i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

[ - ] Stampante
Indice
- Text Size +
Erano trascorsi giorni, settimane e perfino mesi, perché tanto avevo atteso e intensamente sospirato per quel momento, per il semplice fatto che saresti finalmente arrivata per donarti. Innumerevoli le parole che erano servite da parte d’entrambi per scoprirsi tentando di conoscersi, d’esplorarsi attimo dopo attimo per appoggiare e per condividere in ultimo curiosità, posizioni e ruoli. La posta elettronica, la voce, i biglietti lasciati in zone conosciute, poi gli ordini da parte tua eseguiti sempre con diligenza e con precisione, ogni volta diversi e a volte capricciosamente bizzarri e insoliti. Era un autunno caldo ma non oltremisura, piacevolmente attutito da quella brezza di settembre, il tuo viaggio in carrozza su quei lenti e mai rapidi mezzi ferroviari era stato deliziosamente denso d’attesa, dato che continuamente il mio cellulare aveva squillato domandandomi a ogni stazione che attraversavi con una supplica dolce di bambina:

“Per che ora verrai a prendermi?” - e sempre io t’avevo risposto sorridendo, sorvolando di proposito sopra un’indicazione certa.

Io volevo amplificare esaltando al massimo la tua attesa, tu non conoscevi niente del mio aspetto, tanto sapevi delle mie particolarità. Sapevo che saresti stata in tensione come una corda di un’arpa pronta per essere pizzicata per risuonare alle mie attenzioni, così come farebbe un pianista capace di creare armoniose e belle melodie sfiorando ogni tuo pensiero, poiché questa era stata la sensazione che avevi avuto di me. Finalmente arrivò il messaggio che aspettavo:

“Sono arrivata in stazione e adesso?”.

Tu eri giunta nella mia città dopo tanta attesa, pronta e disponibile nel metterti in gioco, disimpegnata e in balia dei miei modi che sapevano gratificarti a distanza. Le immagini del tuo obbedirmi a testa china docilmente si susseguirono come tanti frammenti accantonati nel pozzo, nella parte più profonda che emergeva decisa, formando mosaici che avresti vissuto piacevolmente per entrambi. Io respirai e ripresi in mano il cellulare, le dita veloci e sicure sfioravano quei tasti luminosi e sensibili, intanto i miei pensieri pregustavano già altri tocchi e altre piacevoli sensazioni. Le parole si formarono impetuose, così come un temporale che irrompe in un’estiva giornata calda di sole e scrissi:

“Va’ nella sala d’aspetto, rimani seduta e fermati lì”.

Poche parole in verità, un ordine categorico, la sensazione del dominio e del potere, la consapevolezza d’avere la tua mente senz’esitazione né indecisione. Con calma, con entusiasmo e con sospensione per la giornata promettente terminai il lavoro d’ufficio alquanto impegnativo e pieno di responsabilità. Frattanto la tua smania d’avermi continuava, svariati squilli, continui SMS per sapere quando sarei comparso, giacché sembrava l’abbaio dolce d’una cagnetta in attesa lasciata da sola ad aspettare di chi si occupi amorevolmente di lei. Segnali di ricerca e d’attenzioni dove per libera scelta non prestavo particolare cura. Io dovevo condurti a un’attesa frenetica, lasciarti senza respiro fino alla mia comparsa, sapere che non saresti stata nemmeno in bagno per paura di non farti trovare pronta, poiché quest’aspetto gratificava deliziosamente il mio ruolo di tua guida. Sempre più vicino io risposi che stavo arrivando, allentando un minimo la tua tensione che stava esplodendo, mentre tu volevi qualche indizio per riconoscermi in anticipo. Che illusa, in nessun caso mi sarei scoperto per darti un vantaggio. Il ruolo è scontato, perché offre dei notevoli privilegi rispetto a quello complementare non meno piacevole da vivere.

