i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Quella volta ci siamo lasciati, perché lei avvistava, distingueva nettamente e riconosceva unicamente il buio, mentre io amo scopare in special modo con la luce ogni qualvolta accesa. Il suo peculiare appellativo, quello che io le avevo abilmente confezionato e affibbiato sulla persona, aveva a tal punto brandito la preminenza nella mia autobiografia, giacché al presente non ricordo per bene il suo vero nome, tenuto conto che per me lei è stata candidamente e linearmente Dark. Io l’avevo conosciuta e in seguito frequentata in una piovosa giornata d’inverno sotto quella vecchia tettoia ormai ossidata della fermata dell’autobus.

Quel giorno infatti, l’aria era grigia come il cielo, perché mi sembrava d’essere stato rinchiuso dentro una maledetta e tremenda fotografia in bianco e nero d’altri tempi, in tal modo mentre aspettavo l’autobus mi rosicchiavo lentamente le dita delle mani cercando d’assaporare il gusto di mordere un pezzettino di pelle oppure di un’unghia e pensavo nel frattempo all’immensità della vita. Nella norma però, quando penso alla vita, io cado vittima d’una forma d’avvilimento e di radicato sconforto, per il fatto che gl’individui del segno astrologico del “Cancro” ne sono spesso manifestamente colpiti per via della loro accesa rispondenza e per la spinta sensibilità, anche per la loro innata creatività e inventiva, così affermano taluni. In questi frangenti insensati, dove il domani si mostra come un viale cosparso di numerosi posteggi con la bella etichetta in risalto “grattacapo”, dove solamente l’arrivo inatteso e insperato d’una notevole “fregna o fica” può completamente ribaltare e stravolgere la situazione, così avvenne per la precisione quel giorno.

Dark arrivò, in quell’istante vidi sorgere un primo chiarore di luce. Non sapevo però, che da quel momento in poi io avrei dovuto sputare sangue per difendere e per spalleggiare quel chiarore vitale. Dark era un’attrice, in realtà credo che lo sia ancora, poiché non penso sia morta né abbia cambiato attitudine né talento. Dunque un’attrice, dicevo, una davvero abile e valida con il trasporto e la passione che manifestava dal suo corpo, con quegli occhi pieni d’una totale consapevolezza del vivere il palcoscenico come un luogo dell’esistenza e persino dell’indifferenza per le necessarie, ma insopportabili e noiose ovvietà del quotidiano. Dark infatti, poteva permettersi di soddisfare appieno i suoi bisogni e le sue voglie. Lei era figlia di gente d’alto lignaggio, il padre industriale e la madre un funzionario presso una casa automobilistica sempre piena di lavoro, la ragazza aveva completato seppur controvoglia e malvolentieri gli studi economici senza grande risalto, poi sfruttando il fatto d’essere comunque l’erede genetica e legale di due genitori benestanti, aveva spillato con smaniosa irresponsabilità il patrimonio di famiglia sperperandolo, giacché il denaro le era parecchio scivolato dalle mani. Inizialmente un bilocale, arredato in stile ultra tecnologico, poi la macchina dispendiosa però di moda, vestiti e biancheria intima all’ultimo grido, poi acconciature, locali e per concludere costosi viaggi qua e là per il mondo.

Dark sognava l’autogestione e l’indipendenza come eventualità di compiere tutto ciò che si desidera, in questo modo aveva deciso d’assimilare e d’imparare sul campo per poter esaudire le sue personali tentazioni oltrepassando i ravvedimenti, i rimorsi e la pubblicità netta che gli girava attorno, perché solamente sperimentando la totale libertà d’acquisto, poteva a quel punto apprendere e impratichirsi, vivere nel più immorale abuso e nel più completo stravizio del capriccio e del piacere. In realtà, Dark aveva un obiettivo da raggiungere, qualcosa che andava ben oltre l’ultimo slip rosa comprato nella boutique d’intimo più in voga nella via degli acquisti, qualcosa per cui tutti i beni materiali del mondo avrebbero rappresentato unicamente beni strumentali, puri oggetti di passaggio lungo il cammino d’un essere in cerca del suo approdo e dall’arrivo sicuro. L’obiettivo era il teatro, sì, lì nel mondo del palcoscenico Dark avrebbe trovato la sua dimensione e la sua estensione totale, lì la sua gioia radicale e priva di tabù avrebbe potuto scorrere libera senz’argini, incontrollata e sgombra come il mare che si distende lungo tutti gli orizzonti possibili.

