i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

| Sexy Video Chat | Gay Cam | Messenger - NEW |

[ - ] Stampante
Indice
- Text Size +
Ho risposto all’annuncio talmente con disinteresse e con distacco, senza nessuna partecipazione, perché non adoro questo genere d’impicci, ma è troppa adesso la curiosità, l’interesse e la voglia di comportarmi osservandomi da un’altra prospettiva. Non mi sono mai incasellata in una categoria, come non mi sentirei di classificare né d’inquadrare qualcuno, che ne so, nella tipologia degli spettatori dei film o dei soffiatori di naso, tanto meno mi sento di ridurre a un ordine o una specie quelle come lei.

“Accetto tutte le intenzioni, raccolgo tutte le proposte, anche quelle più fantasiose principalmente stravaganti, fatevi avanti se la pensate come me. Benedetta”.

All’appuntamento vado in maniera poco truccata, poiché ho la sensazione che il trucco con loro non funzioni, dato che non sono uomini che li puoi confondere e imbrogliare con niente, dal momento che lei conosce bene il mestiere e perciò mi scoprirebbe subito. Mi trovo davanti a un palazzo con i vetri riflessi della periferia, mi vedo lineare, semplice e sobria con le scarpe basse da studentessa senz’orecchini e soltanto con un lieve accenno di rimmel sugli occhi. La gente mi passa accanto puntandomi addosso certi sguardi impressionati e stupiti, che immagino si noti il mio ingannevole e menzognero aspetto, forse espongo presentando l’idea di qualcosa di momentaneo e di provvisorio che non m’appartiene né mi compete, in altre parole è come vedere una suora in minigonna, oppure un militare in divisa con i capelli da punk.

Credo che il fondotinta sulla pelle lasci una traccia indelebile allorquando è portato abitualmente. Io mi guardo nel palazzo con i vetri a specchio e mi vedo questo viso insolito, giacché sembro un fungo lavato con la candeggina, sennonché tra l’ondeggiare confuso della folla, che da lontano sembra un’imponente danza disarmonica, distinguo intravedendo in maniera spiccata una sagoma vestita di color rosso. Adesso la vedo: ha i capelli corti e neri, gli occhiali, visto che indossa un impermeabile rosso leggero, è magra, ha un viso amabile e grazioso dai lineamenti affilati e mi sorride subito, dato che gli estranei mi guardano sbalorditi e meravigliati, figuriamoci lei che già sa tutto.

“Benedetta” - pronuncia a voce alta, indubbia e sicura con un timbro acuto un po’ fuori ruolo per l’occasione.

Io balbetto il mio vero nome storpiandolo, lei non capisce, però non insiste, dato che continua a sorridere in maniera spavalda, temeraria e un poco ironica. Io non mi smuovo dalla mia postazione mentre la guardo incantata, la sua pelle è olivastra ma chiara, il naso affilato un po’ lungo però regolare, le labbra né carnose né sottili che scoprono dei piccoli denti distanziati e bianchissimi. A ben vedere è veramente adorabile questa Benedetta, ventisette anni d’età, trenta al massimo:

“Andiamo?” - esordisce lei, come se già avesse un’idea e un’iniziativa in serbo per conto suo.

La mia macchina è parcheggiata lontano, devo ospitarla subito oppure attendere nell’intimità? Subito dopo sguardi profondi, carezze complici e strette? Che cosa prescrive l’educazione e il garbo in questi casi specifici? Lei nemmeno a dirlo m’agguanta per mano trascinandomi dando così inizio alla conoscenza più approfondita:

“Dove hai la macchina?” - e punta subito in direzione, poiché la sua mano al presente è calda, morbida e asciutta.

“Parti, so già dove andare” - enfatizza lei in maniera spicciativa.

Lei è veloce e abbastanza risoluta, in quanto m’indica un complicato labirinto di strade e di stradine che io non saprei mai da che parte riprendere. Io sono alquanto soffocata dall’emozione, giacché non collego la spina della razionalità al cervello, per il fatto che adesso funziona solamente l’area subcorticale. Dopo quasi una mezz’ora ci troviamo nel percorrere la rampa d’una stradina in salita, dura un po’, ma alla fine ci ritroviamo in un bellissimo spiazzo circondato dai pini. Adesso siamo in alto e sotto di noi si dispiega la città indecifrabile e misteriosa di donne curiose, incostanti e indiscrete come me, che dopo una serie d’amori deludenti, frustranti e miseri si ritrova a rispondere a certi appelli e a certi richiami:

“Dai, non scendere dalla macchina, il panorama lo conosciamo già” - m’annuncia lei ridimensionando frettolosamente l’argomento.