Tu indossavi un paio di stivali, perché così m’avevi anticipato. Con un passo deciso attraversai l’atrio della stazione e guardai verso la sala d’aspetto. Tu eri seduta là come da me richiesto accanto alla valigetta professionale con la borsa molto femminile, gli stivali di colore marrone risalivano i polpacci nascondendo la parte terminale dei jeans aderenti. Nera di capelli la testa si era chinata timidamente incrociando il mio sguardo, io avevo sorriso da subito, senza dubbio avevo notato la mia schiava Guendalina. Tu, invero, per la prima volta eri stata accarezzata dagli occhi scuri come la notte del tuo padrone, il mio sorriso t’aveva lasciato il primo segno indelebile: non mi eri indifferente. Io avevo incontrato schiave belle e meno affascinanti nel corso degli anni, malgrado ciò i tuoi occhi erano lo specchio di chi vuole perdersi in fine donandosi. Tu eri molto chiara sin dal primo momento, io m’accomodai accanto a te dopo averti fatto spostare l’elegante valigetta e le mie parole immediatamente t’avvolsero:

“Guendalina sei molto bella, ben arrivata”.

Dopo aver ispezionato altri particolari, dai capelli agli occhi, passando dalla scollatura generosa sul seno e indugiando sull’aderenza dei jeans, dopo squadrando la presenza dei tacchi agli stivali, in seguito perdendomi come abitualmente amo fare negl’infiniti dettagli, afferrai la tua mano carezzandola, tastandone i polsi e facendo delirare il mio ego per la possibilità d’avere finalmente chi potesse gratificarlo senza limiti, frattanto con la voce dolce e decisa ti sussurrai:

“Andiamo, non sarai venuta per rimanere qua”.

Tu annuisti in maniera docile e partimmo assieme uscendo dalla sala comoda ma noiosa per vivere. Sorridevi felice, io lo notai con piacere, manifestamente come una bambina che riceve il suo regalo in occasione d’una festività, atteso da qualche tempo, per il fatto che avevi avuto la gratificazione tanto attesa: incontrarmi. I tuoi occhi lo rivelavano senz’indugio e senza filtri, poiché gli stessi trasudavano piacere:

“Hai bisogno d’andare in bagno?” - ti chiesi, pensando alla tensione indotta dall’aspettare mezz’ora da sola nella sala d’aspetto senza poterti muovere. La risposta timorosa di non essere accolta era stata:

“Prenderei un caffè se possibile, sono già andata in bagno appena scesa, prima di sedermi e restare là immobile dove avevamo convenuto”.

La qualità delle colazioni in stazione è ben nota ai viaggiatori non occasionali, in linea di massima è di media qualità, però in ogni caso adatta per svegliare un corpo insonnolito da una levataccia necessaria per recarsi in luoghi remoti. Per l’occasione ne prendemmo uno a testa, il tuo ristretto e addolcito da una busta di zucchero di canna, il mio tradizionale e d’aroma accettabile. Io avevo evitato con eleganza la raccomandazione della cassiera d’acquistare un biglietto della prossima lotteria. Da sempre, gli studiosi di statistica, rammentano che mai è possibile vincere un dato giorno a una data ora a una lotteria, quantunque qualcuno ogni tanto si goda tali premi e così mantenni fede al mio precetto: mai giocare per soldi. Agguantai il polso di Guendalina nella mia mano e la portai fuori del bar, uscendo per la città le illustravo le caratteristiche architettoniche e urbanistiche, alternandole all’esplorazione del suo corpo e attraversando in ogni attimo il suo sguardo, assaporandone gli aromi che avevano indossato ascoltando con estrema attenzione ogni sua parola. In particolare seguivo le sue pause e i suoi respiri, una chiara indicazione del suo stato d’attenzione per ogni mio gesto o frase. Sì, certamente, era la donna più interessante mai incontrata fino a quel momento, a dire il vero l’unica che si meritava l’aggettivo tanto deciso e netto che rispondeva alle mie esigenze: un ruolo complementare sotto ogni punto di vista al mio. Le proposi di gettarsi nella fontana accanto alla stazione da un dislivello di oltre cinque metri, glielo dissi sorridendo ma in modo deciso proponendole un bagno autunnale, lei sorrise chiedendomi se stessi scherzando:

“No, non scherzo, perché se volessi lo faresti, lo so. Il buonsenso mi dice che non è una richiesta da obbligarti”.

