i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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A quell’epoca avevo quarant’anni d’età, svolgevo un lavoro irritante e monotono, con una personalità e un temperamento continuamente in vacanza. Ai quei tempi avevo poche amiche e molti amanti, ciascuno con la propria storia, ognuno con il suo nomignolo, giacché non chiamavo nessuno per nome, in realtà mi limitavo nel rispondere pigramente e svogliatamente alle loro domande peraltro convenzionali e interessate, ciononostante tra questi amanti c’era quello che avevo in modo bizzarro soprannominato il “Principe delle Mappe”.

“Stasera non posso, viene il Principe delle Mappe” - proclamavo alle mie amiche, per giustificare motivando l’ennesimo rifiuto per raggiungerle in qualche serata festaiola e frivola di scollature, di tacchi alti con oggetti secondari appariscenti.

“Sì, certo signore” - la mia unica risposta alle sue domande, perché più che inviti, erano beninteso affermazioni e ordini precisi:

“Verrò alle nove” - “Siediti lì” - “Aspetta” - “Togliti tutto, ma lascia le scarpe” - “Stasera voglio scoparti con il rossetto e con gli occhiali” - “Non metterti nulla là di sotto”.

Lui si dilettava anticipando e segnalando deliziosamente con le parole quello che m’avrebbe fatto, come si sarebbe in conclusione servito di me. Lui lo compiva con un tono calmo, con la voce bassa, sicura e virile, allo stesso tempo però spudoratamente distaccato e cinicamente formale, così come se stesse impudentemente leggendo il proclama ufficiale del sindacato dei giornalisti, che anticipa e termina in ultimo la trasmissione del telegiornale della sera andato in onda in forma ridotta per causa dello sciopero. Era stato così fin dall’inizio, fin dalla prima sera, quando alla conclusione d’un tedioso aperitivo in centro con dei conoscenti comuni, si era avvicinato in modo calmo e naturale senza modificare il tono della voce dichiarandomi indiscretamente:

“Mi piacerebbe scoparti, però la nostra dovrà essere una scopata sontuosa, oserei comunicare pacchiana. Chiamami se ti va l’idea”.

Subito dopo se n’era andato trascinando un compagno verso la macchina parcheggiata sfacciatamente in divieto di sosta al centro della piazza. Lui non aveva aspettato la mia risposta, non s’era neanche voltato per guardarmi se non prima d’afferrare la maniglia dello sportello, uno sguardo senz’espressione il suo in quel frangente, però febbrile, intenso e insolitamente solido. Io ero ancora nella stessa posizione, dal momento che avevo solamente socchiuso la bocca come se stessi per pronunciare delle parole che tardavano a comporsi in qualcosa di sensato. Il mio sguardo fissava già da dieci minuti lo spazio vuoto non più occupato dalla sua macchina, quando mi resi conto che non m’aveva lasciato neanche il numero di telefono. Lì, infatti, mi resi conto che quella era la prima e unica azione che avrebbe lasciato fare a me, la prima delle tante umiliazioni che avrei in seguito ricevuto. Avrei dovuto chiedere io il suo numero alla conoscente in comune, avrei dovuto chiamarlo e poi non avrei dovuto fare altro che assecondarlo ed esaudirlo senza fare domande, possibilmente senza neanche parlare a meno d’essere espressamente interpellata.

Io lo chiamai quattro giorni dopo, il giovedì, calcolando che dopo due giorni sarebbe stato di nuovo fine settimana e quindi ci saremmo potuti vedere con più calma. Lui non era rimasto sorpreso di sentirmi, ma anche se fosse rimasto contento non si preoccupò neanche di comunicarmelo in alcun modo, tenuto conto che mi disse soltanto che sarebbe venuto da me il giorno dopo alle otto di sera, intimandomi di prepararmi in maniera graziosa, perché da me non avrebbe accettato nessuna delusione. Quest’ultima frase, invero, fu enunciata e riferita con un tono leggermente più acuto che sarebbe potuto sembrare allegro. Il giorno dopo e per i successivi sei mesi si presentò puntuale come aveva detto, un bacio leggero sulle labbra entrando dalla porta, uno sguardo fugace intorno, soltanto la prima volta per scegliere dove accomodarsi nel salottino che fungeva da ingresso, salotto e unico spazio vivibile del mio piccolo appartamento.

