i racconti di Milu
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È ormai quasi un anno che so che mia moglie se la fa con questo Antonio De Ponti. Non so dire perché ho permesso che la loro storia andasse avanti fino a questo punto. Forse perché tutto sommato stavo bene. Da quando l'ho scoperto, di lei non m'è importato più nulla e ho aspettato pazientemente che chiedesse il divorzio.
Non ho fatto nulla, però, per affrontare questa evenienza, a parte una certa preparazione mentale. Ero rassegnato al fatto che avremmo diviso a metà tutti i nostri averi. Lei si sarebbe tenuta la casa e i mobili (tanto il mutuo è ancora quasi tutto da pagare e sarebbe toccato a lei) e ci saremmo divisi i pochi risparmi accumulati, comprese le azioni della società per cui lavoro che soleva pagarmi così i miei bonus annuali.

Oddio, Marcella (mia moglie) è molto discreta nelle sue trasgressioni e da lei non ho mai avuto problemi. Invece la cosa grave è che questo De Ponti è un mio collega, lavora nella mia stessa azienda, anche se non siamo nello stesso reparto, e che nella scala gerarchica è un gradino più in alto di me. È un uomo belloccio, alto, atletico, non sposato. Sarebbe persino simpatico se non fosse per il suo atteggiamento arrogante e prepotente. Al lavoro non mi era difficile evitarlo: i nostri uffici erano su due piani diversi e ero costretto a vederlo solo in occasione di riunioni plenarie o assemblee.

Le cose alla fine precipitarono quando nostra figlia Martina si trasferì in Inghilterra per un master e noi restammo soli a casa per la prima volta in molti anni. Spesso queste situazioni portano a un incremento dell'attività sessuale, ma in questo caso lei era sempre troppo stanca o troppo occupata e a me non poteva importarmene di meno.

Quel sabato mattina squillò il telefono mentre lei era sotto la doccia. Non riconobbi il numero e decisi di non rispondere, pensando si trattasse di qualche seccatore, e lasciai che scattasse la segreteria telefonica, nella quale venne lasciato un messaggio:
"Signora Magnaghi? Qui è la Gioielleria Villa. L'iscrizione che ci aveva commissionato sul Rolex è pronta e può ritirare l'orologio quando vuole".

Interessante. Io non porto orologi e non ne ho mai portati. Da ragazzo sapevo più o meno sempre che ora fosse e ora con il display in macchina, lo smartphone, il pc, la radiosveglia, il microonde e il tasto sulla tv dell'orologio al polso proprio non me ne faccio nulla, anzi, mi ha sempre dato un tremendo fastidio. Nemmeno nostra figlia usa l'orologio. Quindi? Per chi è questo Rolex con l'iscrizione?

Non mi sono mai permesso di curiosare nella borsa di mia moglie, ma questa volta non ho proprio potuto farne a meno.
Trovai presto una ricevuta con la intestazione della Gioielleria Villa, che diceva: Cronografo Rolex Daytona oro rosa, quadrante verde, cinturino oro rosa, iscrizione sul retro “Marcella per sempre” . Euro 26.300 pagato con assegno Banca Intesa n. xxxxxxx.

Rimisi a posto la ricevuta nella borsa e mi versai un bicchiere di prosecco come aperitivo. Era ovvio che l'orologio non fosse per me. Marcella uscì dalla doccia e apparve in vestaglia in cucina. Scesi in cortile a lavare la macchina. Ci misi il triplo del tempo, ma ebbi modo di pensare.

Dopo pranzo Marcella mi informò che sarebbe andata a trovare la sorella che abitava al lago, in una bellissima casa dalle parti di Cernobbio.

Non vide il mio sorriso soddisfatto. Avevo bisogno di tempo per prepararmi. Ne avevo lasciato passare anche troppo.

Ritornò, calma e rilassata, la domenica pomeriggio. Cenammo senza nessun imbarazzo, ma senza quasi pronunciare parola. Quella notte dormii sul divano in sala.

