i racconti di Milu
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Due settimane, in auto, tra Bosnia e Serbia. Come ho potuto essere tanto stupida da farmi convincere? Potevo godermi lunghe giornate di relax alle terme, invece niente. Ostelli spartani, cittadine rurali e noia.

“Sarà interessante! E saremo noi due soli, dove nessuno ci conosce…”
Ecco come mi hai convinta! Stupida io che ti ho creduto. Tu pensi solo a guidare ed ammirare paesaggi, scattando una serie infinita di fotografie identiche, mentre io mi scoperei pure il vecchietto che ci squadra dal suo giardino.
Per fortuna devi fermarti a fare rifornimento. La pompa di benzina è fatiscente e scrostata, come ogni cosa qui, ma è quasi deserta.

“Vado in bagno e torno!” ti urlo. Se tu non collabori, dovrò arrangiarmi. Non posso continuare a colare sul sedile.

Il bagno è uno solo, per uomini e donne. Inoltre la porta non si chiude, dovrò tenerla ferma con un piede. Almeno è pulitissimo: sa di disinfettante e questo mi consola. La tavoletta del wc è rigida, robusta. La chiudo e mi ci siedo sopra.
Appena infilo la mano destra sotto la gonna a balze, e scosto il perizoma, ho un brivido di piacere. Con la sinistra salgo sotto la maglia, faccio uscire il seno dalle coppe e inizio a massaggiarlo piano. Un sospiro, a metà fra il sollievo e l’eccitato, mi esce dalla bocca. Mi insinuo con le dita tra le labbra della figa, già imperlate di desiderio. Giro intorno al clitoride, scendo e risalgo più volte. Vorrei giocare col mio corpo per ore, fino a supplicare me stessa di farmi godere, ma non ho tutto questo tempo. Indice e medio affondano lentamente in me, mentre la mano sinistra inizia a stropicciare con decisione i capezzoli. Mi mordo le labbra per non gemere. Mi sembra tutto deserto, ma meglio non rischiare. Il pollice va sul clitoride, mentre tiro sempre più forte i capezzoli per poi, all’improvviso, rilasciarli. La mano destra si muove più veloce, ora. Il pollice avvolge il clitoride in circolo, premendolo e ruotandolo senza sosta. Le dita entrano ed escono, spingendo sulle pareti della mia figa bollente. Il piacere monta. Aumento il ritmo. Più veloce, più incalzante, più forte. Sento il mio corpo tendersi, la schiena inarcarsi. Tolgo la sinistra dal seno e mi aggrappo al wc, non ho altro appiglio e temo di cadere. La destra continua nel suo lavoro incessante, provocandomi scosse di piacere ed un rumore liquido. I muscoli più interni si contraggono intorno alle mie dita, il clitoride prende a pulsare. Di risposta lo sollecito ancora di più, e sono ad un soffio dall’orgasmo.

Bussano alla porta. Premo il piede contro di essa, con il poco autocontrollo rimasto, per evitare che si apra. Ma bussano ancora. Non mi fermo. Non mollo la presa dal wc, non tolgo le dita ormai coperte di umori dalla mia figa e soprattutto non smetto di stimolare il clitoride. Non ci penso minimamente. Voglio, esigo, pretendo un orgasmo!

“Za.. Zauzet” urlo, usando una delle poche parole in serbo che conosco, ma in quello stesso istante vengo. E non posso fare a meno che si senta, nella mia voce, il piacere che si libera. Prolungo le sensazioni continuando a muovere il pollice sul clitoride e le due dita dentro di me, allargandole e ruotandole mentre mi contorco sul wc in preda agli spasmi. Un magnifico, fantastico orgasmo liberatorio.
Nel venire però ho spostato il piede. E la porta si apre. Un uomo entra, chiudendosela alle spalle. Sento ancora le contrazioni del piacere. Con gli occhi semichiusi metto a fuoco. Alto, muscoloso. Mi squadra. Mi affretto a togliere le dita dalla mia figa.

“Fuori di qui!” gli urlo con la voce rotta. Sorride. “Get out!” Inclina la testa di lato. Niente da fare. Come si dice vattene in serbo? Non ho il tempo di ragionarci. Si china su di me e mi afferra il polso della mano destra. Se lo avvicina al viso. Tento di evitarlo, ma è molto più forte di me. Annusa. Una luce attraversa i suoi occhi chiari. Lecca lentamente indice e medio, li succhia. Non posso far a meno di sospirare, stupita.
Mi prende per le spalle, mi fa alzare, mi bacia. Sento l’accenno di barba ispida sul mio volto, le labbra ruvide ed esigenti, il mio sapore. Irresistibile.

