i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Era un fiacco martedì sera di dicembre, e faceva discretamente freddo per essere in Sicilia. Mentre preparavo qualcosa per cena, mi resi conto che avrei fatto tardi all’appuntamento in sala prove. Mandai un sms a Massimo, avvisandolo che avrei raggiunto lui e Laura un po’ più tardi. In fin dei conti avevo già registrato le mie parti da qualche settimana, e ci andavo più per condividere l’onere della supervisione con Massimo che per effettiva necessità. Il programma della serata prevedeva le registrazioni delle tracce di basso di Laura, che alla buon’ora era riuscita a trovare un po’ di tempo da dedicare alla band.
Con Massimo ci eravamo conosciuti ai tempi delle medie, ed eravamo rimasti amici per i seguenti vent’anni circa, cementando la nostra amicizia grazie alla musica, mettendo su diversi gruppi e divertendoci, anche se col passare degli anni gli impegni legati alla quotidianità avevano finito per erodere la porzione di tempo da poter dedicare alla nostra passione, che nonostante tutto però manteneva ancora la priorità pressoché assoluta.
Quando ci siamo resi conto di essere praticamente gli unici disposti a mettere la musica sempre al primo posto, abbiamo deciso di occuparci in prima persona di tutti gli aspetti che riguardavano la vita delle nostre bands, il che includeva – oltre allo scrivere le canzoni, organizzare le prove, contattare i proprietari dei locali in cui esibirci e quant’altro – supervisionare le sessioni di registrazione degli altri membri. Personalmente la funzione di leader non mi è mai calzata a pennello, e preferisco definirmi e agire come gregario, ruolo in cui mi trovo molto più a mio agio; per dirla tutta però, il nostro essere a capo dei gruppi in cui suoniamo, ha finito per limitare le nostre interazioni con gli altri membri, con cui c’è sicuramente un buon rapporto, che però non va oltre le pareti insonorizzate della nostra sala prove. Forse è più il mio modo di vivere la cosa, perché Massimo mi sembra sempre più comunicativo e a suo agio, ma sta di fatto che pur conoscendo i ragazzi e le ragazze della band da anni, la nostra conoscenza è rimasta in qualche modo superficiale. So che suona paradossale, ma è così, almeno per me. Laura, tanto per fare un esempio, è l’esatta rappresentazione di quello che sto dicendo: suoniamo insieme ormai da quattro, cinque anni, eppure è come se non ci conoscessimo affatto. Sarà anche la differenza di età che ci tiene un po’ lontani – undici anni di differenza non sono pochi – ma della sua vita sappiamo quel poco di cui si riesce a parlare durante le pause tra un brano e l’altro: studentessa di ingegneria, ex pugile amatoriale e appassionata di gatti, fidanzatissima. Di quello che pensa, della sua opinione sulle piccole e grandi cose del mondo, nemmeno la minima idea. E viceversa da parte sua nei nostri confronti. Insomma, conoscenza a livelli di buon vicinato o poco più.
Questo non mi ha impedito, di tanto in tanto, di fantasticare su di lei, magari soffermandomi ad osservare di sottecchi le sue forme, celate sotto i jeans larghi e le felpone che Laura indossa regolarmente. Non di rado chiacchierando con Massimo abbiamo scherzato sulla possibilità che a Laura, pur essendo fidanzata, piacessero le donne e che nemmeno lei ne fosse consapevole. In effetti all’apparenza ci sarebbe ben poco da fantasticare: un corpo solido, irrobustito dall’attività fisica; capelli di un bel castano un po’ sotto le spalle ma quasi sempre raccolti in un’anonima coda di cavallo; occhiali dalla montatura un po’ vecchiotta e mai un filo di trucco. L’unico dettaglio che è impossibile celare sotto gli abiti larghi e l’atteggiamento dimesso, la rotonda formosità di un seno generoso e rigoglioso da ventiduenne.
