i racconti di Milu
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Fu un sabato sera di fine estate, dal cielo terso e l’aria frizzantina, il momento in cui questa storia inizia. Una sera in cui un piccolo gruppo di amici decise di cambiare programmi e imbucarsi ad una festa privata in cui l’ingresso era riservato agli invitati.

La compagnia si ritrovò all’aperitivo. Da lì sarebbero andati a mangiare una pizza tutti insieme, per poi spostarsi in discoteca al mare dove, con ogni probabilità, avrebbero fatto mattina. La prima fase, dunque, si svolse allegramente, tra abbracci, baci e battute di spirito, con un’atmosfera allegra e distesa. Tra americani e spritz nessuno si tirò indietro davanti all’alcol ma, nonostante la scelta non mancasse, furono in pochi quelli che si avvicinarono al banco del buffet. Tutto il gruppo si spostò poi in pizzeria dove la birra non mancò di certo.
Come sempre, il sabato era il ritrovo immancabile della compagnia, dove gli amici si ritrovavano e si raccontavano gli eventi della settimana, discutevano degli argomenti più vari e, immancabilmente, spettegolavano su chiunque ce ne fosse la possibilità. Fino al momento in cui, dopo il giro di limoncello, non si fece l’ora di andare alle macchine e puntare alla discoteca. Fu allora che Moreno, con il suo tipico modo di fare un po’ sornione, tipico di chi la sa lunga ma non vorrebbe darlo a vedere, approfittò di un momento tranquillo e si avvicinò a Damiano.
«Sicuro di voler andare in discoteca?»
Damiano guardò l’amico, incuriosito. Che senso aveva quella domanda? C’è da dire una cosa, affinché il lettore meglio comprenda la storia. Moreno era l’amico scaltro, quello con le mani in pasta ovunque, con l’amico giusto al posto giusto, sempre. Era quello che riusciva a trovare i biglietti per un concerto anche quando andavano esauriti, a trovare quello che desiderava con sconti improbabili, a recuperare informazioni irraggiungibili od occasioni irripetibili. E quando gli si chiedeva come diavolo facesse, la risposta era sempre una soltanto: eh sia, conosco un tizio che…
Damiano usciva spesso con lui, per quanto trovasse qualcosa di sinistro e poco rassicurante nei modi di fare di Moreno, che aveva imparato a riconoscerne quell’espressione un po’ sorniona un po’ furbetta di quando era in procinto a dirne una delle sue, di quando stava per tirare fuori il coniglio dal cappello.
«Pensavo di sì. Tu no?»
Moreno si guardò attorno con quel fare circospetto che lo rendeva tanto simile agli scagnozzi della Mala, diede un tiro alla sigaretta e soffiò il fumo fuori dai polmoni.
«Non è che non voglia andare con gli altri… diciamo piuttosto che potrebbe esserci un’alternativa. Ma non per tutti.»
Damiano lo guardò un poco perplesso.
«Sentiamo l’alternativa.»
E mentre la compagnia inizia a fare le auto, Moreno si allontanò di un paio di passi, così da non farsi sentire.
«C’è una festa questa sera, privata. Intendo di quelle che si entra solo se hai l’invito.»
«Beh, direi che questo già ci taglia fuori dai giochi.»
Moreno diede un ultimo tiro alla sigaretta e la scagliò lontano con un piffetto del dito medio.
«Sì e no.»
«Ho quasi paura a chiederti cos’hai in serbo.»
«Parliamo di Villa Farnese. Il piccolo compie i diciotto anni, i vecchi sono via. Ti lascio immaginare.»
«Aspetta… Villa Farnese? Quei Farnese?»
Moreno annuì con un cenno del capo, soddisfatto nel vedere di aver fatto colpo nell’amico. I Farnese erano una famiglia vecchia di secoli, vecchio stampo. Erano di discendenza nobile e non era certo un segreto che fossero i più ricchi di tutta la provincia, forse persino della regione. Damiano fischiò, sorpreso.
«Io conosco uno dei buttafuori.»
Damiano rise alle parole di Moreno.
«Ecco dove volevi arrivare. Tu vuoi andare alla festa!»
«Non bisogna dirlo a nessuno, ma il mio amico potrebbe farci entrare. E poi non bisogna fare stronzate, o faranno il culo non solo a noi, ma anche al mio amico.»
«Stronzate?»
«Tipo attirare l’attenzione, o bere troppo. Cose così…»
«Mi pare naturale.»
«Ne ho parlato anche con Silvano e Bruno, loro ci stanno.»
«Sono i Farnese. Non lo so. Rischiamo di metterci nei guai.»
«Ma che guai… basta che non ti spacchi di alcol.»
«Non lo so.»
Moreno si avvicinò all’amico, dandogli una pacca divertita.
«Te lo do io un buon motivo: è la festa dei Farnese, sai quanta figa ci sarà?»
«Per un pompino tu venderesti pure tua madre.»
«Amico, senza la figa la vita è una merda.»
I due amici se la ridono, divertiti.
«Siamo in quattro. Facciamo una macchina e andiamo.»
«Aspetta, c’è un problema.»
«Sentiamo.»
«Non possiamo andare con la mia.»
«Perché?»
«Perché?»
«Perché… la conosco. Se dovessero vederla nei paraggi della Villa non ci metterebbero molto a capire che sarei nei paraggi. Non possiamo rischiare.»
«Scusa?»
«Dai, lo sai che ho avuto da dire con il loro figlioccio e non siamo proprio in ottimi rapporti…»
Damiano fa un passo indietro e inarca un sopracciglio.
«Tu mi stai dicendo che vuoi imbucarti alla festa del Farnese con il quale ti sei attaccato nel corridoio del liceo pochi mesi fa?»
«Centro.»
Moreno mima la pistola con la mano e imita un colpo.
«Tu non sei mica a posto sai?»
«Scherzi? Vuoi mettere la soddisfazione di essere alla sua festa senza che lui lo sappia? E poi sarà talmente spaccato quando arriviamo noi che nemmeno saprà su quale pianeta si trova.»
«Non ti lamentare se poi ti ritrovo abbandonato in un fosso.»
«Non succederà.»
«Te lo auguro.»
Da lì a poco i quattro si staccarono dalla compagnia diretti alla grande villa in collina della famiglia Farnese.
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