i racconti di Milu
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Il seguente racconto è preso dal blog "IL RAMO RUBATO"
http://blog.libero.it/ilramorubato/



E' incerta e mutevole la distanza a cui si possono disporre due intimità. Un solo passo in più o un solo passo in meno possono distruggere un intero universo. L'amore ha leggi fisiche non dissimili dalla gravitazione con cui gli astri si sfuggono e si inseguono. E' la distanza che fa l'incontro tra due persone. Mi mandi il messaggio dal tuo ufficio. Stai arrivando. E il mio desiderio, in un solo istante, torna febbrile come un tempo.

Eravamo stati tu Anais Nin ed io Henry Miller, redivivi, nelle nostre lettere. Le parole infiammavano i desideri e alimentavano i nostri cuori. Esse possedevano la magia arcana della congiunzione carnale tra anime. E nulla poteva la lontananza contro questo potere. Sei la prima donna a cui ho detto "ti amo". Erano uscite da sole quelle parole, dopo 38 anni di vita. Non ho dovuto forzarle. Avevano aspettato te. Per la prima volta non sentivo il peso del dubbio. Mi avevi ubriacato del tuo corpo. Nuda e fiera, mi mostravi orgogliosa il tuo sesso ora glabro. Era un segno della tua trasformazione. Mi avevi raccontato l'importanza che aveva avuto nella tua vita posare per le mie foto. Quanto eri cambiata da allora? Eri un'altra donna. Più libera. Più consapevole. Pià determinata alla sfida. Amavi viaggiare per corpi, mi avevi confidato, rapace. E io avevo provato una fitta di gelosia per gli altri che di te avevano goduto. Quanto potevo desiderarti? Eri una calamita. Quando sei uscita dalla mia stanza, quel giorno, mi ero trovato a vagare per le strade della tua città. Ti cercavo nell'aria, se pure sapevo perfettamente che eri altrove. Perdermi per le strade della tua città era come perdermi dentro di te. Non eri più solo una persona. Eri diventata tutta la tua città. Io camminavo dentro di te. Mi perdevo in te, cercandoti. E ovunque ti trovavo, perchè tu eri dentro di me.

E poi nei mesi successivi i nostri incontri, sempre più folli, hanno colorato di vita le nostre esistenze. Poche ore d'amore e chilometri di lettere. Volevi vivermi come non avevi fatto in passato con nessuno. Volevi che io ti guidassi nel tuo volo verso l'affrancamento interiore. La tua anima era un aquilone libero di cui dovevo però tenere stretto il filo, e sempre teso. Ti amavo. Ti desideravo. Ti accudivo come meglio potevo attraverso le mie parole. Eppure non sono riuscito a rimanere con te. Ho lasciato che tu volassi via. Sono scappato. Il tuo fuoco mi stava bruciando troppo. Desideravo totalità. Non sopportavo di dividerti con altri. Non riuscivo a viverti per ciò che eri diventata anche grazie a me. Non potevo godere delle liberazione che avevo dato con le mie stesse mani alla tua anima. Ti volevo nella mia aurea gabbia, mentre tu mi chiedevi le ali. Sono andato via. Ci saremmo ritrovati, mi avevi detto come fosse una necessità. Ma io non ti ho mai creduto. Qualcosa dentro di me si stava chiudendo a chiave. La nostra corrispondenza non è più stata quella di prima. Vi era una sorta di muro che avevo creato io andandomene. Non vi era più complicità. Non vi era più poesia. Ti raccontavo della presenza di una nuova ragazza importante, con cui stavo vivendo qualcosa di intenso. E mesi e mesi dopo, solo quando questa se ne è andata, mi sono reso conto di quanto avevi ragione tu. Ho sentito bisogno di rivederti, di fare l'amore con te, di parlare con te. Di ritrovarti. E sapevo, senza dubbio alcuno, che tu non saresti mancata.

"Non ci vediamo da molto tempo, ma non ho dimenticato come mi piace essere donna con te. Mi piace che reclami il tuo piacere e la tua nostalgia, in qualunque forma. Quello che volevo dirti io e' che se anche non le reclamo esplicitamente, ci sono. Sono parte di me, la nostalgia e la presenza dei nostri incontri."

Non ti lascio il tempo di aprire bocca. Entri nella porta, ti sollevo e subito ti metto nell'angolo. Spalle al muro. Ridi. E io, serio, ti bacio di prepotenza, mentre ti guardo negli occhi. Continui a ridere, sorpresa. E' il miglior saluto, dopo tanto tempo. Mi guardi e mi abbracci forte. I tuoi occhi brillano spudoratamente di libertà e leggerezza. Li chiudi e addenti la mia mia bocca. Per un secondo rimaniamo in silenzio. Poi senza staccare le labbra ci tuffiamo nel letto. Sono passati due anni e mezzo dall'ultima volta che ci siamo amati, e chilometri di vita. Ma non è passato nemmeno un giorno. Le nostre strade parallele e silenziose nuovamente convergono in un istante. Porta sapori di nostaglia questo nostro nuovo incontro. Di intimità perdute. Di altre vite vissute. Di viaggi fatti o immaginati. Di odori conosciuti e amati. Di cieli aperti e stanze chiuse. E ora siamo di nuovo qui, nel tuo tempio dell'amore fuggitivo.