E se tu dovessi venire a cercarmi, amore mio? Oh, se tu dovessi venire a cercarmi mi troveresti finalmente felice di questo viaggio. Spingo il mio corpo contro il suo. Ho ancora i seni fuori dal reggiseno, me ne accorgo ora. Lo vede anche lui. Mi alza la maglia e li stringe entrambi, ne succhia forte i capezzoli, mi fa sentire i suoi denti. Ci mette forza, desiderio, passione animale. E io annaspo di nuovo di piacere. Come potrei resistere?
Mi fa girare, mi sbatte contro il muro. Unisce i polsi dietro la mia schiena. Li tiene con una sola delle sue grandi mani. Sono immobilizzata. Batte con gli scarponi pieni di fango sulle mie ballerine, facendomi aprire le gambe. Non esito un istante, colo dalla voglia. Se ne accorge anche lui, quando mi scosta il sottile perizoma e passa il dorso della mano sulla mia figa.

Mormora qualcosa che non capisco, “kurva”. Quello che percepisco con sicurezza è il disprezzo nella sua voce. L sue dita mi esplorano. La pelle è ruvida, callosa. Mi apre le labbra della figa con forza, spinge e gratta. Ne infila tre, tutte insieme, nel mio buco ancora sensibile per l’orgasmo precedente. Sono grosse, tozze. Le piega e le ruota dentro di me. Sento le unghie premere sulle pareti. Gemo per un misto di piacere e fastidio. Esce ed io mi sento vuota, abbandonata. Lo cerco col bacino. Ripete quella parola, e di nuovo affonda in me. Ancora più irruento, con movimenti più decisi. Trova il mio punto più sensibile e lo sfrega col polpastrello ruvido. Esce ancora e mi tormenta il clitoride. Lo pizzica, lo stringe, lo tira. Mi dimeno. Laido, mi lecca il collo dalla clavicola al lobo dell’orecchio. Ci scambiamo uno sguardo di puro desiderio.
Lo sento slacciarsi i pantaloni. Mi agito, voglio girarmi e vederlo. Succhiarlo. Gustarlo. Impossibile, con uno scossone ai miei polsi mi intima di stare ferma. Sbuffo, e lo sento sorridere. Il suo respiro caldo sulla scia di saliva che mi ha appena lasciato. La cappella che si fa strada tra le mie labbra, mentre mi inarco verso di lui. Si poggia sul clitoride, regalandomi un fremito, poi scende. Trova l’apertura, e con un unico colpo di reni mi prende.

Serro gli occhi e trattengo a stento un lamento. È grosso, mi sento piena di lui. Resta fermo un istante, poi si muove. Non con un ritmo crescente, non con attenzione, non studiandomi, ma in modo frenetico ed irruento. Mi monta con colpi secchi, cambiando di continuo l’angolazione. Il fastidio iniziale si tramuta, però, velocemente in piacere. Sono così bagnata che mi sento colare lungo le cosce. Cerco di liberarmi una mano e capisce. Me le lascia entrambe, e le uso per reggermi meglio alla parete. Lui mi prende per i fianchi, dando più forza ai suoi movimenti. Obbligandomi ad amplificarli. Il secondo orgasmo mi esplode in corpo all’improvviso, facendomi tremare. Ma l’uomo non si arresta, anzi aumenta il ritmo. Mi tiene ancora più forte, e va ancora più in profondità. Sento il piacere montare di nuovo. Mi tremano le gambe. Ho caldo. Sono tutta un gemito. La figa pulsa, non ancora appagata. Lui non dice una parola, ma sento i suoi gemiti rochi. Non è lontano. Ancora una volta i muscoli si tendono, fino quasi a farmi male. Perdo il respiro. Mi tiene ferma a se, le sue grandi mani che stringono i miei fianchi candidi. Mi basteranno poche spinte ancora. Lo prego a mezza voce di non fermarsi. Non può capirmi, ma non m’importa. Non si ferma. E io vengo di nuovo, con la figa che si stringe ritmicamente intorno al suo cazzo e le gambe che cedono. Non ci fosse lui a sorreggermi, cadrei a terra. Non riesco ad essere silenziosa questa volta, anche se mi mordo le labbra qualcuno vicino a quella porta mi sentirebbe di certo.

Ci sei tu lì dietro? Magari fossi lì.
Il serbo mi gira come se fossi una bambola, mentre stento a recuperare il fiato. La pressione sulle spalle è inequivocabile: mi abbasso e finalmente lo vedo. Grosso, coperto dei miei orgasmi e con quell’inconfondibile odore di maschio. Mi affretto a succhiarlo, come fosse un premio a lungo desiderato. In effetti lo è. Dal basso gli rivolgo uno sguardo languido, mentre faccio scorrere labbra e lingua lungo la sua asta. Accarezzo i coglioni pieni con una mano, mentre con l’altra mi tengo a lui. Ci vuole davvero poco perché si svuoti nella mia bocca in densi fiotti caldi. Un urlo gutturale li accompagna. Non esito un istante; mi affretto ad ingoiare tutto.

Il sorriso compiaciuto che mi rivolge è sufficiente, mi ricompongo ed esco di corsa dal bagno senza voltarmi.
“Dov’eri finita? Ci hai messo un’eternità! Ma come hai fatto a sporcarti le scarpe di fango?”
“Non vuoi sapere cos’è successo in quel bagno!”
“No, direi di no. Ripartiamo?”