Lui si sedette comodo con le braccia larghe appoggiate sui braccioli del divano, poi con lo sguardo e senza parlare mi guidò verso la poltroncina di quelle acquistate ai magazzini dell’Ikea appoggiata al muro e poi verso lo spazio vuoto di fronte a lui. In quella circostanza mi riferì che ero piacevole e che non lo avrei deluso, mi chiese oltre a ciò qualcosa da bere, io andai in cucina voltandogli le spalle e accentuando il movimento del bacino mi lasciai accarezzare dal suo sguardo competente ed esperto. Quando ritornai lui era seduto con le gambe larghe e con il busto leggermente spostato in avanti, si era fatto spazio sul tavolino basso di fronte a lui ammucchiando le riviste e le cianfrusaglie colorate delle quali io gradivo circondarmi in quell’epoca. Aveva poggiato lì di fronte un pacchetto di sigarette Lucky Strike e un accendino nero di quelli grandi. Non lo avevo visto fumare in tutta la sera, perché l’unica volta che lo avevo visto prima d’allora non lo avevo osservato con attenzione, perché non sembrava particolarmente interessato a me non prima di quello strano commiato.

Alzò leggermente lo sguardo quando entrai nel salotto, mi disse di sedermi e di raccontargli una storia, un episodio qualsiasi, mentre lui si preparava al suo piacere, sì, mi disse proprio così. Io mi fermai un attimo di troppo, per il fatto che stavo pensando se chiedergli che cosa volesse che gli raccontassi per assecondarlo in tutto, o se ribellarmi facendogli notare che aveva detto - suo - piacere e non nostro - che non sapevo niente di lui. Lui scosse la testa, giacché prima ancora che io risolvessi la mia indecisione mi enunciò:

“T’ho detto di sederti, tra un attimo ti porto in sogno con me. Tu intanto raccontami una storia, puoi spogliarti se ti va, altrimenti ci penso io dopo”.

Io appoggiai il bicchiere che avevo in mano sul tavolino senz’invadere quello spazio che si era minuziosamente ritagliato, in tal modo gli avvicinai il portacenere di vetro blu, lo poggiai proprio al centro del suo spazio, mentre la mia mano era a pochi centimetri dal suo viso. Mi chiesi se quella mano gli avesse trasmesso il mio profumo, se la trovasse piacevole, malgrado ciò lui ancora una volta rispose ai miei pensieri ruotando il viso come per seguirne i movimenti guidandoli in conclusione lì dove m’aveva già ripetuto due volte d’andare. Mi sedetti dove lui indicava, non mi spogliai e iniziai a parlare raccontando in ordine strettamente cronologico quello che avevo fatto durante la giornata, dalla colazione, al risveglio, alla lunga e accurata preparazione per quell’incontro nel tardo pomeriggio. Raccontai i pensieri elencando i gesti ai quali avevo sviluppato, mentre lo fissavo con ostinazione, intanto che mi lasciavo ipnotizzare dai suoi movimenti morbidi e studiati.