Alla fermata dell’autobus, io capii che Dark amava il teatro, perché quando arrivò si sistemò sotto la tettoia scoprendo la testa da sotto il cappuccio del cappotto lasciando scorrere in libertà i suoi magnifici capelli neri tirò fuori dalla sacca un libro piuttosto corposo, uno dell’epoca di Shakespeare tanto per comprendere. Come riuscii a leggere il titolo del libro? Semplice: non smisi un secondo di guardare quella ragazza in jeans firmati, le scarpe marrone dalla soletta grossa, il maglioncino blu di lana, il cappottino fine color verde, insomma un arcobaleno alla moda. Gli occhi però li vidi per primi: il verde che duella e che lotta con l’azzurro, era ovvio che lei se ne fosse alla fine accorta. Dark girò la testa verso di me, io le sorrisi consapevole di saper fare anche l’audace quando ne vale la pena, il sorriso non colse però subito nel segno, perché Dark tornò alle sue letture, tuttavia non durò molto. Dopo pochi secondi lei mi guardò di nuovo, questa volta fu lei a sorridere abbozzando un sorriso denso, pieno e sincero, visto che si stava divertendo senza prendermi per i fondelli. Almeno il settanta per cento dell’opera era compiuta, adesso non restava che completare il tutto attaccando bottone e presentandomi esordii:

“Piacere. Io sono Samuel, regista teatrale”.

Iniziammo a parlare sull’autobus, visto che nei giorni di pioggia tutto il mondo delle relazioni sociali s’avvicina, si confronta e si restringe. Sul mezzo stavano tutti stretti e pigiati, i vetri erano appannati, su alcuni dei quali s’intravedevano le strisciate delle dita di qualche passeggero, che in preda al panico del vedersi viaggiatore a bordo d’un veicolo in mezzo al nulla voleva mantenere il contatto con la realtà concreta della città osservandola da dietro una lastra di vetro sporco. Pigiati a tal punto, io e Dark finimmo per trovarci uno strettamente accanto all’altro, cosicché due sorrisi scattarono in contemporanea:

“Io non sto cercando d’approfittare della situazione per stare vicino a te, per davvero. Se vuoi mi sposto, ma temo di non riuscire a superare l’ammasso dei corpi che ci stanno divorando”.

Dark a quel punto sghignazzò, sigillando quell’ostico e vincolante testo che narrava in generale le venture della vita e della platea.

“Questo darà a intendere e significherà che io accetterò e sosterrò la tua contiguità fino alla mia prossima tappa” - manifestò lei.

Lei mantenne inalterato e intatto il sorriso, i suoi occhi ridevano con lei e scintillavano d’una luce piacevole e pure rassicurante. M’ingannavo? Forse, perché allora non potevo però certo fare il futurologo né immaginarmi quello che sarebbe successo in seguito:

“Difficile leggere in queste condizioni”.

“Sì, per fortuna non dovrò superare nessun esame”.

“Che cosa leggi di piacevole, se posso chiedertelo”.

“Certo, non è materiale segreto. E’ un testo sullo scenario del periodo di Elisabetta I, la regina d’Inghilterra vissuta tra il cinquecento e il seicento”.

“Sì, mi pare d’averne sentito parlare” - dissi io, tra il finto serio e il comico autentico.

“Il periodo tragico elisabettiano costituisce un’unità nella storia del teatro, com’è successo per altri periodi storici”.

“Che bello però, trovare qualcuno che conosce la materia. Sai, in realtà non è facile parlare di teatro alle otto del mattino e per di più su d’un autobus”.

“Sì, in effetti”.

“Fammi capire, allora t’appassioni di teatro, t’incuriosisce dunque. Più precisamente dall’esterno oppure all’interno?”.

“Da dentro, al cento per cento”.

In quel frangente lei rise ponderatamente a fior di labbra con maggior persuasione, perché adesso io cominciavo a incuriosire e a interessare una minima regione marginale del suo cervello di bella donna. La strada da fare era ancora tanta, chilometri e chilometri, ma almeno avevo imboccato la direzione giusta.

“Cioè?”.

“Sono un regista”.