Io la consolai, poiché lo vidi dal suo sbuffare sulla frangetta nera notevolmente attenta a ogni sfumatura, giacché pure lei voleva comprendere quanto sarei stato capace di rapirla solamente con le parole; con i fatti, con le mani, con il corpo, così come tanti sono buoni a fare. Con le parole, con le sottili frasi incasellate una dopo l’altra nel comporre mosaici di colori diversi, pochi sono in realtà capaci di non essere ripetitivi o noiosamente sterili. La rampa delle scale fu discesa in pochi attimi, i suoi stivali ticchettavano a ogni gradino, uno dopo l’altro regalandomi il piacere di sentirla discendere al mio ritmo, al mio fianco, anche senza doverla guardare o averla docile al guinzaglio. Era mia, come richiesto, come offerto, solamente mia. La friggitoria comparsa lungo la strada era piacevolmente carica di prelibatezze, bomboloni, ciambelle e polenta fritta, delizie preparate da mani esperte pronte per soddisfare i palati più esigenti. Di proposito appena fermatasi davanti ad annusarne gli appaganti aromi le dissi:

“Da oggi sei a dieta”.

Sorrisi e lei fece con me. Era stata questa la promessa che t’avevo strappato e che giustificava il vietarti cibarie tanto appetitose. La borsa a tracolla, la valigetta, la giacca sgualcita stretta in mano, in quella circostanza proposi di farmi portare anche la mia giacca. Pronta a tutto, sorrisi quando tendesti la mano chinando gli occhi e sussurrando docilmente:

“Dammi, te la porto io”. Io risposi in modo chiaro e deciso:

“Scherzi, sai che m’aspettavo che noleggiassi un risciò per trasportarmi agevolmente. Cammina Guendalina, la giacca la porto da me”.

Tu arrotolasti la giacca con eleganza e precisione per riporla nella valigetta marrone, la mia mano avvinse il tuo corpo per definirne le forme indugiando sulle zone che non avresti mai fatto sfiorare a uno sconosciuto. La sensazione che provai, peraltro densa e avvolgente come un fluido misterioso, che scorre improvviso sulla pelle delle mie dita avvalorò ogni mia precedente impressione. Certamente avevo trovato una vera schiava, in quanto avvertivo a ogni tocco la tua fisicità nel cercarmi, abbandonandoti e vivendomi. Mugolii, gemiti, labbra che si chiudevano stringendo la lingua dentro mortificandola piacevolmente con i denti, occhi, palpebre che sensuali seguivano il ritmo del mio tocco. Ti spalmavi sulle mie attenzioni e sapendolo ben fare gratificavi il mio ruolo complementare al tuo di padrone.

Eri mia, lo saresti stata per sempre, giacché per vie traverse comincia a farti conoscere le meraviglie della cittadina, palazzi e strade che erano state testimoni del tempo che aveva attraversato senza nemmeno sfiorarle, uno dei luoghi più noti al mondo. Piccole botteghe d’artigiani che si trasmettevano il mestiere di padre in figlio stonavano in mezzo ai negozi dalle vetrine luccicanti e stracolme di merce asiatica di basso valore. Quello là era il progresso che inclemente e irriducibile avanzava mietendo le vittime meno forti economicamente, quelle che avevano ben noto il saper fare ormai dalla moltitudine sottovalutato per il livellamento delle attese comuni. Di questo concetto io ti rendevo partecipe, mentre tu seguivi ogni mia descrizione e ogni mio passo. Un quartiere, quello percorso con estrema lentezza, per fartene gustare gli aromi e i suoni, assieme alle grida degli abitanti magari velate d’un accento particolare, piacevolmente ammirato da chi ascoltava, una bambina decisamente attenta e curiosa alla sua prima gita fuori porta. Percorsi e personaggi che avevano ispirato romanzi e sceneggiature di film, scenari di poesia, di passione e di feroci delitti erano scaturiti dalla genialità degli autori, in effetti come sempre la mia parlantina aveva preso il sopravvento sul buon senso, quest’ultimo era un mio difetto che amavo considerare come pregio.