Il lunedì al lavoro tutto parve normale fino a quando questo stronzo di De Ponti non cominciò a vantarsi mostrando in giro il suo orologio nuovo. Ero rassegnato a che qualcosa di simile sarebbe successa, ma non mi aspettavo che a un certo punto lui, che era stato fino a quel momento così discreto, cominciasse a rivolgermi delle occhiate di scherno e dei sorrisetti strafottenti. Un grave errore, da parte sua.

Salii all'ultimo piano, all'ufficio personale, dove ebbi modo di confermare alle Risorse Umane che avrei accettato il trasferimento a Firenze, come capo area dell'Emilia, Marche, Umbria e Toscana, malgrado l'avessi rifiutato già tre volte in passato, perché mia moglie non voleva lasciare Milano. Il trasferimento comportava la qualifica di dirigente e un sostanziale aumento di stipendio.

Lasciai l'ufficio e passai il pomeriggio tra la banca e il mio avvocato, in centro a Milano, col quale stilammo una proposta di accordo per il divorzio. Le avrei lasciato tutto, la casa (con relativo mutuo), i risparmi, i mobili e la sua macchina, ma non avrei pagato alimenti di nessun genere.

Il giorno dopo, quando mia moglie uscì per andare al lavoro, organizzai il trasporto di tutta la mia roba (vestiti, attrezzature, computer, qualche libro, qualche disco e qualche quadro) in un magazzino temporaneo e mi trasferii nell'appartamentino lasciato vuoto dalla madre di un mio compagno di liceo, appena deceduta.

Non ebbi notizie di lei fino al giorno dopo, mercoledì, quando ricevette la lettera dell'avvocato con la proposta di divorzio.

- Francesco, cos'è questa storia del divorzio?
- Lo sai benissimo, Marcella.
- Non vuoi che ne parliamo un po', prima?
- No.
- Non offri neanche una lira di alimenti. Non mi sembra giusto. T'ho dato ventidue anni della mia vita e adesso tu non mi dai nulla?
- Marcella, siamo seri. Se anche ti pagassi degli alimenti sarebbe solo fino a quando non ti risposerai e sappiamo bene tutt'e due che sarà la prima cosa che farai appena avrai ottenuto il divorzio. Firma il tuo consenso e facciamola finita con questa farsa.
- È vero che ti trasferiscono a Firenze?
- Sì. Chi te l'ha detto? - Ovviamente sapevo la risposta.
- È importante?
- A questo punto no di certo.

Ci fu una pausa nella nostra conversazione. Ripresi la parola per primo:

- Marcella, quello che ci perde in questa storia sono io. Sono stato costretto ad andarmene di casa. So della tua squallida tresca con Antonio De Ponti che dura da anni ormai. Non ho fatto niente di male, ma sono io a dover subire la punizione. Firma quelle maledette carte e continuiamo con la nostra vita ognuno per la sua strada.
- Mi spiace Francesco, non avrei voluto che finisse così, tra noi. Domani sento l'avvocato e risolviamo la cosa.


Il venerdì sbaraccai la mia scrivania. I colleghi vollero sapere cosa stesse succedendo. Dissi loro il meno possibile. Poi vollero coinvolgermi in una specie di festa d'addio ma mi negai, sostenendo di non essere dell'umore adatto.
Alle cinque avevo terminato ed ero pronto per Firenze.

Chiamai mia figlia Martina a Londra per spiegarle dell'imminente divorzio. Non è facile dire a tua figlia che divorzi da sua madre senza spiegarne i motivi. Mi sembrò dispiaciuta ma non troppo sorpresa. Credo che avesse subodorato qualcosa. D'altra parte come avrebbe potuto essere altrimenti dopo tutti questi anni?