Lei ha in quell’istante una voce improvvisamente abbattuta e monotona, io non faccio in tempo a guardarmi intorno, che vedo sullo spiazzo un gran numero di macchine appostate nel buio che ogni tanto c’indirizzano dei lampeggi intermittenti:

“Sono i soliti, che poi vogliono lo scambio. Lasciali perdere, ignorali che dopo smettono”.

Io la guardo in viso, in quanto ha come un velo d’afflizione, d’infelicità e di mestizia che le scende sugli occhi. Al momento è strana, diversa dal solito, perché evita di fissarmi direttamente, m’apre frattanto la camicia ma soltanto d’un bottone poggiandomi sul collo la sua mano asciutta e appassionata, io mi trattengo, però non posso fare a meno di vibrare leggermente per quel repentino quanto gradito contatto:

“Sei sensibile”.

“E tu?”.

Io mi meraviglio per quella domanda, dato che non era nei programmi, per il fatto che io volevo soltanto capire che cos’avessero in mente quelle come lei, solamente appurare e verificare che fossero preda degli stessi nostri pensieri, in quanto giammai avrei ipotizzato un minimo contatto fisico. Sempre senza guardarmi con gli occhi lei si sfila l’impermeabile dalla testa senza nemmeno sbottonarlo, ha una maglia nera leggera un po’ trasparente, non porta nulla di sotto, poiché non ne ha effettivamente bisogno. Là dentro s’intravedono dei seni di media grandezza incredibilmente duri ed eccezionalmente sollevati, mai visti in una donna che abbia passato l’adolescenza, appresso solleva la maglia fino al collo, ha una pelle bruna e compatta, i capezzoli sono scuri, l’areola è tesa, leggermente gonfia e lucida, la parte centrale rilevata è più olivastra. Ha un seno magnifico, intatto, conico e perfetto, dal momento che starebbe perfettamente in una coppa di champagne senza che ne avanzi nemmeno un po’:

“Ti piaccio?” - esordisce lei fissandomi languidamente.

Io non so proprio che cosa dirle, certo che mi piace, come m’attrarrebbe indubbiamente una modella su d’un giornale, un quadro di Degas o una grassona di Botero, nulla d’inconsueto né di strano. Capita perfino al mare di vedere donne magnifiche seminude e con ciò?

“Dai, aggiunge lei” - sogghignando e riprendendo ad accarezzarmi il collo.

In quel preciso atto distinguo perfettamente i suoi capezzoli rapprendersi, fino a diventare rigidi e allungati. Adesso sono lucidi e quasi neri talmente rigonfi che puntano verso l’alto, perché così appoggiati sullo splendore intatto e olivastro della pelle sembrano francamente due serpentelli neonati pronti a guizzare via. Io non resisto, visto che ha un effetto che mi tronca il fiato, per il fatto che il cuore mi batte energicamente nel petto che sembra voler uscire, sento distintamente il viso diventare paonazzo, adesso mi devo controllare un poco. Chi sono? Non mi capisco più, perché qualcosa di me che sguscia via dalla mia coscienza senza presentarsi, per il fatto che ho una smania terribile addosso.

Questo è il mio corpo, una centralina pulsante d’eccitazione, allora mi butto in avanti e afferro quel seno elastico, lecco e sorbisco tra le labbra e la lingua, in quanto sento la sua femminilità dilatarsi allungandosi in una consistenza sempre più dura ma gommosa, che adesso odora di miele, di muschio, di resina o tutto quest’insieme. Nel mentre giro la lingua intorno a quella deliziosa sporgenza viva, sempre più nera e sempre più umida, la mordo leggermente e finalmente sento Benedetta gemere un poco a bassa voce sommessamente, come se solamente allora si ricordasse d’essere ancora attaccata e unita a quel corpo.

Io chiudo gli occhi, fino a sentire uno spasmo dolente nel basso ventre e allora la frugo giù e affondo le mie dita in un pertugio che s’allarga cedevole caldo di fluidi liberando i miei nello stesso istante.

Le mie dita s’inoltrano ancora, ansiose e impazienti, sprofondando in un nulla che ha l’essenza completa e l’odore totale della beatitudine e del paradiso. In seguito ci buttiamo all’indietro alla fine indebolite e sfinite sui sedili con la testa sgombera e vuota, godendoci magnificamente appieno quegl’intemperanti e lussuriosi istanti.

Gli assilli, le beghe, i pensieri e le preoccupazioni quotidiane ahimè faranno presto a ripresentarsi.

{Idraulico anno 1999}