i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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La porta è solamente accostata, palesemente socchiusa, io ho un palpito e un brivido al pensiero del rischio che hai corso se qualche male intenzionato m’avesse preceduto anticipandomi. Quest’imprudenza e questa sconsideratezza fanno parte del tuo individuale carattere, non è leggerezza né superficialità, ma è una lucida e altrettanto sensata decisione se scegli di rischiare e d’osare oltremodo, perché lo fai fino in fondo. Io m’illudo e m’abbaglio di darti imposizioni, ciò nondimeno sei sempre tu a decidere e in ultimo a stabilire l’intensità e la profondità dell’ubbidienza.

Io resto fermo per lunghi istanti davanti alla porta socchiusa assaporando e avendo l’incertezza e pure il reale tentennamento di quello che succederà, poi l’apro francamente eccitato e invogliato, tu sei lì in piedi costretta e chiaramente limitata tra l’esiguo spazio fra il lavandino e il water con un accenno di sorriso sulle labbra. Non c’è traccia di pudore né di vergogna né di pentimento nel tuo sguardo, perché hai quest’attitudine e questa capacità d’isolarti dal luogo o forse è proprio l’ambiente triste ad alimentare sostenendo la tua frenesia ancora immobile, ma già vistosamente convulsa e tesa dentro quegli occhi. Io giro frattanto il catenaccio sulla scritta “Occupato” e mi viene in mente l’indicazione che fai apparire sulla finestrella della chat nell’angolo dello schermo, quando sei in linea dove m’annunci la tua presenza:

“Farfallina attualmente è occupata potrebbe non rispondere, veritiera lungimirante introduzione quanto puntuale e sagace impegno delle tue intenzioni”.

Al presente è uguale, se sei qui comunichi non soltanto che t’offri, ma che vuoi essere occupata così come un bagno o un territorio con qualunque mezzo. Non ci scambiamo una parola, non un cenno di saluto, ci fissiamo, ci tratteniamo, ci studiamo, come due pugili all’inizio dell’incontro. Tu appoggi le spalle e la nuca alla parete dietro di te e alleggerisci impercettibilmente il mento, per dare inizio alle belle quanto armoniche e conflittuali ostilità. Tu vuoi essere domata e incanalata, ma è come se m’avvertissi informandomi che non basta, che io imponga la mia forza, perché per abituarti devo usare i gesti e i riti giusti. Il gioco, la presente partita è attualmente nelle tue mani, io allungo una mano e inizio a sbottonarti la camicia di foggia maschile, che accentua la tua femminilità felina, gli ultimi due bottoni li lascio allacciati. Tu hai gli occhi inchiodati ai miei, perché so che stai esaminando e osservando scrupolosamente le mie azioni. Al momento non subisci né bocci né promuovi nulla, perché io non ho intenzione d’essere bocciato, afferro sennonché i lembi della camicia, li scosto facendoli scorrere sulle spalle, li abbasso fino alla piega del gomito, poi sfilo in parte le maniche, ti faccio voltare, unisco i tuoi gomiti alla schiena e li lego stretti con le maniche. Ti giro di nuovo, giacché adoro lo sguardo fiero di chi accetta approvando con orgoglio la propria sottomissione, con un gesto sincrono delle mani sguscio i seni dalle coppe, guardo il tuo petto indifeso, molto più interessante così pur non togliendoti il reggiseno.

La tua maschera di silenzio s’incrina in un breve sospiro, efficace premio e incisiva ricompensa alle mie mosse, tu hai capezzoli tesi che rendo più gonfi stropicciandoli tra le dita. Per quello che ho in mente devono esserti duri e svettanti, dal momento che nemmeno se avessimo concordato in precedenza le nostre azioni, saremmo riusciti a essere così in accordo e così lineari. Basta un’occhiata più intensa o il lento movimento d’un polpastrello per esprimere la piena condivisione di quello che stiamo facendo insieme. Io stacco gli orecchini che porti ai lobi con la golosità con cui potrei staccare due acini d’uva dal grappolo, ti sorrido e subito vado sui capezzoli, nel contempo ti sfugge un breve lamento, la lingua fa capolino tra le labbra, il mento si solleva affermando l’orgoglio d’essere approvata, guardata e valutata come sto facendo io.

Adesso ti guardo mentre ti specchi notoriamente nella mia espressione, sei manifestamente denudata, legata e torturata dai tuoi stessi gioielli, in quanto sai d’apparire impudica, oscena e scostumata. L’oscenità e la trivialità si diffondono nei nostri volti, per il semplice fatto che tradisce svelando la voglia, l’appetito d’accelerare i gesti. Il tuo silenzio m’attira come una calamita, io ti frugo sotto la gonna, scosto il bordo degli slip, ti penetro con due dita in maniera famelica, sei come speravo, bagnata, liscia e morbida, perché non aspettavi altro che questa severità delle mie dita. Mentre mi scosto appoggiandomi alla porta per guardarti, vedo che i tuoi occhi fissano inchiodandosi con voracità sulla patta che pulsa, io abbasso la cerniera e ti mostro il cazzo, tu di riflesso pieghi una gamba appoggiando un piede sulla tazza del bagno. La gonna ti copre, ma è come se vedessi la tua fica splendere e aprirsi, io m’avvicino, t’alzo la gonna e nell’istante in cui sto per introdurtelo tu mi dici le uniche parole della giornata:

“Sì, così, muoio dalla voglia, infilamelo”.

Successivamente su quel famelico criterio, su quel bramoso ordine che riattiva il vero rapporto di forze, udiamo le nostre grida, apprendiamo gli affanni, cogliamo svisceratamente i gemiti che il frastuono del treno rende muti.

{Idraulico anno 1999}