i racconti di Milu
racconti erotici per adulti

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Lui l’aveva da sempre durevolmente immaginata a tal punto, perché in realtà erano anni che fantasticava ininterrottamente su come avrebbe voluto sperimentare quell’occasione. Erano anni in cui non era ancora riuscito a sbattere concretamente il suo essere nell’imprevista occorrenza, sì, perché in fondo lui non era alla ricerca di quella donna, di quell’essere perfetto, no, perché lui ambiva considerevolmente per l’occasione di per sé, per il fatto che della donna poco gl’importava.

Aveva trascorso invero svariati anni della sua vita cercando di raggiungere un livello di conoscenza di sé a dir poco perfetto, tempo fra l’altro composto da innumerevoli secondi, incastonati di respiri inseriti fra una tirata di sigaretta e l’altra, legati da profondi sospiri e da complesse intensità. Lui era un esploratore del mondo femminile, dal momento che aveva iniziato fin da piccolo, quando ancora con le braghette corte s’intrufolava nelle librerie della sua città d’allora. Una città piatta, grigia, nebbiosa, ma indiscutibilmente ricca per lui d’opportunità, in quella fase della vita in cui tutto è scoperta eccitante, perfino esilarante e spassosa. Lui entrava in maniera noncurante degli sguardi delle commesse fiondandosi nel reparto della letteratura spinta, perché all’epoca la definiva in tal modo. Aveva fortemente bisogno di guardare, d’osservare e di leggere quei sacri testi che gli avrebbero trasformato una visione portandola da normale a eccelsa. Lui leggeva e s’informava, guardava e ogni tanto girava la testa quasi fischiettando, come se quello che stesse facendo non fosse affatto adatto alla sua età. Fantasticava accortamente nel sorvegliare l’anatomia umana femminile, quel mistero d’organi curvi, familiarizzava con parole nuove come utero, vagina, perineo, grandi e piccole labbra, clitoride, uretra e guardava la trasformazione di quelle strane parole nella nascita di un essere chiamato femmina. Sì, perché lui nella sua immaginazione di fanciullo, assisteva per la prima volta al parto della sua mente, il parto della figura che lo avrebbe segnato nell’intimo per sempre e che avrebbe inaspettatamente ritrovato in sé stesso così vicino, che come esporrebbe un poeta “la tua mano sul mio petto è la mia stessa”.

Nel crescere lui sentiva quest’attrazione attraversarlo intimamente oltre che nel corpo, poiché stava sviluppando una sorte di nuovo recettore nervoso affine solamente all’odore di donna. Girava per la città annusando come un cane da fiuto l’odore dell’aria alla ricerca di quel particolare odore. L’odore che qualche tempo dopo lo avrebbe inebriato nell’anima ed entusiasmato nella mente, esaltando definitivamente quella sua predisposizione naturale ad amplificare il corpo d’una donna, perché lui l’aveva immaginata da sempre così. Il suo rapporto con il corpo femminile prese forma quando per la prima volta vide sua madre completamente nuda, lei affatto imbarazzata per la curiosità di suo figlio, sebbene incuriosita a sua volta della suo innaturale interesse si prestava nel fargli esplorare il concetto di corpo come se fosse la sua prima maestra, conscia del suo ruolo non incestuoso, sicché lui diventò grande così.

Il corpo femminile gli apparteneva da sempre, a tal punto che scoprì più tardi in età più matura d’incarnare una femminilità intensa e altrettanto intima che lui localizzò sempre a livello del ventre. Il suo ventre divenne femmina mentre il suo corpo era maschio, al presente si potrebbe precisare uno strano scherzo della natura, ma in realtà molte donne, svariate vere femmine gli riconobbero nel corso degli anni a venire una sensibilità femminile assoluta nel fare l’amore. Qualcuna addirittura si spinse nel riferirgli che la sua lingua era femmina e che sapeva leccare assaporando accuratamente una donna come nessun uomo poteva saper compiere. Già, lui l’aveva immaginata da sempre così, l’occasione assoluta improvvisamente gli arrivò senza che lui se ne accorgesse per davvero.

Lei era bellissima, seduta nell’angolo d’un bar in una notte invernale di montagna. Fuori la neve cadeva abbondantemente e il manto era già alto più d’un metro, malgrado ciò lei non se ne curava molto. Quella sera era la sua sera, la sera della libertà cercata, anelata, vivamente bramata. Quella sera si mise nell’angolo del bar con il suo vestito color nero elegante, attillato dipingendo le sue forme perfette. Quell’indumento scivolava su di lei come farebbe l’acqua sopra una superficie perfettamente liscia e senz’alcuna irregolarità, pennellava di nero le sue forme con una grazia da rendere l’aria intorno a sé rarefatta dalla bellezza e condensata dall’eleganza. Tutti nel bar non potevano distogliere lo sguardo dalla bellezza del suo corpo di femmina, ma era la serata della libertà e la scelta poteva compierla solamente lei. Lui l’aveva immaginata da sempre così. Uno sguardo all’amico al bar, mentre si scrollava la neve dal piumino nero entrando nel caldo di quell’ambiente familiare. Era il locale dove tutte le sere smontando dal lavoro si tratteneva per dialogare e per sorseggiare quell’agognata birra. Lui e il barista si conoscevano da anni e fra loro due c’era quella sorte di complicità maschile che parlava la lingua del non detto, degli sguardi, dei cenni, come se fossero i segni segreti d’una partita di briscola.