Arrivammo in conclusione al limitare del fiume, le spallette erano occupate da turisti stanchi d’osservare dopo file pazienti, una concentrazione d’espressioni d’arte unica al mondo. Gli abili ritrattisti all’uscita nello spiazzo antistante eseguivano con pazienza e arguzia le caricature d’illustri sconosciuti, io presi le tue mani dentro le mie, il tuo viso, le tue guance erano rosse, il sole le accarezzava violentemente tanto ti bruciavano. Ai bordi del fiume restavano gli ultimi accaniti avventori in cerca di un’abbronzatura gratuita, dotati di teli e ombrelloni in barba alla legge. Le mie mani ti spinsero sopra il muretto di mattoni facendoti sedere ben salda per evitarti di cadere, aprii le ginocchia allargandoti i jeans nel mentre cedevano dolcemente, tu sorridevi per la centralità del luogo. Io ti sussurrai avvicinando le mie labbra al tuo lobo destro, dopo aver scostato dolcemente il ricciolo che lo copriva:

“Non preoccuparti, qua non succederà nulla che tu non voglia”.

Ti lasciasti andare reclinando il collo ed aspettando un’attenzione che si sarebbe manifestata con lo sfiorare delle mie labbra sulla tua pelle, io ti morsicai in modo deciso succhiando il sapore del tuo collo profumato, vederti cedere rese manifesta la tua arrendevolezza, così facendo risalii fino al lobo indugiando con la dolcezza, mentre tu vibravi in uno sfavillio d’emozioni, tutto il tuo corpo era proteso verso di me. Intanto il traffico cittadino formato da passanti sul marciapiede, ciclisti frettolosi e motorini con rombi fastidiosi copriva le parole che ci scambiavamo. Frivole e profonde, giacché amavo alternarle, parlare di che cosa avevi fatto fino ad oggi, dei tuoi interessi, delle tue curiosità e simultaneamente anticiparti frammenti, scenari e immagini di quello che sarebbe stato il nostro rapporto, dettagli che ti facevano sorridere abbondantemente. Le mani risalirono lungo il busto attratto dalla scollatura generosa e offerta del seno, i miei palmi raccolti in conche ne seguirono le forme in modo sempre più deciso e avvolgente. Ti avevo.

In quel momento avrei potuto strizzarti entrambe le punte, decisi di farlo dopo averle sfiorate, io percepivo mugolii composti, sorrisi, palpebre socchiuse nel mostrare l’appartenenza incondizionata. Accanto a noi s’avvicinò per gustarsi il panorama unico una coppia di stranieri, i miei occhi cascarono celermente sulla donna: bionda, dai lunghi capelli lisci raccolti in una coda, esile e vestita sensualmente sorrideva al suo compagno per me insignificante. Gli stivaletti a tronchetto di camoscio chiaro indossati sulle fini caviglie di pelle chiara la slanciavano rendendola ancora più alta, merito del tacco a zeppa non volgare, mentre la gonna leggera svolazzava sospinta dagli aliti del vento. Nacque una fantasia, farti allungare la mano sotto la sua gonna per verificare un mio dubbio, la presenza o meno d’un intimo di pizzo. Era la prima volta che ti potevo sfiorare con le mani, io avviluppai i tuoi fianchi e risalii in alto seguendo ogni curva. Avrei avuto tempo per farti esporre, però non oggi. Dopo camminammo lungo il fiume costeggiando i negozi più storici della città. Attirata come una bambina dagli oggetti più fantasiosi tu sbirciavi le vetrine, ma sempre seguendomi attenta. Una docile cagnetta, silenziosa e sorridente contenta di passeggiare a fianco del suo padrone. Un negozio molto famoso per i suoi pacchetti regalo faceva bella mostra su d’un angolo di strada, bracciali, anelli e monili preziosi. Io sorrisi chiedendoti:

