i racconti di Milu
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La luce di questa mattina è pulita e scintillante come il cristallo, dato che non si contraddistingue neppure la linea dell’orizzonte perché si fonde con il turchese del cielo formando quasi un semicerchio, quasi un tutt’uno con il mare che pacifico riposa ancora. Non c’è una nuvola, non una sfumatura in mezzo a tutto questo colore così infinito, solamente un volo di gabbiano dalle lunghe ali bianche con il profumo della salsedine e dell’aria ancora fresca sulla mia pelle e questa luce strana.

Io cammino lentamente respirando tutto lo splendore che ho attorno di quell’avvolgente e meravigliosa natura dai riflessi chiari e selvatici. Il lino del vestito blu mi stringe addosso spinto dalla brezza mattutina, mostrandomi le gambe abbronzatissime e lisce di chi fa del mare la sua seconda pelle, poiché rimane molto tempo da sola trascorrendo l’estate e parte della vita in una piccola casa, distante a pochi metri dal quel mare che dà un senso a tutto il mio essere.

Lentamente decido di proseguire verso la diga verso quegli scogli alti e bianchi, immaginando di rimanere lì tutta la mattina giocando con il sole, perché la musica che ho dentro ha il sapore dell’eternità. Nel frattempo m’accomodo fra tre pietre lineari e lisce, in parte corrose dal vento dal sapore salato stendendo la spugna con dei gesti lenti quasi antichi. Oggi non ho fretta, il sole mi scalda il viso e le mani, chiudo gli occhi e respiro forte. In quell’istante sento a un tratto una voce che recita parole che non capisco al primo ascolto, inizialmente sembra un canto o una sorta di suoni ripetuti, cosicché alquanto incuriosita mi sporgo sotto a un gruppo di pietre più sporgenti che quasi toccano l’acqua, perché il suono di quella voce proviene da lì. Distinguo una donna che legge a voce alta un piccolo libro, la sua voce è calma, indiscutibilmente profonda che sembra davvero una musica. Io rimango là immobile nell’osservare quella creatura che sembra non avermi vista, mentre cerco di capire il significato di quella cantilena che accompagna i suoi occhi color nocciola. Lei si gira, mi vede e a quel punto io le annuncio:

“Perdonami, mio malgrado t’ascolto” - le comunico io. Lei mi guarda e sorridendomi divulga:

“T’aspettavo” - mi risponde lei in modo pacato.

In silenzio mi porge la mano, la sua è un’impugnatura leggera ma vigorosa allo stesso tempo che profuma d’ambra, lei ha i capelli scuri e lo sguardo tinteggiato di giada. Indossa una tunica bianca, ai polsi porta dei grossi bracciali di rame, in quanto mi ricorda una dea greca dalla pelle color scura, le braccia lisce e arrotondate che attualmente m’abbracciano tenendomi stretta a lei:

“Ascoltavi la mia nenia?” - mi chiede lei coinvolta e interessata.

“Sì, lo ammetto” - le rispondo io con sincerità. Il cuore mi batte forte, l’emozione è altissima, perché al presente il mio sguardo è incredibilmente sensuale e azzardato.

“Recito cose che scrivo, versi dettati dalla mia anima e dalla mia lingua. Ascoltami pure se vuoi” - mi dice lei proseguendo.

Il suono della sua voce era uno strumento a fiato. Continuò così la lettura di quella composizione, che ancora oggi mi risuona nel cuore caldo e avvolgente come quel primo abbraccio, complice la luce di cristallo di quella mattina, lei alza lo sguardo, m’osserva con attenzione e mi comunica:

“Io mi chiamo Loussig”.

Dopo si toglie la tunica bianca e rimasta nuda si tuffa dentro il mare per poi riemergere molti metri più in là. Io la seguo, la spuma delle onde mi avvolge e la raggiungo alla svelta, lei m’afferra per le spalle e mi spinge sott’acqua ridendo:

“Questo è perché ascoltavi la mia voce” - dice.

Lei mi tiene senza fiato giocando contro la mia resistenza che ancora non conosce. Dopo risaliamo avvolte dal sole, in silenzio Loussig riprende la sua lettura, mentre io mi sdraio poco lontano da lei con il desiderio che già si spinge oltre il lecito. Da dove provenisse quella donna così misteriosa e bellissima non potevo sapere né immaginare l’esistenza, sebbene il villaggio che ci ospita è abitato unicamente da poche anime non l’avevo mai vista prima d’ora, non avevo mai osservato i suoi occhi magnetici né il bianco delle sue tuniche di lino e di seta. Com’è stato possibile?