Il mio viaggio con l'auto aziendale verso Firenze fu un calvario per me. Non facevo che pensare a quanto eravamo stati innamorati, a quanto avrei voluto invecchiare con lei e ai progetti che avevamo fatto per quando saremmo stati in pensione. Invece ora mi sentivo vuoto e solo, senza prospettive e senza futuro. Non sarei invecchiato con lei. A quel punto non m'importava nemmeno di diventare vecchio, sinceramente. Se uno di quei TIR che sorpassavano ondeggiando paurosamente sulla Cisa mi avesse spazzato via non mi sarebbe nemmeno troppo dispiaciuto.

Marcella non aveva pronunciato neanche una parola di scuse, anzi, nemmeno aveva ammesso la tresca. Com'era possibile che mi trattasse come un imbecille? Un uomo può andare in confusione pensando troppo a queste cose. Accesi la radio per distrarmi, dopo il Cantagallo. Chi cazzo è Lady Gaga?

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Il nuovo lavoro fu una passeggiata. Per uno con la mia preparazione ed esperienza affrontare i problemini fiorentini era una cosa semplice, quasi rilassante. Anche i miei dipendenti avvertivano la mia competenza e la mancanza di preoccupazione, cominciarono a fidarsi di me e in breve si instaurò un ottimo rapporto. Mi trovai un appartamentino ammobiliato a Firenze, non lontano dal centro, con l'aiuto dei nuovi colleghi.

Rimasi in contatto con mia figlia, che mi rivelò come questo maledetto De Ponti si fosse trasferito a casa mia, con mia moglie, meno di una settimana dopo la mia partenza. E lei non ne era affatto contenta.

Intanto Marcella aveva dato il suo consenso a tutte le condizioni che avevo posto nella causa di divorzio e aveva firmato un documento consensuale che il giudice non avrebbe fatto altro che approvare. Avevamo usato un solo avvocato e ora non dovevamo far altro che aspettare.

Tre settimane prima del giorno previsto per la sentenza che avrebbe ufficializzato il nostro divorzio, mi imbarcai per una crociera nel Mediterraneo. Io odio le crociere e soffro il mal di mare, ma questa era necessaria. Qualche giorno prima di partire, a Genova incontrai un paio di amici, vecchi compagni di liceo che avevano preso delle brutte strade, ma che coi quali ero rimasto amico. Offrii loro da mangiare, poi andammo a bere e ci divertimmo anche in altri modi che non vale la pena di approfondire, sempre a mie spese. Ma per gli amici questo ed altro. Giusto? È sempre bello avere degli amici.

La crociera durò dieci giorni. Due palle... non so cosa mi irritò di più: se la pessima cucina, sempre uguale o gli altri passeggeri, chiassosi, volgari e ficcanaso. Per fortuna un paio di signore single ebbero modo di manifestare la loro simpatia nei miei confronti e mi sentii in dovere di ricambiare dando loro ciò che cercavano in me. Almeno mi aiutò a passare il tempo.

Quando tornai a casa, a Firenze, trovai qualcuno ad aspettarmi. Due agenti della polizia di Stato. Il corpo di Antonio De Ponti era stato trovato nel Seveso maciullato da quella che pareva una battuta con tubi di ferro tipo Innocenti. Innumerevoli fratture e organi interni spappolati. Gli assassini pareva che si fossero accaniti sul viso e sui genitali ridotti a grumi sanguinolenti e venne riconosciuto solo dalle impronte digitali.
Il portafogli era sparito così come l'orologio. Gli investigatori da principio pensarono perciò a una rapina, ma risultò che mia moglie avesse fatto il mio nome come uno dei possibili autori dell'aggressione, e per quello i due agenti mi aspettavano sulla porta di casa, ma mi ci volle poco più di mezz'ora per dimostrare che mentre Antonio veniva ucciso io ero dalle parti di Atene.

Intanto il mio telefono era gonfio di messaggi. Marcella sapeva che ero in crociera perché Martina, mia figlia, glie l'aveva detto. Eppure aveva cercato di chiamarmi innumerevoli volte. Uno dei messaggi era di Martina, che voleva parlarmi. La chiamai.