Io buttai lì la mia qualifica con il distacco e con la tranquillità di chi t’invita a bere un caffè al bar. Lei non ebbe così l’occasione di ricamarci sopra apprezzamenti né considerazioni varie sul valore di quell’affermazione e sul possibile vantaggio che avrebbe potuto trarne dal suo utilizzo. La prima sera in cui Dark prese contatto con la compagnia, quella in cui fu chiaro che avrebbe fatto parte del nostro gruppo, faceva alquanto freddo fuori dal teatro. Dentro, invece, l’aria era calda, straordinariamente carica e ricca d’invisibili particelle di calore, dato che io avevo chiesto a tutti gli attori d’essere presenti. Io desideravo che tutta la compagnia fosse ben disposta ad accogliere Dark nel migliore dei modi, auspicavo che la ragazza si sentisse subito a suo agio, perché inconsciamente sapevo che la richiesta rispondeva soltanto a un mio egoistico interesse: agevolare in tutto e per tutto il destino di Dark attrice del mio gruppo. Io avrei steso davanti alla porta un lungo tappeto color rosso fuoco, per vederla entrare con gli occhi scintillanti e il sorriso stampato sul volto di chi si sente in un luogo meraviglioso, che non riuscirà mai più ad abbandonare.

Dark mi piaceva e per lei io ero pronto a fare non so che cosa, visto che interiormente la mia attrazione traboccava per quella ragazza. M’accorsi che mi sudavano le mani, mentre Dark continuava a fissarmi in un gioco crudele, malvagio e persino tormentoso. I suoi vestiti irradiavano una forza che attirava il mio sguardo, io sostavo davanti a un corpo la cui anima studiava forme d’espressione sempre più provocanti. Nonostante il freddo, Dark indossava una minigonna di colore nero e dei collant trasparenti e in quella girandola d’emozioni io desideravo con forza che muovesse quelle fantastiche gambe. C’erano degli istanti, in cui in una frazione di secondo, Dark s’accorgeva che i miei occhi volevano penetrare il mistero al centro delle sue cosce, allora io la guardavo e i suoi occhi diventavano ancora più maliziosi e scaltri. Il mio cazzo prevedeva la scopata annullando i limiti e viaggiando nel tempo. Quella sera, uno o due giorni dopo il primo incontro di gruppo, una potente erezione era iniziata a comparire verso le sette, due ore prima dell’appuntamento che io avevo stabilito con Dark. L’accordo era di ritrovarci da soli in teatro per parlare del suo ruolo nella compagnia e delle parti che avrei potuto e voluto assegnarle.

Alle dieci io ero sul luogo dell’incontro sempre più eccitato, Dark arrivò e parcheggiò l’auto proprio di fronte al portone d’ingresso del teatro, scese dall’auto mostrandomi due gambe magnifiche. Io adoro le donne che indossano la gonna, gradisco immaginare quale mondo si nasconde dietro quei tessuti dai colori disparati. Lei mi sorrise ed entrammo in tutta fretta, l’uditorio si trovava integralmente sprovvisto di luce, fosco, il pubblico si era subdolamente assopito in quel torpore tipico della serata e dell’attesa, peculiare per di più in ogni occasione che si rispetti. La cornice e lo sfondo di tutta quella sala che bighellona e che nel frattempo si gingilla è gremito dal sospiro della recita degli attori e del pubblico, perché è pieno d’emozioni, di pianti, di risa, di clamori, di deliziose fiche umidificate, di cazzi in tiro, di mani che vagano nel buio della platea in cerca di gambe velate da calze o che s’infilano sotto gonne corte di colore nero. In realtà lo spettacolo non dorme mai, aspetta però in silenzio che un nuovo recital sia messo in scena, che il pubblico si sieda di nuovo sulle poltroncine di colore rosso, che il sipario si spalanchi su d’un mondo diverso, in un altro luogo che è più vicino di quanto vogliamo desiderare.

Dietro le quinte l’oscurità affollava e riempiva ogni angolo, gli occhi non avevano altro che loro stessi per abituare la vista a quel luogo magico. Dark si muoveva a suo agio, in quel momento lei m’afferrò la mano conducendomi lungo uno spazio pieno di oggetti. Non conosceva che il palcoscenico, giacché era da qualche tempo diventata la mia seconda casa. Stretta a me, io sentivo il suo alito senz’odore, però quel respiro mi frastornava aumentando e potenziando la mia già forte eccitazione. Fu una cosa veloce che mi piacque istantaneamente, le sue mani si muovevano in modo vorticoso lungo il mio corpo, la mia verga premeva contro i vestiti e lasciai che fosse Dark a liberarla. Lei l’agguantò nelle sue mani scoprendo il glande arrossato dal tanto sangue che lo irrorava, cosicché Dark iniziò a leccare il cazzo lungo tutto il suo asse, poi lo prendeva in bocca tenendo gli occhi aperti. Se il palcoscenico era la mia casa, un palcoscenico al buio era la sua. I suoi occhi vedevano nell’oscurità così come vedevano alla luce del giorno. Dark aveva voglia di non soddisfare mai la sua ingorda e insaziabile voglia.

