i racconti di Milu
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Talvolta possono esserci unicamente combinazioni, probabilità e perché no persino mescolanze. Con questa frase in testa, quella mattina lei era uscita per compiere un giro in centro, una colazione veloce in un bar sotto la scalinata di piazza di Spagna e poi a pieno regime scorrazzando per le vie eleganti di Roma adocchiando distrattamente le vetrine. In verità non aveva necessità di fare acquisti, per il fatto non le servivano né abiti né scarpe né borse firmate.

Se una donna è libera significa che si è già consegnata al diavolo ripetendo quella battuta arguta verso sé stessa, perché lei quel mattino si sentiva invero eccezionalmente autonoma e incredibilmente libera, giacché le mancava unicamente un diavolo al quale potersi consegnare. La sua attenzione fu sennonché catturata da un’insegna rossa, a lei piaceva molto infatti l’atmosfera delle librerie, perché la trovava appagante, rilassante e comunque in una libreria si ha quasi la certezza di non essere assediati né circondati da persone ovvie e misere, dal momento che lei detestava appieno la convenzionalità.

Lei camminava lentamente passando in rassegna gli scaffali, non aveva in mente un acquisto particolare e sorridendo soffermava lo sguardo su quei libri, alcuni dei quali facevano bella mostra nel suo mobile in arte povera, rammentando i pensieri e le sensazioni che le avevano suscitato mentre li leggeva. A un certo punto s’accorse che quei sorrisi erano osservati da qualcuno, alzò lo sguardo e ne incrociò un altro, erano un paio d’occhi neri appoggiati a un viso già abbronzato, malgrado ancora per l’estate mancasse ancora qualche mese. Divertita però non sorpresa continuò a sorridere, perché voleva captare se quello sguardo fosse davvero destinato a lei, dopo quando un paio di labbra carnose si schiusero approcciando a loro volta un sorriso capì che non si era sbagliata, giacché quell’uomo guardava proprio lei:

“Se una donna è libera significa che si è già consegnata al diavolo”.

Lei a ogni buon conto un diavolo non lo aveva mai conosciuto e non sapeva dietro quali sembianze potesse nascondersi, così mentre rifletteva su questo concetto senz’accorgersene si stava avvicinando a quegli occhi e a quel sorriso, poiché si sentiva come condotta e implacabilmente trasportata naturalmente verso quel qualcuno di cui non conosceva nulla. Sempre più divertita pensò che se non fosse mai entrata in quel negozio, non avrebbe mai conosciuto la piacevole coincidenza di due occhi che la fissavano e d’una bocca che sorrideva apposta per lei. Furbamente pensò a quella bocca immaginandosela addosso, non sopra una parte del corpo qualsiasi, perché quasi imbarazzata la vedeva appoggiarsi sul suo collo, bensì nell’incavo della spalla sentendola discendere verso i suoi seni afferrando in conclusione i suoi capezzoli. Questi deliziosi e lascivi propositi ebbero su di lei l’unico effetto possibile, anche perché un uomo non conosce il disagio né l’incomodo che prova una donna mentre si eccita solamente pensando, quando la sua fica si bagna indipendentemente dalla sua volontà. In quella circostanza rimase ferma, a quel punto lui s’avvicinò, una donna eccitata forse non si vede a occhio nudo, tuttavia se ne può avvertire l’odore anche a distanza. Quando lui fu abbastanza vicino, così che lei poté annusare la fragranza fresca del suo profumo, lei capì quali sembianze poteva avere il diavolo, allora si girò per avviarsi verso l’uscita. Non voleva scappare, auspicava soltanto che lui ne seguisse il suo odore, comprendere se lui stesse immaginando come si sentiva e quanto c’era di lui in quell’umidità che si sentiva fra le cosce.

Appena fuori si sentì urtare, si voltò e il suo sguardo si perse nuovamente dentro quegli occhi che stavolta non sorridevano, giacché a lei sembrò naturale affiancare il suo passo a quelli dell’uomo. Camminarono un po’ senza parlare, constatando che quel desiderio esploso così all’improvviso è un desiderio tale che gli si può mancare di rispetto, dal momento che a lei sembrò la cosa più innata del mondo impugnare per mano l’uomo per metterselo vicino, lui agguantò la sua mano ma subito la lasciò e mise la sua sulla sua schiena. Alcuni istanti dopo lei la sentì digradare fino alle chiappe accorgendosi che lui stava sollecitandole il passo, pochi metri dopo si ritrovarono davanti al portone d’ un piccolo e anonimo albergo, lui la guardò e sempre senza parlare ottenne la risposta dagli occhi di lei che ormai imploravano la totale lussuria dei sensi. Si presentarono in quel modo all’accettazione, lui aprì il portafoglio per esibire il documento e lei non cercò nemmeno di sbirciare per scoprire come si chiamasse l’uomo dagli occhi di brace, prese il suo e lo consegnò all’impiegata:

“Prego, al quarto piano, la camera numero undici”.

