i racconti di Milu
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“Lo sai, forse dovremmo iniziare ad argomentare sensatamente di convivenza, ovverosia di matrimonio”.

“Non posso amore, io non ho denaro a sufficienza, davvero, poi serve una casa”.

“Sono già otto anni che stiamo insieme, io ho risparmiato qualcosa, tu invece?”.

“Io ho un sacco di doveri d’adempiere e di debiti da versare, lo sai per quell’eredità che m’assilla, in quanto non sono soltanto dieci euro”.

“Lo intuisco, sì certo, però avrei desiderio di certezze, mi capisci Beppe”.

“Le hai. Ti amo, che cosa vuoi di più?”.

“Io vorrei vivere con te, svegliarmi con te al mattino, condividere la vita con te, amarti quando ne sento il desiderio e non quando c’è unicamente una casa libera”.

“Questo lo avrai quando si potrà, per adesso dovrai accontentarti”.

“Accidenti Beppe, sembra che la vita mi sfugga via”.

“Che sciocchezze, da te non me lo aspettavo proprio Maura, tutte queste ossessioni e tutti questi tormenti”.

“T’assicuro che mi sento talmente derubata e svaligiata, direi espressamente vuota in un certo qual modo da qualche tempo”.

Beppe a dispetto di ciò che esprime non l’interpella né la sente più, s’alza in piedi, saluta gli amici appena entrati nel pub, scherza con loro e lascia Maura da sola al tavolo. Maura li sente parlare di vacanze, sente il suo uomo che narra di voler compiere un viaggio da sogno, perché ha un sacco di soldi da spendere, intanto udendo quegli argomenti le crolla rapidamente il mondo ai piedi. Maura ha trentasette anni, giacché li ha compiuti sullo scadere dell’inverno, quando già i primi germogli sbocciano sui rami e i boccioli dei fiori mostrano le loro prime gemme ancora immature, lei è alquanto delusa e ferita, assai amareggiata e sconfortata dagli uomini, afflitta e ferita profondamente nell’orgoglio, in realtà è insoddisfatta e scontenta del suo uomo.

Quello che ha lasciato in città, lontano parecchi chilometri da lei dopo la sua fuga in questa piccola isola, dove adesso tenta malinconicamente di rimettere insieme i pezzi della sua vita giacché questa è una follia. Maura sa bene, poiché chi corre attraverso il mare cambia soltanto il cielo sotto al quale vive, non di certo l’animo né il proponimento dentro di sé. Non si può schivare né sfuggire all’angoscia, all’oppressione e al tormento, perché l’animo e l’intento lo si fortifica anche standosene a casa, affrontando il dolore e la sofferenza soltanto se lo si vuole veramente. Maura, al contrario, in un piccolo atto di vigliaccheria o forse di coraggio aveva preferito partire e attualmente se ne sta lì, seduta all’ombra di quella palma a bere il latte di cocco, osservando l’oceano davanti a sé dove i riflessi del sole s’incontrano unendosi alla brillantezza delle onde. Quelle immagini la confondono e la turbano in un certo senso, dal momento che ricorda quando Beppe era il sole e lei l’acqua dell’oceano, dato che rievoca molto bene quei raggi che la penetravano creando una magia con il suo liquido di vita, facendo nascere prima un timido e poi sempre più potente quell’inaspettato, ma ambito e desiderato orgasmo.

Lei ricorda la passione, le sensazioni, le carezze, i baci, le risate, le tenerezze e l’energia, richiama alla memoria la prima volta con lui in vacanza sotto una tenda mezza rotta quando aveva soltanto ventitré anni, in quanto non era vergine perché era stata stupida, però si era persuasa ripetendo verso sé stessa che Beppe era diverso, in quanto sarebbe stato per sempre. Lei cita l’ultima volta quell’amplesso di breve durata in cui lui non l’aveva nemmeno aspettata: di solito lo faceva, pensava prima al suo piacere, invece quella volta no, per il fatto che in quella precisa circostanza Maura aveva capito che qualcosa era enormemente e fatalmente cambiato, mentre adesso appoggia quella noce di cocco sulla sabbia accanto a lei chinando la testa e piangendo in maniera silenziosa. Sono stati dieci lunghi anni buttati a causa del suo impettito e intransigente orgoglio:

“Ciao, t’ho visto qui tutta da sola piangere. Non mi sembra proprio una buona né spensierata vacanza. Posso sedermi?”.

“Scusa, credo che oggi non sono per niente di grande compagnia”.

“Sai, nemmeno io lo sarei, però dopo otto anni la mia ragazza m’ha lasciato. Anch’io avrei dei buoni motivi per piangere, in effetti”.

“Perché non lo fai?”.

“Non ha senso, dal momento che è un’energia sprecata e in aggiunta a ciò non lo merita”.

“Quanti perché”.

“Ce ne sono altrettanti, anzi, mille e forse più”.

“Non ci avevo pensato”.

“Succede, io mi chiamo Donato”.

“Io sono Maura. Vuoi un po’ di latte di cocco?”.

“Grazie, volentieri”.

Donato continua a dialogare con Maura, i suoi amici lo chiamano, tuttavia lui li saluta da lontano e dice loro d’andare avanti, dato che li avrebbe raggiunti in seguito in albergo. Lui le fa notare quant’è bello il gioco di luci che il sole crea sull’oceano, le racconta di quando lui e la sua ragazza che attualmente lo ha lasciato e chissà dov’è e che cosa stia facendo, sembravano proprio come i raggi del sole e l’acqua del mare, armoniosi, proporzionati e uniti, dato che l’uno senza l’altro si sentivano perduti. Nel momento esatto in cui lui racconta, Maura inizia ad afferrare e a capire quel concetto, perché aveva deciso in fin dei conti di fuggire dalla città, di prendere l’aereo e di venire qua.

Il suo, invero, non era stato un atto d’abiezione, di degradazione né di vigliaccheria, bensì una condotta essenziale, un intervento d’animo puro, per così dire d’autentico e di lineare coraggio.

A dire il vero, a ragion veduta, la fortuna concede e offre nella sua misteriosa complessità le sue doti e le sue straordinarie qualità, per il fatto che assiste, favorisce e sostiene gli animosi, gli audaci e i valorosi che la inseguono.

{Idraulico anno 1999}