L’amico barista voleva annunciargli qualcosa d’apprezzabile, qualcosa d’urgente, mente voltava noncurante lo sguardo a sinistra. Lui lo seguì con gli occhi, quei suoi occhi verdi e vide la bellezza. Lui sapeva, aveva la netta cognizione che una donna simile non sarebbe stata di facile approccio, anche perché alla fine lui in realtà non stava cercando di rimorchiare una donna qualsiasi. No, lui voleva molto di più, lui ambiva all’anima, successivamente il cuore e in ultimo il corpo anche per una sola notte. Lui sapeva che un sorriso, uno sguardo, una movenza non sarebbero state che foglie al vento nel gelo dell’inverno, si rendeva conto che avrebbe dovuto portare lei a incuriosirsi di lui, a desiderarlo. Quella sera attese un bicchiere di vino rosso e niente birra, il barista gli versò con classe uno splendido vino rosso color rubino delle terre del nord, lestamente il profumo fruttato inebriò il locale ancor prima d’infervorare lui. Con mano decisa sinuosamente roteava quel calice con una delicatezza e con una sensualità che sembrava facesse l’amore con il vino, lei non poté non notarlo. Gli sguardi s’incrociarono improvvisamente, i suoi occhi verdi penetrarono direttamente senza problemi in quelli di lei, per il fatto che rimase per un attimo smarrita rifugiandosi prontamente nel vino rosso del calice che continuava a roteare incessantemente.

Lui sapeva che una parola di troppo avrebbe spezzato quell’incantesimo temporaneo e con un piccolissimo gesto di cavalleria e galanteria le porse il suo calice, caldo ancora della sua mano. Lei non seppe dire di no, pur essendo astemia. Una forza irresistibile le muoveva il braccio e lo tendeva verso quel bicchiere di cristallo e quel vino rosso, che per inerzia ancora stava roteando rallentando i suoi giri come se la parte alcolica del vino ora se ne fosse davvero andata via. Fece un cenno delicato di ringraziamento e mentre il barista amico aveva già preparato un altro calice uguale per lui, lei si avvicinò il calice alle labbra, s’inebriò del sapore fruttato del vino, ma ancor di più s’appassionò del modo in cui lui aveva creato quell’inatteso incantesimo. Cominciarono a parlare presentandosi, ma in realtà non servì dire troppo, giacché non era affatto importante. I loro corpi vicini stavano già parlando e lui spavaldo ma delicato le trasmise immediatamente quella forza, che a una donna come lei era necessaria. Era la forza dell’apertura mentale, del contatto corporeo, della sicurezza di sé. Lei voleva un uomo così determinato, sicuramente esperto, un uomo che sapesse bene e fin da subito guidarla e in cui lei potesse abbandonarsi in quella sera di libertà agognata, di femminilità assoluta.

Il tempo trascorse in modo veloce mentre dialogavano, ma l’empatia che si era creata ormai aveva costruito intorno a loro una sorte di cupola invisibile, ma perfettamente chiara e lineare. Nessuno li guardava più né tanto meno guardava lei. Lei aveva deciso, aveva scelto e il messaggio subliminale per tutti gli altri era stato chiarissimo. Uscirono insieme da quel bar nella notte nevosa e si diressero verso l’autovettura di lui. Lei non poteva rientrare in albergo da sola, era a piedi, mentre la neve aveva raggiunto il metro e mezzo d’altezza, lui s’offrì nobilmente d’accompagnarla e lei amorevolmente accettò. La strada ingombra di neve non gli faceva certamente paura con la sua jeep e con la sua esperienza di montagna. Due curve decise e poi il rettilineo: il suo albergo era lì. Lui lo sapeva benissimo, conosceva a memoria quei luoghi, sapeva tutte le vie e le ubicazioni degli alberghi della zona, ma come distratto o troppo legato alla memoria della strada di casa continuò superando l’albergo dove alloggiava lei per arrivare davanti a casa sua. Lei sorridendo gli disse che era andato troppo avanti e lui ammiccando si scusò mettendo la marcia indietro, ma proprio mentre stava per pigiare l’acceleratore nell’eseguire la retromarcia lei lo fermò con la mano. Lui l’aveva volutamente immaginata così da sempre.

Un attimo di silenzio e i loro sguardi s’incrociarono nei reciproci pensieri, l’emozione di quella mano sulla sua mentre ancora il motore era acceso spezzò qualsiasi incantesimo, come farebbe un bicchiere di vino rosso che va in frantumi sul pavimento. Mille gocce rosse si persero negli sguardi infiniti e intensi fra i loro occhi e le mani si strinsero l’una nell’altra, lei voleva entrare, voleva entrare nella sua casa. Lui gentilmente le fece un po' di strada con i piedi in mezzo a quel metro di neve fresca, fino al portone di vetro della sua casa modesta, ma piena di smisurata passione. Entrarono in punta di piedi e la neve sotto le suole scricchiolava sul pavimento di legno, si tolsero le scarpe e la sensazione del legno sulla pelle fu immediatamente calda e accogliente. Lui chiuse delicatamente il portone. Il silenzio della notte li avvolgeva e l’aria era ovattata dalla neve, nulla se non i loro respiri che aumentavano diventando più udibili.