Lei mi faceva quel pompino senz’esitazione, senz’interruzione, perché voleva vedere scorrere il mio sperma, però lo voleva veder colare nel momento di massima potenza. Lei continuava a succhiarlo con energia e il mio glande continuava a ingrandirsi dentro la sua bocca, io volevo penetrarla, perché non potevo resistere più a lungo. Le mie mani vagavano intorno al suo seno, palpeggiavano i capezzoli grandi, a quel punto le tolsi il cazzo di bocca e la buttai per terra con le gambe all’aria. L’odore della sua fica m’avvolse mentre io infilavo la faccia sotto la sua gonna. Dark indossava delle calze autoreggenti color carne, io mi fermai qualche secondo ad ammirare quella mirabile armonia che teneva insieme in un meraviglioso equilibrio, il ricamo delle autoreggenti e quello delle mutandine d’un color grigio tenue. Ciò che vedevo con sorprendente e straordinaria limpidezza era il ricavato d’un buio che non sentivo più come nemico. Infilai la testa più in profondità e appiccicai la bocca e il naso su quel tessuto in cui s’annidavano profumi e sapori d’incalcolabile e di smisurato valore. Dark inarcava la schiena e questa volta chiudendo gli occhi, emetteva boccheggi di godimento, visto che le sue gambe si muovevano all’unisono per sostenere gli spasmi della sua fica. La mia bocca si riempiva di quel succo che potevo sentire nel buio. La fica di Dark stava cambiando odore ed entrava nel tunnel evidente e luminoso dell’orgasmo, per terra il mio cazzo invece premeva contro il terreno portando in superficie una colonna di sperma. Quando Dark mi parlò lo fece per farmi godere del suo orgasmo, lì in quel momento io capii che lei poteva creare con le parole mondi immaginari e palcoscenici delle meraviglie. Il suo orgasmo era un’estasi, una mistica creazione e una produzione erotica:

“Ne voglio, sì, ne voglio ancora, dai ancora, ti prego”.

Io non potevo parlare, la mia bocca non mi permetteva d’assecondare il suo viaggio verso quel qualcosa d’assoluto e d’esclusivo. Io non avevo parole per accompagnarla, soltanto il mio corpo poteva reggere e tenere il peso leggero di tanto piacere:

“Prendimi adesso, sì, dai scopami così, affinché possiamo venire insieme”.

Nessun rumore circolava nell’ambiente mentre mi calai dentro di lei con una tale facilità, giacché mi ritrovai in quell’attimo a gustare l’avvincente e la morbida ruvidezza delle pareti della sua vagina. Io avevo il cazzo stracolmo di sperma, dato che non potevo sapere quanto avrei resistito, tuttavia volli prolungare al massimo quella penetrazione al buio e moderai come un direttore d’orchestra la sinfonia dell’ingroppata. Dark continuava a commentare, eppure gli unici suoni che si espandevano nell’aria intorno a noi erano quelli di due liquidi che s’incontrano come un iceberg nel mare del nord, perché fu nella posizione dell’accoppiamento che entrambi potemmo gridare e fare concessioni all’impossibile:

“Voglio quella parte, la tua preferita” - mi riferì lei, intanto che io la fissavo in quegli occhi magnetici che s’inondavano di lacrime.

“Non avere incertezze, l’otterrai di certo, senza dubbi. Aggiungo inoltre che saranno interamente tue tutte le eventuali scopate che vorrai sennonché concedermi”.

Io promisi senza riflettere, senza pensare, forse come s’addice a un uomo dello spettacolo abituato a fare i conti più con l’istinto che con la ragione. Mentre scopavamo continuammo a dialogare, parlammo del senso della vita e delle poche cose che rendono una vita degna e meritevole d’essere vissuta. Ci trovammo uniti sull’abisso della verità decisiva e ultima delle cose, ci baciavamo, ci leccavamo, ansimando assecondavamo i nostri corpi affrancati e liberi d’esprimersi. Quando venimmo io espressi a Dark la mia ammirazione per il suo corpo, i suoi seni, la sua fica e i foltissimi peli che la decoravano con quel tocco delicato d’artista. Fu nell’immobilità raffinata e signorile dell’apice dell’orgasmo, infatti, che ciascuno di noi entrò in modo radicale nell’intimità dell’altro. Io e Dark avremmo condiviso per sempre quell’intimità anche a migliaia d’anni luce di distanza.