- Martina, sono appena tornato, Ma cos'è successo?
- Nessuno sa niente di sicuro. La mamma è in piena crisi di nervi. Una sera Antonio non è tornato a casa e la mattina dopo hanno trovato il suo corpo nel Seveso, mezzo mangiato dai topi. Dicono che l'hanno selvaggiamente picchiato con dei tubi di ferro, rompendogli quasi tutte le ossa delle braccia e delle gambe, senza parlare di cosa hanno fatto ai suoi genitali, ma il colpo che l'ha ucciso è stato sferrato alla nuca.
- Quando è successo?
- Giovedì scorso.
- Beh, io non c'entro. Ero dalle parti di Atene. Stavo arrivando al Pireo.
- La mamma però dice che tu devi per forza essere in qualche modo responsabile. Anche se non ci sono prove.
- Figurati. Ho ricevuto stamattina la visita di due poliziotti che sono rimasti soddisfatti del mio alibi. Almeno credo. E sai per caso perché la mamma mi sta cercando? Cosa vuole da me?
- La mamma è rimasta doppiamente fregata: senza marito e senza amante. Vuole vedere se non ci sia modo di fermare il divorzio. Pensi che si possa fare?
- Ormai no. Tanto meno senza la mia approvazione. Mancano solo pochi giorni alla sentenza.

Avrei dovuto far durare la crociera una settimana ancora. Avevo sbagliato a tornare così presto. Marcella mi chiamava in continuazione e anche il suo avvocato, ma io lasciavo che i messaggi finissero tutti nella casella vocale, senza neanche ascoltarli.
Cercarono di mandarmi anche ingiunzioni dal Tribunale in ufficio, ma con l'aiuto della segretaria riuscivo sempre a evitare di incontrare di persona l'ufficiale giudiziario e non poterono consegnarmi mai gli avvisi.

Prenotai un albergo a Saint Moritz e passai gli ultimi tre giorni prima della sentenza in Svizzera, fuori dalla portata di Marcella e dei suoi avvocati.

Non ebbi più notizie dalla polizia circa l'assassinio di Antonio De Ponti. Strano. Alla fine l'investigazione pare che terminò in un nulla di fatto e venne abbandonata.

Mia figlia Martina mi chiamò per farmi gli auguri per la nuova vita che stavo per intraprendere come divorziato e mi raccontò come sua madre fosse molto preoccupata al rendersi conto che avrebbe dovuto fronteggiare severi problemi economici, senza un uomo accanto.
Mi venne da sorridere sotto i baffi (senza che Martina se ne accorgesse, in fin dei conti si tratta sempre di sua madre...) e la salutai.

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Non seppi più nulla di Marcella per i successivi due anni. Vedevo sempre mia figlia, almeno un paio di volte al mese, ma entrambi cercavamo di evitare l'argomento “Marcella” con molta circospezione. Sapevo solo che la banca si era ripresa la casa perché lei non era riuscita a far fronte alle rate del mutuo e che era stata assunta come precaria alla Oviesse come commessa-cassiera. Il De Ponti aveva due robuste assicurazioni sulla vita che nominavano sua madre come beneficiaria, ma evidentemente la vecchia non era il tipo a cui piacesse condividere.

Io ero uscito qualche volta con qualche signora conosciuta al lavoro o in palestra, ma tutto sempre si era risolto in una bolla di sapone.

Verso fine anno, poi, Martina mi annunciò che l'anno successivo, in maggio si sarebbe sposata con Flavio, il suo fidanzato storico, ora che entrambi avevano trovato lavoro. Avevo incontrato il ragazzo diverse volte e mi pareva un ottimo partito, serio e affidabile, lavoratore e dalle idee chiare. Inoltre milanista come me...

Avrei dovuto farmi carico di buona parte delle spese per il matrimonio, ovviamente, e avrei accompagnato la sposa all'altare, come prevede la tradizione. La cerimonia si sarebbe tenuta in una chiesetta solitaria su una collina in provincia di Piacenza, vicino al paese di origine dei genitori di lui. A mia figlia spiegai di non aver problemi a recitare la mia parte purché non dovessi in nessun modo interagire con la mia ex moglie. Accettavo che lei fosse presente al matrimonio, ma non volevo sedermi accanto a lei, né in chiesa, né al ristorante, né in nessun altro posto. E nemmeno essere presente in nessuna foto in cui ci fosse anche lei.