Lui sorrise scrutandomi con la testa bassa, perché gli piaceva quello che affermavo e come lo manifestavo compiacendosi di sé stesso e della sua scelta di stare lì. Io ero solamente una marionetta del suo teatrino, che non aveva voglia di manovrare, fantoccia invero dotata di discrezionalità e di modestia, purché esclusivamente offerta e votata al suo piacere. Lui si concentrò soltanto per un attimo su quel sorriso, unicamente su quello con la testa bassa, perché io non me ne potessi impossessare, poi procedette nella sua occupazione, si spostò un po’ indietro sul divano, tirò fuori dal taschino interno della giacca un borsellino di pezza indiano colorato, che strideva con la misurata eleganza del suo abito. In seguito aprì la cerniera ed estrasse un pacchetto di cartine che poggiò sul tavolino e una bustina di plastica con dentro un pezzo di fumo, successivamente ne morse un pezzetto riponendo la parte restante nella bustina, estrasse una sigaretta dal pacchetto che ripose sul tavolo mentre sminuzzava riscaldando il pezzo di fumo che aveva misurato per l’occasione. Quando ne fece un piccolo mucchio nel palmo della mano sinistra riprese in mano la sigaretta, la leccò lungo il punto in cui la carta bianca si richiudeva su sé stessa e la sbucciò per tre quarti della sua lunghezza, lasciando intatto un piccolo pezzo di tabacco avvolto nella carta bianca e la parte del filtro color giallino. Con i denti estrasse il filtro bianco d’ovatta dall’involucro esterno, con la mano destra lo tolse di bocca e lo mise nel posacenere.

Spostò quindi la sua attenzione, io feci con lui, sul mucchietto raccolto nel palmo della mano sinistra, che adesso conteneva non solamente la polverina scura del fumo, ma anche i ciuffetti dorati di tabacco. Dopo mischiò soavemente quegl’ingredienti e dispose il tutto in una linea, per tutta la lunghezza del palmo della mano aperta. Sfilò una cartina, l’appoggiò sopra il mucchietto allineato e poi girò le mani una sull’altra, in modo d’avere il tutto nella mano destra, con la cartina di sotto e la linea di tabacco e l’hashish di sopra, arrotolò la cartina su quel contenuto e lo dispose in maniera omogenea per tutta la sua lunghezza, recuperò lo scheletro della sigaretta svuotata del tabacco e del filtro e l’incastrò nell’estremità inferiore nel mucchietto attorno al quale arrotolò la cartina. La cartina richiudendosi su sé stessa formò un cilindro quasi perfetto con un’ala laterale costituita dalla cartina in eccesso, poi fece aderire e incollare bene la parte in cui la carta velina bianca ritrovava sé stessa, leccò per tutta la sua lunghezza in modo da rianimare la colla che avrebbe sigillato l’incontro tra le due estremità, rimosse la cartina in eccesso che si staccò facilmente lungo quella linea umida di saliva. Il capolavoro era pronto. Questi furono gli unici preliminari che si concedeva in mia presenza e ai quali s’abbandonava in assoluta solitudine. Fece sparire tutti i suoi attrezzi lì da dov’erano venuti, in quanto non c’era neanche una paglietta di tabacco fuori posto e il tavolino era lucido come lo avevo accuratamente preparato io: il suo passaggio infatti non lasciava mai tracce visibili.

Dopo spostò il portacenere vicino a lui sul bracciolo del divano, appoggiò il busto indietro, divaricò le gambe e la sua espressione mi comunicò che stava comodo, perché era soddisfatto e adesso poteva occuparsi di me. M’afferrò il polso, senza parlare mi guidò verso di lui facendomi sedere sulle sue gambe, mi divaricò leggermente le cosce e sistemò la mia gonna in maniera tale da formare un semicerchio ordinato, che partiva da me e continuava sulle sue gambe di sotto. Percepii il mio sesso bagnato per la prima volta in quel momento, io arrossii al pensiero che lui potesse sentirne il calore attraverso i pantaloni sottili di seta. Una nuvola di fluido acido solleticò le mie narici e respirai avidamente, come se in quel modo potessi cancellare le tracce delatrici del mio crescente desiderio. Lui non m’aveva ancora nemmeno sfiorato, eppure sapevo che la mia anima di femmina aveva goduto di quei preliminari almeno quanto lui.