Non utilizzarono l’ascensore, salirono a piedi quasi a voler estendere prolungando in maniera soave quella gradevole agonia. Lui in quell’occasione la prese per le spalle avvicinando la sua bocca proprio al punto in cui lei se l’era immaginata in libreria, cingendole sia il collo che le spalle. Adesso lei percepiva tutto, anche la sua eccitazione che saliva e mentre pensava a quel cazzo gonfio disponibile per lei, la sua fica s’inondò di nuovi fluidi, così agguantò la sua mano e lo accompagnò, lui le spostò lo slip infilandole dentro prima un dito poi un altro:

“Non fermarti” - queste le prime parole, che uscirono dalla sua bocca dopo molto tempo.

“Girati” - disse lui, a lei sembrò di non aver mai sentito una voce più bella e soave di quella.

Lei si voltò verso la parete mentre lui sollevava delicatamente la sua gonna, con fermezza le abbassò lo slip e lei agevolandolo piegò leggermente le reni captando che lui si stava liberando dei pantaloni, poi lo afferrò per i fianchi e finalmente lei poté percepire il suo cazzo duro come il marmo dove fino a un attimo prima sgorgava solo il suo desiderio. Lei si piegò per riceverlo e lui iniziò a spingere prima lentamente, lei pensava a lui mentre esaminava la sua fica aprirsi e chiudersi intorno al suo cazzo, era così eccitata che credette di impazzire. Proprio in quel momento lui iniziò a spingere più forte, le sue mani addosso al muro, la sua testa piegata in avanti e la sua fica che reclamava, mentre dal suo corpo usciva anche quello che lei non immaginava di possedere. In quel momento lui si fermò, si sfilò da lei e la girò verso di sé, delicatamente le tolse gli abiti, la fece sdraiare a pancia in alto e salì sopra di lei, il cazzo vicino ai suoi seni e lei pensò che fosse troppo vicino alla sua bocca per pensare di resistere a quella tentazione. Così avvicinò le labbra alla sua cappella gonfia e con la lingua iniziò a giocare con la punta, finché lui ne ebbe abbastanza afferrandole la testa facendole inghiottire tutto il resto.

In verità un pompino non si descrive né si rappresenta: si fa e si riceve, al più si può immaginare che cosa prova un uomo mentre ha il cazzo nella bocca d’una donna che gli piace, che glielo ha ispirato e suscitato dal primo momento che l’ha vista. Non serve l’amore per succhiare un cazzo, serve una bocca bene aperta, una lingua esperta quanto basta, il resto viene da sé, così come lui eiaculò nella sua bocca riempiendole fauci e gola, finché tutto quel liquido non fu inghiottito nello stomaco, quasi a voler premiare ricompensando quello che usciva dal suo corpo ormai senza ritegno.

Dopo aver ripreso fiato entrambi s’alzarono per andare in bagno, non c’era una vasca, ma un doccia dalla base abbastanza capiente da poter contenere due persone, entrarono e senza chiudere la tenda lui aprì il getto dell’acqua. A lei sembrò naturale prendere il sapone e iniziare a massaggiargli il torace, le spalle, scendergli sul sedere e risalire sulla schiena, lui fece altrettanto passandole i polpastrelli sui capezzoli, scese all’ombelico, le accarezzò i fianchi e ancora più giù fino ad aprirle le natiche continuando a massaggiare, lei pensò che non si era mai sentita meglio di così e sorrise. Fu allora che lui fece uno scatto e si mise dietro di lei, il cazzo di nuovo pronto per l’uso, il suo sedere bagnato e lubrificato, pronto a ricevere quell’ospite d’onore. Scopare un sedere è come trombare l’infinito, non c’è una fine, perché senza fine era quello che pensava lei mentre lui le era più dentro possibile e mentre con le dita stimolava l’altra eccitazione il clitoride più duro del suo cazzo e quella fica che piangeva ormai da ore. Respiri, gemiti e il rumore dell’acqua accompagnavano entrambi, quando lui si accorse che stava per sborrare allontanò le sue mani dalla fica e ci mise le sue dita, scopava e sfregava così forte che a lei sembrò di perdere pezzi di carne e di pelle, però un diavolo si sa vuole tutto e si prende tutto, sia con le buone maniere, ma soprattutto con le cattive.

Fu così, invero, che quel giorno lei aveva capito che cos’era la libertà e il radicale privilegio di consegnarsi a un uomo senz’amore, ma soltanto osservando e seguendo l’istinto che fa d’un uomo e d’una donna due bestie assetate l’uno dell’altra, la meraviglia e il prodigio della natura. A ben vedere, mai nessuno l’aveva riempita così né in nessun caso lei si era sentita così gradevolmente dominata e piacevolmente soggiogata d’un piacere che non esigeva altro che la volontà e la fermezza di darsi e di donare, di prendere e di ricevere tutto senza nessun altro coinvolgimento, senza doversi aspettare un domani, senza pretendere né chiedere amore.

Nessuno sa, se al presente i due si siano incontrati di nuovo, eppure se entrate oggigiorno in una libreria e vedete una donna che sorride, fateci caso, probabilmente è perché ha già incontrato e incrociato quel diavolo cui consegnarsi.

{Idraulico anno 1999}