Martina acconsentì, per paura di vedere il suo matrimonio rovinato, e mi disse che l'accordo stava bene anche a sua madre.

Avvicinandosi la data del matrimonio, cominciai ad avvertire che il lato selvaggio e malefico di me faceva capolino.

Il matrimonio fu una meraviglia. La giornata magnifica, gli ospiti allegri e chiassosi, la sposa un incanto. Nessuno notò che io e la mia ex facevamo di tutto per evitarci, ma io mi accorsi che era insieme a un tizio sulla cinquantina che non avevo mai visto (un amico, un collega, il suo nuovo fidanzato?), che cercava di dissimulare il fatto che accompagnasse mia moglie standole a distanza, ma senza mai perderla di vista.

Al momento del pranzo, io stavo seduto all'estrema sinistra del tavolo e Marcella, affiancata dal suo accompagnatore, all'estrema destra. Quindi venne il momento per il padre della sposa di dire due parole.

Feci un breve augurio agli sposi e un ringraziamento a tutti gli intervenuti, con un brindisi finale, una cosa semplice e poco significativa. Più interessante il fatto che sebbene io non sia mancino, alzai la flûte di champagne con la sinistra e la manica del mio Armani grigio scuro scivolò lungo il braccio scoprendo al polso un meraviglioso Rolex Daytona oro rosa dal quadrante verde, che tutti poterono ammirare. Anzi, la tirai lunga ancora un po' reggendo il bicchiere con il braccio alzato perché tutti vedessero il prezioso accessorio e mi sedetti alla fine, tra gli applausi, con un sorriso da orecchio a orecchio. La mia ex moglie non riusciva a distogliere lo sguardo dal mio polso, con un'espressione stupefatta stampata sul viso.

Dopo pochi minuti la vidi alzarsi e andarsene, rincorsa dal suo cicisbeo. Era veramente scossa, forse piangeva, ma non ne sono sicuro.
Io rimasi ancora un paio d'ore, occupandomi di quelle cose di cui si occupano i padri delle spose, cioè stringere mani, bere e chiacchierare con tutti, e poi me ne tornai in albergo.

Dormii male, quella notte. Non facevo che pensare a come avrebbe reagito Marcella al mio show del pomeriggio. Si sarebbe potuta rassegnare al suo destino e non pensarci più, oppure avrebbe potuto cercare di sferrare un ultimo colpo di coda. In questa seconda ipotesi, avrei ricevuto visite molto presto.

