i racconti di Milu
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La testa era piena d’accortezze, affollata di cautele, stipata di considerazioni e costellata da pensieri apparentemente contraddittori, cionondimeno discordi e insostenibili, perché un’insofferenza e una smania dentro la divorava sin nel profondo, arrivando rigorosa fino all’imboccatura dello stomaco per il fatto che quest’ultima intolleranza durava già da troppo tempo scombussolandola:

“Ci mancava pure questa, ma guarda un po’ che storia. Dimmi te in quale modo la vita delle volte quanto può essere estrosa, stramba e per di più volubile” - considerò Gioia tra sé ponderando curiosamente fra i suoi fumosi e intricati pensieri, nel tempo in cui parcheggiava l’autovettura di fronte alla siepe del viale.

“Che periodo strano però, che confusione dentro che mi porto, forse sarebbe stato meglio lasciar perdere pure oggi. Va a finire che mi scompiglio sconcertandomi ancora di più. Che cosa ci faccio al presente qui?” - borbottava nel mentre verso sé stessa in modo infelice, nostalgico e sconsolato.

Gioia s’incamminò verso la scalinata bianca del museo con il passo incerto, riflettendo e scavando accuratamente dentro com’era usuale comportarsi da sempre, eppure ultimamente con più frequenza e meno serenità da quando Franco era entrato nella sua vita, o meglio, da quando aveva iniziato a desiderare che Franco entrasse nella sua vita. Lei indossava un paio di pantaloni neri molto aderenti in vita e una camicetta leggera con la chiusura lampo, visto che la giornata era calda, a momenti afosa per la stagione, in quanto i suoi abiti mettevano ancora più in contrasto e in risalto il suo corpo, le sue forme, la sua sensualità così aggressiva e prevaricatrice, eppure così cedevole e premurosa al tempo stesso. Salì piano sulla scalinata, si guardò un po’ intorno, però non vide Michele il suo collega con il quale si erano fissati un appuntamento proprio per quella mattina.

Che tipo strano questo Michele pensò Gioia, rimuginando di frequente, tenuto conto che non sapeva bene neanche lei che cosa esattamente ne pensasse. Una persona d’altronde come tante in quell’ufficio, forse più civile, garbato e disponibile delle altre, meno carogna, furfante e mascalzone di tante altre ancora, però non si poteva affermare che fosse uno di quelli che la colpissero impressionandola sin dal primo istante, perché erano distinti e diversi per molte cose, così chiari e formali per i loro rapporti in ufficio almeno fino a qualche tempo prima, quando lui aveva iniziato a scriverle esponendole e riferendole emozioni, pensieri e sensazioni molto dirette e mirate. In lei, per l’occasione, nondimeno da qualche parte c’era qualcosa che l’aveva incitata e stimolata a dovere per accettare quell’invito, anche se non sapeva neanche dire per quali precise circostanze: per curiosità quasi certamente, per fiducia e per tranquillità in fondo, perché no? Forse, perché se si leggeva dentro scrutandosi con più attenzione anche qualcos’altro, malgrado ciò non sapeva comprendere né decifrare né contemplare realmente che cosa. Di certo, in quel frangente non era il periodo migliore per distinguere e per riconoscere nuove emozioni.

Michele arrivò, lei lo vide mentre parcheggiava la motocicletta alla base della scalinata e scese per salutarlo avvertendo un lieve imbarazzo nel saluto, forse non come aveva immaginato, sennonché tra di loro s’aprì rapidamente una genuina e sincera comunicazione, libera, serena, senza doppiezze né falsità, priva d’insolite barriere. In seguito entrarono nel museo cominciando a gironzolare attraverso le sale piene di quadri, di dipinti, di statue d’ogni sorta, d’immagini del passato e del presente, alcune molto belle, altre indiscutibilmente orripilanti. Lei conversava con piacere, si sentiva distesa, dato che lasciava scorrere i pensieri come venivano, in quella tipica forma di schermaglia iniziale che si ha con le persone con le quali non ci si conosce un gran che, perché ci si racconta un po’ di sé, della propria vita, così a pezzi come viene senza un filo conduttore né un nesso logico, dal momento che s’assemblano e s’uniscono tante immagini come vengono, insomma si declama e si recita a soggetto.