Lui le accarezzò il viso passandole delicatamente la sua mano fra i capelli. Erano neri, corvini, lisci e luminosi di consistenza fine ma robusta. La sua mano s’apriva e si richiudeva delicatamente sul suo viso mente lei chinando la testa dallo stesso lato s’abbandonava a quella carezza. Era dolce e calda, al tempo stesso forte e decisa, lui le sfiorò le labbra con le dita che poco prima aveva leccato delicatamente con la sua lingua. La sua saliva era un velo sulle labbra, il movimento sinuoso e lento delle sue dita sulle labbra di lei era talmente intenso, che lei ebbe la tentazione di morderle aprendo la bocca, tuttavia non poté farlo perché anche la sua lingua voleva quelle dita. Le labbra s’incontrarono proprio mentre lui ancora con le sue dita stava tornando alla bocca. La scosse un brivido e si dovette appoggiare al tavolo della cucina. Erano ancora in piedi scalzi, in quanto non si erano accorti d’essere finiti in cucina al buio. Lui la sollevò leggermente e l’appoggiò delicatamente sul tavolo, mentre lei in maniera così naturale allargò le gambe tirandosi su il vestito nero per far spazio al corpo di lui. Le labbra continuarono a sfiorarsi leggere, umide mentre le loro lingue danzavano un bolero sempre più esigente, le mani cominciarono a scivolarsi addosso, l’odore di lei era attualmente impregnante.

Lui cominciò a leccarle delicatamente l’orecchio sinistro per scendere lentamente, lei rabbrividì di piacere. La sinfonia era iniziata e ogni movimento era musica soave per il loro corpi, che ondeggiavano prendendosi. In un attimo e quasi senz’accorgersene si ritrovarono completamente nudi ancora su quel tavolo della cucina, piccole gocce impalpabili di sudore scivolavano sulle loro pelli creando una sorte di velo umido sul quale le mani erano libere di scorrere, così come farebbe l’acqua fino a non distinguersi più. Lui aveva delle mani stupende, mente la pelle di lei s’increspava palesemente di piacere al passaggio delle sue mani, lui la respirava attraverso i pori del palmo. La sua bocca continuava a baciare ogni millimetro del suo corpo in un’esplorazione infinita di sensazioni che lei non aveva mai provato fino ad allora. Si fermò sul suo seno leccandone i capezzoli carnosi e lei sussultò, era gonfio e perfetto, seno d’una donna ancora manifestamente tonica. Lei immaginava cosa sarebbe potuto accadere, eppure non se ne curava troppo, perché non voleva perdere neanche un solo istante di quel piacere tanto atteso.

Lui frattanto s’inginocchiò davanti a lei, adesso poteva sentire l’odore del suo sesso penetrargli profondamente nelle narici e mandarlo in visibilio. Poteva vedere nel buio il dolce riflesso della sua eccitazione che colava incessante e la bagnava, sennonché s’avvicinò e le donò un poco del suo fiato caldo, mentre lei ormai aveva perso completamente il controllo di ogni parte del corpo. La sua lingua disegnava ghirigori di piacere su quel sesso intriso di secrezioni ed esplorava con curiosità e con veemente eccitazione quel nuovo mondo apprezzandone le minime variazioni.

Il clitoride si gonfiò e lui cominciò con ritmo incessante nel far scivolare quella sua lingua affamata senza darle un attimo di tregua. Gemiti uscivano dalla bocca di lei che abbandonò alla svelta il capo all’indietro, mentre con le mani si teneva al bordo del tavolo della cucina. Impietoso nel suo ritmo lo leccava ancora, l’orgasmo le arrivò talmente all’improvviso che non ebbe neanche la forza d’urlarlo al mondo intero. Un schizzo violento le uscì dal suo sesso bagnato come un’eiaculazione di liquido caldo e trasparente come un cristallo colpendolo in pieno viso. Lui sapeva di quel tipo d’orgasmo, ma in vita sua non aveva ancora mai provato quell’ebbrezza. Rimase un attimo senza fiato e lei dolcemente dall’alto lo guardò. Adesso ea esausta, perché le forze l’avevano abbandonata completamente, continuava però a emettere a piccoli fiotti quel suo nettare trasparente contorcendo il suo ventre e alla fine svenne.

Lui l‘aveva congetturata da sempre così, ma non avrebbe mai concepito con la fantasia in una sola volta di compiacersi lascivamente in quel modo per di più nell’appannamento che rapidamente ne seguì. La mattina li colse ancora lì, lei sul tavolo della cucina e lui inginocchiato fra le sue gambe aperte accogliendolo benevolmente per sempre.

{Idraulico anno 1999}