le domandai armoniosamente:

“Dimmi zia, quest’oggi sono abbastanza curioso. Come fai a sopportare questo disordine?”. Lei mi guardò imbarazzata e in maniera incerta replicò:

“Non so come avviene. Dovrei ogni volta che mi servo d’un oggetto rimetterlo al suo posto, però in qualche modo non riesco mai a ricordarmene”.

“Ogni cosa ha la sua maniera d’essere degna, dovresti avere un’adeguata cura e una custodia consona degli oggetti, così come ce l’hai verso la tua persona”.

Tutto questo lo dicevo stringendole la mano, lasciandole intendere quello che voleva essere un implicito complimento alle cure che aveva verso sé stessa. Con la mano libera lei reggeva in aria una stampella dalla quale pendeva un vestito. Per un momento mi parve di scorgere in quegli enormi e luminosi occhi verdi quasi un consapevole compiacimento: le labbra, infatti, ebbero un leggero tremito, un vistoso rallegramento chiuso da un morso, per il semplice fatto che gli occhi diventarono leggermente lucidi, poi improvvisamente un’espressione irritata scacciò ogni commozione e prontamente esclamò:

“Tutto quello che sono e che faccio non ti piacerà, lo so. Probabilmente mal sopporterai i miei modi tollerando poco persino i miei vestiti, subirai il mio disordine e adesso lasciami altrimenti non mi vestirò più” - concluse ritirando bruscamente la mano.

Io non dissi nulla, lei andò davanti agli sportelli dell’armadio, si liberò della vestaglia che lasciò cadere in terra, poi di spalle ritirò il braccio destro all’interno della bretella facendo poi il medesimo gesto con la sinistra, a tal punto che la sottoveste cadde per terra scoprendo in tal modo tutto il suo corpo nudo. Zia Dina aprì l’armadio, prese un vestito a fiori che portò al corpo guardandosi davanti allo specchio dello sportello e si voltò verso me; in quel momento il vestito le copriva il corpo, ma una gamba allacciava la parte inferiore mostrandosi ancora scoperta e sensuale:

“Ti piace?” - domandò lei attratta e incuriosita.

Io non dicevo nulla mentre la fissavo in modo serioso quasi sostenuto:

“Sempre con quell’aria d’indifferenza e di distanza” - ribadì lei in maniera allusiva.

La zia Dina in maniera seccata si chinò verso il cassetto per afferrare delle calze e la biancheria, si vestì di corsa prendendosi tempo solamente per indossare le calze e saltellando s’infilò due paia di scarpe, tra le tante sparse sul pavimento.

“Adesso usciamo un attimo” - disse, prendendo una borsa dal cassettone e avviandosi verso la porta.

“Dove vorresti andare?”.

“Facciamo due passi e parliamo ancora, Sei proprio certo di volermi portare con te in città?”.

Io non le diedi alcuna risposta, eppure conoscevo compostamente le mie depravate intenzioni e convenientemente la mia decisione finale, in quanto avevo anche dimestichezza nei suoi lussuriosi proponimenti e nei suoi sfrenati e vogliosi intenti.

“Dai, vieni che andiamo a passeggiare” - che dopo ce la godiamo al meglio.

In quel contegno iniziammo a scendere le scale, lei m’afferrò sottobraccio con entrambe le braccia poggiando agiatamente il capo sulla mia spalla, chiaramente contenta e soddisfatta di proseguire la nostra amabile, garbata e dissoluta connivenza.

{Idraulico anno 1999}