i racconti di Milu
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Per accendere la pulsione e per fomentare animosamente il desiderio sono bastate unicamente poche frasi pronunciate ciononostante in fretta lungo il corridoio della scuola, con i libri sotto braccio, la sigaretta in bocca e la voglia di baciarla che soffoca francamente il fiato in gola reprimendolo. Se per baciarla si fosse dovuto arrampicare a mani nude sul campanile più alto lo avrebbe fatto innegabilmente senz’esitare, perché la voleva di sicuro con tutta sé stessa, in quanto ne reclamava quegli occhi verdi smeraldo e quei riccioli rossi che le nascondevano a volte il viso e la pelle d’alabastro.

Da quel punto della classe, infatti, poteva osservarla senza destare troppa curiosità, sfuggendo alle critiche di alcune compagne di studi che detrattrici e maldicenti aspettavano che cedesse, dichiarandosi innamorata perdutamente di quella meraviglia che in fondo aveva soltanto dieci anni più di lei, che mai al mondo avrebbe lasciato al suo destino d’insegnante di madrelingua francese. Questo era l’universo femminile costantemente percepito dagli occhi d’un adolescente quasi ventenne, rapita e confusa dalla sua stessa smania d’assimilare se quella giovane donna forestiera le trasmettesse oppure no segnali d’apparente seduzione o un invito preciso cadendo in conclusione nel suo letto circondato da sete e da colori d’Oriente. Eppure, a ben vedere, le ragazze di quell’età talvolta s’innamorano delle proprie insegnanti, svolazzando qua e là tra finzioni e pulsioni reali, ritrovandosi successivamente nella notte nel letto caldo procurandosi con fervore piacere con masturbazioni attente e particolareggiate, con lo sguardo della loro amata seduta sulla cattedra che legge i versi d’uno scrittore o d’un poeta ancora negli occhi. Questa è la fantasia che galoppa in maniera irrefrenabile.

Lei e il suo fascino, lei e la sua pronuncia straniera, lei e il suo inconfondibile incedere sorprendente, quasi ondeggiante. Lei e il suo profumo, lei amata da un uomo severo, sola e per di più in balia del suo fare e della sua cultura immensa e innata. Avrebbe innegabilmente imprigionato tutto il suo amore con le mani, dopo glielo avrebbe inconfutabilmente donato in cambio di quello sguardo sognante e perduto in chissà quali paralleli, avrebbe colto i fiori dal campo lì vicino a casa, per poi attraversare tutta la città a piedi per donarglieli a primavera, nel tempo in cui la mente accendeva la voglia di baci proibiti rubati certamente al buio nei pressi d’un malandato portone semichiuso. Frattanto durante il tempo in cui pensava ai suoi respiri affannosi per il perenne ritardo a volte giustificato, ma il più delle volte perdonato con un sorriso, la immaginava abbracciata a lei, baciandosi e toccandosi così come due amanti esperte e complici.

Date le circostanze io arrivo in un pomeriggio di sole con un giglio bianco nella mano, lei m’abbraccia baciandomi lievemente sulle guance, invitandomi per entrare. Lei indossa la sottoveste nera, tutt’intorno appaiono candele, vino rosso e dei gusci di noci sul tavolo, lei mi racconta di sé, di quanto crede ancora nell’amore e nella famiglia e di quanto la mia presenza la faccia pensare alla gioia d’un ballo, a un abbraccio di purezza e a quanto le mancasse la Francia e particolarmente la città di Bordeaux. I suoi occhi brillano di più, il verde sembra adesso più chiaro, quasi trasparente, odora di buono, mentre le sue mani si posano lente e sapienti sulla mia spalla.

La mia testa scoppia di felicità e al tempo stesso di timidezza, io non parlo, non respiro, sto immobile e la guardo. I sensi sono alle stelle, la nostra giovinezza altera permette qualsiasi vizio e virtù, sennonché mi lascio trasportare dalle sue parole che diventano di continuo più fioche e manifestamente intrise di sensualità, perché penso che tra un minuto le regalerò tutti i miei orgasmi fatti di sospiri leggeri quasi illeggibili e incomprensibili. Squarci di luce compaiono nella mia mente, finché assieme cadiamo fra le coperte dorate del suo letto rotondo unite in un abbraccio infinito con le mani che intrecciate si stringono smaniose. Intorno a noi prevale la pacatezza illusoria in un turbinio di sospiri senza limite.

Lei non parla più, ma soffia di baci i miei capelli ammaliando il mio cuore con un incantevole susseguirsi di carezze delicate come delle nuvole fatte di panna. Con un dito io le sfioro il seno e lentamente scosto la sottoveste mentre le bacio il collo dalla pelle leggermente abbronzata. Le nostre perversioni sono le nostre comuni innocenze, che giocano attualmente a carte scoperte in modo irriverente e lascivo senza lasciar nessun dubbio. Io sono la sua allieva e la sto amando come mai nessuno aveva fatto prima d’ora, alla luce d’una candela e con in mano un calice di vino rosso. Per quanto tempo ancora avrei potuto sentire le sue frasi spezzate da sospiri di piacere, e quel suo accento forestiero sul mio viso, sul mio seno e poi più giù? Per tutte le volte che per un suo sguardo il mio cuore si sarebbe tinto di blu oltremare e confuso con il verde smeraldo dei suoi occhi. Con la naturalezza di chi con l’amore non scherza né folleggia mai, l’indomani nell’ora della lezione m’avrebbe interrogato facendomi tradurre in lingua francese un passo di Friedrich Nietzsche:

“La virtù non trova più credito, la sua attrattiva è svanita. Qualcuno dovrebbe magari riportarla di nuovo in piazza come una forma inconsueta d’avventura e d’eccesso”.

In realtà il suo preferito quel passo, che timidamente e riservatamente ha segnato il mio destino. Per sempre.

{Idraulico anno 1999}