Lui indossava per la circostanza un abito grigio scuro, poiché in ufficio vestiva elegante, però essenziale, non era un brutto ragazzo, giacché era colto, intelligente e stimolante, con tutto ciò lei non si era mai sentita attratta da lui almeno non come con Franco, per l’occasione mentre passeggiavano per le sale semi deserte lui le poggiò una mano sul fianco, bloccati davanti a un dipinto d’un meraviglioso tramonto sul golfo di Napoli. All’inizio lei reagì con un po’ di fastidio, come se volesse togliergli la mano dal suo corpo, infine poi rimanendo ferma s’accorse che quel contatto sui suoi fianchi era palpitante e piacevole, dato che le diffondeva uno speciale turbamento trasmettendole una sottile emozione lungo la schiena. Lei non si ribellò, tutt’altro, lasciò che lui poggiasse liberamente la mano sui suoi fianchi avvolgendola da dietro con il suo braccio. Dopo camminarono ancora così mentre Michele iniziò impercettibilmente ad accarezzarle con le dita il fianco sulla pelle nuda, infiltrandosi sotto i lembi della camicetta leggera. Il brivido le risalì ancora più intenso lungo la schiena nel percepire quelle dita muoversi lungo il suo fianco, in quanto le piaceva visto che l’eccitava l’idea di quel posto con persone che ogni tanto passavano tra loro.

Gioia produsse un lungo respiro, si rilassò ancora di più e s’abbandonò alla conversazione così piacevole tra una stanza all’altra, assaporandosi le sottili emozioni che le scorrevano lungo il corpo al contatto delle dita di Michele, poi come d’improvviso senza rendersene conto si ritrovò in una stanza più buia piena di strane opere moderne fatte di luci e di colori della penombra neanche belle da guardare, giacché in particolare era in piedi davanti a una di queste. Stava parlando, malgrado ciò non si rese conto che Michele era dietro di lei che l’abbracciava prima leggermente, appresso sempre più intensamente. Sentì dietro di lei l’eccitazione di Michele che stava salendo, che iniziava a pulsare nei suoi pantaloni spingendo da dietro come un animale ansante pronto per la corsa, lei irritata e stupita stava per reagire, quando sentì le sue mani infiltrarsi sotto la sua camicetta, sulla pancia, poi più su fino ai seni infilarsi sotto il reggiseno leggero, iniziare a giocare roteando con i suoi capezzoli, mentre Michele con le labbra iniziava a sfiorarle il collo e con la lingua stimolandole i lobi delle orecchie. Gioia non fece in tempo a reagire, perché si rese conto che stava eccitandosi, se ne accorse dai capezzoli che erano diventati durissimi sotto i giochi delle dita di Michele e dal movimento che naturalmente aveva iniziato a compiere, per quel piacere che le offriva nel sentire il cazzo eretto contro di lei e quella voglia smaniosa d’averlo.