L’immagine di lei è come quella di un’antica e valente guerriera, equilibrata, saggia, sensuale, che valuta, pronta a metterti con le spalle al muro se soltanto ti guarda negli occhi. Io affronto quello sguardo con tutta la forza che la mia anima possiede, per pareggiare un conto che ho in sospeso con il mio destino. Loussig è una donna originaria del Caucaso, i suoi occhi sono d’un color nocciola chiaro con delle rigature dorate, la sua pelle è liscia e lucida scurita dal sole. L’eccellenza e la spiritualità che diffonde mi lascia senza fiato, perché mano nella mano rimango ore ad ascoltarla, intanto che racconta dello splendore della sua terra lontana e delle meraviglie millenarie che essa contiene, dei tramonti rosa e delle orchidee selvagge che la popolano. Insieme trascorriamo giornate indolenti, sfumate e gentili, da quella mattina di cristallo siamo vicine e assorte, siamo come ombre dei nostri cuori, perché il brivido che avverto appena mi tocca m’inebria facendomi vibrare. A volte i suoi occhi si dipingono di tristezza, perché colorati di grigio scrutano lontano nel rincorrere un ricordo o chissà che cos’altro.

Io rimango a guardarla, con la mia fantasia le accarezzo il viso d’ambra, la bacio piano, la stringo fra le mie braccia mentre lei s’abbandona su di me con dei gesti misurati e sobri. I nostri respiri sono all’unisono, le mani in un’unica carezza che diventa più audace e tocca là, dove tutto diventa un delirio d’orgasmi modellati in quelle stelle di quella notte d’agosto. Nella mia fantasia lei è mia. Io la posseggo e m’appartiene, io l’amo come non ho mai amato nessuna donna prima, perché nella mia fantasia io sono sua. Notti infinite d’erotismo contemplativo e incantevole, due donne che si amano distese fra dei panni di morbido lino dai colori della terra. Profonde e in special modo magiche così come i suoi occhi, che nella mia fantasia penetrano nel profondo della mia anima creando note d’immenso e d’immortale benessere.

Nella mia fantasia io l’amo con tutta me stessa, svisceratamente giorno e notte, tutte le volte che lei lo chiede, perché tutte le volte basta un solo gesto e le nostre mani si cercano con la voglia che si perde nei gemiti di piacere, eppure rimango da sola nel guardarla ascoltando il suo cuore che sincero mi parla. Loussig mi racconta di suo padre e di lei bambina, delle enormi meraviglie della Turchia, sua seconda terra e della luce che possiede, la stessa che ci ha scovato quella mattina di cristallo. Lei m’insegna a respirare correttamente e a credere nelle potenzialità d’un colore, s’avvicina e adagio m’accarezza il viso con il dito sporco di polvere di terra, sorride e mi stringe a sé. Insieme ascoltiamo la musica delle sue origini, la sera appena che il sole si è nascosto fra i suoi cuscini dorati. Io mi sono perdutamente innamorata di lei, nella mia fantasia lei è la mia sposa e nulla ci può allontanare né dividere. In ogni caso il tempo trascorre, lunghi e appaganti sono i giorni in sua compagnia, dove anche le stelle sono complici della passione che provo e che ritrovo nei suoi occhi, eppure arriva il silenzio e con esso tutto deve finire.

Alla fine del terzo mese, verso sera, quando la luce rossa del tramonto lacera il riflesso del mare ci siamo dette addio. Era scritto così, teneramente abbracciate, perdutamente e immensamente innamorate.

In piedi, sulla diga di quegli scogli alti e bianchi, il bacio che ne seguì fu di fatto un’integra bellezza, realisticamente una pura poesia, spassionatamente una virtuosa ispirazione. Loussig sparì e con lei altrettanto la luce di cristallo di quella mattina, che dettò tracciando immancabilmente il mio destino.

Oggigiorno di lei conservo pienamente il ricordo, in modo magnanimo infinitamente l’estro e la traccia, integralmente al suo magnifico e superbo profumo.

{Idraulico anno 1999}