Ho fame di te. Ti giro attorno mentre ti spoglio. Sei fatta di carne e di sogno. Mi osservi sorridente. Accarezzo i tuoi seni con zampe circospette. Ti lecco. Ti annuso. Il tuo odore lo riconoscerei in mezzo a mille. Fauci affamate ti esplorano. Tieni forte la mia testa sul tuo bacino, mentre mi nutro del tuo sesso aperto come una ferita. Porto il tuo sapore con la lingua fino alla tua lingua. Lo divido con te. E all'improvviso ti assalto. Carne dentro la carne. Bocche che sbattono tra loro inseguendosi a morsi. Pelli che si sfregano. Sudori che si mescolano. Denti che azzannano le braccia. Artigli che lacerano la schiena. E i tuoi occhi, silenziosi e ipnotici, dentro i miei, mentre gridano estasi. Scivola nel sangue ferina la liberazione primordiale del piacere. E lascio soffocare in un gemito, un grido animale che si estingue al finir del respiro. Tu scorri nelle mie vene impazzita, moltiplicandoti.

Vi è una religione blasfema nel modo in cui mi rivolgo al tuo corpo dopo l'amore. Lo accarezzo. Lo venero. Potrei addirittura prostrarmi al suo cospetto. Altare profano e sacrale d'amore. Il contatto con esso genera parole nella mia mente per giorni. Continuo a parlarti senza sosta anche quando non ci sei più. Non mi capita con nessun'altra. Quanti amanti hai vissuto tra le pareti di questo albergo? Quanti uomini hai fatto gridare di piacere e quanti altri morire di gelosia? Eri titubante come una bambina la prima volta che ti ho incontrata. Ma già nelle prime foto che ti ho scattato sei anni fa ti avevo raccontato chi saresti stata. Eri incredula di te, allora, almeno quanto lo sono io ora. Sfuggi a me quanto a te stessa.

Sappiamo tutto l'uno dell'altra. Ti racconto ciò che ho vissuto. Dello sconvolgimento che sto attraversando dopo la fuga di quella ragazza. Sono stato morso dal serpente dell'amore. E ho come terra bruciata attorno. Ma mentre ti parlo mi accorgo che per la prima volta dopo tanto tempo ho ritrovato la giusta distanza per starti vicino. Ti offro la mia anima più sincera e non più il mio amore. Esso è andato perduto nelle strade in cui lo inseguivo. Ma tu sei ancora qui. E mi racconti della tua vita, il seno sopra il mio petto, le nostre bocche alla distanza di un bacio, le braccia sulle mie spalle. Siamo quello che cercavi un tempo. E penso ai protagonisti del libro che mi hai fatto leggere, "la separazione del maschio", che parlavano liberamente tra loro come noi. Mi racconti del tuo amante storico, che da mesi non senti. Parliamo delle nostre più intime storie, come non abbiamo mai fatto. E' paradossale quanto ci riesca facile ora. E quanto ci era difficile un tempo.

Domani inizierà il mio viaggio. Parti con me. Cammina con me. Scappa e seguimi. Mi guardi come se davvero fosse possibile ciò che con tanta convinzione ti dico. E per un attimo ti illumini. Ma poi sorridi e mi dici che non si può. Ma mi garantisci che mentalmente sarai al mio fianco in questo viaggio che devo affrontare.

Mutande nere salgono con l'ascensore delle tue mani fino al bacino. Contemplo estasiato il tuo meraviglioso sedere, mentre ti rivesti. Mi dai appuntamento a domattina. Faremo colazione assieme. E mi saluterai come si conviene, mi dici maliziosa. Esci dalla porta. E mi illumino di te. Mi riempio delle tue parole. L'eco di una mail che mi spedisti, echeggia nella mia mente, e diventa musica di nostalgia e di infinito desiderio. Ero io il maestro che ti avrei dovuto insegnare la libertà. Ma tu, senza una solo parola, mi hai spiegato come la leggerezza dell'amore possa arrivare fino in profondità.


"Prendimi come sono, oggi. Sono come tu mi vuoi? Sono fuoco e acqua allo stesso tempo, che brucia e che ti scivola tra le mani.
Hai dato vita a un'altra donna in un pomeriggio di dicembre, una donna libera, che balla coi lupi. Lasciami ballare, sei tu che mi hai dato la gambe. Prendile, come sono, tremanti a tratti, ferme e decise, solide, doloranti, rosse di sangue. E' cosi, oggi, tra desideri, istinti, liberta', tenacia, paure (e oggi, grazie a te, le annovero per ultime le paure). Ti chiedo conferme che ti sembrano stupide. Sparisco, al contrario di altre tue donne in passato. Mi ancoro al reale istinto di vita, cerco la vita nel mio ventre, il pulsare di un'altra anima. Mi lascio trascinare da te. Le tue parole mi inebriano. Le tue voglie mi eccitano. Non so se e' amore, eppure mi entra nell'anima quando me lo scrivi, audace e impudente. I tuoi scritti sono vibrazioni nel mio corpo, nella mia anima. Prendimi cosi', come sono, come tu mi hai vista. Godi di me, come si conviene, come mi hai scritto. E tu prendimi cosi'."



Il racconto è preso dal blog "IL RAMO RUBATO"
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