“Vuoi qualcosa?”. La risposta si rivelò arguta e saggia:

“L’unico gioiello che vorrei portare è il collare del mio padrone”.

Attraversammo assieme a un numero imprecisato di turisti il ponte più antico della città, la vista più famosa, memoria di ricordi condivisa nell’immaginario collettivo di tutti i cittadini del mondo. I lucchetti, avvinghiati a un lampione sbalzato di ghisa posti dai giovani amanti come suggello di passioni irrefrenabili avevano attirato la tua attenzione. Voli immaginari, lucchetti, corde e catene, ambedue sorridemmo per la passione della fantasia condivisa. Le vetrine dei negozi luccicavano per i preziosi manufatti esposti, le persiane di legno secolari le ombreggiavano, mentre le luci alogene ne decantavano la lucentezza e la preziosità. L’altra sponda del fiume non era meno affascinante, un altro viale, strade secondarie, salite impervie che s’inoltravano sulle colline intorno. Luoghi e paesaggi naturali, scenari per riprese cinematografiche. Man mano che camminavi al mio fianco sollecitata dalle mie parole e dalle continue tensioni cui ti sottoponevo, notavo il tuo corpo tendersi. Il tuo sorriso estendeva il piacere al collo alla schiena, ai fianchi e finalmente le ginocchia si rendevano flesse, a un tratto ti trovavo spalmata sul mio corpo avvolta a me.

Le alte mura e lo stretto marciapiede unite al minimo passaggio delle auto, permettevano lo sfiorarsi più esplicito risvegliando la curiosità morbosa di passanti frettolosi, ma attenti. Le mie mani entrarono nella tua bocca, arrendevole come una puledra accetta il morso, tu mi succhiavi le dita con dolcezza squisita, io cercavo di soffocare la tua arrendevolezza infilandole a fondo, sennonché supplicante come una cerbiatta mi chiedesti:

“Padrone, avrei bisogno d’un bagno”. Io sorridendo risposi:

“Te lo scordi, oggi devi avere autonomia, non c’è tempo per i tuoi bisogni, al limite la fai qua in strada abbassandoti come una cagnetta”.

Tu palesemente imbarazzata per la risposta stringevi le cosce continuando a camminare assieme a me, sebbene rassegnata nel trattenere ogni tua voglia, mentre i tuoi stivali ticchettavano sul selciato. Io adocchiai una trattoria dalle insegne accattivanti, presi la tua mano e ti portai dentro, con malizia e dolcezza t’annunciai:

“Guendalina, credi che t’avrei fatto ammollare senza pietà, non oggi mia schiavetta, non oggi” - ed entrammo nel locale.

Il posto caratteristico offriva un menu appetitoso, ordinammo dopo un’attenta lettura delle portate disponibili, il servizio fu rapido e la qualità eccellente. Inoltre il bagno pulito permise di gratificare la tua impellente necessità. Cominciasti a mangiare con gusto la tua pasta con la salsiccia, dopo aver sorriso del detto che t’avevo raccontato poco prima:

“Sei come la salsiccia, maiala dentro e budella fuori” - un detto regionale, che ti calzava addosso aderendo al tuo lato più erotico.