Il cuore pulsava vibrazioni e calore, i brividi mi facevano drizzare la schiena, il mio sesso era già pronto, perché si era sentito accarezzato, piegato e poi strappato come quella trasparente velina e già fremeva sapendo che tra un attimo sarebbe stato accesso e poi aspirato. Lui mi passò la mano destra con una carezza intorno al collo risalendo dal bacino lungo la schiena, poi mi piegò leggermente la testa verso di lui e mi sussurrò all’orecchio che avevo un buon profumo. Avvicinò in seguito la mano sinistra per risalire tra le mie cosce, determinata e lenta verso quella pulsante fontana rovente. Liberò per un momento da me la mano destra, con quella si portò la canna in bocca e l’accese aspirando profondamente, poi trattenne il respiro mentre il suo petto era gonfio d’aria speziata. La mano destra s’allontanò dalla bocca, perché adesso mi stringeva forte sul collo. Nello stesso istante in cui soffiò quel fumo intenso affondò l’altra mano dentro di me, percepii un unico movimento deciso, forte e profondo, che mi scosse come una frustata. Lui mi tenne ferma e poi iniziò a massaggiare dolcemente esplorando i lati e le profondità alle quali non poteva arrivare semplicemente con le dita, in quella circostanza io mi sentivo come una diga che crollava al suo passaggio inondando tutto ciò che c’era intorno. Riportò le dita alla bocca per una seconda tirata più profonda della prima, chiuse leggermente gli occhi e liberò il suo sesso non meno pronto del mio, infine mi spinse per terra le ginocchia magre sul pavimento freddo e la mia bocca sul suo sesso, mi scostò in modo lieve i capelli del volto perché voleva godere con gli occhi della vista, così come con il cazzo s’impossessava della mia bocca.

La terza tirata tardò un po’ ad arrivare, preso dal piacere che riceveva tra le gambe, il calore dell’estremità infuocata che bruciava sempre più vicina alle dita lo richiamò al suo rituale, mi lasciò la testa, mi baciò per la prima volta succhiando avidamente il sapore trasparente del suo sesso dalle mie labbra, poi m’allontanò, mi disse di spogliarmi perché mi voleva guardare. Io mi sollevai, in quanto avevo già tolto la maglietta e la gonna guardandolo ed elemosinando nel contempo un commento con quegli occhi lucidi e insicuri, quando il fumo grigio uscì per la terza volta dalla sua bocca carnosa e liscia. Io volevo che lui facesse caso alla mia biancheria nera di pizzo, però a lui quest’aspetto non importava, mi disse di togliere anche quella, ribadì di sedermi sulla poltroncina e d’accarezzarmi perché ero bella da guardare mentre godevo. Riuscirono a concludere ben poco pure le mie mani dopo aver provato le sue, io feci quello che potevo, mentre lui finiva la sua canna e m’osservava, intanto che la sua mano libera liberava strozzando rabbiosamente un membro ingordo e possente.

Spense in quella circostanza il mozzicone, allontanò il posacenere, si liberò dei vestiti permettendomi nuovamente l’accesso nel suo spazio, mi volle però in ginocchio sul divano per offrirgli da dietro le mie spalancate profondità. In quell’occasione mi penetrò con un solo colpo, deciso e violento, come un attimo prima con le mani, poi esplorò affondando di nuovo. Non durò molto quella prima volta, però mi concesse il suo ardore per tre volte di fila, prima d’andare a cena con qualcun altro, ripulito e in ordine così come si era presentato da me due ore prima, intanto che sulla porta mi comunicava:

“Avevo ragione, hai mantenuto quanto stabilito, ho fatto davvero una scopata sontuosa”.

Lui venne a farmi visita una o due volte a settimana per i successivi sei mesi baciandomi sulla porta, entrando e salutandomi con frasi dissolute, oscene e scurrili all’uscita. In verità preparava sempre una canna prima d’iniziare, che fumava guardandomi, masturbandosi o toccandomi e occasionalmente percuotendomi.

Io non ho mai saputo molto di lui, perché parlammo pochissimo. In questo momento non ricordo neanche più il nome, di quello che per me sarà e rimarrà per sempre il “Principe delle Mappe”.

{Idraulico anno 1999}