i racconti di Milu
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Indice
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«Parcheggia qui.»
Non c’era certo bisogno del navigatore per raggiungere Villa Farnese. Tutti, in città, sapevano dove si trovasse la nobile dimora. Questo grazie anche all’interesse storico artistico che la vedeva al centro di un cammino ben segnalato e assai noto e se, per un qualche caso fortuito del destino non lo si fosse ugualmente saputo, quella sera sarebbe stato assai arduo sbagliare. In occasione della festa del figlio minore, difatti, tutta la residenza dei Farnese era illuminata a giorno, brillava come mai nella notte, e la si poteva scorgere da tutta la valle.
La strada che conduceva ai Farnese procedeva fino alla cima delle colline, per poi panoramicamente per alcuni chilometri sulla vetta e discendere infine sull’altro versante. La villa riposava pigramente su un tratto di declivio particolarmente dolce e morbido, tanto da sembrare quasi in piano. E, da quella posizione, con un affascinante calanco alle spalle, dominava tutta la vallata e sovrastava la città.
Nonostante ci fosse la disponibilità di un bel parcheggio all’interno dell’alto muro che costeggiava l’ampio giardino, erano molte le auto posteggiate lungo i lati della strada, chiaro indice di quanta gente fosse presente questa sera. Damiano manovrò con attenzione per lasciare la propria auto da parte, sì che non fosse d’ostacolo al passaggio di altre vetture. Infine tirò il freno a mano e girò la chiave, spegnendo il motore.
«Allora sei sicuro?»
«Certo, per chi mi hai preso?»
Moreno si girò di tre quarti, così da riuscire a guardare in faccia tutti e tre gli amici che erano con lui.
«Voi, ora, mi venite dietro e non fiatate. Lasciate parlare me con la guardia ed entriamo. Dentro ognuno per la sua strada, ma mi raccomando: una volta dentro niente casino.»
«Dillo a Bruno, è lui che si spacca a merda ogni volta che esce!»
Se ne uscì così Silvano, accompagnando le parole con un pugno leggero sulla spalla.
«Ma vaffanculo!»
«Sono serio. Se combinate un casino io non vi conosco. Qualunque cosa succeda ci vediamo all’auto alle quattro.»
Scesero dall’auto e, tutti insieme, coprirono gli ultimi metri che li separavano dal cancello d’ingresso. Il muro che costeggiava il giardino era alto due metri, bianco, con una decorativa linea rossa ad una trentina di centimetri dalla sommità. Dall’altra parte giungevano i rumori della festa, come una miccia sfrigolante che agitava il gruppetto, costringendo i ragazzi a contenersi per non destare sospetti nella guardia. La musica pareva degna di uno dei miglior DJ set, i ragazzi e le ragazze che urlavano, gridavano e si divertivano, l’inequivocabile rumore di qualcuno che si tuffava in piscina. Non vi erano dubbi che stessero per entrare ad una delle feste più “in” di tutto l’anno.
Il cancello d’ingresso non era sulla strada, ma leggermente rientrato, creando una piazzola in cui potevano sostare tranquillamente due auto di grosse dimensioni. Il cancello, nero e pesante, illuminato da una serie di potenti faretti, aveva, al suo interno, una porta per il passaggio pedonale. E questa sembrava proprio l’unica ad essere aperta. A custodirla un uomo in divisa nera, “SICUREZZA” in bianchi caratteri grandi ben visibili sul petto palestrato. Aveva i capelli cortissimi e il naso schiacciato. All’orecchio destro l’auricolare. Lo sguardo era serio e buio e, quando i ragazzi si avvicinarono, lui non si scompose, rimase al suo posto, serio e impassibile, le braccia incrociate al petto.
«Aspettate qui.»
Moreno si avvicinò, si dissero qualcosa e si scambiarono una vigorosa stretta di mano. Solo allora, ad un cenno dell’amico, anche gli altri si avvicinarono.
«Ehi Reno sei tu, al buio non ti avevo riconosciuto.»
«Allora ragazzi, Moreno mi ha detto che vi ha già spiegato tutto. Una volta dentro non voglio casini. E, soprattutto, nulla di quello che vedrete lì dentro deve uscire. Altrimenti finisce che vengono da me a farmi la festa. E se fanno la festa a me, io poi sono costretto a fare la festa a voi. Intesi?»
«Intesi.»
«Bene, allora entrate e divertitevi.»
Inutile dire che la Villa e il suo giardino erano davvero immensi, ma il fulcro della festa era concentrato attorno alla piscina. Un piccolo chiosco era stato allestito sul prato lì attorno e due ragazzi lavoravano a tutto spiano per dare da bere a tutti i presenti. Quando arrivò il gruppo di Moreno la quantità di ragazzi visibilmente ubriachi superava di gran lunga quella dei sani. Nessuno si accorse della presenza clandestina dei quattro che si unirono ai festeggiamenti come se nulla fosse. Non si può certo dire che mancassero le ragazze ma, tra tutte, l’attenzione di Damiano cadde su una ragazza coi capelli neri lunghi fino alle spalle e mossi. Aveva il fisico minuto, i fianchi stretti e poco seno, la pelle abbronzata. E correva. Correva come una pazza da una parte all’altra non sono della piscina, ma dell’intero parco. C’era qualcosa, in quella ragazza, che lo affascinava e lo attirava. Per quanto non riuscisse a capire cosa, forse il modo di muoversi, forse la concentrazione disegnata sul volto, forse quel ricciolo ribelle, forse quelle leggere fossette ai lati della bocca ogni volta che accennava un sorriso, c’era qualcosa che lo portava a guardarla ogni volta che gli passava vicino. Ogni tanto spariva dalla sua vista e, per quanto si sforzasse, della ragazza perdeva ogni traccia.