Fu tutto questione di attimi: la mano destra di Michele iniziò a scivolare sulla pancia, poiché s’infilò sotto i pantaloni di Gioia, dentro le mutandine, dal momento che s’accorse soltanto a quel punto che aveva iniziato a bagnarsi di piacere, che ritraeva la pancia per lasciare posto alla mano di Michele, perché andasse sempre più giù, sempre più dentro per toccarla nel luogo in cui voleva godere. Sentiva i suoi baci sul collo sempre più vibranti, il seno ormai quasi scoperto sotto le dita della mano di Michele, mentre l’altra mano infilata dentro i pantaloni giocava con il suo clitoride bagnato e indurito dalle sue emozioni. Dopo distese anche lei una mano da dietro, abbasso la chiusura lampo dei pantaloni di Michele per liberare tutta quell’energia che sentiva dietro di sé, infine senza neanche girarsi infilò la mano dentro quell’incavo aperto e scostando i boxer agguantò finalmente tra le dita quel cazzo ferreo che sentiva fremere e pulsare, iniziando a muovere piano le dita per conoscere quello sconosciuto essere captandone le venature, le pulsazioni e i movimenti. Quando Michele riuscì a infilarle due dita tra le gambe Goia proruppe con un orgasmo pieno e travolgente inondandogli le dita, poi con la mano afferrò quella di Michele inumidita di secrezioni e se la portò alla bocca. Voleva perciò gustare il suo piacere e iniziò così a succhiargli le dita una alla volta, mentre con l’altra mano continuava a giocare nei suoi pantaloni.

In quella circostanza, istantaneamente, udirono il rumore di passi che s’approssimavano, impulsivamente s’irrigidirono ricomponendosi alla meglio. Entrarono due stranieri, passarono due minuti incessanti: i loro cuori battevano come alienati, i loro corpi fremevano sotto una spinta d’eccitazione fuori dal normale, ma perché non se ne vanno questi dannati e indecorosi ficcanaso pensò Gioia dentro di sé, maledetti intollerabili e odiosi pensò altrettanto Michele. Non potevano scostarsi l’uno dall’altra, perché il cazzo di Michele era ormai inconfondibilmente fuori dal pantalone, Gioia ebbe sennonché un lampo di genio: vide una porticina sul lato approfittando della penombra, acciuffò Michele per il cazzo trascinandolo in un colpo al di là della porticina, per il fatto che quello lì era un piccolo ripostiglio per le scope, però sufficiente per loro giacché gli stranieri neanche se ne accorsero.

Una volta all’interno di quel bugigattolo lei non si trattenne più e come in preda a un delirio s’inchinò ai suoi piedi e volle pigliarlo tra le sue labbra, se lo infilò piano tutto dentro sentendolo pulsare fino alla gola, lo leccò ingordamente, mentre lui con le mani le premeva forte la testa contro il cazzo per poco soffocandola. Lo gustò un po’ così, successivamente s’alzò, si girò e volle agguantarlo gustosamente da dietro, mentre stando ferma era per l’occasione appoggiata al muro. Lei lo sentì entrare, inizialmente piano, in seguito più forte quasi da usurarla perché lui spingeva da dietro come un mulo con dei colpi vigorosi in principio senza fretta, poi in modo più forzuto mentre con le dita stimolava il clitoride irrigidito, finché Gioia non ebbe un altro poderoso orgasmo strepitando. Appena Gioia s’accorse che Michele stava per sborrare lestamente si girò, perché ambiva impugnare il cazzo in bocca per essere totalmente inondata dal suo denso e latteo succo vitale, che le sarebbe colato in conclusione lungo le guance e le labbra. Gioia rimase brevemente in quella posizione leccando quel corposo e lattiginoso prezioso nettare, poi s’alzò baciandolo per lungo tempo, avvertendo nel frattempo quei due cuori impazziti che pacatamente rallentavano la loro corsa e adagio si rasserenavano.

Ambedue si guardarono in quel modo semi svestiti uno di fronte all’altro nel ripostiglio, infine scoppiarono a ridere tra il divertimento, la follia e lo stupore, perché non si erano minimamente resi conto di quello che era successo, giacché quel focoso e lussurioso atto lo avevano ingordamente e spontaneamente consumato.

In ultimo si rivestirono e uscirono dallo stanzino con avvedutezza e con discrezione, riprendendo placidamente la loro passeggiata lungo le sale, abbracciati, complici e partecipi come due amici di vecchia data.

{Idraulico anno 1999}