Infatti, alle sei del mattino bussarono alla porta della mia camera.
- Il dottor Francesco Albricci?
- Sì. E voi chi siete?
- Io sono il maresciallo Lorusso e e con me c'è il brigadiere Leone, Siamo dell'Arma.
Feci entrare i due carabinieri, che si accomodarono sulle poltroncine accanto alla scrivania. Io mi sedetti sul letto.
- Ok. Come posso aiutarvi?
- Lei era presente al matrimonio Fedeli – Albricci di ieri.
- Certo. Martina Albricci è mia figlia.
- Ci è stato segnalato che lei aveva al polso un costoso orologio Rolex, ieri, durante la cerimonia.
Aprii il cassetto del comodino e ne estrassi un orologio.
- Come questo, dite? - e mostrai loro l'oggetto che avevo preso. - Vi piace?
- Non conta cosa ci piace e cosa non ci piace. Quello che vorremmo sapere è come ha avuto questo orologio.
- Perché?
- Lei risponda alla domanda.
- No! prima ditemi perché lo volete sapere e chi vi ha informato del fatto che io avessi questo orologio. E poi risponderò alle vostre domande!
- Dottor Albricci, stiamo cercando di essere educati e comprensivi per rendere le cose più facili, ma possiamo anche cambiare atteggiamento. Veda lei. Le conviene rispondere.
- Va bene. L'ho comprato su e-bay. E adesso volete spiegarmi cosa succede?
- Un orologio esattamente uguale è stato rubato a un uomo trovato ucciso a Nord di Milano circa tre anni fa.
- Beh, chissà quanti orologi come questo ci sono in giro. Perché lo chiedete proprio a me? - vidi che i carabinieri si innervosivano. Non dovevo tirare troppo la corda altrimenti mi avrebbero portato al comando.
- Va bene. Lei conosceva un uomo di nome Antonio De Ponti?
- Certo. Era un mio collega e ha avuto anche una storia con mia moglie, che è stata la ragione del mio divorzio.
- Il De Ponti aveva un orologio esattamente uguale quando è stato ucciso.
- E voi come fate a saperlo?
Non ci fu risposta a questa domanda.
- Aveva addosso l'orologio quando l'avete trovato?
I due scossero la testa all'unisono.
- Pensate che questo possa essere il suo? - Dissi indicando il mio.
I due parvero non sapere più cosa rispondere e si limitarono ad assumere espressioni minacciose.
- Ma allora chi cazzo vi ha detto che questo potrebbe essere l'orologio di Antonio De Ponti?
- La sua ex moglie, dottor Albricci. È stata lei a chiamarci. Dice di aver riconosciuto l'orologio.
- E come fa a conoscerlo?
- Dice che glielo ha regalato lei. - Dissero dopo una breve esitazione.
- E come fa ad essere sicura?
- Dice che basta verificare la scritta incisa sul retro.
- E può provare di essere stata lei a comprare l'orologio?
- Ha una ricevuta, dice.
- Ricevuta? Anch'io ne ho una. Lasciate che ve la mostri.
Cercai nella tasca della giacca che avevo riposto nell'armadio e ne estrassi un foglio piegato in quattro. Lo diedi al maresciallo.
- Questa è una fattura di una società chiamata “Repliche di Lusso” che dice di aver venduto tramite e-bay a lei dalla Svizzera una replica di un Rolex Daytona imitazione oro rosa e movimento giapponese a 35,40 Euro. Più cinque euro per spese di spedizione.
- Già. Un Rolex tarocco. Infatti se guardate bene il quadrante, vedete che c'è scritto “Rolix” anziché “Rolex”.
Il maresciallo si rivolse al suo collega.
- È vero. C'è scritto Rolix.
- La mia ex moglie ha comprato al suo amante un Rolex o un Rolix?
La mia domanda venne risposta con un doppio, eloquente sguardo di frustrazione.
- Possiamo vedere il retro, per favore?
- Volete vedere l'iscrizione?
- Le spiace?
- No, figuriamoci. Ecco qui.
E allungai loro l'oggetto affinché lo esaminassero per bene. Lo rigirarono a lungo, prima l'uno e poi l'altro.
- Scusi il disturbo, dottor Albricci. Faccia buon viaggio. - disse il maresciallo restituendomi l'orologio.
Chiusi la porta alle loro spalle, congratulandomi da solo per aver speso altri 20 euro per aver fatto incidere l'iscrizione “Affanculo stronzo” sul retro della mia replica.

Feci ritorno con calma a Firenze lungo l'autostrada. Mi fermai a un autogrill per un caffè e gettai il Rolex tarocco in un cestino dell'immondizia. Poi aprii lo sportello del vano portaoggetti della mia Audi aziendale e ne estrassi un orologio di oro rosa con una iscrizione sul retro che rilessi per la millesima volta: “Marcella per sempre”.

Capivo che lei era ancora molto arrabbiata con me e non potevo biasimarla, ma era stata lei a tradirmi e mi aspettavo almeno una punta di rimorso da parte sua. Invece non pensava che a farmela pagare.

Mi sistemai l'orologio al polso. Forse avrei potuto abituarmici. Non mi stava male.

Mi rimisi in viaggio. Firenze e la mia nuova vita mi aspettavano.