L’occasione per avvicinarsi a lei capitò per caso quando, insieme a Moreno, andò al chiosco per prendere da bere. Difatti, mentre i due amici erano lì che chiacchieravano del più e del meno, lei fece la sua comparsa. Damiano le dedicò uno sguardo e si scambiarono un sorriso di cortesia. Solo ora Dam poteva notare che indossava un vestitino leggero, turchese, con mille margherite sparse dappertutto, che non le arrivava a metà coscia. Ai piedi un paio di sandali e, proprio sopra l’allacciatura del destro, una cavigliera molto fine, d’argento, con un microscopico campanello che tintinnava appena ad ogni passo. Solo ora che erano tanto vicini lo si riusciva a sentire, altrimenti coperto dalla musica. Forse erano le luci, forse l’ora tarda, ma non pareva che la ragazza indossasse altro. Le due sottili strisce di stoffa che le si appoggiavano sulle spalle non potevano certo nascondere un reggiseno. Damiano si chiese, non senza una punta di malizia, se la giovane fanciulla fosse priva anche dell’altro capo di intimo.
«Ciao!»
«Ciao.»
Rispose lei con fare quasi infastidito. In quel momento gli sembrò che sul viso della ragazza aleggiasse una gran stanchezza.
«Eccomi qua ragazzi!»
Il barista comparve con un impeto di energia che quasi sorprese tutti quanti. Moreno fece per parlare, ma il ragazzo al di là del banco, non appena vide la ragazza, fece cenno di aspettare.
«Perdonatemi, ma faccio prima da bere per lei. D’altronde, prima le donne!»
Nessuno si oppose.
«Ti vedo stanca.»
«Una notte lunga...»
No, la ragazza non sembrava molto contenta né interessata a parlare con lui, ma a Damiano diede l’impressione che ci fosse qualcos’altro sotto che non andasse. E, spinto dalla curiosità e dall’interesse per la ragazza, non si diede per vinto.
«Tutto bene?»
«Certo.»
La fanciulla sorrise e si girò dall’altra parte, portando lo sguardo sulla piscina. No, non aveva voglia di chiacchierare. Moreno alzò le spalle, ma si trattenne dal ridere.
«Tutto pronto!»
Pochi minuti dopo il barista posò sul banco un vassoio con quattro cocktail. La ragazza fece per prenderlo, ma, proprio in quel momento, qualcuno le afferrò un braccio e la tirò indietro, strappandole un urlo.
«Ehi tesoro, vieni qui!»
Chiunque fosse il nuovo arrivato era visibilmente sbronzo, due notevoli occhiaie e un’andatura assai incerta. La morettina cercò di divincolarsi, quasi ci riuscì.
«Lasciami, devo lavorare!»
Lei cercò di opporsi ancora, ma questa volta lui la strinse a sé, dominandola con la sua massa.
«Fermo! Così mi fai male!»
A quelle parole Damiano fece per muoversi, ma Moreno lo fermò con una mano sulla spalla.
«Lascia fare, noi qui non esistiamo. Ricordi?»
Le parole dell’amico non erano affatto piacevoli, eppure erano quanto mai vere. Non erano nella posizione di mettersi in mezzo e attirare così palesemente l’attenzione su di sé. Quest’amara consapevolezza non lasciò altra scelta se non quella di ordinare da bere e restare ad osservare, impotenti, la scena.
E sotto i loro occhi altri due ragazzi, molto probabilmente amici del primo, si fecero vicini, e iniziarono a giocare con la povera vittima spingendola dall'uno all'altro come fosse stata una sfera del biliardo. Lei cercava di opporsi e scappare via, ma se per caso ci riusciva, uno dei tre era subito pronto ad afferrarla per un braccio e trascinarla subito di nuovo nel mezzo di quello stupido gioco. Tra le risate generali, s’intende.
D’un tratto, quasi fossero già stati d’accordo, tutti insieme la sollevarono di forza. Lei gridò ancor più forte, cercò di ribellarsi e divincolarsi. Quando si rese conto che la fuga le era impossibile implorò pietà persino, ma non ci fu nulla da fare: finì a bagno tra le risate generali.
«Qui funziona così, non metterti a fare il cavaliere.»
«Cosa vorresti dire?»
«Che è una festa privata. E quello che l’ha presa era Massimo, uno degli amici intimi del rampollo dei Farnese. Può fare praticamente quello che vuole.»
«E allora?»
«E allora se tu ti fossi fatto avanti per aiutare la ragazza sarebbe stato come metterti contro di lui. E tutti i presenti.»
Damiano avrebbe davvero voluto far qualcosa, anche solo allungarsi per aiutare la ragazza ad uscire dalla piscina, ma Moreno lo trascinò lontano, per quanto controvoglia. Il timore di essere scoperti era sempre vivo e l’idea di finire nei guai sufficiente a tenerli lontani dal cuore della festa.
«Chi è lei?»
Stavano camminando sul prato perfettamente curato mentre sorseggiavano il cocktail e si guardavano attorno, tranquilli. Avevano perso le tracce degli altri due, ma in quel momento non gli sarebbe potuto importar di meno.
«Lei chi?»
«La ragazza della piscina, la morettina.»
«Non ne ho idea.»
«Mi stupisci.»
«Cioè?»
«Tu sai sempre tutto. E quello che non sai lo scopri in un attimo.»
«Damiano, non è una buona idea…»
Moreno notò l’espressione dell’amico.
«D’accordo, d’accordo, provo a chiedere in giro.»
Damiano sorrise.
«Grazie!»