Le mie fantasie dunque, soffocate da un lato dalla mia proverbiale sfiducia in me stesso e dall’altro dal mio altrettanto proverbiale codice morale, si sono limitate a patetiche sbirciatine da adolescente, ma in fondo mi dico che va bene così. Rimugino su queste riflessioni mentre percorro in auto i pochi chilometri che dividono casa mia dalla sala prove e la parcheggio nel primo posto disponibile. Scendo lungo la scivola immersa nel buio che porta al nostro garage/sala prove, guidato dalla sottile lama di luce che filtra dal portoncino semichiuso, e trovo Massimo e Laura all’opera: pc acceso, cavetti collegati, dita sul basso. Saluto, prendo posto sul seggiolino della batteria e le registrazioni proseguono. Per fortuna stasera è previsto un solo brano, non ci dovrebbe volere molto, e difatti con un paio d’ore di lavoro Laura termina le sue parti e rimette a posto le sue cose per andarsene.
“Scusate se vado via di corsa, ma sono raffreddata e ho lasciato mia mamma sola a casa”, dice a mo’ di scusa.
“Tranquilla, non c’è problema”, rispondiamo quasi all’unisono io e Massimo.
Laura indossa il cappotto, si mette il basso in spalla ed esce dalla sala, lasciando socchiusa la doppia porta che dà sull’anticamera che collega all’uscita.
Io e Massimo mettiamo via cavetti e pc, chiacchierando del più e del meno, io indosso il giubbotto prendendo bonariamente in giro Massimo, che per qualche motivo a me oscuro si rifiuta di indossare indumenti pesanti in inverno, e ci prepariamo a uscire e chiudere tutto. Non appena chiudiamo la doppia porta della sala, che si apre verso l’esterno e quindi nasconde parte dell’anticamera, vediamo qualcosa che ci lascia entrambi sconvolti, immobili e incapaci di dire una parola. Sul divanetto che usiamo per rilassarci durante le pause tra una prova e l’altra c’è distesa Laura, completamente nuda. I suoi vestiti sono poggiati sulla custodia del basso, in un angolo; si è sciolta i capelli, che le ricadono dolcemente sulle spalle, e una ciocca le ricade sugli occhiali che ha tenuto indosso, nascondendo parzialmente uno sguardo che non le avevo mai visto prima d’ora: è malizioso e audace, sicuro e leggermente sfottente. Né io né Massimo riusciamo a pronunciare una sola parola, si tratta di un avvenimento troppo inaspettato, troppo inverosimile e troppo spiazzante. Io non riesco ad evitare di spostare lo sguardo sulle sue tette: sono bianchissime, due globi perfetti sormontati da areole di un rosa pallido attorno a capezzoli che lentamente si inturgidiscono. Deglutisco lentamente mentre sento un calore diffondersi nel mio corpo, e non riesco a fare altro se non continuare a guardare il corpo nudo di Laura, i suoi fianchi, le sue cosce muscolose e le caviglie robuste, da atleta, magari non il massimo della femminilità, eppure la sua pelle così bianca mi fa andare il sangue al cervello... e non solo; per finire due piedini ben fatti affusolati e dalle dita morbide come giunchi.
“Allora, non dite niente?” ci chiese Laura. La sua voce era così diversa dal solito: bassa, roca, sexy, trasudava lussuria da ogni sillaba. Si umettò le labbra non truccate, lasciandole leggermente lucide; sentii una specie di scossa elettrica attraversarmi l’addome. Non fui capace di articolare parola, e nemmeno Massimo, così Laura fu costretta a tenere in qualche modo viva la conversazione.
“Non vorrete lasciarmi così, vero? Non dovrei prendere freddo, sapete?”
Aveva il naso leggermente arrossato, ma questo dettaglio la rendeva ancora più attraente ai miei occhi, le conferiva un che di virginale che mi faceva andare fuori di testa.
“Su, che vogliamo fare?”
Mentre stavo per raccogliere il coraggio di fare la prima mossa, sentii Massimo muoversi accanto a me, uscendo finalmente dal blocco in cui ci aveva catapultati la vista di Laura nuda.
“No Laura, scusa eh, ma io non ho intenzione di fare proprio nulla!”
“Proprio nulla, nulla?” chiese lei, mettendo il broncio come una bambina.
“Nulla”, rispose Massimo, laconico.