In quell’occasione io ne ero più che certo, poiché il buio delle quinte divenne il luogo, l’unico dei nostri incontri clandestini. Non m’importava né mi stava a cuore di dover lottare contro gli spazi e i tempi di un’organizzazione per avere il teatro immerso nel silenzio e tutto per noi. Prima delle prove, dopo le prove, al mattino, al pomeriggio, alla sera, di notte, sì, in quanto ogni momento la mia vita era stata alterata e stravolta da quell’incontro insperato e sublime avvenuto con Dark. Le prove con gli altri attori divennero ben presto un prolungamento del momento dell’amplesso, una nuova area vitale conquistata ed espropriata dal sesso invasore.

Io non mi ero mai sentito così attivo e vivo, come in quei pochi mesi che vissi intensamente al fianco d’una donna che amava espandere e sprigionare luce in mezzo al buio e che nella luce del giorno si rimpiccioliva come una piccola bambina introversa, taciturna e timida per non rubare la scena al sole. Di notte, invece, il compito d’illuminare la realtà era unicamente suo e l’astro le lasciava campo libero come tra pari dignitari d’una missione di così tale importanza. Fu grazie a Dark, che capii fino in fondo il mio essere teatrante. Nel buio delle quinte iniziai a percepire il teatro come un organismo vivente, un enorme animale che si nutriva delle sensazioni, delle emozioni, dei pianti, delle risate del pubblico, delle percezioni, delle sensazioni, delle emozioni, dei sudori e degli odori degli attori. Capii che il teatro respirava e viveva anche quando il telone era calato a coprirne la scena, nel mezzo della notte deserta in cui i portoni d’ingresso nell’atrio sono chiusi, le poltroncine sono vuote e i camerini vengono ripuliti. Capii che fino a quel momento io avevo amato soltanto una parte del teatro, quella delle luci accese, del pubblico assiepato in platea, dei soldi che frusciano alla cassa, del bar che a pieno ritmo sforna i caffè e le bibite. Una parte del teatro che era la più comoda, la più utile, la più accomodante e la più facile d’aggirare per alimentare l’abbaglio e l’illusione, poi io desiderai riempire di luce anche il buio e per Dark non c’era più posto.

Lei decise sennonché d’andarsene una mattina d’estate, una di quelle mattine in cui la natura ti sprona ad amare la vita guardandola solamente dai suoi lati positivi. Dark aveva dormito come sempre da me, aveva riempito dei suoi odori le lenzuola e con le sue esalazioni il materasso, sul letto c’erano le sue mutandine, le ultime indossate nella fase della sua vita che aveva condiviso appieno con me. Queste ultime erano d’un colore azzurro delicato, tra le mie preferite, lei volle farmi persino un regalo sorvolando sul fatto che i doni d’addio sono inutili. Due persone che hanno vissuto un rapporto non potranno mai dimenticarsi, perché il loro ricordo fisico rimane, si stampa per sempre annidandosi e incubandosi nelle pieghe della materia grigia. Un regalo non serve per dare rilievo e un valore a un fenomeno naturale vecchio come il mondo: quella mattina io non ebbi più voglia d’estate e una qualche forma di scoraggiamento mi colpì attraverso fastidiosi e sgradevoli dolori allo stomaco. L’ansia mi trascinava verso l’impulsività e l’istintività, a quel punto afferrai il cellulare e chiamai gli attori della compagnia comunicando sconsolatamente loro che Dark se ne era andata, per sempre.

Da quel momento in poi, nessuno dei miei attori seppe donarmi in seguito l’energia per sopportare il senso di perdita e di smarrimento in cui ero caduto, proprio allora m’accorsi chiaramente di quanta levatura e di quanto fosse importante la presenza fisica d’una persona cara al proprio fianco. Di Dark mi mancavano tutti gli atomi e gli elementi del mosaico dei sensi: l’olfatto, l’udito, la vista, il tatto e il gusto, perché anche loro avevano perso la sensazione del nobile e del sublime, giacché ritornarono ad assaporare il mediocre concentrato in zuppa della realtà, dato che il mio teatro da quel giorno non fu più lo stesso.

Con la scomparsa di Dark s’annullava disperdendosi il sogno d’una totalità ideale e mistica del corpo e dell’anima dell’attore, con il corpo e con l’anima del personaggio, perché Dark m’aveva abilmente istruito indicandomi a restare eretto dinnanzi all’universo raffinato, con la compostezza e con la dignità d’un campo visivo, che andava ben al di là dalla normale rapidità del nervo ottico.

In assenza di luce, invero, Dark distingueva, ripartiva e vedeva meglio, perché frugando e indagando in mancanza di luminosità, lei era assai erudita da rispolverare e abile di trovare la strada della luce intima e di quella interiore.

{Idraulico anno 1999}