Il mio vassoio, ricolmo di fette di salumi tipici accompagnati da fette di formaggi dai mille sapori si fece gustare con piacere, i calici di Brunello esalavano sapori fruttati e seppero allietare tali pietanze. Rinunciammo al dolce in favore di due caffè per riprendere il nostro conoscersi senza appesantirci troppo. Usciti dal locale ci spostammo verso una strada silenziosa che conduceva a una salita di sorpassata memoria, attraversammo una porta i cui giganteschi portoni erano stati difensori fino all’ultimo degli attacchi con archi e frecce e salimmo fino a trovare un parco immerso nel centro della città, peraltro visibile soltanto da una veduta aerea e sconosciuta ai turisti mordi e fuggi. Una panchina era libera, adesso riposare era l’unica cosa che non t’avrei permesso di fare. Le mie mani cominciarono a esplorarti ovunque incuranti del lento scorrere delle auto che uscivano dal parco, delle auto della Polizia attente ai malfattori, o delle mamme che spingevano un passeggino e guardando con invidia il tuo corpo manipolato dalle mie mani. I bottoni della camicetta nera cominciarono a cedere aprendomi varchi necessari per sfiorarti adeguatamente. Il reggiseno era abbassato dalle mie dita, i capezzoli duri chiedevano d’essere succhiati avidamente. Li lasciai assetati di me, niente sesso avevamo precisato per la prima volta.

Aprii la tua valigetta, décolleté neri con tacco a spillo e una minigonna cortissima, purtroppo non era possibile farti cambiare. Frugai a fondo fra creme e rossetti, trovai una stecca di plastica di quelle utili per raccogliere i fogli e farne un fascicolo. Nera, rigida, svettò fra le mie mani colpendo i tuoi seni, tu urlasti lievemente, ti carezzai il viso ripartendo più deciso e più forte. Ancora gemiti, ma stavolta sommessi. Allargai le tue cosce avvolte da un paio di jeans e comincio a percuotere le cosce interne e quando di più prezioso hai al centro. Vederti danzare al mio tocco era veramente allettante per entrambi, un colpo arrivò sulla guancia sfiorando il tuo orecchio, sollevai la camicetta e avvicinando le mie labbra alla tua pancetta la leccai, subito dopo le labbra si spostarono lasciando spazio a un morso deciso.

Il mio marchio, ti avvolgesti attorno a me per la piacevolezza del dolore, leccai ancora prima di gustarmi il segno lasciato. Sarebbe durata almeno una decina di giorni. Ne ero certo. Tolsi il tuo stivale marrone facendo scendere la cerniera liberando il tuo piede e massaggiandolo con dolcezza. Eri nelle mie mani in ogni senso. Arrendevole t’abbandonasti sulla panchina gemendo per il piacere e la dolcezza inattesa. Risalii la schiena con le mie mani scoprendo il collo e allargando la camicetta, scoprendo la tua spalla baciai di nuovo e morsi deciso. Un grido forte, estremo e notevole, segnale d’un dolore inaspettato ricevuto, tu sorridevi aggrottando le ciglia, sbattendo le ciglia sugli occhi scuri ripetendo:

“Eh sì, questo era forte, veramente doloroso”.

Io baciai la parte come consolazione e giusto premio. Era ora di ripartire. A malincuore mi seguisti uscendo da quel luogo fatato, la discesa era pendente e per rendertela meno noiosa infilai la mia mano sotto il tuo fondo schiena, premendo con le dita sul buco del sedere in modo da guidare la mia discesa. Mi sentivi a fondo, piacevolmente presente, ancheggiando ti dilatavi intorno alle mie dita facilitando così la mia presa. Di fronte al fiume impetuoso la fermata dell’autobus era deserta, lì aspettammo assieme silenziosi e sorridenti. Io avevo trovato la mia schiava e tu il tuo padrone. Tu salisti decisa senza voltarti, giacché dovevi farlo, io ti salutai con la mano mentre partivi, pensando fra me e me:

“Siamo partiti Guendalina e adesso sei mia”.

{Idraulico anno 1999}